domenica 10 dicembre 2017

LA NUOVA EUROPA

Cosa succederebbe a Parigi o a Bruxelles, a Londra o a Berlino e, perché no, a Roma se i governi francese e belga, inglese, tedesco ed italiano riconoscessero la realtà, cioè che Gerusalemme è la capitale di Israele? Cosa farebbero i “nuovi” francesi, belgi, inglesi, tedeschi ed italiani in questo caso? E' esagerato immaginare che in tutte le capitali europee ci sarebbero disordini? E che il rischio attentati aumenterebbe a dismisura? Basta porsi l domanda per avere la risposta.
La politica degli stati europei è fortemente condizionata dalla presenza di minoranze che non si riconoscono nei valori che in Europa regolano la civile convivenza. Né questo condizionamento si limita ad Israele o alla politica estera. Ed è destinato a crescere man mano che le minoranze diventano più numerose e forti.

Molti cittadini europei sono perplessi di fronte alla scelta americana non perché antisemiti o filo islamici. Hanno semplicemente paura delle reazioni che questa può provocare. Anni di acquiescenza hanno contribuito a diffondere l'idea che se hai a che fare con un prepotente la cosa migliore sia assecondarlo. Se no quello si incazza e chissà cosa succede. E la politica delle porte aperte ad una immigrazione incontrollata ha reso tragicamente comprensibili queste paure.
Se i prepotenti li hai dentro casa a volte sei disposta a molto pur di preservare il quieto vivere. E' una sorta di riflesso condizionato, comprensibile, ma tragicamente sbagliato.
Perché i cedimenti non risolvono nulla, anzi, aggravano tutto. Oggi si cede su una cosa, domani si cederà su un'altra, più importante. Alla fine si dovranno abbandonare i nostri valori fondamentali.

In questi giorni convulsi con chi si ritrova alleata la confusa Europa occidentale? A chi chiedono aiuto e mediazione i vari Macron e Merkel? Alla Turchia di Erdogan. Si proprio a lui. Quello che riempie le galere di oppositori politici, quello che pochi mesi fa definì “nazisti” paesi come la Olanda e la Germania, che minaccia di farci invadere da una massa enorme di “profughi” ed invita le donne musulmane residenti in vari paesi europei a far più figli, per sottomettere gli “infedeli”. Nel momento stesso in cui si allontana dallo storico alleato americano l'Europa occidentale si avvicina al dittatore turco.
E tutto questo non significa forse un ripudio dei nostri valori findamentali?

mercoledì 6 dicembre 2017

GERUSALEMME

La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele è stata (e continuerà ad essere) seguita da un mare di polemiche. E da molte considerazioni critiche. Esaminiamo le principali.

1) Gerusalemme è città santa per le tre religioni monoteiste.
Questo non è esatto. Gerusalemme è di certo santa per l'ebraismo ed il cristianesimo, lo è anche per l'Islam solo perché gli islamici hanno da sempre la cattiva abitudine di considerare luoghi santi per la loro religione città un tempo conquistate e strappate agli “infedeli”.
Inoltre, anche accettando che Gerusalemme sia santa per l'Islam, perché mai una città santa islamica non potrebbe essere la capitale di uno stato non islamico? Gerusalemme è di certo santa per i cristiani, ma nessun cristiano intende scendere in piazza se Gerusalemme viene riconosciuta capitale di Israele, mi pare.

2) A Gerusalemme deve essere garantita libertà di culto per i fedeli di tutte le religioni.
Questo è assolutamente giusto. Il problema non è di quale stato stato sia capitale Gerusalemme, ma la libertà di culto concessa
a tutti in quella città. Quindi dobbiamo chiederci: chi garantisce meglio questa generale libertà di culto? In Israele, uno stato dalle dimensioni della Lombardia, esistono un paio di centinaia di moschee. Quante sinagoghe ci sono a Gaza? O in Iran? O in Arabia Saudita? Ci sono stati islamici in cui non è possibile entrare se si porta con se una copia del Vangelo o un testo sacro ebraico. A La Mecca possono entrare solo i fedeli musulmani. Pensare che in una Gerusalemme palestinese la libertà di culto per tutti sarebbe meglio garantita è solo una idiozia. O pura manifestazione di disonestà intellettuale.

