domenica 18 dicembre 2016

VICESINDACA

Tizia, una gentile signora, è “sindaca” di una città italiana. Caio, un barbuto omaccione, è il suo vice. Caio è vice sindaco o vice sindaca? Un bel problema.
Nel termine composto “vicesindaco”, la parola “sindaco” posta subito dopo “vice”, si riferisce, appunto, al sindaco, a chi copre la carica di sindaco. Se il sindaco è una “sindaca”, il suo vice deve essere definito vice sindaca, anche se a coprire la carica di vice è un essere umano di sesso indubitabilmente maschile.
Declinare al femminile il termine “sindaco” rende immediatamente impossibile declinare al femminile il termine “vice sindaco”. Se il sindaco è di sesso maschile, il suo vice sarà vicesindaco anche se si tratta di una graziosa fanciulla, se invece il sindaco è di sesso femminile, una “sindaca”, il suo vice sarà “vicesindaca” anche se porta barba e baffi. Tutto questo ovviamente se la logica conserva un minimo di senso, cosa che non darei troppo per scontata.
Le vicende di “vicesindaco” dovrebbero dimostrare abbastanza chiaramente a chi ha conservato un minimo di capacità di raziocinio che la declinazione al femminile (o al maschile) di alcuni termini indicanti cariche o funzioni è priva di senso. Certo, probabilmente non è casuale che termini come “sindaco” abbiano una desinenza al maschile. Forse ha inciso nel formarsi di tale desinenza il fatto che per lungo tempo cariche come quella di sindaco erano riservate esclusivamente agli uomini. Ma lo sviluppo storico, lo stesso in cui si sono formate certe parole, ha modificato, ampliandolo, il modo in cui oggi queste vengono intese. Oggi tutti sanno che il termine “sindaco” indica una carica, non il sesso di chi la ricopre, e nessuno si stupisce se a coprire quella carica è un essere umano di sesso femminile. Le vestali del radicalismo femminista però non si accontentano. Il loro fine non è un linguaggio che serva a comunicare correttamente e, se possibile, in maniera esteticamente gradevole. No, il loro fine è la sessualizzazione del linguaggio. Piene di furore ideologico si riuniscono e modificano a tavolino la lingua parlata per adattarla alle loro fisime ideologiche. E così, dall'oggi al domani, sui giornali e sulle TV tutti parlano di “sindache” e ministre”, stuprando la lingua italiana.
Cosa ci aspetta nel prossimo futuro? La signora Boccassini diventerà una “magistrata”? Addirittura una “pubblica ministera”? E' possibile anche se su questo le vestali sembrano procedere coi piedi di piombo. Chissà, qualche magistrato, maschio o femmina che sia, potrebbe pensare che lo si sta prendendo in giro e spedire ai riformatori linguistici un avviso di garanzia. non si sa mai...

Un po' stupisce che tanta gente, anche lontana dal politicamente corretto si adegui alla barbarie linguistica imperante. Personaggi insospettabili parlano tranquillamente della “sindaca” di Roma, accettano come naturale la violenza al linguaggio che per altri aspetti rifiutano, ad esempio quando definiscono, giustamente, “clandestini i” presunti “profughi”. Come mai?
Molti probabilmente subiscono il ricatto psicologico che sta dietro all'uso di certe parole. Se non dici “sindaca” sei un nemico delle donne, un bieco, immondo, maschilista. Inoltre ritengono che si tratti, tutto sommato, di una questione secondaria. Usiamo pure la parola “sindaca”, che male c'è?
Si tratta di un errore gravissimo, a mio parere. Usare termini come “sindaca” o “ministra” è grave perché usandoli si avalla l'azione di tutti coloro che pensano che la lingua possa essere costruita a tavolino ed imposta d'imperio ai parlanti. Dietro a termini come “sindaca”, o “normodotato” o “afroamericano” non c'è nessuna evoluzione spontanea, molecolare, del linguaggio e neppure alcuna opera di abbellimento dello stesso messa in atto da scrittori e letterati, qualcosa di simile, per intenderci, a quanto fatto da un Dante e da un Manzoni. No, dietro a quei termini c'è solo la prepotenza burocratica di chi usa coscientemente la lingua a fini politico-ideologici. Perché la manipolazione del linguaggio in atto risponde a finalità ideologiche, questo va ribadito con la massima chiarezza. Si vuole costruire una neolingua totalmente funzionale alla ideologia politicamente corretta che sta uccidendo la nostra civiltà. I termini che in qualche modo contrastano con questa ideologia vanno espulsi dal linguaggio, chi li usa va prima emarginato, poi, possibilmente, punito. Chi non usa “sindaca” è un maschilista nemico delle donne, chi rifiuta “afroamericano” è razzista, chi parla di “terrorismo islamico” invece che di “terrorismo di matrice islamica” è islamofobo e così via.
Altro che questione secondaria! NON usare, fra le altre, una parola come “sindaca” vuol dire difendere la libertà di tutti. Degli uomini come delle donne.

