Per
la ambasciatrice americana all'ONU
l'astensione USA sulla risoluzione che condanna Israele per gli
insediamenti nei “territori” garantirebbe la “sicurezza dello
stato ebraico. Tale risoluzione favorirebbe una soluzione in linea
col principio “due
popoli due stati”,
la sola in grado di garantire la pace ed insieme la sicurezza di
Israele.
La questione è piuttosto importante, e val la pena di
esaminarla in dettaglio. Vediamo.
Due
popoli due stati.
Sono
in molti, in occidente a parlare di “due popoli due stati” ed
anche in medio oriente ci sono dei leader arabi che ripropongono ogni
tanto questo slogan. Ma si tratta, nella gran maggioranza dei casi,
di pura mistificazione.
I due popoli per due stati ci sarebbero
dal 1948 se i paesi arabi avessero accettato la risoluzione 181
del 29 novembre
1947. Tale
risoluzione infatti dava vita, insieme, allo stato di Israele e ad
uno stato arabo palestinese, i famosi due stati per due popoli. Gli
israeliani accettarono tale risoluzione, tutti i paesi arabi NO.
Non era passata un'ora dalla approvazione di quella risoluzione che i
vari stati arabi attaccavano militarmente il neonato stato di
Israele. Da quel momento è stata guerra, una guerra che dura ancora
oggi. Ed ancora oggi i
movimenti palestinesi rifiutano l'esistenza dello stato ebraico.
Hammas la rifiuta in maniera esplicita e nettissima. Ecco cosa dice
in proposito il suo statuto:
“Il
Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia
un sacro deposito (waqf),
terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno
della resurrezione.
Non è accettabile
rinunciare ad alcuna
parte di essa. (...)
la Palestina è terra
islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del
giudizio”. Più
chiari di così si muore, altro che “due popoli due stati”!
La
autorità nazionale palestinese dal canto suo non parla più di
distruzione dello stato di Israele, ma si guarda bene dal
riconoscerne esplicitamente il diritto alla esistenza entro confini
sicuri. In particolare la ANP rifiuta di riconoscere Israele come
stato ebraico e pretende che tutti i “profughi” palestinesi
possano rientrarvi. I palestinesi però hanno questo di
particolare: possono tramandarsi di padre in figlio lo status di
profugo. Così nel tempo questi profughi sono
incredibilmente cresciuti di numero, oggi sono circa cinque milioni
di persone, quasi lo stesso numero degli ebrei israeliani. Per
capirci, far tornare questi profughi in Israele sarebbe come
accettare in Italia una quarantina di milioni di “profughi”
musulmani. E' più che evidente che un simile ritorno distruggerebbe
Israele in quanto stato degli ebrei. Per la ANP quindi “due popoli
due stati” significa, insieme, creazione di uno stato palestinese e
fine di Israele in quanto stato ebraico. In maniera meno diretta e
brutale si persegue lo stesso obiettivo di Hammas: la distruzione di
Israele.
I territori
I
famosi territori di cui tanto si parla sono stati conquistati da
Israele nella guerra dei sei giorni del 1967. In quella guerra
Israele sconfisse una coalizione di paesi arabi, guidata dall'Egitto,
che lo avevano aggredito mirando a cancellarlo dalla faccia della
terra.
Chi considera i famosi “territori” una conquista
“coloniale” degli “imperialisti israeliani” provi a fare un
piccolo esperimento mentale.
E' appena finita la seconda guerra
mondiale. L'Italia la ha condotta dalla parte sbagliata, ha
assecondato la follia aggressiva e criminale della Germania
hitleriana ed è stata sconfitta. Come conseguenza della sconfitta ha
perso l'Istria, che è passata alla Jugoslavia. L'Italia però
reclama a gran voce l'Istria ed accusa gli Jugoslavi di essere degli
aggressori colonialisti. Non solo. Chi governa il nostro paese non si
accontenta di rivolere l'Istria, ma strilla a gran voce che la
Jugoslavia non ha diritto di esistere
e che tutto il suo territorio deve diventare parte
dell'Italia.
