Francamente non mi sembra che, coi problemi che abbiamo, sia troppo
serio accendere polemiche sul manifesto di Ventotene, vale anche la
pena di ricordare che a riesumare questo vecchio documento non è
stata Giorgia Meloni ma gli organizzatori della manifestazione “per
l’Europa”. Per quanto ovvio vale anche la pena di aggiungere che
persone come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, confinati, appunto,
a Ventotene durante il fascismo sono degne del massimo rispetto,
questo però, è altrettanto ovvio, non significa condividere quanto
da loro scritto.
Quindi, cosa mai è scritto in questo famoso
“manifesto “ da alcuni promosso a carta fondatrice dell’Europa,
fondamento della democrazia, una sorta di emendamento alla
costituzione repubblicana? Personalmente mi limito ad esaminare
alcuni brani contenuti nel capito lo terzo: “i compiti del dopo
guerra la riforma della società”. Diamo quindi la parola al
“manifesto”.
“La rivoluzione europea, per rispondere
alle nostre esigenze dovrà essere socialista” afferma il
manifesto, “cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi
lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di
vita”.
Quindi rivoluzione socialista europea. Siamo però
ancora nel generico, visto che ormai il termine “socialista” può
significare un sacco di cose diversissime fra loro. Quali dovrebbero
essere le caratteristiche del socialismo di Spinelli e Rossi? La
risposta degli autori del manifesto è abbastanza chiara: il loro
socialismo europeo dovrebbe essere radicalmente diverso dal comunismo
sovietico staliniano.
“La bussola di orientamento per i
provvedimenti da prendere in tale direzione, non può essere però il principio
puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei
mezzi materialidi
produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata
solo in linea provvisoria” una simile impostazione porta infatti,
prosegue il manifesto, “alla costituzione di un regime in cui
tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati
gestori dell'economia, come è avvenuto in Russia”. Niente
collettivismo di stampo staliniano quindi. Viene da dire: meno
male!
La genericità però sembra ancora non superata, vediamo
di approfondire il discorso.
Il manifesto parte da una
considerazione generale, possiama definirla filosofica, da cui
discende, in maniera più o meno coerente, tutto il resto:
“l
principio veramente fondamentale del socialismo (…) è quello
secondo il quale le forze economiche non
debbono dominare gli uomini, ma - come avviene per forze naturali - essere da loro
sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché
le grandi masse
non ne siano vittime”.
Si comincia a far chiarezza:
nell’economia di mercato astratte leggi economiche dominano gli
esseri umani, occorre invece sottomettere quelle a questi. Sembra di
leggere le ben più profonde pagine di Marx dedicate al “feticismo
della merce”: da un lato astratte forze impersonali dall’altro
la volontà e la ragione degli esseri umani. Che le astratte leggi
del mercato siano il risultato dell’interagire di esseri umani
liberi, dei loro interessi, esigenze, valori è allegramente
dimenticato. La società aperta in cui è fondamentale la libertà
dei singoli è rappresentata come il regno della alienazione che
occorre sottoporre ad un controllo “razionale”. Grazie a questo
controllo, proseguono gli estensori del manifesto “possono trovare
la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici
oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei
paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica”.
L’anarchia
della società borghese in cui dominano impersonali leggi economiche
va sostituita da un controllo razionale esercitato in forme democratiche dal basso. Come una società in cui convivono
interessi, idee, valori profondamente diversi possa controllare
unitariamente “dal basso” l’economia nel suo complesso resta un
mistero. Gli estensori del manifesto neppure si chiedono come mai
tutti i tentativi di direzione centralizzata dell’economia si siano
risolti nella instaurazione di forme mostruose di totalitarismo
burocratico. Se vista in quest’ottica è molto indicativa
l’equiparazione che Spinelli e Rossi fanno fra le condizioni dei
lavoratori dei paesi occidentali e quella dei lavoratori sovietici.
