domenica 8 novembre 2015

"SULLA DISUGUAGLIANZA" di Harry G. Frankfurt

Sulla disuguaglianza

“L'uguaglianza economica non è di per se moralmente importante e, allo stesso modo, la disuguaglianza economica non è in se moralmente riprovevole” (1) Questa la tesi di fondo sostenuta dal filosofo americano Harry G. Frankfurt ne “Sulla disuguaglianza”, Ugo Guanda editore.
Ciò che è importante non è che tutti abbiano la stessa quantità di denaro ma che ciascuno ne abbia abbastanza per condurre una buona vita: “non è importante che tutti abbiano lo stesso ma che ciascuno abbia abbastanza” (2), prosegue Frankfurt. Questa concezione, alternativa all'egualitarismo è chiamata da Frankfurt “dottrina della sufficienza”.

Con un argomentare sorretto da una logica tagliente e rigorosa Frankfurt confuta tutti gli argomenti a favore dell'egualitarismo mostrando che si basano, nella migliore delle ipotesi, su banali equivoci.
Sembra ad esempio che l'uguaglianza sia intuitivamente cosa buona. Ogni persona dotata di normali sentimenti umanitari non può che sentirsi profondamente a disagio di fronte allo spettacolo della estrema povertà in cui versano tanti esseri umani. Ma, siamo sicuri che sia proprio la disuguaglianza ciò che ci turba in casi simili? Frankfurt lo nega. Ciò che turba intuitivamente nello spettacolo della miseria non è tanto la disuguaglianza quanto la miseria stessa. E' il fatto che ci siano persone che muoiono di fame ad apparirci intollerabile, non il fatto che i loro redditi non siano uguali a quelli di chi è più fortunato di loro. L'uguaglianza in fondo potrebbe essere assicurata “stabilendo che tutti i redditi devono essere ugualmente al di sotto della soglia di povertà.” (3). Una simile situazione apparirebbe intuitivamente alla gran maggioranza egli esseri umani come deplorevole, anche se fondata sul più rigoroso ugualitarismo. Ad essere inaccettabile nello spettacolo della povertà non è tanto la violazione del principio egualitario quanto quella del principio di sufficienza. Ma il principio egualitario e quello di sufficienza sono logicamente indipendenti. Ciò che può essere sostenuto a sostegno di uno non può nel contempo esser sostenuto a sostegno dell'altro.”Eppure i sostenitori dell'ugualitarismo suppongono spesso di aver fornito prove a favore della loro posizione quando invece ciò che producono corrobora soltanto la dottrina della sufficienza” (4).

Qualcuno, anche fra gli egualitaristi, ritiene davvero che sia cosa buona cosa mettere al centro della propria vita l'obiettivo di avere lo stesso livello di ricchezza di una certa persona? Poniamo che Tizio sia molto portato per la matematica o che abbia del talento musicale. Potrebbe dedicarsi a studi scientifici o cercare di diventare un buon compositore, ma non lo fa. A Tizio interessa soprattutto riuscire ad avere lo stesso reddito di Caio. Valuta che solo se intraprende la carriera imprenditoriale può sperare di eguagliare le ricchezze di Caio, perciò non si occupa né di scienze né di musica ma cerca di diventare imprenditore. Giudicheremmo razionale il comportamento di Tizio? Vorremmo che un nostro figlio si comportasse come lui? Basta porsi la domanda per avere la risposta: un NO secco.
A volte si rinuncia, è vero, a sviluppare le proprie potenzialità e si accetta, per motivi economici, di fare lavori che non piacciono troppo. Ma in questi casi si mira alla sufficienza delle condizioni economiche, non alla loro uguaglianza con quelle di di qualcun altro. Una cosa è dire: “faccio questo lavoro che non mi piace troppo perché ho bisogno di un reddito”, cosa del tutto diversa dire: “faccio questo lavoro perché solo facendolo ho la possibilità di guadagnare quanto Tizio”. Chi mette al primo posto l'uguaglianza economica è portato inevitabilmente a trascurare quelli che sono i suoi interessi più particolari e peculiari. Ciò che conta per lui è solo uguagliare il livello di benessere di altri. In questo senso “sopravalutare l'importanza morale della uguaglianza economica (…) è dannoso perché alienante. Ci separa dalla nostra realtà individuale e ci porta a concentrare l'attenzione su desideri e bisogni che non sono nel modo più autentico i nostri” (5)

Frankfurt non affronta nel suo saggio, e si tratta di un limite, a modesto parere di chi scrive, il problema del rapporto fra uguaglianza e libertà. Non centra le sue critiche all'ugualitarismo sul noto argomento liberale secondo cui l'uguaglianza è, al di sopra di certi livelli, nemica della libertà; si limita a citare, mostrando di condividerla, tale argomentazione. Oggetto della sua vis polemica è la convinzione, purtroppo abbastanza diffusa, secondo cui l'uguaglianza sarebbe, in quanto tale, un valore moralmente positivo. Il filosofo americano capovolge il discorso: anche nei casi in cui è bene fare scelte egualitarie queste non si fondano sull'eccellenza morale dell'uguaglianza in quanto tale. Bellissima è a questo proposito la confutazione della tesi del filosofo liberale Isaiah Berlin secondo cui l'uguaglianza non richiede particolari ragioni mentre la disuguaglianza le richiede. Se devo dividere una torta fra dieci persone e non ho su queste nessuna informazione dividerò la torta in parti uguali, afferma Berlin. Solo se ho qualche informazione sulle persone fra cui la torta dovrà essere divisa farò parti diseguali. Potrei venire a sapere che Tizio soffre di diabete, quindi è bene che non mangi torte, o che Caio è particolarmente affamato. Potrei anche venire a sapere che Sempronio è il pasticcere che ha fatto la torta e decidere di conseguenza che questa spetta tutta a lui. Far parti diseguali richiede ragioni e conoscenze, farle uguali no. Quella egualitaria è la prima scelta che si compie, quella più “naturale”. Stavolta però Berlin, pensatore di grande acutezza, sbaglia. Se chi deve dividere la torta non ha nessuna informazione particolare sulle dieci persone fra cui questa deve essere divisa, argomenta Frankfurt, “ciò significa che le informazioni rilevanti di cui dispone (…) sono esattamente le stesse. Ma se le informazioni rilevanti (…) sono identiche (…) sarebbe arbitrario e non rispettoso trattare le persone in modo diverso”. (6)
Se l'unica cosa che so di due persone è che si tratta di due esseri umani, devo considerarle uguali fra loro: questo sono, in base alle informazioni in mio possesso. E se devo considerarle uguali devo trattarle in maniera uguale. Ciò che ci spinge a dividere in dieci parti uguali la famosa torta non è il valore morale dell'uguaglianza in quanto tale, ma il principio, di origine aristotelica, secondo cui bisogna trattare in maniera uguale gli uguali ed in maniera diseguale i diseguali. La stessa uguaglianza liberale dei diritti fondamentali si basa, o si basa anche, a ben vedere le cose, su qualcosa di simile. Tutte le persone sono profondamente diverse fra loro, ma sono anche tutte uguali, se considerate come genericamente appartenenti alla specie umana. In quanto esseri genericamente umani Tizio, Caio e Sempronio, Anna, Laura e Maria sono uguali fra loro, al di là di tutto ciò che li differenzia. Tutti, e tutte, devono perciò godere degli stessi diritti fondamentali. L'ugualitarismo filosofico non è il principio base neppure laddove sembra, a prima vista, inattaccabile.