3)
Inizialmente Gerusalemme est non faceva parte dello stato di Israele.
E' vero, la parte orientale di Gerusalemme è stata conquistata dagli israeliani nella guerra dei sei giorni, e allora?
Dal giorno della sua nascita Israele deve combattere per potere semplicemente
esistere. Ancora oggi molti stati arabi lo definiscono non “stato di Israele”, ma “entità sionista”. Ha combattuto molte guerre fronteggiando coalizioni di stati che intendevano semplicemente cancellarlo dalla carta geografica. Al termine di queste ha allargato un po' i suoi confini per aumentare, se possibile, la sua sicurezza. Ma si sono levate alte strilla di indignazione ogni volta che questo è avvenuto.
Israele può essere aggredito, può vivere sotto assedio, ma se si azzarda ad ampliare di un palmo le sue frontiere subito viene definito aggressore imperialista, colonialista eccetera. E questo anche se ha restituito molte delle terre conquistate in cambio del semplice riconoscimento diplomatico.
Qualcuno riesce ad immaginare una Germania che nel 1945 protesta perché le sue frontiere non tornano ad essere quelle del 1939? O una URSS che nel 1945 restituisce alla Germania le terre da questa perse in cambio del semplice riconoscimento diplomatico? E' fantascienza vero? Si, lo è per tutti, tranne che per Israele.

4)
La decisione di Trump può aggravare la tensione.
Questa è una obiezione seria. Se si fosse vicini ad una soluzione del conflitto, se la pace fosse realisticamente possibile sarebbe bene rinviare qualsiasi decisione riguardo a Gerusalemme. Ma così non è, purtroppo.
I palestinesi non hanno alcuna intenzione di riconoscere Israele. Quanto meno, di riconoscerlo per quello che è:
lo stato degli ebrei.
Israele è lo stato paria. Non può ospitare manifestazioni culturali, sportive o commerciali senza che qualcuno protesti. Se un suo atleta, quando può gareggiare, vince una medaglia il suo inno in molti pesi non viene suonato, nè la sua bandiera alzata. Se un cantante si esibisce entro i confini dello stato ebraico molti suoi colleghi protestano. Se degli israeliani muoiono in un attentato la cosa viene considerata quasi normale e i media quasi non ne danno notizia. Israele è lo stato che ha dato rifugio e protezione al popolo più perseguitato della storia, ma a molti, e non solo fra i fondamentalisti islamici, la sua esistenza da fastidio. Israele esiste, ma sarebbe meglio se non ci fosse:
è lo stato che non dovrebbe esistere. E non ci sono prospettive serie che facciano intravedere a breve un superamento di questa situazione. Quindi è ipocrita parlare di “aggravamento della tensione”. Da settanta anni Israele vive una situazione di “tensione”. Per i suoi nemici dovrebbe fare una sola cosa per non aggravarla: cesare di esistere.
Ma questo non accadrà. Quindi ben venga il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello stato ebraico.

Un'ultima considerazione. Con la sua scelta Trump non fa che mettere in atto una decisione presa nel 1995 da
tutto il congresso americano. I vari presidenti che da allora si sono succeduti hanno semplicemente rinviato la sua messa in pratica. La svolta di Trump si limita quindi ad applicare una decisione che tutti, repubblicani e democratici, avevano preso 22 anni fa. Ma non credo che i media diano troppo spazio alla diffusione di questo “particolare”.