Il manifesto è stato scritto nel 1941. A quel tempo milioni di
esseri umani languivano nei gulag staliniani; ridotti al rango di
schiavi lavoravano in condizioni mostruose e morivano a centinaia di
migliaia. In Ucraina la folle politica agraria di Stalin aveva
provocato la morte per fame di come minimo 5, alcuni dicono 10,
MILIONI di esseri umani. I lavoratori nord americani godevano invece
di un reddito fra i più elevati del mondo. Eppure per Spinelli e
Rossi si trattava di liberare “ENTRAMBI”, senza distinzione
alcuna, dall’oppressione. Molto, molto indicativo.
Ma
c’è un punto che mette bene in chiaro tutta la debolezza teorica e
le contraddizioni di questo manifeto considerato da alcuni la “summa”
del pensiero democratico e libertario, riguarda il diritto di
proprietà, vediamolo:
“La proprietà privata deve essere
abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente
in linea di principio.”
In tutte le democrazie occidentali
quello alla proprietà è uno dei diritti fondamentali. Certo, si
tratta di un diritto che, come tutti, va esercitato nell’ambito
delle leggi che lo regolano, ma sempre di diritto fondamentale si
tratta. Gli ordinamenti giuridici delle democrazie occidentali prima
fissano un diritto, lo definiscono, poi chiariscono come lo si debba
esercitare e, se necessario, elencano con la massima precisione i
casi in cui tale diritto può venire temporaneamente limitato. La
legge ad esempio, prima stabilisce il diritto alla inviolabilità del
domicilio (un caso particolare, a veder bene le cose, del diritto di
proprietà) poi enumera i casi in cui questo diritto può essere
temporaneamente limitato: ad esempio, se nella indagine relativa ad
un crimine emergono gravi indizi a carico del proprietario di un
immobile, questo può venir perquisito, dietro autorizzazione,
ovviamente, della autorità giudiziaria. Niente di tutto questo nel
famoso manifesto di Ventotene. In questo la proprietà privata può
essere oggi abolita, domani estesa, dopo domani limitata
drasticamente, così, a seconda dei casi o magari al variare delle
maggioranze parlamentari. Qualcuno potrebbe seriamente cercare di
acquisire delle proprietà in una simile situazione? Chi comprerebbe
una casa sapendo che fra un paio d’anni questa potrebbe essergli
espropriata se “la situazione” cambia?
Ma a cosa va a
parare , in concreto, questo guazzabuglio? Gli autori su questo sono
decisamente chiari:
“non si possono più lasciare ai privati
le imprese che, svolgendo un'attivitànecessariamente
monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei
consumatori (ad esempio
le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in
vita per ragioni di interesse
collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi,
sussidi, ordinazioni di
favore, (...) e le imprese che per la grandezza dei capitali
investiti e il numero degli operai occupati,
o per l'importanza del settore che dominano, possono ricattare gli
organi dello stato imponendo
la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie,
grandi istituti bancari,industrie
degli armamenti). E' questo il campo in cui si dovrà procedere
senz'altro a nazionalizzazioni
su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti
acquisiti”
Dietro le roboanti dichiarazioni contro i monopoli
o i “ricatti ai governi”, come se questi non potessero reagire
agli stessi, Spinelli e Rossi propongono nientemeno che la
nazionalizzazione, senza indennizzo, par di capire, di tutte le
aziende di grandi dimensioni. Una situazione caratterizzata da un
centralismo ancora più estremo di quello instaurato in Unione
sovietica al tempo della NEP e per certi aspetti simile a quello
della Germania nazista. Di nuovo, molto interessante.
Il
manifesto di Ventotene è vecchio di oltre 80 anni, teoricamente non
vale nulla e non ha oggi alcun valore pratico. Perché allora
polemizzare sullo stesso? Semplice, perché l’italica sinistra ha
alcune reliquie sacre e, incapace di dire cose convincenti sui
problemi veri del paese, ogni tanto le tira fuori dal sacrario e le
presenta a tanti militanti pieni di dubbi, un po' come l’ampolla del sangue
di San Gennaro. Non sappiamo che dire o diciamo autentiche oscenità
sui flussi migratori incontrollati, il riarmo, la pressione fiscale e
allora… oplà, ecco a voi il manifesto di Ventotene!
Giochetti
da fiera paesana, che servono solo a far calare ulteriormente il
livello del dibattito politico nel paese, già decisamente basso.