giovedì 2 marzo 2017

ESISTE IL DIRITTO ALLA MORTE?

Lo dico subito, per chiarire e non essere frainteso. Se mi trovassi nelle condizioni del Dj Fabo probabilmente (sottolineo il probabilmente) sceglierei di morire. Non solo, se una persona che amo si trovasse in quelle condizioni e mi chiedesse di aiutarla a morire probabilmente accetterei di farlo. Questo però è solo un aspetto del problema. Non si tratta di valutare un caso particolare, singolo. In questi giorni, sull'onda dell'emozione suscitata dal caso del Dj si è aperto un vasto dibattito, ampiamente pilotato e manipolato dai media, sul tema più generale del “fine vita”. Apro parentesi, perché si chiama “fine vita“ la morte? Il linguaggio eufemistico del politicamente corretto penetra ovunque; chissà, fra un po' definiremo i morti “diversamente vivi”. Chiusa parentesi.
Tornando a bomba. Non si tratta di valutare un caso particolare ma di affrontare un problema generale, perché le leggi, lo sanno (quasi) tutti, sono generali ed astratte. E se si deve affrontare un problema generale bisogna cercare quanto meno di “centrarlo”, capire di cosa realmente si tratta.
Innanzitutto bisogna smetterla con la confusione in cui i media letteralmente sguazzano. In questi giorni si sente parlare di “rifiuto dell'accanimento terapeutico”, “eutanasia” e suicidio assistito” come se fossero la stessa cosa. Così non è. Si rifiuta l'accanimento terapeutico quando non si accettano più cure inutili e dolorose che possono ritardare solo di poco tempo la fine. Si ha eutanasia quando si uccide, di solito ma non sempre su richiesta del paziente, un malato terminale o cronico; entrambi questi casi differiscono radicalmente dal suicidio assistito. Nel suicidio assistito una persona che vuol porre termine ai suoi giorni viene aiutata a farlo. Si mure in maniera “tranquilla” ed indolore, cosa praticamente impossibile o molto difficile se si ricorre a forme non assistite di suicidio. Il suicidio assistito non è riservato solo ai malati terminali o cronici, né a chi conduce una vita semi vegetativa. Gli esseri umani possono desiderare di morire per mille ragioni. Si può desiderare il suicidio per una delusione d'amore, il fallimento economico, la morte di una persona cara. Si può voler morire semplicemente perché non si trova più alcun senso al proprio vivere o ci si è “stancati di esistere”. Kirillov, uno dei personaggi più oscuri di quel capolavoro che è “i demoni” di Dostoevskij vuole uccidersi perché solo uccidendosi può opporre la propria distruttiva onnipotenza alla onnipotenza divina. Non è il caso di dilungarsi troppo. Una cosa dovrebbe essere chiara: non occorre patire un intollerabile dolore fisico o essere inchiodati su un letto per desiderare la morte. Del resto, nella clinica svizzera in cui si pratica il suicidio assistito è morto, tempo fa, Lucio Magri, a suo tempo dirigente de “il manifesto”. Non so cosa abbia spinto Magri al suicidio, ma di certo le sue condizioni non erano quelle del Dj Fabo. Non era un malato terminale né cronico. Eppure la clinica svizzera ha offerto anche a lui i suoi “servizi”.