venerdì 9 dicembre 2016

MAGGIORITARIO, PROPORZIONALE

I sistemi maggioritario e proporzionale esprimono due diverse concezioni, potremmo dire due diverse filosofie della democrazia. Rispondono a due domande diverse.
Nel sistema maggioritario il corpo elettorale sceglie chi lo governa, nel sistema proporzionale chi lo rappresenta nelle istituzioni. Per i sostenitori del sistema maggioritario la domanda fondamentale è: chi ci deve governare? E ad essa rispondono: “ci deve governare chi vince le elezioni”.
Per i sostenitori del proporzionale invece la domanda fondamentale è: “
chi deve stare nelle istituzioni?” e a questa rispondono: “deve stare nelle istituzioni chi rappresenta il popolo nelle sue varie articolazioni”.
Governabilità contro rappresentanza, quindi.
La contrapposizione ovviamente non è totale ed assoluta. Nei sistemi maggioritari esistono in parlamento una maggioranza ed una minoranza che rappresentano in qualche modo le articolazioni del corpo elettorale; nei sistemi proporzionali la maggioranza sostiene i governi ed assicura in questo modo la governabilità del paese. Il contrasto è di accenti, punti vista, ma non per questo secondario o privo di importanza. Influisce invece, e profondamente, sulla struttura istituzionale degli stati.
Nei sistemi proporzionali il popolo non elegge il capo del governo, meno che mai il capo dello stato. Questo nel proporzionale è un “arbitro imparziale” che ha il compito di “dirigere il gioco” senza cercare di influenzarlo. Gli elettori votano per i vari partiti; una volta eletti, i parlamentari cercano, sotto la regia del capo dello stato, di formare una maggioranza di governo. In questi sistemi non esiste una corrispondenza immediata fra volontà popolare e maggioranze che sostengono i governi. Nel sistema costituzionale italiano, ad esempio, qualsiasi maggioranza si formi in parlamento è lecita, indipendentemente dalla sua coerenza con l'espressione della volontà popolare. La cosa può piacere o non piacere, ma
non viola alcuna norma costituzionale.

La costituzione italiana infatti è
integralmente e coerentemente disegnata in armonia con il sistema proporzionale. Si discute molto in questi giorni della costituzionalità di certe leggi elettorali, e la cosa è leggermente ridicola. Vorrei sapere se esiste qualche altro paese dell'occidente ove non solo si facciano leggi elettorali una volta all'anno, ma tutte corrano il rischio di essere dichiarate incostituzionali. Da dove origina una simile aberrazione? Molto semplice: dalla pretesa di innescare leggi elettorali in qualche modo maggioritarie sul corpo di una costituzione coerentemente disegnata sul proporzionale.
In Italia, quando c'è una crisi di governo il capo dello stato convoca i partiti, affida a qualcuno l'incarico di formare un governo che possa godere dell'appoggio di una maggioranza parlamentare (attenzione, di
una maggioranza, non della maggioranza uscita vincente alle elezioni). Se l'incaricato ce la fa il governo si presenta alle camere per chiedere la fiducia, se no il gioco ricomincia, altre consultazioni, altro incarico, e così via.
Una simile procedura può piacere o meno, ma non ha
niente a che vedere con l'elezione popolare del capo del governo, quindi con la designazione del candidato premier, con le famose “primarie” e cose simili. Non è neppure compatibile con una riforma come quella appena bocciata al referendum. Questa infatti aboliva il senato, ma non toccava minimamente le attribuzioni ed i poteri del capo dello stato, non trasformava in alcun modo l'impostazione proporzionale su cui tutta la nostra costituzione è disegnata.
Non a caso disegnata in questo modo, si può aggiungere. La “costituzione più bella del mondo” è, come sanno anche i poppanti, figlia di un compromesso. Non però di un compromesso fra liberali e socialisti democratici, laici e cattolici, conservatori e progressisti. No, la nostra costituzione è figlia di un compromesso fra forze politiche più o meno occidentali e
comunisti stalinisti. Se si tiene presente questo piccolo particolare tutto si spiega. Ad esempio che nella prima parte della costituzione si parli non solo di alcuni generalissimi principi democratico liberali, ma praticamente di tutto. Di risparmio e lavoro, pace e guerra, scuola e famiglia, chiesa e ricerca scientifica, diritto di sciopero e proprietà privata, cercando sempre, su tutti questi argomenti, di conciliare punti di vista diametralmente opposti.
E, passando dal livello dei principi generali a quello dei meccanismi istituzionali, non è casuale che una costituzione figlia di un compromesso fra forze liberali e cattoliche democratiche, da un lato, e staliniane dall'altro, si caratterizzi per lo scarsissimo spazio che concede alle istanze della governabilità. Capo dello stato “arbitro imparziale”, bicameralismo perfetto, fluidità delle maggioranze, irresponsabilità della magistratura, sono tutte figlie della paura reciproca che caratterizzava i nostri “padri costituenti”. Quando la “costituzione più bella del mondo” è stata scritta i democristiani di De Gasperi temevano che i comunisti di Togliatti tentassero in Italia quello che i loro compagni avevano fatto nei paesi “liberati” dall'armata rossa. I comunisti stalinisti dal canto loro stavano buoni perché temevano i marines. Si sfrondi il discorso sulla costituzione dalla retorica e dall'ipocrisia e si deve constatare che la nostra costituzione è figlia di una situazione di semi guerra civile.
Ma pensare di cambiarla sul serio è vietato. Così abbiamo avuto riforme pasticciate e un po' truffaldine come quella proposta da Renzi, ed abbiamo le chiacchiere sui governi tecnici, di scopo, istituzionali, del presidente eccetera eccetera.
E mentre i politici discutono, ogni giorno sbarcano clandestini che sulla costituzione hanno idee molto chiare. Esiste una sola costituzione, e questa è il CORANO, punto. Ci penseranno loro a mettere tutti d'accordo.

