domenica 7 luglio 2019

COSI' NON SI PUO' ANDARE AVANTI

A mio modesto parere Salvini deve cominciare a pensare molto seriamente di staccare la spina a questo governo.
Nella vicenda delle navi ONG non era e non è in gioco, come qualcuno fa finta di credere, lo sbarco di qualche decina di migranti. Era ed è in gioco qualcosa di molto più essenziale: la sovranità dell'Italia, del suo governo, del suo parlamento.
Uno stato, qualsiasi stato ha, il pieno diritto di decidere chi può entrare nel suo territorio, quanti possono entrarci, con che modalità, seguendo quali regole, possono farlo.
Questo diritto, assolutamente essenziale per qualsiasi stato, è oggi messo pesantemente in discussione. In molti dicono che devono essere altri e non lo stato italiano a poter stabilire chi entra e chi non entra in Italia. Addirittura c'è chi teorizza che questo diritto spetta a delle organizzazioni private quali sono le ONG.
Un governo degno di questo nome non può mostrarsi diviso su un problema di questo genere. Quali che siano le divergenze interne un governo decente non può che mostrarsi assolutamente compatto nei confronti di chi contesta, di fatto, il suo stesso diritto a governare.
Il governo lega 5S invece sulla vicenda delle navi ONG si mostrato tragicamente diviso. Una nave ONG forza un blocco militare, rischia di speronare una motovedetta della guardia di finanza e cosa fa il ministro della difesa? Tace!
Le ONG rivendicano per se il diritto di stabilire quale porto sia sicuro e quale no e cosa fa il ministro degli esteri del governo italiano? Dichiara “non sicura” la Libia, esattamente come la signora Rackete. Detto polemicamente per inciso, se la Libia non è sicura per i migranti, che in larghissima maggioranza non sono libici e che in Libia ci sono entrati volontariamente, se la Libia dicevo non è sicura per i migranti non lo è neppure per i libici. Cosa propone il ministro Moavero? Che l'intero popolo libico si trasferisca in Italia? Così, solo per capire...

Lasciamo perdere le facili polemiche e veniamo al sodo. Ci sono questioni sulle quali un governo non può dividersi, deve essere e deve anche apparire unito. Il rapporto con le ONG è una di queste. Il governo giallo verde è invece diviso anche su questo. Conte, Trenta, Moavero lasciano che Salvini cerchi di bloccare le navi ONG salvo poi tacere quando questi deve cedere alla loro prepotenza ed alle pressioni di qualche astuto magistrato. Così non si può andare avanti. Salvini rischia di logorarsi, impegnato com'è in continui bracci di ferro da cui alla fine esce sconfitto o comunque malconcio. Certo, grazie anche a questi bracci di ferro il flusso dei migranti si è enormemente ridotto rispetto agli scorsi anni. Quando governavano Renzi e Gentiloni, quando impazzava Alfano, ex delfino di Berlusconi, entravano in Italia a centinaia, addirittura a migliaia in certi periodi, al giorno. Chi sostiene che Salvini non ha fatto nulla di buono sul controllo dei migranti è stupido o in cattiva fede. Ciò non toglie che la situazione attuale non può proseguire. Pensare ad anni di bracci di ferro con navi ONG che forzano blocchi, magistrati che le sequestrano e subito dopo le dissequestrano è semplicemente impossibile. La situazione deve risolversi. E pare che solo una crisi di governo la possa risolvere.