lunedì 4 dicembre 2017

UN PICCOLO PARTICOLARE STORICO

Nel periodo delle grandi purghe staliniane tutti i partiti comunisti europei (e non solo) vennero radicalmente epurati. Molti dei loro leader, che avevano trovato asilo a Mosca, finirono in Siberia, a godersi un salutare frescolino, dai 30 ai 50 gradi sotto zero; oppure di fronte al plotone di esecuzione. Molti scomparvero senza lasciar traccia. Anche coloro che non risiedevano in URSS vennero spesso raggiunti dalla longa manus del "padre dei popoli". Durante la guerra civile spagnola i sospettati di trotzkismo vennero fatti fuori a centinaia. Lo stesso avvenne nel corso della resistenza intaliana ed europea. Un caso emblematico è quello di Pietro Tresso ficilato dai partigiani comunisti stalinisti.
Il partito comunista italiano, afferma Paolo Spriano nella sua monumentale “storia del partito comunista italiano” fu relativamente risparmiato dalle purghe. Come mai? Uno dei motivi,  ricorda lo Spriano, fu che molti militanti comunisti si trovavano al sicuro nelle carceri fasciste. Si, proprio così. Il fatto di essere nelle carceri fasciste ha salvato la vita a molti dirigenti comunisti italiani, forse allo stesso Gramsci che al momento della rottura fra Stalin e Trotzkji aveva assunto un atteggiamento oscillante. E Stalin non amava le oscillazioni. Pretendeva una subordinazione totale, e ricordava benissimo quali posizioni avevano assunto i vari leader del movimento comunista internazionale.

Prendendo spunto dalle idiozie dette e fatte da qualche cretino nostalgico qualcuno cerca oggi di costruire a tavolino una “emergenza fascismo”. Qualcosa che, almeno ad oggi, assolutamente non esiste, e serve solo per distrarre la gente dai problemi reali che ci assillano.
Bene, questo qualcuno si vada a leggere la storia, please. Si legga almeno gli storici comunisti come Paolo Spriano, che qualcuno ha definito lo storico ufficiale del PCI. Una fonte insospettabile. Si accorgerà che fra le innumerevoli vittime del comunismo reale figurano una gran quantità di comunisti, addirittura di comunisti stalinisti, compresi quelli italiani. Ed allora, se ha, questo qualcuno, un minimo di onestà intellettuale, si chiederà se ha senso strillare per un braccio teso e tacere di fronte ai patetici cortei che hanno ricordato i cento anni dell'ottobre rosso. Con tanto di foto di baffone Stalin bene in vista.
Il fatto è che certi figuri hanno tutto , meno che onestà intellettuale.

martedì 28 novembre 2017

LA FINE DELLA VERITA' E LE FAKE NEWS

C'è qualcosa di paradossale nella polemica contro le fake news. Ed è che proprio negli ambienti in cui questa polemica è più forte il concetto stesso di verità è radicalmente contestato.
La religione dell'occidente politicamente corretto è il relativismo. Non il relativismo in senso debole, che sottolinea l'influenza del contesto socio culturale sul pensare e l'agire dell'uomo. Non quel positivo relativismo che è sinonimo di pluralismo. No, il relativismo in senso forte, quello che nega l'esistenza di una razionalità genericamente umana e di valori in grado, almeno potenzialmente, di interessare gli esseri umani in quanto tali.
Marx aveva a suo tempo affermato che “le idee dominanti sono le idee della classe dominante” e che è l'essere sociale degli uomini a determinarne la coscienza. Ed aveva in questo modo inferto un colpo durissimo al concetto stesso di verità. I contestatori del '68 sono andati oltre Marx. Ad essere travolto dalla “contestazione” è stato il pensiero scientifico, cui Marx cercava di restare agganciato. La fisica matematica, la medicina, l'idea stessa di un mondo reale diverso dal soggetto conoscente è stata irrisa come “pregiudizio borghese”. L'oggettività del mondo è un riflesso della alienazione borghese, si diceva negli anni 70 del secolo scorso. Lo ricordo bene...