lunedì 5 dicembre 2016

RENZI


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E' stato un referendum su Renzi ed il fiorentino lo ha perso, in maniera nettissima.
I mille giorni di Renzi sono stati caratterizzati da una contraddizione ogni giorno più acuta: quella fra il dire ed il fare, i proclami e la realtà.
Ha parlato di riduzione della pressione fiscale, una sorta di mosca bianca nel panorama della sinistra italiana, occorre ammetterlo. Ma la pressione fiscale la ha lasciata sostanzialmente invariata.
Ha parlato di contenimento del disavanzo, ma ha elargito mance un po' a tutti.
Ha fatto la voce grossa con l'Europa, salvo poi allinearsi a tutti i diktat della UE.
Ha fatto così anche con la riforma istituzionale. Continuo a pensare che fosse giusto superare il bicameralismo perfetto, ma Renzi ha preteso di sostituire ad un senato eletto uno nominato dai consigli regionali: un mostro giuridico. E una gran furbata, se fosse stata approvata la riforma istituzionale avrebbe praticamente regalato il senato al PD; il popolo bue questo lo ha capito, benissimo.
Soprattutto, il governo Renzi ha messo in atto una politica che non ha precedenti in tutta la storia universale. Mai, da nessuna parte, in nessuna epoca, si è vista la marina militare di un paese andare a prendere i clandestini a casa loro per condurli fino alle porte di casa propria. Mai eravamo stati obbligati ad assistere allo spettacolo degradante di navi danesi, svedesi, greche eccetera che raccolgono qua e là un certo numero di clandestini e li portano, TUTTI, in ITALIA. Una cosa umiliante: il bel paese ridotto al ruolo di imbuto d'Europa, un imbuto, tra l'altro, ostruito visto che nessuno ormai vuole più “risorse” a casa sua. Nessuno, tranne l'Italia.

Tutto questo ha pesato, e tanto, nel voto di ieri. Ed ha pesato, tanto, un'altra cosa. Gli italiani sono stufi di governi privi di qualsiasi legittimazione popolare. Non si tratta del fatto che in Italia non è prevista l'elezione diretta del premier. Si tratta della assoluta, totale contraddizione fra chi governa e la volontà dei cittadini così come è stata espressa nel voto. Un tempo i governi erano retti da maggioranze che avevano vinto le elezioni, erano in qualche modo legittimati. Renzi ha governato per mille giorni sostenuto da una maggioranza composta da ex seguaci di Bersani e da transfughi da Forza Italia. Eletti, tra l'altro, grazie ad una legge dichiarata incostituzionale. Qualcosa con nessun precedente, mi pare, nella storia dell'Italia democratica.

E ora? Non ho la sfera di cristallo, non so come andrà a finire. Probabilmente andiamo incontro ad un periodo di fortissima instabilità che potrebbe riservare sorprese molto brutte. Trovo patetico D'Alema che gioisce per la sconfitta del suo nemico: di certo non saranno lui ed gli esponenti della sinistra PD i beneficiari della rotta di Renzi. Il centro destra è profondamente diviso ed in crisi. Riuscirà a rimettersi in forze in tempi brevi? C'è da dubitarne. Il movimento di Grillo potrebbe essere il beneficiario del crollo di Renzi, molto dipenderà dalla nuova legge elettorale che ormai è obbligatorio varare. Renzi era tanto sicuro della vittoria che non si è neppure premunito di fare una legge elettorale valida anche per il senato, una ulteriore prova del suo non profondissimo acume politico.
In ogni caso, è meglio, credo, una fase aperta, che metta di nuovo al centro il corpo elettorale, che l'indefinita prosecuzione della sostanziale sospensione della democrazia che ormai da tempo caratterizza l'Italia.
Di certo non viviamo in tempi facili. Così va il mondo.

martedì 29 novembre 2016

L'ACCERCHIAMENTO IMPERIALISTA

E' uno degli argomenti più usati da chi difende Castro. Cuba era ed è assediata, dicono. “Come potete pretendere che una piccola isola posta a due passi dal gigante imperialista, possa vivere una normale vita democratica?”.
L'eliminazione della dissidenza, le violazioni di elementari diritti umani, le stesse misure “eccessive” di repressione sarebbero una conseguenza dell'”assedio” cui Cuba era, ed è, sottoposta. Ancora una volta la colpa di tutto è dell'imperialismo occidentale, quello americano, per essere precisi.
Non si tratta di un argomento nuovo. E' stato usato per difendere le dittature di Lenin e Stalin prima, quelle di Mao, Pol Pot e dei vari dittatori comunisti poi. Alla base di tutto c'è sempre l'”assedio” la guerra civile, reale o potenziale, che il capitalismo imperialista ha imposto ai paesi che avevano osato sfidarlo.
Il discorso però non sta in piedi, a nessun livello.

Nel 1940, dopo il crollo della Francia, la Gran Bretagna si trovò a dover combattere da sola contro la formidabile macchina da guerra nazista. Tutta l'Europa continentale, dall'Atlantico ai confini con l'URSS, era nelle mani di Hitler. La Russia sovietica, la stessa che Castro ha tanto amato, collaborava amichevolmente col dittatore nazista fornendo alla Germania numerose materie prime necessarie al suo sforzo bellico. La situazione era difficilissima, quasi disperata. Ma mai, anche in una simile situazione, la Gran Bretagna smise di essere una democrazia. Certo, furono posti limiti alla normale vita democratica, ma si trattò di limiti mille volte meno gravi di quelli che per svariati decenni sono stati imposti al popolo cubano, e a quelli sovietico, e cinese, e coreano, e polacco, e ungherese, e rumeno, e albanese, e tedesco orientale, e cambogiano...
Anche nell'ora del pericolo supremo la Gran Bretagna ha continuato ad essere una democrazia liberale.