Certo, una crisi presenta grossi rischi. In un paese appena normale una crisi di governo sarebbe subito seguita da nuove elezioni, ma l'Italia NON E' un paese normale. Mattarella farebbe di tutto pur si evitare il voto. Cercherebbe di imporre un governo tecnico e questo potrebbe anche raccattare una maggioranza. PD e 5S, forse anche una parte di Forza Italia potrebbero concedergli la fiducia. Ed è molto facile immaginare cosa farebbe un simile governo. Obbedienza assoluta ai vari proclami della UE, austerità e, in campo migratorio, riapertura dei porti, forse addirittura legge sullo “ius soli”. Entrino pure in Italia signori! Avanti c'è posto!
Ma una simile soluzione non è tanto semplice come alcuni pensano.
Una parte dei 5S, di Forza Italia, forse dello stesso PD potrebbe non accettarla. E, anche se una simile disastrosa prospettiva si avverasse, quanto potrebbe durare? E' fin troppo chiaro che un simile governo sarebbe del tutto avulso dal paese reale ed i suoi provvedimenti farebbero crescere pericolosamente la conflittualità politica e sociale. Ed un paese sempre sull'orlo della crisi economica questa non se la può permettere.
Insomma, è sbagliato considerare certe cose che sono invece probabili, forse solo possibili.
E in ogni caso quale può essere l'alternativa? Quattro anni di liti fra lega e 5S?
Francamente non mi sembra il massimo.

domenica 26 maggio 2019

QUESTE ELEZIONI



Le hanno tentate tutte.
Il tentativo di trasformare la difesa dei confini nazionali in “sequestro di persona”, le inchieste giudiziarie ad orologeria, la demonizzazione, la mobilitazione dei teppisti dei centri sociali, l'evocazione di un “pericolo fascista” per fortuna inesistente. E' scesa in campo anche la Chiesa cattolica, ai massimi livelli. Per vedere una così massiccia presenza della Chiesa in una competizione politica bisogna risalire alle elezioni del 18 aprile 1948. Con una differenza non da poco. Allora la Chiesa condannava forze politiche schierate con un paese, l'URSS di Stalin, in cui i cristiani dovevano subire pesantissime persecuzioni. Oggi una parte consistente del clero cattolico, a cominciare dal suo massimo esponente, condanna chi le nuove persecuzioni dei cristiani le denuncia senza se e senza ma.
I loro sforzi si sono rivelati vani. La lega incassa una vittoria straordinaria. Supera il 34% dei voti e diventa il primo partito d'Italia. Va bene anche Fratelli d'Italia, altra forza presentata come di “estrema destra” da una stampa ed una informazione faziose.
I 5 stelle subiscono una batosta memorabile. Nel corso di tutta la campagna elettorale hanno concentrato le polemiche sugli alleati di governo, hanno fatto appello ai peggiori umori giustizialisti della loro base. Dimezzano i voti.
Il PD recupera qualcosa rispetto alle politiche solo perché rosicchia una manciata di voti ai già deboli partitini collocati alla sua sinistra. L'estrema sinistra, chiassosa sui social, praticamente scompare. Il PD supera i 5S solo perché questi ultimi subiscono un crollo enorme. Se sono attendibili gli exit pool, il PD e la sinistra perdono il Piemonte, ultima regione del nord che amministravano. Ci vuole il faccione di Zingaretti per parlare di “successo”.
Mi fa personalmente molto piacere la sconfitta nettissima del partitino di Emma Bonino, il più eurofanatico di tutti.

E ci vuole una gran faccia di bronzo per parlare di “sconfitta del sovranismo” a livello europeo. Il partito popolare europeo resta forte ma perde molti seggi; inoltre dentro quel partito c'è un po' di tutto. Se ben ricordo fa parte dei popolari anche Orban che in tema di migrazioni è un po' distante non solo da Zingaretti, ma anche dalla sigora Merkel, mi pare...
In ogni caso, in Francia vince il partito di Marine le Pen, in Ungheria stravince Orban, in Polonia vincono i conservatori contrari alla immigrazione senza regole, in Gran Bretagna stravince il brexit party, con buona pace di coloro che cianciavano di secondo referendum e di una possibile rimessa in discussione dell'uscita della Gran Bretagna dalla UE. Nella stessa Germania, unico paese a trarre vantaggi dall'euro, il partito della Merkel subisce un ridimensionamento nettissimo.
Sempre a livello europeo fa impressione la sconfitta, in certi casi la quasi scomparsa, dei partiti socialisti e social democratici, sostituiti quà e là dai verdi nello schieramento politico di sinistra. Non mi fa piacere un fatto simile. Fra gli eredi di Brandt e Giuseppe Saragat e i seguaci della piccola Greta avrei preferito i primi, se non si fossero convertiti, anche loro, al “gretismo”.