E oggi le cose vanno anche peggio. Altro che influenza del quadro sociale sul pensiero! La differenza sessuale, le differenze fra le culture ed il diverso valore etico di certi usi e costumi rispetto ad altri, uragani, maremoti e terremoti, differenza ontologica fra uomo ed animali... tutto perde la sua oggettività, diventa “costrutto sociale”. I bambini hanno un padre ed una madre, lapidare una adultera è criminale, i disastri naturali sono sempre esistiti ed hanno prima di tutto cause naturali, la vita di un bambino vale più di quella di un toporagno o di un tonno, i vaccini salvano moltissime vite umane... affermazioni che un tempo nessuno si sognava di contestare vengono oggi presentate come segno di dipendenza  rispetto alla “cultura dominante” (quale cultura, quale dominio?).
Il mondo reale, la natura, quella autentica, non esistono più. Esistono i “costrutti”, gli “stereotipi” sessuali, culturali, sociali. Parlare di verità in un mondo simile è impossibile. Diceva Aristotele che la verità è corrispondenza fra pensiero ed essere. Dopo circa ventitre secoli il logico polacco Alfred Tarski afferma che L'enunciato “P” è vero se e solo se p. L'enunciato “la neve è bianca” (con le virgolette) è vero se e solo se la neve è bianca (senza virgolette). E' possibile parlare in questi termini di verità, e quindi di falsità,  se si accettano le teorie  sui “costrutti”? NO. Nella migliore delle ipotesi si può parlare di tante verità, tante quanti sono i “costrutti” o gli “stereotipi”.
Ognuno ha la sua verità e se la tiene ben stretta. E tutte sono vere ed, insieme, sono tutte false. Non è una idea nuova. La elaborò per primo un certo Protagora, ed il Socrate platonico la sottopose ad una critica acutissima.
Ma Protagora non si invento le “fake news” e neppure Marx se le inventò, e neppure gli scettici moderni, e neppure gli attuali post moderni più seri. Sono troppo intelligenti per non capire che se il vero non esiste non esiste neppure il falso, quindi non possono esistere notizie false. Il loro scetticismo è nichilistico, ma non fino al punto di teorizzare, insieme, la fine del reale, il superamento della verità e la lotta alle fake news.
Questo capolavoro riesce solo ai buffoni che infestano la politica italiaca, e non solo.

domenica 26 novembre 2017

EGITTO

“Il mondo islamico non può più essere percepito come fonte di ansia, pericolo, morte e distruzione per il resto dell'umanità. Le guide religiose dell'Islam devono uscire da se stesse e favorire una rivoluzione religiosa per sradicare il fanatismo e rimpiazzarlo con una versione più illuminata del mondo. (…)
I processi innescati dalla perversione islamista vanno bloccati. E' mai possibile che un miliardo e seicento milioni di persone possano mai pensare di riuscire a vivere solo se eliminano il resto dei sette miliardi di abitanti del mondo? No, è impossibile!”

Chi ha detto queste cose? Marine le Pen? Matteo Salvini? Donald Trump? No, le ha dette nel giugno del 2009, dinnanzi ai dotti della università di Azhar, Fattah al Sisi, presidente dell'Egitto.
Un abisso separa le parole di Al Sisi dai belati degli occidentali politicamente corretti. Il presidente egiziano non afferma che il terrorismo sarebbe estraneo all'Islam, come hanno fatto e fanno uno stuolo di personaggi che vanno da Barack Obama a Federica Mogherini a papa Francesco. Non tira in ballo le crociate o il colonialismo, e neppure i ghetti e l'islamofobia. Non contrappone i terroristi, piccoli gruppi di fanatici privi di seguito, alla massa dei fedeli islamici, al contrario dice chiaramente che dentro questa massa il germe del fondamentalismo fanatico ha messo solide radici. Al Sisi afferma in un'altra parte del suo discorso che l'Islam “autentico” è altra cosa dal fanatismo terrorista, ma aggiunge che per farlo emergere occorre nientemeno che una rivoluzione religiosa. In bocca ad un uomo politico europeo o americano queste parole verrebbero subito bollate come “manifestazione di islamofobia”. Così va il mondo...