Da quando è nato, nel 1948, lo stato di Israele è in guerra. Un paese non più grande della Lombardia, con sei – otto milioni di abitanti è circondato da centinaia di milioni di fanatici che sognano solo di cancellarlo dalla faccia della terra. Anche nei periodi formalmente di “pace” Israele è tormentato da continui attacchi terroristici che mietono di continuo vittime fra i civili. Ogni tanto gli eroici militanti di Hammas si divertono a bersagliarlo con missili che uno pseudo filosofo di casa nostra ha definito “armi giocattolo”. Eppure Israele continua ad essere una democrazia. Nel suo parlamento siedono rappresentanti della minoranza araba che spesso e volentieri simpatizza con i terroristi di Hammas. Malgrado sia nel mirino del fondamentalismo islamico in Israele sorgono oltre 200 moschee e la libertà religiosa è rigorosamente garantita. E, sia detto per inciso, gli stessi che giustificano Castro con l'argomento dell'”assedio imperialista” lanciano al cielo strilli di indignazione quando Israele, per difendersi dal terrorismo, mette in atto comprensibilissime misure difensive, come il famoso “muro”. Un embargo colabrodo giustifica oltre mezzo secolo di dittatura feroce, continui attacchi terroristici non giustificano qualche chilometro di filo spinato. Molto significativo.

Ma l'argomento dell'assedio e della guerra civile non sta in piedi, oltre che a livello storico, neppure a livello dell'analisi teorica della dottrina marxista – leninista. E questo per il banale, semplicissimo motivo che è proprio quella dottrina a prevedere, ed a perseguire, la guerra civile.
Lenin riconduce tutta la dialettica sociale alla lotta fra oppressi ed oppressori. Le varie classi sociali non proletarie sono composte da sfruttatori o loro complici, più o meno consapevoli. L'imprenditore è il nemico principale, lo sfruttatore che si nutre di plusvalore operaio. Commercianti ed artigiani, contadini autonomi, professionisti sono, anche loro, sfruttatori, parassiti improduttivi o, nella migliore delle ipotesi, rappresentanti di modi di produzione obsoleti destinati ad essere spazzati via dalla “ruota della storia”. Non si salva neppure la gran massa dei lavoratori dipendenti, degli stessi operai. La classe operaia è rivoluzionaria solo se e quando assimila la “scienza proletaria” di cui il partito è detentore. Se condividono le “illusioni riformiste e piccolo borghesi” gli stessi operai diventano “oggettivamente” complici del “nemico di classe”.
Per Lenin la formazione di classi e ceti diversi non è un fenomeno sociale fisiologico, qualcosa che il movimento molecolare della società tende di continuo a creare e che occorre governare ed inquadrare in regole valide per tutti. No, per il rivoluzionario russo, e per tutti i teorici della rivoluzione comunista, la differenziazione in ceti è classi fa parte della patologia della società. Una patologia storicamente necessaria, certo: buon hegeliano come Marx, Lenin crede nella astuzia della ragione che condurrà la storia al suo fine prestabilito. Ma una patologia che è ormai giunto il momento di estirpare. Lo scontro politico non ha il fine di ottenere il diritto a governare nel rispetto di determinate regole, ha quello ben diverso di distruggere il nemico di classe e rivoltare come un guanto, insieme, la società e la natura umana.
Tutto questo, dovrebbe essere chiaro, non ha assolutamente nulla a che vedere con il gioco democratico, il rispetto per i fondamentali diritti delle persone, il pluralismo sociale e politico. E Lenin, come prima di lui Marx, lo ammette con grande onestà intellettuale. Irride chi parla di democrazia, pluralismo, diritti delle persone. Li considera piccoli borghesi oggettivamente alleati del nemico di classe. Per il rivoluzionario russo, e per tutti i comunisti autentici, la dinamica sociale è da equiparare alla guerra di classe e la guerra di classe si conduce senza troppi scrupoli umanitari. La guerra civile non è quindi, come affermano oggi certi improvvisati difensori di Castro e Guevara, qualcosa che venga imposto ai comunisti da un nemico non democratico e particolarmente aggressivo, è da sempre il fine prestabilito della loro azione.

Nell'Ottobre del 1917 Lenin e Trotskij attuano il colpo di forza, approfittando della situazione di caos totale in cui versa la Russia post zarista. Il colpo riesce, e da subito i bolscevichi dimostrano quali sono le loro intenzioni. Scioglimento della Assemblea costituente, voluta dai bolscevichi, ma “rea” di vantare una grossa maggioranza (il 58% circa) di socialisti rivoluzionari; messa fuori legge di tutti i partiti non bolscevichi; restrizioni alla attività dei sindacati e poi loro riduzione al ruolo di cinghia di trasmissione del partito; progressiva riduzione della stessa libertà interna al partito unico al potere sono le misure che, da subito, i comunisti russi misero in atto. A queste si accompagnarono le confische delle proprietà, prima le più grandi poi anche le più modeste, le restrizioni prima e la abolizione subito dopo della libertà di stampa, la irregimentazione della cultura, le persecuzioni contro la Chiesa. Soprattutto, fu messa in atto una politica di guerra contro i contadini, coloro che, con gli operai, avrebbero dovuto essere i beneficiari privilegiati del bolscevismo. Le selvagge requisizioni della produzione agricola causarono autentiche carestie in cui morirono milioni di esseri umani. Nella patria dei lavoratori risorse il cannibalismo.
L'esperienza delle altre rivoluzioni comuniste, compresa quella cubana, è del tutto simile. Castro si presentò all'inizio come un democratico radicale, ma si guardò bene dall'indire le elezioni che aveva promesso. Si disfece rapidamente dei sui compagni di lotta non comunisti, mise in atto una ondata di nazionalizzazioni e ridusse la piccola proprietà agricola a dimensioni ridicole. Poi avrebbe imposto a tutta l'isola la follia della monocultura. In compenso ampliò rapidamente le dimensioni delle carceri e dei campi di lavoro. Nulla di nuovo sotto il sole, la stessa, tragica trafila dei precedenti esperimenti comunisti. E lo stesso tragico fallimento.