I media come al solito mistificano tutto e cercano di affrontare un problema generale di estrema rilevanza e difficoltà facendo leva sull'emozione prodotta da un episodio particolare. Dietro a tutte le polemiche che la vicenda del Dj Fabo ha scatenato si cela invece una domanda terribile, a cui è difficilissimo dare una risposta esaustiva. Una domanda filosofica, piaccia o non piaccia la cosa: Abbiamo il diritto di rinunciare alla vita, di darci la morte? Da sempre gli uomini danno risposte diverse a questa domanda. Per i cattolici e più in generale i credenti la risposta è NO. Non abbiamo diritto di rinunciare alla vita perché la vita non è nostra, è un dono di Dio, un bene indisponibile che abbiamo il dovere di preservare ed utilizzare al meglio. Si tratta di una posizione molto coerente e dignitosa che non è però esente da critiche ed obiezioni.
Una salta subito agli occhi: se la vita non mi appartiene, commetto un crimine tentando di togliermela? Un poveretto che tenta il suicidio e fallisce dovrebbe essere processato e condannato? Non sembra davvero che una cosa simile possa essere considerata in nessun modo “giusta”.
Proseguiamo. Pochi, penso, sono disposti a negare che io abbia, in quanto essere umano, certi diritti. Ho il diritto di avere o non avere figli, di scegliere che lavoro fare e dove vivere, di votare per questo o quel partito e tanti altri. Ora, se la vita non è mia posso davvero continuare a godere a pieno titolo di tutti questi diritti? La vita è un dono che ho il dovere di preservare ed utilizzare al meglio; se le cose stanno così posso, ad esempio, decidere di non avere figli? Dio ci ha creati in grado di riprodurci ed è interessato, si dice, alla riproduzione della specie umana. La mia decisione di non aver figli non rischia di contravvenire ai desideri di chi mi ha donato la vita? La concezione secondo cui la vita che vivo non è mia ma un dono di Dio rischia di privarmi di alcuni fondamentali diritti. A parte queste considerazioni, questa concezione si scontra comunque con una difficoltà insormontabile:
non vale per chi non ha la fede. Un credente può considerare non sua la vita che sta vivendo, ma non può ragionevolmente cercare di imporre questa sua convinzione a chi credente non è. Ma le leggi, in un moderno e laico stato di diritto, valgono per tutti, credenti e non credenti. Il problema resta irrisolto.

Sul versante opposto troviamo i campioni dell'estremismo laico. La vita è mia e solo mia, dicono, ed io posso disporne come voglio.
Io HO il diritto di uccidermi e solo degli integralisti intolleranti possono negarmelo. Esiste il diritto di scegliersi un lavoro o la località in cui vivere, il diritto di sposarsi o non sposarsi, di avere o non avere figli, di votare, ed esiste, accanto a questi, il diritto al suicidio. Un diritto estremo, è vero, ma non per questo meno reale, meno “diritto” di tutti gli altri.
Anche questa posizione ha la sua dignità e la sua interna coerenza, ma va anch'essa incontro ad insuperabili obiezioni.
Esiste il diritto di uccidersi come esiste il diritto di scegliere dove vivere o se avere o non avere figli. Ammettiamo per un attimo che questo sia vero. Cosa ne discende? Io ho il diritto di uccidermi, un bel giorno lo metto in atto e mi butto nel mare in tempesta. Tizio mi vede, si getta anche lui fra le onde, mi raggiunge e mi salva. Se è vero che cercando di uccidermi io esercito un mio diritto Tizio che mi ha salvato la vita dovrebbe essere considerato non un eroe ma un criminale, quanto meno un prepotente intollerante che mi ha impedito con la violenza di esercitare un mio sacrosanto diritto. Ed ancora, se uccidersi è un diritto dovrebbe essere libera la vendita degli strumenti che permettono alla gente di esercitare questo diritto. Ho il diritto di scegliere se mangiare carne, pesce o verdura, quindi al mercato trovo il banco del pesce, quello della frutta e della verdura e quello della carne. Allo stesso modo dovrei trovare il banco dei veleni e delle droghe che mi permettono di morire senza sofferenze, se davvero il suicidio fosse un diritto.
E cosa dovrebbe avvenire, se il suicidio fosse un diritto, nel campo della salute? Come si dovrebbe comportare il servizio sanitario nazionale? L'aspirante suicida dovrebbe entrare in ospedale, munito dell'impegnativa del medico di famiglia, e chiedere che gli venga indicato dove si trovano le camere della morte? Non è il caso di dilungarsi troppo. La trasformazione del suicidio in “diritto” ci mette di fronte a scenari che qualsiasi persona di buon senso giudica semplicemente mostruosi, e non a torto.