Non è possibile esporre qui tutte le argomentazioni, sempre stringenti, di Frankfurt. Personalmente ho trovato particolarmente godibili le pagine dedicate a coloro che fondano la richiesta di uguaglianza sulla decrescita della utilità marginale. Più cresce la quantità di un certo bene minore diventa la sua utilità marginale. Se sto attraversando il deserto l'acqua avrà per me un enorme valore. In situazioni normali però l'acqua è piuttosto abbondante ed il suo valore marginale, il valore cioè di una unità di acqua in più che si aggiunge alla quantità di acqua già in mio possesso, sarà piuttosto basso. Togliere beni a chi ne ha già in abbondanza per darli a chi ne ha pochi massimizzerebbe l'utilità marginale aggregata: chi più ha vedrebbe ridurre di poco la propria utilità e chi ha poco la vedrebbe accrescere invece in misura considerevole. Questa teoria si basa però, argomenta Frankfurt, su due premesse entrambe false: primo, che tutte le persone abbiano la stessa scala di utilità e, secondo, che l'utilità marginale del denaro sia sempre decrescente. In particolare non è vero che l'utilità marginale del denaro decresca sempre, né che decresca in maniera uguale per tutti. Se è generalmente vero che, per una certa persona, l'utilità di un certo bene decresce al crescere della sua quantità, questo non è vero per il denaro. Il denaro infatti consente di passare da un bene all'altro, di sostituire un bene la cui utilità si rivela decrescente con un altro la cui utilità è invece crescente. La gran quantità di acqua che ho a disposizione fa si che per me l'acqua abbia una utilità marginale bassa, ma il denaro mi consente di sostituire parte dell'acqua con vino o birra che in un certo momento hanno una utilità marginale più alta. Anche prescindendo dalle difficoltà di ogni concezione che fondi la morale su considerazioni utilitaristiche, la posizione di chi difende l'uguaglianza con la massimizzazione della utilità aggregata risulta insostenibile.

Come si è visto Frankfurt oppone all'ugualitarismo il principio di sufficienza: non è importante che tutti abbiano lo stesso livello di ricchezza, è invece importante che tutti abbiano abbastanza. Frankfurt non sostiene che col suo principio intende garantire a tutti un livello minimo di sussistenza: non è bello per nessuno vivere sull'orlo del baratro. Sostiene al contrario che sarebbe moralmente accettabile che ognuno avesse il necessario per vivere una buona vita. Il concetto è, come si vede, abbastanza indeterminato. Quando si vive una buona vita? E, vivere una buona vita significa non essere interessati ad eventuali miglioramenti della propria esistenza? E, visto che si parla per lo più di uguaglianza economica, il denaro basta forse a garantirci una vita buona?
A queste domande non ci sono risposte precise. Non occorre essere critici del “Dio denaro” per sapere che questo non basta affatto a garantirci una esistenza degna di essere vissuta, tuttavia è molto difficile immaginare una esistenza buona, o anche solo decente, in condizioni di grande povertà. Quanto al resto, vivere una buona vita non significa non essere interessati ad ulteriori miglioramenti delle proprie condizioni, significa solo che questo interesse non diventa per noi un assillo. Sarei contento se avessi una maggior quantità di denaro, ma il non averla non mi rende infelice, esattamente come sarei contento di essere più alto di una decina di centimetri, ma non vivo nella depressione per il fatto di non esserlo. Non esiste un confine netto che separi la vita buona dalla vita che buona non è, e che ci dica, con matematica precisione, quando la vita è buona. Esistono però dei criteri che ci permettono di distinguere con sufficiente approssimazione la vita buona dalla vita cattiva, e tanto può bastare. L'etica non è una scienza esatta.
Val la pena di sottolineare la radicale differenza fra il principio di sufficienza e l'ugualitarismo. Poniamo che Tizio guadagni 30.000 euro al mese, Caio 3.000 e Sempronio 500. Tizio guadagna 27.000 euro e dieci volte più di Caio. Caio a sua volta guadagna 2.500 euro e sei volte più di Sempronio. Dal punto di vista del principio egualitario sarebbe più importante eguagliare la posizione di Caio a quella di Tizio, che non quella di Sempronio a quella di Caio. Invece è vero il contrario. Il compito davvero importante è avvicinare le posizioni di Caio e Sempronio, non quelle di Tizio e Caio. E le posizioni di Caio e Sempronio vanno avvicinate non per amore dell'uguaglianza, ma perché un reddito di 500 euro mensili non consente una vita buona, e neppure decente.
Frankfurt non indica quali politiche andrebbero perseguite al fine di realizzare il suo principio di sufficienza e questo è, probabilmente, un altro limite del suo saggio, tuttavia non credo che il filosofo americano sia favorevole a politiche troppo redistributive. Il principio di sufficienza richiede, per essere posto in essere, politiche di stimolo agli investimenti, all'innovazione tecnologica, all'impresa ben più che velleità alla Robin Hood.

Harry Frankfurt aveva pubblicato qualche anno fa un bellissimo libretto dal titolo assai intrigante: “Stronzate”. In questo breve saggio il filosofo americano attaccava quella nefasta categoria di persone che sparano continuamente stronzate, cioè enunciati che non hanno relazione alcuna con un qualsivoglia valore di verità. Con questo “Sulla diseguaglianza” Frankfurt forse supera, a mio modesto parere, la sua stessa, gustosissima, opera precedente.
Sulla disuguaglianza” si compone di 93 paginette, tutte da leggere, e da gustare, con la massima attenzione, perché in tutte è scritto qualcosa di importante. Poche paginette prive di inutili tecnicismi ed artificiosi ermetismi, scritte in stile chiaro e sorrette da una logica rigorosissima. L'esatto contrario delle opere di certi presunti maestri del pensiero che si dilungano per centinaia di spesso incomprensibili pagine, cadendo in continue contraddizioni, senza dire assolutamente nulla. Ciò che è veramente profondo può essere quasi sempre espresso in maniera chiara, sono le banalità pseudo filosofiche che si ammantano di oscurità. “Ho letto il libro del tale... era tanto difficile, non ci ho capito nulla”, si sente dire a volte. Chi fa simili affermazioni confonde spesso la difficoltà di un'opera con l'oscurità del suo linguaggio. Spesso la difficoltà è inevitabile, ma l'oscurità ermetica serve sempre a nascondere la banalità del nulla. O emerite stronzate.
Per fortuna c'è ancora qualcuno che scrive cose che meritano di essere lette! Il professor Frankfurt è una di queste poche, preziose persone.