Non mi interessa discutere sulla storia dell'URSS o di Cuba. Quello che voglio sottolineare è che la politica messa in atto dai vari partiti comunisti che, in un modo o nell'altro, si sono impadroniti del potere è sempre stata una politica di guerra. Mettere fuori legge i partiti rivali, abolire la libertà di stampa, eliminare le libertà personali, confiscare senza indennizzo le proprietà grandi e piccole, requisire il raccolto ai contadini, obbligarli ad entrare in fattorie collettive o “comuni popolari” sono atti di guerra. Li si può giudicare come si vuole, ma non si può negare il loro carattere aggressivo e del tutto estraneo allo spirito ed alla lettera della democrazia pluralista. E, se si dichiara guerra a qualcuno è normale che questi combatta, e metta in atto a sua volta misure di guerra. Chi addebita alla guerra civile gli “eccessi” del comunismo dimentica, molto semplicemente che sono stati questi “eccessi” a scatenare la guerra civile. Per tornare alla prima e più importante esperienza di comunismo reale, se Lenin non avesse sciolto la assemblea costituente e non avesse messo fuori legge Cadetti, socialisti rivoluzionari e menscevichi la guerra civile non ci sarebbe stata. E non ci sarebbero stati i ventidue milioni circa di morti che baffone Stalin ha lasciato in eredità al genere umano.
Coloro che parlano delle “pressioni dell'imperialismo” come della causa di quanto anche a loro appare poco difendibile nella esperienza cubana non dicono assolutamente nulla di nuovo. Dal 1917 in poi “l'accerchiamento imperialista” è stata la scusa per mandare al plotone d'esecuzione, o in campi di lavoro non dissimili dai lager nazisti, esserei umani in quantità industriali.
La novità, parziale, è che oggi sono presunti democratici liberali a ripetere questa noiosa favoletta.
L'occidentale progressista, appena smette di dire che l'Islam è una religione di pace, si guarda intorno, gli viene in mente Cuba e cinguetta che, senza quei cattivoni di americani Castro avrebbe creato una stupenda democrazia sociale caraibica. Poi volge lo sguardo alla storia ed assolve, con argomenti simili, quei simpatici dittatori illuminati che sono stati Stalin, Mo e Pol Pot. Il poverino non vive nel mondo reale, ma in una realtà virtuale tutta sua, una specie di video gioco. Non disturbiamolo, l'impatto col mondo vero potrebbe essergli fatale.

domenica 27 novembre 2016

PENSIERINI SU CUBA


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LA STORIA

Su Castro è iniziato il solito festival dell'ipocrisia. “Lo giudicherà la storia” ha detto il presidente Obama. Ma la storia non giudica nessuno. Sono gli uomini che devono giudicare, e già da oggi abbiamo sufficienti elementi per dare un giudizio su Fidel Castro. Obama non vuole esprimerlo questo giudizio? Liberissimo, ma non si richiami, per favore, alla storia. Tra l'altro, richiamarsi al “giudizio della storia” è tipico di chi aspira alla dittatura totalitaria. Molti hanno ricordato, ieri, la famosa frase di Castro “condannatemi, la storia mi assolverà”. Nessuno però ha rammentato che un certo Adolf Hitler pronunciò una frase simile al processo che lo vedeva imputato dopo il famoso putsch di Monaco del 1923. Gli individui cosmico storici non rispondono alle leggi ed alla comune morale. Loro giudice inappellabile è sempre “la storia”. Deportazioni di massa, massacri, eliminazione dei rivali politici, distruzione di ogni libertà, miseria generalizzata...
giudicherà la STORIA!!! 


LA SALUTE, LA ALFABETIZZAZIONE, LO SPORT
Certo, Fidel era un dittatore ma... a Cuba ci sono dei gran begli ospedali, e l'analfabetismo è scomparso, e... quante medaglie hanno vinto gli atleti cubani! Anche questo ci tocca sentire!
La nazionale italiana di calcio vinse due mondiali consecutivi al tempo del fascismo. La squadra olimpica della Germania nazista si qualificò prima nel medagliere alle olimpiadi del 1936. Sempre ai vari giochi olimpici l'URSS e la RDT hanno fatto per decenni incetta di medaglie. E allora? Lo sport è da sempre una delle vetrine privilegiate dei regimi totalitari.
Come la spesa sanitaria. Uno stato che ha in mano tutto può benissimo permettersi di spendere grandi somme in opere destinate a raccogliere applausi ovunque nel mondo. Detto per inciso, sono di Mussolini le "paludi redente" ed Hitler ridusse drasticamente la disoccupazione. Simili exploit però non sembrano migliorare molto la qualità della vita delle popolazioni. Per tornare alle spese sanitarie, anche dando per buoni i dati diffusi da una dittatura opprimente, nella classifica dei vari stati per speranza di vita Cuba occupa il
trentanovesimo posto, con una speranza di vita di 78,22 anni superata non solo da paesi come l'Italia della “malasanità”, terza con 84,84 anni, ma anche da Cile, Bharein, Panama, Qatar, Porto Rico e Costa Rica. Insomma, la sanità cubana è una meraviglia ma a Cuba si muore prima che altrove.
Quanto alla alfabetizzazione, ferme restando le riserve sulla attendibilità dei dati statistici diffusi dalle dittature, tutti gli stati che abbiano anche solo cercato di imboccare la strada della crescita economica hanno fatto passi da gigante in questo settore. Il tasso di analfabetismo nei paesi in via di sviluppo, Africa compresa, è sceso dal 75% al 15% dal 1915 al 1980. Non c'è davvero bisogno di una dittatura totalitaria per insegnare alla gente a leggere e a scrivere. Con una doverosa precisazione: l'analfabetismo è ormai solo un ricordo in occidente, ma in paesi come la Gran Bretagna o l'Italia si possono leggere
anche gli scritti di Guevara e Castro, a Cuba solo questi, o quasi. Non è una differenza di poco conto.
 