L'Egitto è stato per lungo tempo la punta di diamante del fanatismo anti occidentale ed anti israeliano. Ha fatto almeno tre guerre contro Israele, la crisi di Suez, la guerra dei sei giorni e la guerra del Kippur, subendo sempre clamorose sconfitte. Alla fine Sadat, a suo tempo fedelissimo di Nasser, ha avuto il coraggio di assumere un atteggiamento realistico. Ha guardato ai veri interessi del suo popolo ed ha firmato la pace con Israele. L'Egitto ha riconosciuto diplomaticamente lo stato ebraico ed ha riavuto in cambio il Sinai, che aveva perso nella guerra dei sei giorni, un evento praticamente unico nella storia che molti occidentali dimenticano, quando parlano dei famosi “territori occupati”.
Sadat ha pagato con la vita il suo coraggio, ma da allora è stata pace fra Egitto ed Israele. E con Al Sisi l'Egitto ha iniziato una politica di collaborazione con lo stato ebraico finalizzata alla lotta al terrorismo. Per farla breve, se esiste in medio oriente uno stato con cui val la pena di dialogare e collaborare questo è proprio l'Egitto di Al Sisi.
Ma è proprio questo stato ad essere da tempo nel mirino degli occidentali “dialoganti”. L'Egitto di Al Sisi non è una vera democrazia, ripetono continuamente questi personaggi. Al Sisi ha compiuto un autentico golpe contro i fratelli musulmani che a suo tempo vinsero le elezioni, aggiungono. Certo, l'Egitto non è una "vera" democrazia, ma, Israele a parte, esistono forse “vere” democrazie in medio oriente? Quanto ai fratelli musulmani, è vero, vinsero le elezioni, ma nelle “vere” democrazie una forza che vince alle elezioni ha diritto di governare, non di eliminare le opposizioni.
Ma tutto questo conta poco per certi occidentali. Per loro si può dialogare con tutti, qualcuno fra gli incredibili “5 stelle” ha addirittura teorizzato che i terroristi dell'ISIS dovrebbero essere promossi al rango di “interlocutori”, ma non con l'Egitto di Al Sisi. Di fronte al presidente egiziano tutti si ricordano dei principi della democrazia liberale. Che bravi!
L'Italia poi! Ha assunto con l'Egitto di Al Sisi un atteggiamento durissimo, mai assunto nei confronti delle peggiori dittature teocratiche. C'era di mezzo il caso Regeni, è vero, ma il caso dei due marò, di fatto sequestrati dal governo e dalla magistratura indiane, non ha provocato conseguenze simili nei rapporti Italia India, mi pare.

L'Egitto è un po' la cartina di tornasole di tutte le ipocrisie, le paure, le viltà dell'occidente politicamente corretto. Gli occidentali “buoni” condannano senza riserve Al Sisi non per il suo autoritarismo, ma per la fermezza che dimostra nei confronti del terrorismo fondamentalista. L'Egitto piace poco ai "dialoganti" perché il dialogo con l'Egitto rende molto difficile qualsiasi apertura, compiacenza o giustificazionismo nei confronti del fondamentalismo islamico.
Per questo le parole di cordoglio dopo l'ultimo, rivoltante attentato perpetrato in quel paese suonano non sincere, ipocrite. Come i minuti di silenzio, i palloncini, i gessetti colorati, i lumini e i fiori.

martedì 21 novembre 2017

IL NATALE E I PRESUNTUOSI ARROGANTI

Mi è capitato di leggere queste parole, rivolte, sulla sua pagina, ad un mio amico di FB:

“io faccio lo scrittore e I miei libri sono venduti da Mondadori, Feltrinelli ecc...Inoltre sono autore e conduttore su Rai 1 quindi mi sa che stavolta lei abbia "sbattuto male". Di solito non rispondo a gente riottosa ed ignorante ma stavolta faccio uno sforzo e mi chiudo il naso per non sentire la puzza del dogma e dell' ignoranza.”