NOTE
1) Harry G, Frankfurt: Sulla disuguaglianza, Ugo Guanda editore 2015. pag. 20
2) Ibidem pag. 20 21.
3) Ibidem pag. 17
4) Ibidem pag. 51
5) Ibidem pag. 25
6) Ibidem pag. 85






venerdì 6 novembre 2015

IL PROFESSOR BOERI E LE PENSIONI

Il presidente dell'INPS, professor Tito Boeri è un implacabile nemico di quelle che per lui sono “pensioni d'oro”.
Pensioni d'oro, un'altra espressione linguistica creata al puro scopo di ingannare la gente. Sarebbero infatti “d'oro” le pensioni al di sopra dei 3.500 euro mensili lordi, insomma, le pensioni che assicurano al pensionato un livello di vita decente. Ma, a parte ogni considerazioni sul livello di vita di chi percepisce pensioni oltre questa soglia, è fin troppo chiaro ciò che persegue chi le definisce “d'oro”. Il pensionato che gode di una pensione decente è un privilegiato che dovrebbe costantemente scusarsi per il solo fatto di non essere alla fame e che è doveroso taglieggiare quando si va a caccia di soldi, per i più svariati motivi.
Poco tempo fa il professor Boeri aveva proposto di tagliare le pensioni di chi decide di andare a vivere all'estero, ma le sue parole erano state accolte da un imbarazzato silenzio. Ora tira fuori dal cappello un'altra brillantissima idea. Occorre, dice il professore, garantire un reddito di almeno 500 euro mensili agli “over 55”  che abbiano perso il lavoro. Come finanziare questo reddito? Elementare, tagliando le “pensioni d'oro”. Chi supera i 5.000 euro mensili lordi dovrà versare un contributo si solidarietà, alle pensioni fra i 3.500 ed i 5.000 euro mensili lordi sarà eliminata la indicizzazione. Non si tratta di una manovra per far cassa, ha detto il professor Boeri ma di una proposta che mira alla equità. Commoventi parole.
Il professor Boeri ha, come tutti, il diritto di avere le sue idee su cosa sia o cosa non sia equo. Ma il professore va ben oltre. Lui ha una sua idea di equità ed intende realizzarla. Come? Mettendo le manine nelle tasche della gente. Per lui è “iniquo” che qualcuno goda di una pensione superiore ai 3500 euro mensili lordi e cosa fa? Gli porta via una parte dei suoi soldi. Un po' come se io avessi una certa idea di cosa sia la carità, poi andassi da Tizio, e gli dicessi, pistola in pugno: “dammi i soldi che hai in tasca, io li distribuirò ai poveri perché si tratta di un atto molto caritatevole”. Tutti sono bravi ad essere pieni si caritatevole amore per il prossimo. Con i soldi degli altri.

Qualcuno potrebbe obiettare che la proposta del professore non fa altro che ricondurre al sistema contributivo pensioni calcolate invece secondo il sistema retributivo. Però è notorio che dietro a pensioni di 3.500 euro mensili lordi ci sono, nella stragrande maggioranza dei casi, decenni di contribuzioni. Il professore chiede di toccare proprio quelle pensioni che più di tutte si avvicinano al sistema contributivo. Personalmente penso che le pensioni dovrebbero essere calcolate in base ai contributi versati, ma questo dovrebbe valere per tutti, con esclusione delle pensioni minime. Negli stati di diritto le leggi hanno la pessima abitudine di essere uguali per tutti. Non si fa una legge per Tizio, un'altra per Caio ed un'altra ancora per Sempronio. Non si distribuisce denaro a certe categorie, di cui magari si aspira al voto, togliendolo ad altre, che pure quel denaro se lo sono onestamente guadagnato lavorando. Se passa un simile andazzo si apre la porta ad ogni abuso. Chiunque può finanziare le proprie clientele semplicemente colpendo strati sociali che hanno la sfortuna di essere poco numerosi e quindi scarsamente rilevanti ai fini elettorali.
Soprattutto, è intollerabile che politici ed alti burocrati considerino “cosa loro” le pensioni degli italiani. Le pensioni sono salario differito, risparmio dei lavoratori, denaro di cui questi si privano oggi per avere un reddito domani. Qualcuno finge di non capire questa verità elementare e pensa di finanziare con i soldi dei pensionati ogni idea stramba che gli viene in mente.

Ma, si potrebbe obiettare, e i disoccupati? Non è equo, non è umano dare la mano a chi ha perso il lavoro, specie se ha una età che rende difficile il suo reinserimento sul mercato?
Chi perde il lavoro non va lasciato solo, questo è ovvio, appunto per questo esistono gli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione. Ma è fin troppo chiaro che non sarà un reddito garantito di 500 euro mensili a risolvere i problemi: non si vive con 500 euro mensili. Il problema di chi perde il posto di lavoro si risolve non elargendo elemosine sine die ma creando posti di lavoro. Gli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione vanno bene come misure temporanee che permettano a chi ha perso il lavoro di tirare avanti nell'attesa di essere reinserito, ma non possono in alcun modo sostituire il lavoro. Il dramma della disoccupazione può essere risolto, o reso meno grave, solo se l'economia riparte, e a questo fine non servono interventi demagogici, ma riduzione della pressione fiscale, snellimento della burocrazia, eliminazione di molte delle regole e divieti che, letteralmente, impediscono alla gente di lavorare. Pensare che proposte come quella del professor Boeri, di fatto una legalizzazione del furto ai danni di chi ha lavorato, possano indurre la gente a lavorare ed a investire è semplicemente folle.

Il professor Boeri non è parlamentare, nessuno lo ha votato. Non è ministro, non fa parte di un governo che abbia ottenuto la fiducia del parlamento. E' un alto burocrate che dirige un grosso ente pubblico. Suo compito dovrebbe essere quello di gestire l'ente di cui è presidente, punto e basta.
Invece non si stanca di fare autentiche proposte di legge, cosa che non ha nulla a che vedere con la carica che ricopre.
E' questo l'italico andazzo. Negli stati di diritto le leggi le fa il parlamento e solo il parlamento. In paesi giuridicamente civili sindacati ed associazioni di categoria, magistrati ed alti burocrati neppure si sognano di proporre al governo questa o quella legge. In questi paesi un alto burocrate può al massimo, come privato cittadino, avere certe idee su questa o quella legge, e votare di conseguenza. In Italia invece sindacati e magistrati, alti burocrati ed associazioni di categoria si sentono investiti del compito di “contribuire” alla formazione delle leggi e premono spesso e volentieri sul parlamento a questo fine. Una situazione al limite della costituzionalità.
In un altro paese un burocrate che, come il professor Boeri, si divertisse a sfornare progetti di legge sarebbe esonerato dal suo incarico. In Italia invece, c'è da scommetterci, nessuno manderà a casa il benemerito professore. Potrà continuare a percepire la sua retribuzione, d'oro.

domenica 1 novembre 2015

PENSIERINI SULLE DIETE

Ho già postato sul blog “secondo Giovanni” uno scritto sulla decisione della OMS di classificare come cancerogene le carni rosse e non voglio ampliare ancora il discorso, ma qualche ulteriore considerazione val la pena di farla.
C'è da scommetterci, le prossime festività natalizie vedranno una mobilitazione in grande stile degli “anti carnivori” e, c'è sempre da scommetterci, questi uniranno alle considerazioni di tipo etico religioso, rispettabili anche se teoricamente inconsistenti, altre considerazioni, di tipo salutistico scientifico. Avviene così in Italia e non solo: problematiche scientifiche vengono affrontate in maniera ideologica, si fa il tifo per questa o quella teoria esattamente come si tifa per una squadra di calcio o si vota per un partito politico. La scienza, è noto, è cosa del tutto diversa.