L'EMBARGO
Che cattivi gli americani! Hanno messo l'embargo a Cuba! Ecco perché l'isola era tanto povera. Anche questo si sente e si legge.
Fidel ha nazionalizzato senza indennizzo alcuno tutte le imprese americane a Cuba, poi è diventato alleato di ferro della Russia sovietica in un periodo in cui la terza guerra mondiale sembrava non solo possibile ma addirittura probabile. Poi ha installato missili a testata nucleare puntati verso gli Stati Uniti. Questi hanno commesso molti grossolani errori con Cuba, specie, per inciso, durante l'amministrazione Kennedy, il leader maximo dei “liberal”. Ma che il gigante americano non amasse Fidel è piuttosto logico, direi. Del resto, l'embargo è sempre stato un colabrodo e non può assolutamente essere considerato responsabile della povertà estrema dell'isola. La miseria generalizzata è stata la caratteristica di tutte le esperienze di pianificazione burocratica o demagogico - populista, da Cuba al Venezuela, dalla Cina alla Corea del nord. Fidel ha aggiunto ai guai dell'iper centralismo programmatorio la scelta sciagurata della monocultura della canna da zucchero, che ha reso Cuba completamente dipendente dagli aiuti sovietici. Crollata l'URSS l'economia cubana non poteva che collassare, embargo o non embargo.

 

I PROFUGHI
Da quando Castro ha preso il potere un sacco di gente è fuggita da Cuba, si parla di una cifra di quasi un milione e duecentomila di persone. E si tratta di profughi
veri.
Non partivano tranquilli, aspettando il loro turno d'imbarco, sotto lo sguardo benevolo delle autorità. Rischiavano la pelle per lasciare l'isola del socialismo caraibico. Chi veniva preso finiva in carcere, a volte addirittura
fucilato; una situazione ben diversa da quella dei clandestini che sbarcano sulle nostre coste.
Gli esuli cubani arrivavano in un paese immenso, con enormi spazi liberi e la più forte economia del mondo, eppure dovevano faticare per dimostrare il loro status di profughi. Non entravano negli Stati Uniti gridando “Viva Fidel! Hasta la victoria siempre!”. Non chiedevano agli americani di rinunciare ai loro valori, abbandonare le loro tradizioni, cambiare il loro stile di vita. Nella loro grande maggioranza chiedevano solo di diventare buoni cittadini degli Stari Uniti d'America. Di nuovo, una situazione del tutto diversa da quella dei clandestini di casa nostra.
Eppure questi profughi veri non sono mai stati simpatici a tanti progressisti. Pronti a giustificare chi esalta lapidazioni di adultere e decapitazioni di apostati tanti personaggi della “sinistra” italiana ed europea hanno bollato come “biechi reazionari” i cubani che sfidavano i denti degli squali ed i plotoni di esecuzione pur di lasciare l'isola di Fidel. Così va il mondo.

 

CUBA POSTRIBOLO AMERICANO
E' vero, la Cuba precastrista era il paradiso di molti milionari americani in cerca di divertimenti esotici e sessuali, ma che fosse il postribolo degli USA è una delle tante leggende sorte dopo la vittoria di Fidel. In realtà nella Cuba precastrista il livello della prostituzione era grosso modo uguale a quello di altri paesi con caratteristiche socio economiche simili. Lo stesso dicasi per le case da gioco. Cuba è diventata una delle capitali mondiali del turismo sessuale e pedofilo
in seguito al castrismo ed alla sua sciagurata politica economica.
 