Sembra fantascienza vero? Eppure è esattamente
quello che accade per Israele. Gli arabi hanno perso dei territori
perché sconfitti in una guerra di aggressione; malgrado questo, non
si accontentano di reclamare i territori persi ma negano ad Israele
vincitore il diritto di esistere. Se una cosa simile avvenisse in
qualsiasi altra parte del mondo le grida di protesta toccherebbero il
cielo. Ma succede in medio oriente, riguarda i rapporti arabo
israeliani, quindi è tutto normale.
Sano
realismo
Israele
non ha mai fatto della conservazione dei territori un dogma
intoccabile. Gli israeliani, o almeno, la loro netta maggioranza,
desiderano solo di poter vivere in uno stato come tutti gli altri.
Uno stato con confini sicuri, universalmente riconosciuto, non
obbligato a difendersi da continui attacchi terroristici. Insomma,
uno stato di cui nessuno debba dire che “ha diritto di esistere”.
Al fine di raggiungere questo obiettivo gli israeliani hanno
rinunciato in passato a grandi porzioni dei territori occupati.
L'Egitto ad esempio aveva perso il Sinai nella guerra dei sei giorni,
gli è stato restituito quando il presidente Sadat, superate le
vecchie posizioni nasseriane ed antisemite, ha fatto proprio una
politica realistica ed ha riconosciuto lo stato di Israele. Da allora
Egitto ed Israele hanno convissuto l'uno accanto all'altro, in pace.
Si è trattato di un fatto probabilmente senza precedenti nella
storia: un paese subisce una aggressione, vince una guerra, conquista
delle terre che successivamente cede in
cambio del semplice riconoscimento diplomatico.
Quale stato “imperialista”, anzi, quale stato tout court si è
mai comportato in questo modo?
E qualcosa di simile è avvenuto
nei confronti dei palestinesi che reclamano un loro stato. I
palestinesi il loro stato lo avevano avuto nel 1948, e lo hanno
rifiutato; la Giordania del resto può a tutti gli effetti essere
considerata uno stato palestinese. Dopo lunghe esitazioni gli
Israeliani hanno accettato il principio dei “due popoli due stati”,
anche se tutto l'atteggiamento dei palestinesi avrebbe giustificato
una loro chiusura su questo punto. Si sono ritirati da Gaza per
cederla ai palestinesi (cosa che l'Egitto non aveva mai fatto) ed
hanno concesso ai palestinesi di Cisgiordania una amplissima
autonomia.
Ma gli israeliani, se sono realisti, non sono per
questo ingenui: pretendono che un eventuale stato palestinese
riconosca Israele, e lo riconosca per quello che è, lo stato degli
ebrei, gli riconosca dei confini difendibili e non chieda in cambio
di tale, normalissimo, riconoscimento, ritorni in massa dei
“profughi” palestinesi. Uno stato palestinese che nascesse senza
che questo fosse stabilito con la massima chiarezza sarebbe una spina
nel fianco di Israele e ne comprometterebbe la sicurezza. Basti
pensare che se venissero ripristinati i confini del 1967 i missili
palestinesi potrebbero colpire tutti i giorni Tel Aviv. Gli
israeliani fanno benissimo a non cedere su questo
punto.
Gerusalemme
“Gerusalemme
è una città santa per tre religioni” si dice e si ripete spesso e
volentieri. La affermazione è vera nella sostanza, ma gravemente
inesatta. Gerusalemme è certamente sacra per due
religioni: quella ebraica e quella cristiana. Lo è anche per la
religione musulmana solo perché i musulmani hanno la pessima
abitudine di dichiarare sante per l'Islam molte delle città che
conquistano.
Ma, tralasciamo. Dato per scontato che Gerusalemme
sia una città sacra per le tre religioni monoteiste, resta da porsi
una domanda: quale amministrazione è più affidabile nel garantire
ai fedeli di tutte
e tre le religioni
la libera professione della propria fede? Una Gerusalemme
amministrata dagli israeliani garantirebbe maggiore o minore libertà
di culto rispetto ad una Gerusalemme amministrata dai palestinesi? I
musulmani sono più o meno tolleranti in materia religiosa degli
ebrei? Basta porsi la domanda per avere la risposta. In Israele,
paese grande quanto la Lombardia e costantemente nel mirino del
terrorismo islamico, sorgono più di 200 moschee, quante sinagoghe
esistono a Gaza? Quanto in Siria, quante in Iran?