Insomma, queste elezioni europee stravolgono il quadro politico in Italia e, come minimo, lo modificano radicalmente in Europa. Da oggi le prediche faziose di un Saviano o di una Laura Boldrini avranno ancora meno ascolto; la prepotenza delle ONG troverà più ostacoli, come, su un altro piano, il teppismo dei centri sociali.
C'è da essere soddisfatti, molto soddisfatti.

giovedì 18 aprile 2019

IL MONDO IN FIAMME

thunberg greta - la nostra casa È in fiamme

Sono in un ipermercato. Nel settore dei libri (che tristezza i titoli!!!) fa bella mostra di se il capolavoro della piccola Greta: “La nostra casa è in fiamme”.
Sono un masochista, non resisto alla tentazione. Lo prendo, lo apro.
Si tratta di brevi articoletti, stampati a lettere grosse, per fare aumentare il numero delle pagine, penso malignamente (ma sono molto cattivo, lo so).
Ne leggo uno a caso.
Attenzione, strilla la piccola Greta, quando in passato le emissioni erano pari a quelle di oggi il livello dei mari era di dieci metri più elevato dell'attuale.
Resto perplesso. Cosa mai avrà voluto dire la cara, piccola Greta? Non poteva riferirsi ad emissioni causate da attività umane. Di certo ai tempo dell'antica Roma le emissioni causate da attività umane erano nettamente inferiori alle attuali. Forse si riferiva ai tempi primordiali: quelli in cui le terre sono emerse, è nato l'attuale mediterraneo o in cui le dolomiti erano scogli coperti dall'acqua marina. Il quei tempi remoti le emissioni derivanti da agenti naturali erano pari alle attuali ed il mare era più elevato di dieci metri: questo forse voleva dire la piccola Greta. E mi scuso se sbaglio nella interpretazione del suo acuto pensiero.
Però... però le cose restano misteriose. Ci penso mentre spingo il carrello della spesa. Per fortuna è con me mia moglie che pensa agli acquisti...

Dunque, se il livello dei mari dipende dalle emissioni e se quando le emissioni erano pari a quelle di oggi il livello dei mari era dieci metri più alto dell'attuale, se ne deve dedurre che oggi il livello dei mari dovrebbe essere più elevato di una decina di metri. Città come Genova, Napoli e Venezia dovrebbero essere semi allagate, ma così non è, mi sembra.
La piccola Greta potrebbe obiettare che ci vuole del tempo. Livelli tanto alti di emissioni richiedono tempo per causare un innalzamento tanto elevato del livello dei mari, quindi...
Le cose però restano poco chiare. La rivoluzione industriale è vecchia di ormai circa tre secoli. Di quanto si è innalzato il livello dei mari in questi 300 anni? Di certo non di dieci metri. Genova è oggi lambita dal mare più o meno come tre secoli fa, ed anche Napoli, mi sembra...
Certo, la produzione industriale non era tre secoli fa la stessa di oggi, ma oggi ci sono tecnologie molto meno inquinanti di ieri. Moltissima energia è prodotta oggi dal nucleare, che Greta non ama ma che è ad emissioni zero. In ogni caso, lasciamo da parte i dieci metri. Rispetto a tre secoli fa l'aumento non è stato neppure di cinque o tre metri. L'innalzamento o meno del livello dei mari si misura in centimetri, al massimo in decimetri, non in metri. Ed allora?
Ma anche altre cose non quadrano. La piccola Greta sembra convinta che il clima sia determinato principalmente dalle emissioni di gas serra; per questo lancia il suo disperato e commovente allarme. Però... però tutti, comprese le persone scientificamente poco preparate come me, sanno che la terra ha attraversato diverse glaciazioni. Ci sono stati tempi in cui i ghiacci arrivavano quasi fino all'equatore. E' immaginabile che in quei tempi remoti non esistesse attività vulcanica? Non ci fosse un altissimo livello di emissioni che rendesse molto caldo il pianeta? Se queste emissioni c'erano come è stato possibile un simile raffreddamento della terra? E cosa ha reso possibile il successivo riscaldamento ed il ritirarsi dei ghiacci? Le emissioni di gas serra? Le stesse che non hanno impedito il loro avanzare? La piccola Greta non spiega il mistero.
Infine, e' davvero credibile il paragone fra l'attuale livello di emissioni di origine antropica con quello che caratterizzò il pianeta in tempi remoti? Viaggiare in auto ed aereo, costruire case, illuminare le città, coltivare grano produce emissioni di gas serra paragonabili a quelle che dovevano caratterizzare il pianeta all'epoca della deriva dei continenti? O del formarsi delle grandi catene montuose? Chissà perché ho dei dubbi.