Che le diete vegane e vegetariane, siano “salubri” rischia di diventare un luogo comune. Ma... è fondato? Non sono uno scienziato e non ho particolari conoscenze mediche, ma qualche domanda e considerazione credo di poterle fare.
Ho subito circa dieci anni fa un intervento chirurgico piuttosto pesante, che mi ha tenuto in ospedale, a Verona, per oltre un mese e mezzo. Per molto tempo sono stato alimentato solo con le flebo. Poi, lentamente, ho iniziato a mangiare qualcosa. Avevo perso un sacco di chili ed ero molto debilitato, dovevo recuperare un po' di forze. La dieta che i medici mi hanno prescritto (e si tratta di professionisti semplicemente formidabili) comprendeva brodo di carne, prosciutto crudo e cotto, bresaola, alimenti sempre e comunque fortemente cancerogeni, per i vegani.

Quanti lattanti che la madre, per qualsiasi motivo, non può allattare al seno seguono diete vegane? A quanti di loro viene negato il latte? A quanti bambini viene imposta una dieta priva non solo di carne e pesce ma anche di uova, latte, burro, formaggi?

Una volta ero impegnato in una escursione in montagna, piuttosto dura. La meta era un lago situato ad oltre 2700 metri di quota. Ad un certo punto mi sono sentito molto stanco, vuoto dentro. Mi sono fermato, ho bevuto del succo di frutta, ho consumato del latte condensato e del cioccolato, al latte. Meno di un'ora dopo era sulla riva del lago, circondato da una natura incredibile.
Quanti alpinisti, quanti sportivi sotto allenamento seguono diete in cui non siano presenti, oltre a carne  e pesce,  alimenti come il latte, i formaggi o le uova,?

Quando si confrontano campioni di popolazione per verificare se certe diete siano o meno salubri bisognerebbe che si tenesse conto non dell'insorgere di una sola ma di numerose malattie. Se una certa dieta diminuisce la probabilità di contrarre una malattia, ma aumenta quella di contrarne altre dieci, sia pure, una per una, meno gravi, ho qualche dubbio a definirla “salubre”. Inoltre nei campioni statistici andrebbero inseriti i rappresentanti di tutte le varie classi della popolazione. Adulti e bambini, vecchi e giovani, sani e malati. A seguire diete non onnivore sono invece, di solito, persone che appartengono a certi strati della popolazione: adulti in buona salute per lo più. Questo far sorgere il rischio di scambiare le cause con gli effetti: Tizio è sano perché segue una dieta vegana o segue una dieta vegana perché è sano?
Non occorre essere un esperto di statistica per nutrire dubbi su simili campionature.

Ultima considerazione, che non c'entra nulla con le precedenti.
Nel mondo ci sono numerosi paesi e numerosi governi. Ed in ogni paese ci sono numerosi medici che seguono numerosi pazienti. I vari governi, sembra, dovrebbero essere i più informati sulla situazione sanitaria dei loro paesi, e sembra anche che i singoli medici possano ognuno proporre ai propri pazienti le diete più salubri ed adatte alle loro esigenze. La dieta migliore, lo sanno tutti, è quella personalizzata.
Ma così non è, per qualcuno. Un gruppo di burocrati si riunisce e sulla base di proprie esperienze, più spesso di proprie convinzioni ideologiche, stabilisce che questo e quello sono o non sono dannosi. Lo stabilisce in linea generale, con decreti validi per tutti. Le organizzazioni internazionali non elaborano teorie, emettono sentenze, su tutto, dal cibo al clima, dalla psicologia al sesso e sulla base delle loro inappellabili sentenze spingono i governi a regolamentare in maniera sempre più totalizzante la vita degli esseri umani.
Tutto questo non ha nulla a che vedere con la scienza. La scienza vera avanza col dibattito, la verifica, il confronto metodico dei dati. Ha invece molto a che vedere con l'ideologia totalitaria.

lunedì 26 ottobre 2015

DECALOGO DELLE IDIOZIE SULLA LEGITTIMA DIFESA

Ne ho lette a iosa di idiozie, in questi giorni, sul tema della legittima difesa. Vediamo di stenderne un piccolo elenco.

1) Volete che un privato cittadino si faccia giustizia da solo, che si sostituisca a giudice e giuria?
Chi si difende NON si fa giustizia da solo, non PUNISCE il criminale, cerca di IMPEDIRE che il criminale privi lui, od altri, della vita e dei beni.

2) Volete che tutti vadano in giro armati sino ai denti?
Il cittadino ha diritto a difendersi, quali che siano le leggi sulla vendita e la circolazione delle armi. Confondere il diritto alla legittima difesa con la regolamentazione della circolazione delle armi è come confondere il diritto di viaggiare con la regolamentazione delle concessioni dei passaporti.

3) Volete il far West?
Gli stessi che strillano contro il “far west” permettono l'ingresso illimitato e privo di regole di clandestini nel nostro paese, che sta trasformando aree sempre più vaste delle nostre città in un autentico far west.

4) Volete che un privato spari ad un bambino che è entrato nel giardino di casa sua per recuperare la palla?
Chi spara ad un bambino che è entrato nel giardino di casa sua per recuperare un pallone NON sta eccedendo nella legittima difesa, la sua NON può essere considerata legittima difesa.

5) Sono le forze di polizia che devono difendere i cittadini!
Verissimo, ma non sempre questo è possibile, purtroppo.

6) Il privato cittadino ha l'obbligo di delegare allo stato la sua difesa.
E' vero il contrario, è lo STATO ad avere l'obbligo di difendere il privato cittadino. Se un cittadino è OBBLIGATO a rischiare la vita per difendersi dovrebbe essere lo stato a trovarsi sul banco degli imputati.

7) Se non si pongono limiti severissimi al diritto di difendersi si rischiano incidenti, con la morte di innocenti.
Vietare, o limitare sino a renderla di fatto impossibile, la legittima difesa con l'argomento che difendersi potrebbe provocare incidenti è come chiudere sine die tutte le banche per evitare le rapine.

8) Qualcuno può commettere un delitto e farlo passare per legittima difesa.
Qualcuno può commettere un delitto e farlo passare per incidente stradale o suicidio. Vogliamo punire con l'ergastolo chi ha un incidente stradale o un aspirante suicida che sia stato salvato?

9) Una maggior tolleranza sulla legittima difesa favorisce il diffondersi di una mentalità da fuori legge.
In Italia solo un furto su cento viene punito. Di fatto il furto è diventato legale, QUESTO favorisce la mentalità da fuorilegge.

10) La vita umana è sacra, le cose che un rapinatore ti vorrebbe togliere no.
Anche la umana libertà è sacra, perché allora mettere in prigione un ladro che si impossessa delle altrui cose? E coma fa un cittadino a stabilire se un rapinatore sparerà o no? Se è o non è armato? Se è o non è in grado di ucciderlo a botte?

sabato 24 ottobre 2015

I CADUTI ISRAELIANI E QUELLI PALESTINESI





Chi ha più caduti ha ragione?