PER CONCLUDERE
L'esperienza cubana è in tutto simile a quelle degli altri paesi del “socialismo reale”. Eliminazione della democrazia e delle fondamentali libertà civili. Pianificazione burocratica dell'economia, militarizzazione del lavoro, distruzione della autonomia della società civile. Ed ancora: continua mobilitazione propagandistica delle masse, intrusione soffocante dello stato nella vita privata dei cittadini, irregimentazione della cultura. Insomma, la Cuba di Castro non era, e non è, una semplice dittatura. Era, ed è, una
dittatura totalitaria, un regime soffocante che pretende di regolare in tutto la vita di tutti.
Eppure, tanti che hanno usato parole di fuoco contro il regime di Stalin si commuovono di fronte a Castro e Guevara. L'URSS era brutta, Cuba invece...
Chi è stato a lungo innamorato dell'assoluto sociale vuole conservare qualche speranza, qualche piccolo assoluto in cui credere, malgrado tutto e tutti. E Cuba, la bellissima isola caraibica sembra fatta apposta per alimentare simili speranze romantiche.
Però, sarebbe ora di guardare la realtà in faccia, smettendola con le illusioni e le menzogne.
Raul Castro, succeduto al fratello quale leader maximo, ha annunciato che la morte di Fidel sarà seguita da
NOVE GIORNI di lutto. Nove giorni di un lutto imposto a tutta la popolazione dell'isola! Nove giorni in cui le ceneri di Fidel gireranno Cuba da un capo all'altro ed in cui sarà sospesa o seriamente condizionata ogni normale attività. I cubani che intendevano sposarsi in questi nove giorni faranno bene a rinviare e nozze, chi, sempre in questi nove giorni, compirà gli anni farà bene a non festeggiare. Iniziarono i bolscevichi, imbalsamando la salma di Lenin prima, quella di Stalin dopo. Da allora i funerali dei dittatori totalitari sono sempre stati occasione per adunate oceaniche destinate a puntellare regimi sempre più in crisi. Cuba non fa eccezione. Bastano quei nove giorni di lutto obbligatorio per far capire a chi non voglia tapparsi occhi ed orecchie la natura vera del socialismo castrista.
Purtroppo però il mondo è pieno di persone che amano tapparsi gli occhi e le orecchie.

sabato 26 novembre 2016

FIDEL E ORLANDO ZAPATA


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E' morto Fidel Castro, l'ultimo rivoluzionario.
Invece il 23 febbraio 2010 moriva Orlando Zapata Tamayo.
Chi era Orlando Zapata Tamayo?
Era un operaio cubano dissidente. Membro del gruppo di opposizione Movimiento Alternativa Republicana, fu arrestato il 6 dicembre 2002 e imprigionato per oltre tre mesi. Scarcerato, dopo soli 13 giorni di libertà fu arrestato una seconda volta il 20 marzo 2003. Il suo crimine? Stava partecipando a uno sciopero della fame organizzato dall'”Assemblea per la promozione di una società civile” che mirava alla liberazione dei prigionieri politici. Fu accusato di
VILIPENDIO della figura di FIDEL CASTRO, disordine civile e DISOBBEDIENZA e condannato a 36 ANNI di carcere.
In carcere Zapata iniziò, il 2 dicembre 2009, un nuovo sciopero della fame per protestare contro la norma che gli impediva di indossare l'abito bianco dei dissidenti invece che l'uniforme carceraria.
Morì dopo 85 giorni, nel silenzio della opinione pubblica “progressista” di mezzo mondo.

La storia di Cuba non è diversa da quella degli altri paesi del comunismo reale. Deportazioni, repressioni di massa, condanne a morte. Eliminazione di membri del partito al potere considerati pericolosi concorrenti del leader. Una economia che ha retto solo grazie agli aiuti sovietici e che è letteralmente collassata dopo il crollo dell'URSS. Tramontate le speranze del socialismo tropicale Cuba è diventata una delle capitali mondiali del turismo sessuale e rappresenta nel mondo, insieme alla Corea del Nord, l'ultimo fortilizio del comunismo duro e puro.
In Corea del nord Kim Jong-un è succeduto al padre alla guida del paese, a Cuba Raul Castro è succeduto al fratello quando questi ha dovuto cedere all'età ed alla declinante salute. Nella fase del suo declino storico il comunismo è diventato dinastico! Karl Marx si rivolta nella tomba.
Mentre si organizzano imponenti funerali per Fidel, a Cuba molte migliaia di prigionieri politici sperano, forse, che qualcosa cambi. Ma saranno in pochi a pensare a loro nel momento della ipocrisia post mortem, c'è da scommetterci.

mercoledì 23 novembre 2016

MISURE CONCRETE

E' l'argomento principe di chi difende la politica delle porte aperte ai clandestini, soprattutto vi fa ricorso il nostro amatissimo ministro dell'interno, dottor Angelino Alfano.
“Che proposte concrete fate voi per far fronte alla emergenza profughi?” chiede con aria inquisitoria il geniale ministro. E a chi gli fa sommessamente presente che intanto si potrebbero cominciare ad espellere i moltissimi
non profughi, quelli che di certo non hanno alcun diritto di stare qui da noi, risponde, con aria visibilmente seccata: “ma gli stati da cui provengono non li rivogliono indietro...”.
Si risponde proprio così il
ministro degli interni della repubblica italiana!

Vediamo un po'.
Tutti i media parlano di profughi, gente in fuga dalle guerre, rifugiati che scappano di fronte a chi li minaccia di morte. Ma di solito persone di questo tipo fuggono di nascosto, cercano di passare i confini di notte per sfuggire a polizia di frontiera, controlli, blocchi stradali.
Con i profughi che arrivano qui da noi le cose sembrano andare un po' diversamente. Partono da paesi lontani a volte migliaia di chilometri dal nostro, attraversano numerosi stati, varcano molti confini senza che nessuno li fermi, chieda loro un documento, controlli un passaporto. Infine arrivano nei paesi del nord Africa e li si imbarcano, alla luce del sole. Nessuno disturba le operazioni di imbarco, partono come se nulla fosse, dopo aver diligentemente aspettato il loro turno. E i paesi che li hanno fatti passare, che hanno permesso loro di partire indisturbati
non li rivogliono indietro!
Qualcuno riesce ad immaginare decine di migliaia di clandestini australiani che si imbarcano per la Nuova Zelanda senza che in Australia nessuno dica loro nulla? Ed un governo australiano che rifiuta i clandestini che quello neozelandese rimanda al mittente? Avrebbe un minimo di normalità una situazione di questo genere? Basta porsi la domanda per avere la risposta. Eppure
è questo ciò che accade con l'Italia. E di fronte ad una simile, assoluta violazione di ogni legalità i nostri ministri allargano le braccia e borbottano: “gli stati di origine non li vogliono”...