La piccola Greta era in Italia in questi giorni. E' stata ricevuta dal Papa, dal presidente del senato signora Casellati e da un gigante del pensiero e dell'azione come Antonio Tajani. Tutto molto commovente. Però... un pensiero mi attraversa la mente. Come ci sarà arrivata in Italia la cara, piccola Greta? A piedi? Non credo. In aereo, penso, o in treno. Ma... cosa fa volare gli aerei, e viaggiare i treni? Quanta energia occorre per costruirli? Quanta per estrarre dalla terra il materiale di cui sono fatti, per costruire rotaie e campi d'aviazione? Quanta per elettrificare le linee ferroviarie? E quanta energia occorre per produrre gli strumenti di produzione che servono a costruire treni ed aerei, rotaie e campi d'aviazione? Quanta per dar da mangiare agli operai che lavorano a tutte queste brutte cose inquinanti? E quanta per produrre mezzi di produzione che servono a loro volta a produrre altri mezzi di produzione e così via? Il viaggio della piccola Greta è la migliore confutazione delle scemenze che scrive.
Si, l'ambiente è una cosa molto seria, ma la sua sacrosanta salvaguardia non ha nulla a che vedere con i deliri catastrofisti e gli estremismi infantili di Greta e dei suoi seguaci.
Ripongo il libro sullo scaffale. Per un attimo ho avuto la tentazione di comprarlo... a puro scopo informativo.
Meglio di no. Neppure un centesimo deve passare dalle mie tasche a quelle di Greta e dei suoi sponsor, del resto già molto, molto ben fornite di vile denaro.

mercoledì 3 aprile 2019

DISAGIO PSICOLOGICO E/O PSICHIATRICO

E' la loro ultima invenzione: il disagio psicologico e/o psichiatrico.
Dopo l'attacco alle torri gemelle avevano tirato fuori la bomba di Hiroshima ed il golpe cileno, come se ad abbattere le due torri fossero stati i giapponesi o i cileni. Poi erano venute fuori le crociate, il colonialismo, l'imperialismo eccetera, come se non fosse esistito un espansionismo imperialista islamico.
Ora abbandonano la storia e scendono nel profondo della coscienza. La causa di gesti davvero brutti, come sgozzare il primo che passa o cercare di bruciare vivi un bel po' di bambini, è da ricercarsi nel “disagio psicologico” o “psichiatrico”, conseguenza a sua volta della “mancata integrazione”. E di chi sarà mai la colpa per la “mancata integrazione”? Che domande! La colpa è nostra! La colpa è degli occidentali cattivi, degli italiani malvagi che non mettono in atto politiche attive di integrazione, lasciando così i poveri migranti soli, in preda ai propri disagi psicologici. Non c'è da stupirsi se poi qualcuno perde la testa e fa cosette leggermente deprecabili.
Se un teppista imbecille tira uova ai passanti e colpisce, tra gli altri, anche una atleta di colore siamo di fronte ad un "odioso atto razzista", se un marocchino naturalizzato italiano sgozza un giovanotto che gli sembra troppo felice siamo invece di fronte ad un grave disagio psicologico. Pareri...