I nemici di Israele lo ripetono sempre, con instancabile monotonia. I morti palestinesi sono molto più numerosi di quelli israeliani. Ed esibiscono di continuo fior di statistiche per dimostrare la verità del loro asserto.
A dire il vero i numeri che esibiscono sono spesso molto discutibili. Prendono per buone cifre fornite dalla ANP o addirittura da Hammas, nei casi migliori da associazioni internazionali note per non avere nessuna simpatia per Israele. Non solo, nel macabro conteggio delle vittime si fa riferimento solo ai momenti culminanti delle varie crisi fra israeliani e palestinesi. Per settimane o mesi i palestinesi compiono innumerevoli attentati ai danni di civili israeliani. Alla fine Israele si stufa ed inizia con le rappresaglie. Si passa dalla fase degli attentati a quella dei combattimenti veri e propri. Gli amici dei palestinesi iniziano la loro macabra conta solo a partire da questo momento. Fra i caduti israeliani non compaiono gli accoltellati, le vittime dei cecchini, i ragazzi che stavano aspettando un bus e sono stati falciati da un'auto lanciata contro di loro a folle velocità. Per i nemici di Israele queste sono, a quanto pare, morti “occasionali”, non degne di figurare nel calcolo dei caduti.
Ma questi sono in fondo semplici dettagli. E' vero, i caduti palestinesi sono molto più numerosi di quelli israeliani. E allora?

Qualche cifra
Il bombardamento della cittadina inglese di Coventry è ricordato come un tragico episodio della seconda guerra mondiale. In quel bombardamento morirono 1936 civili britannici.
Il bombardamento di Dresda nel Gennaio del 1945 causò la morte di un numero di tedeschi compreso fra le trenta e le QUARANTAMILA unità. Il rapporto è di circa uno a venti. Sempre nel secondo conflitto mondiale la Gran Bretagna ebbe 365.000 caduti, la Germania 7.418.000. Gli Stati Uniti ebbero 413.000 morti, il Giappone 2.630.000. Se teniamo conto che un numero considerevole di americani sono caduti in Europa si può ipotizzare, con tutte le inesattezza del caso, che il rapporto fra i caduti americani e quelli nipponici vari da uno a quindici ad uno a venti.
Questi sono numeri molto parziali ovviamente. Il paese che ebbe più perdite nella seconda guerra mondiale fu l'URSS. Le autorità sovietiche falsarono a lungo i dati delle perdite subite dal loro paese, oggi si ritiene che queste siano comprese fra i 15 ed i 20, 23 per qualcuno, milioni di esseri umani.
Le cifre che mi sono permesso di fornire, e che possono non essere esatte, dimostrano solo una cosa: è assolutamente sbagliato assegnare i torti e le ragioni di una guerra in base al numero dei caduti. Il fatto che i bombardamenti sulla Germania siano stati enormemente più distruttivi che quelli sulla Gran Bretagna o che la Germania abbia avuto un numero di caduti assai più alto di quelli di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti messi insieme, non dimostra che nella guerra che ha opposto il nazismo tedesco alle democrazie occidentali fosse il primo ad avere ragione. Allo stesso modo il fatto che l'URSS abbia pagato il prezzo più alto per la sconfitta del nazismo non dimostra, come è stato invece sostenuto, che questo paese sia stato l'alfiere della libertà e della democrazia, dimostra semmai il contrario.

Il ragionamento di coloro che pretendono che chi subisce più perdite sia per questo dalla parte della ragione è completamente assurdo. Ogni stato impegnato in una guerra cerca di massimizzare le perdite del nemico e di minimizzare le proprie. Per vedere riconosciute le sue buone ragioni uno stato in guerra dovrebbe, secondo la logica malata di chi attribuisce ragioni e torti in base al numero dei caduti, fare esattamente il contrario: massimizzare le sue perdite e minimizzare quelle del nemico. Per farla breve, uno stato in guerra dovrebbe, al fine di veder riconosciute le sue buone ragioni, lavorare per la sconfitta propria e delle proprie buone ragioni. Un paradosso che dimostra tutta l'assurdità di certi discorsi che tuttavia si sentono fare di continuo, specie sui media.

Linee d'azione
Sento già gli strilli di chi non è d'accordo. “Qui non si tratta di caduti fra i combattenti, si tratta della popolazione civile! A Gaza muoiono donne e bambini!”
Veramente anche le cifre relative alla seconda guerra mondiale che mi sono permesso di fornire comprendono i caduti civili e gli attentati dei terroristi di Hammas hanno mietuto molte vittime fra le donne ed i bambini israeliani, ma tralasciamo pure questi “dettagli”.
E' vero, uno stato democratico e liberale anche in guerra si comporta, deve comportarsi, in maniera diversa da una tirannide sanguinaria. Per schematizzare senza dilungarci troppo possiamo dire che uno stato democratico liberale in guerra deve:
1) Massimizzare le perdite fra i combattenti nemici.
2) Minimizzare le perdite dei propri combattenti.
3) Cercare di ridurre a ZERO le perdite fra la propria popolazione civile.
4) Trattare con umanità i prigionieri.
5) Cercare di non causare perdite fra la popolazione civile del paese nemico.
Francamente mi sembra che Israele cerchi di attenersi a queste linee d'azione. I suoi nemici invece, a cominciare dai terroristi di Hammas, si comportano nella maniera diametralmente opposta. Questi angioletti infatti:
1) Cercano di evitare gli scontri con i militari israeliani
2) Concentrano i loro attacchi sulla popolazione civile Israeliana, cercando di massimizzare il numero delle vittime.
3) Trattano in maniera brutale i prigionieri. Non li uccidono solo quando li ritengono utili per degli scambi.
4) Si curano poco per la vita dei loro combattenti.
5) Non cercano in alcun modo di minimizzare le proprie perdite civili.

Gli Israeliani avvisano la popolazione civile di Gaza prima di effettuare un raid, i terroristi di Hammas spesso impediscono ai civili avvistai di fuggire dalle proprie abitazioni. Le scuole israeliane sono munite di rifugi antimissile ed i loro studenti fanno spesso e volentieri prove di evacuazione. A Gaza Hammas piazza rampe missilistiche nelle vicinanze o sui tetti di scuole ed ospedali; le differenze mi sembrano evidenti. Di solito qualcuno obietta che le precauzioni di Israele miranti a limitare le perdite di civili fra i palestinesi sono ipocrite. Gaza è densamente popolata, si dice, quindi ogni attacco israeliano, quali che siano le precauzioni, è inevitabilmente destinato a causare vittime fra i civili. Insomma, gli israeliani non dovrebbero rispondere agli attacchi di Hammas. Logica veramente superba! Se venisse messa in atto qualsiasi stato potrebbe vincere qualsiasi guerra. Gli basterebbe far partire razzi e missili da qualche quartiere densamente popolato ed il gioco sarebbe fatto. Lui potrebbe colpire allegramente chi vuole e l'aggredito non dovrebbe rispondere, se lo facesse diventerebbe, ipso facto, “disumano”, “nazi fascista” e chi più ne ha più ne metta. I teorici della doppia morale mettono qui in mostra tutti i loro sofismi da quattro soldi. I palestinesi se ne possono fregare delle sofferenze della popolazione civile israeliana, gli israeliani invece dovrebbero pensare solo alle sofferenze della popolazione civile palestinese. Hammas può lanciare razzi a casaccio contro Israele, Israele non può rispondere con attacchi mirati contro le postazioni di Hammnas perché questi attacchi possono comunque causare morti fra i civili. Qualcuno ha solo diritti, qualcun altro solo doveri, e tutto questo in nome del “diritto”. Ci dovrebbe essere un limite alla faccia tosta!