Insediamenti
Gli
israeliani controllano territori che hanno conquistato in una guerra
combattuta per garantire l'esistenza del proprio stato. Potrebbero
cederne una gran parte, ma non possono farlo fino a che i palestinesi
non riconosceranno senza se e senza ma il diritto di Israele ad
esistere.
E' ammissibile che gli ebrei israeliani non possano
vivere in nessuno dei territori solo perché questi potrebbero in
futuro far parte di uno stato palestinese? Israele dovrebbe
sobbarcarsi gran parte dei costi dell'amministrazione di territori in
cui nessun suo cittadino dovrebbe avere il diritto di abitare? In
Italia è esistito per molto tempo un movimento indipendentista in
Alto Adige. Questo avrebbe dovuto impedire che in quel territorio
vivessero cittadini italiani? Pochi, credo , potrebbero sostenere
una simile tesi.
Cosa sono, alla fin dei conti questi famosi
insediamenti?
Non sono altro che normalissime costruzioni di abitazioni
civili
in cui vanno a vivere dei civili
israeliani.
Tempo fa, a poche decine di metri dalla casa in cui vivo è stata
costruita una villetta in cui è andata a vivere una famiglia
albanese. Né io né nessun altro ha parlato di “insediamenti”,
“aggressione coloniale” o simili idiozie. Lasciamo perdere gli
esempi personali. In Israele vivono moltissimi arabi e nessuno parla
di “colonizzazione” araba dello stato ebraico. Per i palestinesi
la questione si pone in maniera del tutto diversa. Dove
vivono loro non possono vivere gli ebrei, quanto meno, non possono
vivere come liberi cittadini dotati dei loro stessi diritti e doveri.
Quando gli israeliani hanno ceduto Gaza tutti gli abitanti ebrei
della striscia hanno dovuto abbandonarla. Sono state smantellate le
sinagoghe, addirittura rimosse le salme dai cimiteri. Qualsiasi
traccia della presenza ebraica costituiva una insopportabile “offesa”
per i palestinesi, quindi doveva essere cancellata, con la massima
cura. Su questa base dovrebbero sorgere i famosi “due stati” per
“due popoli”? Tutti coloro che appoggiano la soluzione dei due
stati, sulla carta del tutto ragionevole, dovrebbero quanto meno
porsi il problema dei diritti degli ebrei che per ventura dovessero
trovarsi a vivere in uno stato palestinese. Ma i “pacifisti”
questo problemino non se lo pongono. Pronti a strillare per ogni
presunta violazione dei diritti dei palestinesi trovano del tutto
normale la pretesa palestinese di non vedere neppure un ebreo nei
loro territori, salvo poi cercarli, gli ebrei, quando c'è da trovare
un lavoro o avere forniture di acqua e gas.
Ipocrisia
Per
concludere, la vicenda dei “territori” mostra tutta la doppiezza
e l'ipocrisia dei sostenitori della causa palestinese. Gli israeliani
hanno conquistato i territori in una guerra combattuta per affermare
il loro diritto ad esistere, ma dovrebbero cederli senza avere in
cambio neppure il riconoscimento diplomatico. Sostengono gran parte
dei costi per la gestione dei territori ma nessun cittadino
israeliano può vivere negli stessi, devono accogliere i “profughi”
palestinesi ma questi non possono ammettere che un ebreo possa vivere
accanto a loro. La sola esistenza di un cittadino ebreo costituisce
una “offesa” per loro. E tutto questo sarebbe “pacifismo” e
“tolleranza”. Servirebbe addirittura, come con somma ipocrisia ha
detto l'ambasciatrice statunitense all'ONU, alla “sicurezza di
Israele”. Si tratta invece di antisemitismo,
puro e semplice.