Il fatto è, molto semplicemente, che
il suicidio non è un diritto. Può essere una tragica scelta estrema, ma non si può trasformare in diritto questa scelta estrema, pena il creare autentici scenari da incubo.
Perché il suicidio non può essere un diritto? E' molto semplice: perché
i confini della vita sono anche i confini dei diritti e delle scelte. Ha senso parlare di scelte e diritti fino a che si è dentro la vita, il diritto di uccidersi altro non è che il diritto di non avere diritti.
Il “diritto” di uccidersi è radicalmente diverso dal diritto, ad esempio, di votare alle elezioni. Il secondo riguarda la vita ed il modo in cui stiamo nella vita. Il primo vorrebbe essere il diritto di uscire dalla vita. Ma fuori dalla vita c'è il nulla. L'esistente è circondato, pressato dal nulla, ed il nulla è indicibile, impensabile, inesperibile.
Il nulla è il non senso che pressa e delimita il senso. E' talmente profondo e radicale il non senso del nulla che qualsiasi frase lo contenga diventa anch'essa, a rigore, priva di senso. “Entrare nel nulla, andare al nulla”... quale è il senso di simili espressioni? Si può “entrare nel nulla” se il nulla non è? Cosa si sceglie realmente quando si opta per il non essere? Che razza di scelta, che razza di diritto sarà mai qualcosa che ci immerge nel non senso? Il non senso in cui, morendo, vogliamo immergerci non fa diventare priva di senso la nostra stessa scelta di morire? Non esistono probabilmente risposte a simili domande. Queste in fondo riguardano la morte per suicidio come quella per vecchiaia o malattia e ci rimandano, tutte, alla nostra insopprimibile umana finitezza. Ma anche se prive di risposta una cosa simili domande ce la possono dire: è impossibile e prima ancora che impossibile terribilmente sciocco e banale trasformare il suicidio in un diritto. Trasformando in diritto il suicidio si trasforma il rapporto col non senso del nulla in un normale rapporto con gli enti e gli eventi del mondo. Il rapporto col non essere viene ad essere messo sullo stesso piano dei rapporti variegati dentro la sfera dell'essere. Scegliere se vivere o morire sarebbe come scegliere se votare per Renzi o per Salvini. Che terrificante idiozia!

Il suicidio non è né un diritto né un crimine, è una scelta estrema, un atto disperato, il rifiuto radicale dell'essere compiuto da chi non vede più nell'essere nulla di buono.
Come rapportarsi ad un simile atto? Occorre distinguere, dicono in molti, abbastanza a ragione. Una cosa è il “diritto” al suicidio cosa ben diversa il rifiuto dell'accanimento terapeutico o la stessa eutanasia praticata a chi la chieda e si trovi in situazioni impossibili ed irreversibili. Ma, una volta stabilito che è bene fare distinzioni non tutto è risolto. Dove tracciare le linee di demarcazione? Come evitare che, una volta stabilito un precedente per far fronte ad una situazione estrema, non si amplino sempre più i limiti e non ci si venga a trovare di fatto nella situazione del “diritto al suicidio”?
Per rapportarsi al suicidio non servono le formule e neppure le leggi, credo. Le regole fisse, i
SI SI, NO NO rischiano di condurci in vicoli ciechi. Intorno al suicidio sorgono spesso i dilemmi morali: situazioni in cui non si fronteggiano un torto ed una ragione chiaramente identificabili, ma due ragioni, diverse e difficilmente mediabili. Meglio far ricorso allora a quelle che Kant chiamava le idee regolative. Principi che non dicono, come le regole e le leggi, cosa si debba fare in tutti i possibili casi, ma aiutino ad orientarsi in una situazione estremamente complessa e a valutare ragionevolmente caso per caso. Uno di questi principi potrebbe essere che il suicidio, pur non diventando mai un diritto, non va criminalizzato. E questo non solo nel senso ovvio di non criminalizzare chi lo tenta ma anche chi, in certi casi, lo rende possibile. Se una persona che si trova in una situazione di sofferenza insopportabile ed irreversibile chiede di essere aiutata a morire e trova chi pietosamente la aiuta, non credo che chi compie un simile atto di pietà possa essere punito. Lo so, è molto indeterminato tutto questo. I principi regolativi possono trasformarsi in leggi e da questi può venir fuori il “diritto” al suicidio, oppure restringere talmente il loro campo di applicazione da risultare praticamente inutili. Ma questo capita sempre quando ci si muove su un terreno terribilmente accidentato. Il mondo è assai più complicato di quanto pensino certi superficiali semplificatori. E a noi non resta che prenderne atto, consci della nostra strutturale debolezza di uomini.