Al di là della faccia tosta e di tutti i contorcimenti sofistici una cosa dovrebbe comunque essere chiara. Proprio l'argomento della elevata densità di popolazione a Gaza dimostra tutta la malafede di chi accusa gli israeliani di mirare al “massacro”, addirittura al “genocidio”, dei palestinesi.
Gaza è un territorio piuttosto piccolo e densamente popolato, gli israeliani dal canto loro sono in possesso di armi molto potenti e sofisticate. Se davvero mirassero al “massacro” i caduti palestinesi si conterebbero a decine, forse centinaia di migliaia. La popolazione di Gaza avrebbe quanto meno subito una drastica riduzione nel corso degli ultimi, tormentati anni. Invece questa popolazione non fa che aumentare. Gaza conta oggi circa 1.800.000 abitanti, ne contava 1.300.000 nel duemila. Davvero strano! Nell'ultima crisi di Gaza i morti palestinesi sono stati circa duemila in oltre un mese di combattimenti, meno di due terzi delle vittime provocate in pochi minuti dagli attacchi dell'undici settembre 2001. Parlare di “genocidio” mi sembra davvero il colmo!

Cultura della morte
L'Unione sovietica ebbe, lo si è visto, un numero di caduti spaventosamente alto nel secondo conflitto mondiale. Li ebbe solo per la ferocia degli invasori tedeschi e la durezza della guerra? No. I nazisti misero in atto in URSS una politica di sterminio, ma il numero mostruoso dei caduti sovietici è da addebitare anche al modo in cui Stalin condusse la guerra. Il dittatore sovietico non solo fece imperdonabili errori nella prima parte dello scontro, quando fino all'ultimo rifiutò di prendere atto che la Germania hitleriana si stava preparando ad attaccarlo, ma condusse in seguito la guerra nella più totale indifferenza per le sofferenze del proprio popolo. In questo il dittatore georgiano fu se possibile addirittura peggiore del suo nemico austro tedesco, anch'egli sordo alle sofferenze del sua gente. Le dittature totalitarie sono fatte così: si riempiono la bocca con la parola “popolo” ma mostrano una assoluta noncuranza per gli esseri umani in carne ed ossa che formano il “popolo”. Stalin ordinava offensive e difese ad oltranza senza mai curarsi dei loro mostruosi costi umani; alla fine del conflitto Hitler non si fece scrupolo di mandare a combattere vecchi e bambini al solo scopo di prolungare l'agonia del “reich millenario”. Il numero altissimo dei caduti sovietici e tedeschi si deve addebitare anche al cinismo dei dittatori che li guidavano.
Il fondamentalismo islamico non differisce in questo dalle grandi tirannidi totalitarie, anzi, nel caso del fondamentalismo le cose sono aggravate dal fanatismo religioso, autentica arma di distruzione di massa che spinge moltissimi giovani ad immolarsi per onorare la propria divinità ed ottenere le delizie del paradiso.

L'arma preferita dai terroristi fondamentalisti è l'attacco suicida, che da per scontata la morte dell'attentatore. Quando compiono un attentato i terroristi islamici pensano solo ad uccidere il maggior numero possibile di “infedeli”, senza badare ai costi che loro stessi devono pagare per queste uccisioni. Se nell'attentato vengono uccisi, oltre agli “infedeli” e all'attentatore, anche alcuni, o molti, “buoni fedeli” la cosa non li spaventa affatto: se erano “buoni fedeli” andranno in paradiso, e tanto basta.
L'islam fondamentalista è caratterizzato da una diffusa e pericolosissima cultura della morte. Non sono occidentali affetti da “islamofobia” a dire questo. Ce lo dicono loro, i fondamentalisti. “Noi cerchiamo il martirio” urlano questi signori, “voi amate la vita, noi la morte.” Attenzione, non dicono “noi non temiamo la morte”, il loro non è un coraggio che sconfina con la temerarietà. Dicono di amare la morte ed effettivamente la amano perché morire in nome Dio è qualcosa di bello e puro. Se per uccidere un solo israeliano devono morire tre, quattro o dieci palestinesi che muoiano pure, l'importante è che un ebreo infedele muoia, così ragionano i fondamentalisti. L'occidentale politicamente corretto non vuole credere a cose simili. Quando ascolta le farneticazione dei fanatici subito sussurra: “dicono queste cose perché sono tanto arrabbiati, poverini. Se avessero un buon lavoro, un reddito decente, se i palestinesi avessero un loro stato certe brutture sparirebbero”. E così la colpa ricade di nuovo, (se ne poteva dubitare?) sul cattivo occidente. L'occidentale politicamente corretto pensa che tutti condividano la sua scala di valori e quando sbatte la faccia sul fatto incontestabile che qualcuno questi valori non li condivide non esita ad attribuirglieli. “Tu dici di odiarci ma in realtà ci ami” mormora l'occidentale politicamente corretto al fondamentalista, un attimo prima che questi gli tagli la gola.


Gli errori pacchiani di Stalin e la sua indifferenza per le sofferenze del popolo sovietico contribuirono ad aumentare il numero dei caduti sovietici nel corso della seconda guerra mondiale. Eppure proprio il numero  delle perdite sovietiche, sia pure "abbellito" dalla censura, fu usato dalla propaganda comunista per indicare nell'URSS il paese guida della coalizione antifascista, il faro a cui tutti i sinceri democratici avrebbero dovuto guardare. I palestinesi nemici di Israele fanno qualcosa di simile. La cultura della morte che ne ispira le azioni provoca loro un numero molto alto di vittime, e proprio queste servono alla propaganda anti israeliana.
I fondamentalisti sono fanatici ma non stupidi. Con una abilità che deve essere loro riconosciuta riescono ad utilizzare sia i caduti israeliani che quelli palestinesi. Presentano orgogliosi i morti israeliani a larghe fasce della pubblica opinione medio orientale: “vedete?” dicono, “trattiamo gli ebrei infedeli come meritano”. Nel contempo sbattono in faccia agli occidentali “buoni” i morti palestinesi; riempiono la rete di immagini, spesso false, di bambini uccisi o di filmati, di solito taroccati, in cui si mostrano al mondo le “brutalità” delle forze di sicurezza israeliane. Quando fanno questa propaganda i palestinesi abbandonano il linguaggio truculento del fondamentalismo per far proprio quello rassicurante del teorico dello stato di diritto. “Gli israeliani violano le leggi internazionali”, strillano, “contravvengono a questa e a quella normativa, non rispettano l'habeas corpus”. La guerra santa è sostituita dal “trattato sulla tolleranza” di John Locke. Musica per le orecchie dell'occidentale politicamente corretto, desideroso di ascoltare solo ciò che rassicura il suo animo buono.