Uno scrittore! Mamma mia! Come si può non essere d'accordo, su qualsiasi argomento, con uno che pubblica con Mondadori e Feltrinelli?
Un paio di giorni fa ero in una libreria Feltrinelli. Faceva bella mostra di se sugli scaffali un libro intitolato: “l'arte della guerra”. Il suo autore però non era Sun Tzu, ma … Mike Tyson! Tyson è stato un grande pugile, ma sulle sue doti di scrittore mi permetto si nutrire alcuni piccoli dubbi. Chissà perché ne nutro altrettanti sulle doti di questo presuntuoso signore.
Quanto al conduttore RAI... da secoli guardo pochissimo o non guardo affatto i programmi RAI. Ho avuto una ulteriore conferma che faccio bene.

Ma su cosa dibattevano questo signore ed il mio amico? Presto detto. Il grande scrittore sosteneva che il Natale non è una festività cristiana. Un paio di millenni fa infatti in una data prossima all'attuale 25 dicembre si festeggiava la festa del “sol invictus”. E allora?
Il primo maggio è la festa del lavoro, una festa che fa parte della tradizione storica del movimento operaio. Poniamo che si scopra che 2000 anni fa si festeggiava in una data più o meno vicina all'attuale primo maggio, la festa della luna. Cosa dimostrerebbe questo? Che l'attuale primo maggio non è una festa legata alla tradizione del movimento operaio? Che la festa del lavoro è in realtà la festa della luna?
Dire che prima o poco dopo la nascita di Cristo non esistevano feste cristiane è un po' come dire che Aristotele non avrebbe mai scritto in una sua ipotetica autobiografia di essere nato il 384 AVANTI CRISTO. Bella scoperta!!!
Un tempo il Natale poteva essere una qualsiasi festa pagana. In seguito è diventato una festa cristiana e come tale OGGI lo festeggiamo NOI. E come tale fa parte della cultura di tutti noi, credenti o non credenti.
Malgrado le proteste degli scrittori e dei conducenti RAI.

venerdì 17 novembre 2017

REGALO DI NATALE

Il governo Gentiloni vuole lo Ius soli entro Natale.
La legge sulla cittadinanza NON è una legge come le altre. E' una legge fondamentale.
Assomiglia alla legge elettorale, ma è se possibile ancora più basilare di questa. La legge elettorale stabilisce quali devono essere le regole del gioco. La legge sulla cittadinanza stabilisce CHI SONO I GIOCATORI, chi ha diritto di giocare. E stabilire chi ha diritto di giocare è decisivo al fine del mantenimento di relazioni civili fra i cittadini. Se molti dei giocatori non accettano i valori fondamentali che stanno alla base di una società, questa inesorabilmente si disgrega. La dialettica politica tende a degenerare in scontro violento, privo di regole. L'anticamera della guerra civile.
Per questi motivi la legge sulla cittadinanza dovrebbe avere il consenso di una maggioranza molto ampia e trasversale. Non dovrebbe in nessun modo apparire come una imposizione e non dovrebbe contrastare con sentimenti diffusi nel paese. Ma tutti, a partire da Renzi e Gentiloni, sanno che la maggioranza degli italiani è contraria allo ius soli, o nutre su questa legge fortissime perplessità.

Il governo Gentiloni si regge su una maggioranza di transfughi, eletta grazie ad una legge dichiarata incostituzionale.
Lo Ius soli non faceva parte del programma di alcuno dei partiti che alle ultime elezioni politiche hanno chiesto la fiducia degli elettori.
Si ha intenzione di imporlo a suon di voti di fiducia.
Soprattutto, il PD vuole disperatamente questa legge per due motivi: pensa di raccattare qualche voto di “nuovi italiani” e di ricomporre il legame con le forze alla sua sinistra.
Insomma, vogliono imporre a tutti lo ius soli per cercare di costruire uno straccio di alleanza con Bersani e Speranza. Semplicemente INDECENTE!
Non dico altro.