1 commento:

  1. Anch'io sarei terrorizzato dall'idea di essere incatenato ad un corpo sofferente senza possibilità di uscirne. Una sofferenza prolungata oltre ogni accettabile limite.
    Per questo non mi sento di condannare chi scegliesse la soluzione del suicidio.
    Nell'antica Roma, se dei valorosi soldati venivano sopraffatti dal feroce nemico, era prassi normale suicidarsi, per evitare le terribili torture che il nemico avrebbe potuto fargli.
    Ci sono religioni in cui, a differenza della nostra, c'è la condanna a morte, e questa morte la si vuole il più lenta e sofferente possibile.
    Credo che suicidarsi per evitare queste sofferenze abbia senso.
    Credo che giudicare sui fatti dolorosi che possano portare le persone a suicidarsi sia difficile, anche se ci sono molti suicidi che potrebbero evitarsi con grande vantaggio dell'aspirante suicida.
    Io stesso avrei voluto suicidarmi, e l'avrei fatto se avessi trovato un modo non troppo orrendo per farlo. L'avrei fatto per una delusione amorosa, e mi vien da ridere ora, pensando che di quella ragazza non me ne importa assolutamente più niente. Mi sarei suicidato stupidamente, e invece sono vivo e ben contento di esserlo.
    Credo che molte persone potrebbero essere salvate se non si rendesse il suicidio facile e non doloroso.
    Come mi sono salvato io.
    E viceversa offrire un suicidio assistito potrebbe essere un vero e proprio inutile omicidio.
    Mi sembra chiaro che ogni caso sia diverso, e sia difficile stabilire una legge per tutti.
    Ci sono stati studenti che si sono suicidati per un brutto voto, imprenditori per il fallimento della loro azienda, e tante persone che si sono uccise perché non hanno saputo affrontare un momento difficile.

    Non sono dunque in grado di dare una formula, una soluzione.
    Ma una cosa mi preme dirla.
    Ci sono persone che hanno ucciso tanti esseri umani che non volevano morire. Persone magari vecchie, fastidiose, o che vivendo impedivano ad altre di riceverne l'eredità.
    La cronaca ci racconta di tanti casi del genere.
    Ora io vorrei che se una persona fosse nelle condizioni di voler morire per ragioni serie e non migliorabili (o dimenticabili) potesse morire, a patto che fosse accertato che veramente lo vuole.
    Non vorrei che calasse l'attenzione sul diritto alla vita, perché il diritto al suicidio è più di moda (di moda, non "moderno", perché il suicidio è antico, antichissimo e si perde nella notte dei tempi).
    Non vorrei che qualcuno traesse vantaggio di un calo di attenzione per far fuori un po' di gente, magari per ricondurre l'umanità a mezzo miliardo di persone, come vogliono alcuni (altri parlano di cifre diverse, ma il concetto è simile, solo che questo implicherebbe la rinuncia alla vita di miliardi di persone...).
    Voglio dire che ci sono persone che ucciderebbero per convinzioni ideologiche (per pazze che siano), altri per interesse personale, altri per discriminazione verso altri (che siano discriminazioni razziali, o di religione, o sociali o quel che volete, di gente disposta ad ucciderne altre se ne trova sempre).
    Insomma, non vorrei facilitare il lavoro ad assassini.
    Vorrei che le intenzioni dell'aspirante suicida fossero verificabili oltre ogni dubbio.
    Che si suicidi chi davvero lo vuole, e per validi non superabili motivi.
    Secondo me.

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