Concludendo
E' avvenuto più di una volta che gli israeliani abbiano liberato centinaia di terroristi in cambio della liberazione di un loro soldato, uno solo. A volte sono stati liberati numerosi terroristi per avere in cambio il corpo senza vita di un soldato israeliano.
In Israele, come un po' ovunque in occidente, un funerale è prima di tutto un momento di dolore. A Gaza i funerali sono momenti di rabbia. Un cadavere è per gli israeliani prima di tutto ciò che resta di una persona da piangere, per i fondamentalisti palestinesi una bandiera da sventolare, un martire per il quale chiedere vendetta. O uno strumento di propaganda ad uso e consumo degli occidentali politicamente corretti.
Gli israeliani cercano con ogni mezzo di limitare le proprie perdite, specie di civili. I terroristi di Hammas indicono di continuo “
giornate della rabbia” che ricordano gli orwelliani “cinque minuti dell'odio” e che si concludono quasi sempre con scontri violentissimi con gli israeliani.
Nel corso dei 67 anni della sua storia in Israele, uno stato da sempre in guerra per la propria sopravvivenza, è stata eseguita
una sola sentenza capitale: quella del criminale nazista Adolf Heichmann. A Gaza sono quasi normali i linciaggi, o le fucilazioni pubbliche al termine di processi farsa, di presunte “spie” israeliane.
Qualsiasi considerazione sul numero delle vittime israeliane e palestinesi non può fare astrazione da fatti di questo genere. Tutti mostrano con palmare evidenza posizioni diametralmente opposte sul valore della vita umana. Chi se ne dimentica è destinato a diventare vittima della propaganda fondamentalista e della cultura della morte che la ispira. Favorisce questa cultura, non la pace e la vita.

mercoledì 21 ottobre 2015

IN DIFESA DELLA LEGITTIMA DIFESA

Un pensionato spara ad un ladro penetrato in compagnia di due complici in casa sua, in piena notte. E' accusato di OMICIDIO VOLONTARIO. Siamo alla follia, ma si tratta di una follia ben radicata in idee, concezioni del mondo, valori, diciamo pure, in una filosofia che per anni si è diffusa come un cancro nel nostro paese, fino a trasformarlo in una gabbia di matti. Val la pena di sottoporre ad un rapido esame le idee chiave di questa filosofia malata.

Farsi giustizia da se.
"Non ci si deve fare giustizia da soli", si sente ripetere molto spesso di fronte a casi come quello del pensionato. Si tratta però di un enunciato del tutto fuori luogo, un po' come se per commentare un caso di legittima difesa io dicessi: “c'è un bel sole stamattina”.
Tizio ruba la mia auto, invece di denunciare il furto alla polizia io compro una rivoltella, vado in casa di Tizio e lo uccido. Questo è farsi giustizia da soli. Ma se io vedo Tizio intento a rubarmi l'auto e con la forza gli impedisco di farlo non mi sto facendo giustizia da solo, sto solo difendendo ciò che è mio. Il “farsi giustizia” riguarda la sanzione del crimine, la sua punizione, la legittima difesa mira ad impedire che il crimine venga effettuato. Solo persone in malafede o stupide possono confondere i due casi.

Autodifesa e pena.
Un gruppo di teppisti mi aggredisce. Mi difendo e ne uccido uno. “In Italia non esiste la pena di morte!” esclamano indignati i “buoni” un tanto al chilo. “Difendendoti tu ti sei sostituito allo stato, sei andato oltre alle sue leggi”, proseguono rossi in volto.
Si tratta di una variante del “non farsi giustizia da se”, ed è altrettanto fuori luogo. Difendendomi io non mi sostituisco a giudici e giuria, non commino alcuna “pena” ai delinquenti, prova ne sia che, una volta assicurati alla giustizia, questi saranno (si spera) comunque processati e puniti. Difendendomi io mi limito a tutelare la mia incolumità. In Italia non esiste nessuna pena consistente nel prendere a pugni il criminale, però se un teppista mi aggredisce io posso difendermi coi pugni. Il mio pugno è un ostacolo al crimine, non una punizione per lo stesso. Elementare Watson.

Persone e cose. UNO.
Se sparo ad un ladro entrato in casa mia colpisco una persona, il ladro invece intendeva sottrarmi delle cose. Le cose non si possono mettere sullo stesso piano delle persone, quindi se spari ad un ladro o ad un teppista che entra in piena notte in casa tua sei uno spregevole omicida. Così argomentano (si fa per dire) i "buoni".
Sto dormendo tranquillo. Un rumore mi sveglia, vedo un ragazzo grande e grosso nella mia stanza da letto. Non posso sparargli, non sia mai! Devo prima indagare, capire se vuole uccidermi o “solo” derubarmi, sono tenuto a chiedergli cortesemente, senza insultarlo, l'insulto è una offesa alla persona e forse lui vuole “solo” le mie cose”, dicevo, devo chiedergli cortesemente che intenzioni ha, poi vedere in quale modo posso reagire. Tutto è bello, dolce, non violento, per il ladro, per il teppista, non per le loro vittime!
Però, se le cose stessero davvero così allora un poliziotto non dovrebbe intervenire armi alla mano per sventare una rapina: la rapina mira alle cose ed i rapinatori sono persone. Guai a sparargli, guai anche a colpirli con un pugno. Il pugno offende la persona, una docile, innocente persona che voleva solo impadronirsi di “cose” non sue! Che criminale il poliziotto che cerca di impedirglielo!
E, se le cose stessero davvero così, non si potrebbe neppure condannare al carcere un ladro, o un rapinatore, o uno scippatore. Mettere un uomo in cella colpisce la persona mentre ladro, rapinatore e scippatore colpiscono solo le cose! Li si lasci tranquilli, liberi di sottrarre le cose agli onesti cittadini!

Persone e cose. DUE.
Le cose non sono affatto contrapposte alle persone, non appartengono a due mondi diversi. Le cose servono alle persone, sono legate alla loro vita. Sottrarre ad una persona le sue cose significa colpirla in quanto persona. Uno scippo che sottragga ad una vecchietta la pensione può precipitare la povera signora in un autentico dramma. E non solo di questo si tratta. Molto spesso le cose non solo servono alle persone ma sono connesse alla parte più intima, personale della loro vita.
Casa mia è piana di cose che per me hanno un valore particolare, ben diverso dal loro prezzo di mercato. Un ladro che entra in casa mia e la mette tutta a soqquadro non mi priva solo di certi beni materiali, mi insulta, mi offende come persona, devasta la mia intimità, mette i piedi nella mia vita.
Difendere le proprie cose è parte del difendere la propria persona, punto e basta. Nei In paesi più evoluti del nostro questo è considerato ovvio, auto evidente. Il disprezzo con cui molti in Italia guardano ai beni materiali, la spocchiosa superiorità con cui questi vengono considerati come pure “cose” prive di valore autentico, oggetti che non è lecito difendere, è una conseguenza della insopportabile mentalità cattocomunista diffusa nel nostro paese.