Parliamoci chiaro, una volta tanto. Se le cose stanno così quella con cui stiamo facendo i conti è una autentica
invasione. La situazione non ha nulla di normale, non è in nessun modo conforme a nessuna legge, nessun diritto. Chi chiede con aria inquisitoria: “quali sono e vostre proposte concrete?” dovrebbe, tanto per cominciare, iniziare a capire che le “misure concrete” che si debbono adottare in una situazione di illegalità generalizzata non possono essere le stesse possibili in una situazione normale.
Se si vuole davvero contrastare un fenomeno le “misure concrete” si trovano. Si possono bombardare i barconi,
VUOTI ovviamente, nei porti di partenza. Si possono rispedire al mittente i clandestini debitamente scortati da militari. Si possono creare campi di raccolta per migranti, debitamente protetti dalle forze armate, in territorio nord africano. Si possono velocizzare al massimo le pratiche volte a stabilire chi è e chi non è “profugo”, eliminando la possibilità dei ricorsi. Si possono compiere operazioni mirate contro la malavita che organizza i viaggi. Non è vero che misure concrete ed efficaci non siano possibili.
Sento già gli strilli di protesta. “NO! Si tratta di misure eccessive, pericolose! La via migliore è negoziare con i governi dei vari paesi africani!”
Beh... a parte il fatto che certi pesi africani sono privi di governo, a parte questo piccolo dettaglio, sono dispostissimo a concordare con chi invita alla trattativa con i governi. Però...
Però mi viene in mente una storiella. Tizio compra casa da Caio. Il prezzo che Caio richiede gli sembra troppo alto ed inizia a trattare per farselo ridurre. Però prima di iniziare a trattare consegna a Caio un assegno in bianco. Ecco, i nostri intelligentissimi ministri si comportano più o meno nello stesso modo. Intendono trattare coi governi ed intanto traghettano tutti i giorni migliaia di clandestini sulle nostre coste. Perché mai i governi africani dovrebbero collaborare per frenare l'emigrazione illegale quando l'Italia ha messo in atto un autentico servizio taxi per i clandestini? I governi africani non hanno molta voglia di tenersi casa i “migranti”, perché dovrebbero farlo se intanto noi ce li prendiamo tutti? Agire come agisce il nostro governo significa, molto semplicemente, rendere impossibile o inutile ogni trattativa, firmare ai governi del nord Africa un assegno in bianco. Si aggiunga che il signor Renzi è riuscito ad inimicarsi l'Egitto, uno dei pochissimi stati africani a lottare sul serio contro il terrorismo e deciso a contrastare le migrazioni illegali, e la misura, direi, è colma.

Del resto, quando il ministro Alfano chiede, con occhi fiammeggianti, al suo povero interlocutore “quali misure concrete proponete?” gli si può tranquillamente girare la domanda. “e
VOI quale misure concrete proponete?”. In fondo è lui il ministro, LUI ha il compito di proporre misure concrete.
Le uniche misure concrete che il governo mette in atto sono queste: si fanno entrate
TUTTI, ma proprio tutti, dopo di che si implorano i paesi europei di prendersi un po' di coloro che noi andiamo a traghettare sulle nostre coste. I governi europei rispondono picche ed il ministro Alfano gira l'Italia cercando di piazzare un po' qui un po' la quelle preziose “risorse” che sarebbero i clandestini. E, cosa più grave di tutte, non si mette alcun limite a tutto questo. Ne abbiamo accolto duecentomila? Ne accoglieremo cinquecentomila, e poi un milione e poi dieci milioni. Nessuno dice: “fin qui si può arrivare, oltre no”. Tutta l'attenzione del governo è volta alla distribuzione di clandestini, non al blocco degli sbarchi. Se ne arrivassero cento milioni il ministro Alfano chiederebbe ai comuni ad accogliere ognuno cento o duecentomila “profughi”, Senza limiti. La via della accoglienza è infinita.
Si parla in questi giorni di requisizioni di alloggi, addirittura delle seconde case. Non so se si tratti di notizie vere. Ma, in ogni caso, se la attuale tendenza non viene interrotta, e presto, le requisizioni diventeranno l'unica “misura concreta” possibile. Se si continua a fare entrare gente al ritmo di mille, duemila e più persone al giorno da qualche parte bisogna pur metterla questa gente. Hanno saturato le strutture pubbliche, hanno iniziato a requisire alberghi od ostelli di proprietà privata. Passeranno, alle seconde case e poi alle prime. Per ora si limitano ad incentivare, pagandole con soldi di tutti, le famiglie che intendono “adottare un migrante” fra un po' potrebbero
OBBLIGARE la gente a simili “adozioni”. Se non sifermano gli sbarchi misure simili sono INEVITABILI. Ed altrettanto inevitabili saranno le reazioni di gente che ormai non ne può più di subire le conseguenze della follia buonista.
Ma il ministro Alfano a queste cosette non pensa. Ogni volta che compare in TV si aggiusta il cravattino buono, rotea gli occhi fiammeggianti e chiede “voi che misure concrete proponete?”. Poi elargisce al popolo bue un sorriso grondante intelligenza.
Amen.