Far West
“Cosa succederebbe se ognuno si difendesse da se? La società si trasformerebbe in una giungla, in un nuovo far west in cui conta solo la legge del più forte. La difesa dei cittadini è compito non dei privati ma delle forze dell'ordine” affermano con aria saputella i “buoni”.
Ci sarebbe da dire: bella scoperta! Dire che la difesa dei cittadini è compito delle forze dell'ordine significa solo ribadire una banale ovvietà. Però, cosa ho il dovere, il DOVERE prima del DIRITTO, di fare se vedo un bruto che sta violentando una bambina? Telefono alla polizia? E se non ho con me un cellulare? E se la polizia non arriva in tempo? O devo tirare dritto dicendo: “non siamo nel far west, non è mio compito difendere la bambina”? In un caso simile è mio DOVERE intervenire, anche con la forza, anche usando un'arma, se questa è in mio possesso. Fermare il bruto, anche a costo di ucciderlo, questo devo fare, tutti possono capirlo.
Certo, è bene che sia la polizia a difendere i cittadini. L'autodifesa del resto non è cosa facile, non tutti siamo giovani e forti, ed ogni cittadino ha il diritto di non essere un rambo, o un campione di arti marziali o un tiratore scelto. Ma non ci vuole molto per capire che non sempre la polizia è in grado di intervenire rapidamente; molto spesso il cittadino è solo di fronte a chi lo aggredisce o a chi intende privarlo dei suoi beni. Teorizzare che in casi simili l'aggredito non possa difendersi è falsa bontà, non è neppure una posizione equidistante fra aggressore ed aggredito, equivale a schierarsi dalla parte dell'aggressore contro l'aggredito.
Del resto, cosa propongono nel concreto coloro che contrappongono alla legittima difesa l'ovvietà che è compito della polizia difendere i cittadini? Vogliono che nelle nostre strade ci sia un poliziotto armato sino ai denti ogni dieci metri? O che una telecamera sorvegli le mosse di tutti anche dentro le proprie abitazioni? Sognano delle città completamente militarizzate? Non sembra una gran bella prospettiva. O forse questi finti buoni se ne fregano, semplicemente, della sicurezza dei cittadini. Considerano puro egoismo difendere i propri averi, magari la propria stessa vita. Sotto sotto amano ladri, rapinatori e scippatori perché li considerano “vittime di una cattiva società”, o “giovani in preda a problemi psicologici”, come se la difficoltà a trovare un lavoro o una infanzia difficile potessero giustificare tutto.
Hanno abolito il peccato e lo hanno sostituito con la malattia mentale, afferma Fedor Dostoewsij ne “l'Idiota”. Perfetta diagnosi.

Eccesso di legittima difesa? 
“Ma che fare allora?” si chiede il “buono” con aria sgomenta. “Vogliamo permettere ad un uomo di  sparare ad un bambino che è entrato nel giardino di casa sua? Come si può negare che la legittima difesa possa essere eccessiva?”
Se un bambino entra nel giardino di casa mia per recuperare una palla io non gli sparo, non lo prendo a calci e pugni e neppure lo rimprovero. Mi limito a dirgli: “la prossima volta suona ed il pallone te lo rendo io”.
Se un passante mi urta inavvertitamente per strada io non reagisco colpendolo con un pugno, e neppure insultandolo.
Se discuto animatamente con una persona e questa mi dice: “non dica sciocchezze” io non reagisco tirandogli un calcio nei genitali, mi limito a ribattere: “le sciocchezze le sta dicendo lei”.
Penso che la stragrande maggioranza delle persone normali agisca in maniera simile alla mia.
In caso contrario non ci troviamo di fronte ad un “eccesso” di legittima difesa, semplicemente,
NON esiste legittima difesa. Se qualcuno massacra di botte un bambino che è entrato nel giardino di casa sua per recuperare un pallone non “eccede” nel difendersi, semplicemente non si sta difendendo, sta aggredendo il bambino. Se reagisco a chi mi ha invitato a non dire sciocchezze tirandogli un calcio nei genitali sono io l'aggressore, lo stesso può dirsi se tiro un pugno a chi mi ha urtato inavvertitamente per strada. Il concetto stesso di “eccesso” di legittima difesa è contraddittorio: la difesa c'è o non c'è. Se c'è è assurdo definirla eccessiva per il semplicissimo motivo che non appena diventa “eccessiva” la difesa cessa di essere tale. Un tale mi aggredisce, io mi difendo e lo stendo con gancio destro. Il mio aggressore è a terra, privo di sensi. Io però continuo a colpirlo con pugni e calci. Se agisco in questo modo io non “eccedo” nella difesa, mi trasformo a mia volta in aggressore, smetto di essere vittima e divento carnefice.
“E i casi dubbi?” si potrebbe chiedere. Sui casi dubbi deciderà il giudice, esaminando con attenzione ed imparzialità i fatti. Di nuovo, elementare Watson.

In realtà poche cose sono tanto chiare alla gente comune quanto quelle relative alla legittima difesa. Non occorre aver studiato Kant e Locke per capire quando ci si trova di fronte ad un caso di difesa legittima e quando no, quando è giustificata e quando no la reazione violenta di un cittadino di fronte ad azioni violente dei suoi simili.
Chiedere l'incriminazione per omicidio volontario di un pensionato sessantacinquenne che ha ucciso un ladro di venticinque anni penetrato nottetempo, con complici, in casa sua; giustificare questa richiesta argomentando che il ladro era disarmato, come se un uomo svegliato nel cuore della notte possa ben valutare se chi ha di fronte è o meno armato, o come se tre robusti giovanotti non siano in grado di uccidere a botte una persona anziana, fare cose simili vuol dire sfidare il comune buon senso, il normale sentimento di giustizia della gente.
Sembra proprio che certi magistrati, e certi politici, e certi falsi intellettuali vogliano proprio questo: sfidare il buon senso, i normali sentimenti, il comune sentire della stragrande maggioranza delle persone per bene. Si divertono, questi figuri, a contrapporre al buon senso vani sofismi spacciandoli per pensieri profondissimi. Ma non si tratta, nel loro caso, di vera profondità di pensiero. Solo di sciocchezze mascherate da un mare di chiacchiere fumose ed inconcludenti.

lunedì 19 ottobre 2015

AVVISO

Dedico molti scritti sul mio blog alla difesa dello stato di Israele. Non si tratta di una scelta casuale. Difendere Israele vuol dire, oggi, difendere l'occidente dall'attacco del fondamentalismo islamico, e tanto basta, o dovrebbe bastare.
Ultimamente sono apparsi su questo blog commenti ispirati ad un profondo odio verso lo stato ebraico, nei cui confronti vengono avanzate le accuse di sempre: “stato apartheid”, “colonialismo”, “razzismo” e chi più ne ha più ne metta. Lo dico chiaramente: NON mi interessa dialogare con le persone che usano simili "argomenti" (si fa per dire). Non ho nulla da dire a chi considera “armi giocattolo” i razzi di Hammas o “resistenti” i terroristi; loro, ovviamente, non hanno nulla da dire a me.
Le persone che mi importunano con i loro pseudo argomenti hanno tra l'altro il pessimo difetto di essere molto fastidiose. Non si limitano ad intervenire una o due volte. Vogliono assolutamente avere l'ultima parola, replicano, ripetono all'infinito i loro slogan spacciandoli per argomentazioni. In questo modo mi mettono di fronte ad una spiacevole alternativa. O sprecare tempo ed energie per rispondere a chi non merita nessuna risposta, o lasciare, appunto, senza risposta i loro slogan trasformando così il mio blog in un veicolo di becera propaganda anti israeliana, meglio, anti ebraica.
NON accetto una simile alternativa, quindi mi riservo di CANCELLARE dal mio blog quegli interventi che riterrò non meritevoli di risposta. Gli amici di Hammas sono pregati di non importunarmi con le loro sciocchezze. Io mi guardo bene dal leggere e, meno che mai, dal commentare quanto scrivono. Siano gentili e ricambino il favore. Lo ripeto: NON ABBIAMO NULLA DA DIRCI.