La colpa è quindi tutta della mancanza di attive politiche di integrazione. Può essere vero, vediamo un po' di approfondire la cosa.
Se Tizio mi ospita a casa sua, mi da un tetto, mi fornisce vitto ed alloggio e mi aiuta a cercar lavoro io ho il dovere di adeguarmi agli usi e costumi vigenti in casa di Tizio. Tutti mi giudicherebbero non troppo bene se pretendessi che fosse Tizio ad operare per integrare me nel suo ambiente. Intendiamoci, potrebbe anche farlo, ma sarebbe soprattutto mio, non suo, il compito di darmi da fare per integrarmi.
Le politiche volte a favorire l'integrazione vanno anche bene, ma in nessun caso possono sostituire il dovere assolutamente prioritario dei migranti di integrarsi nel paese che li accoglie. Nessuna “politica attiva di integrazione” può avere il minimo successo se non c'è da parte dei nuovi venuti una volontà forte, chiara ed attiva di integrazione, una apertura mentale senza riserve nei confronti della cultura del paese accogliente. Pensare che basti costruire un cinema o un campo di calcetto, o concedere qualche casa popolare per integrare chi non vuole essere integrato è semplicemente stupido, molto, molto stupido.

Ma non è tutto. Il discorso sul disagio “disagio psicologico” dovuto alla “mancata integrazione” mostra tutta la sua inconsistenza non appena ci si pone una semplicissima domanda: quali livelli minimi di integrazione sono necessari per assicurare una convivenza decente fra i nuovi venuti e la popolazione locale?
La risposta è di una semplicità disarmante: per evitare atti come lo sgozzare uno sconosciuto o cercare di bruciare vivi dei bambini bastano livelli minimi, quasi nulli, di integrazione.
Se io mi trasferissi in Cina non mi occorrerebbe conoscere la filosofia di Confucio e Lao Tze per evitare di sgozzare un cinese sconosciuto che dovessi incrociare per strada. Non dovrei seguire corsi di taoismo o di buddismo e neppure di storia del celeste impero o di mandarino per evitare di bruciare vivi dei bambini cinesi. Il fatto di non approvare la politica del governo cinese non mi spingerebbe minimamente ad uccidere gente innocente. Per evitare di fare cose simili non serve una particolare "integrazione", basta riconoscere nell'altro un appartenente al genere umano.
NO! Non è il disagio psicologico e/o psichiatrico, conseguenza della “mancata integrazione”, la causa dei gesti folli di cui stiamo parlando. Dietro a quei gesti sta la disgregazione sociale conseguenza diretta della politica delle porte aperte senza limite alcuno ai migranti. Sta il degrado, l'allentarsi di qualsiasi legame fra gli esseri umani, compreso quello, estremamente generale, che ci spinge al rispetto di ogni nostro simile solo perché nostro simile. Sta, ovviamente, la criminalità individuale, ma anche, piaccia o non piaccia la cosa, una cultura fanatica e totalizzante che vede nell'altro, nell'infedele, nell'occidentale, nel laico, nell'ebreo, nel buddista, nello stesso islamico di diversa setta o confessione un estraneo assoluto, se non un nemico.
Smettiamola di dare a noi stessi la colpa di tutto, compresi i crimini di cui siamo vittime. Non è solo vile, sbagliato, ingiusto, stupido. E' suicida, stupidamente suicida.

giovedì 21 marzo 2019

RAZZISMO MAGREBINO?

E' l'ultima scoperta dei “buoni”. Ci sono africani razzisti!
I magrebini in particolare sarebbero razzisti nei confronti degli africani neri, i sub sahariani soprattutto.
C'è solo da dire: meglio tardi che mai!
Il razzismo è un fenomeno assai diffuso e complesso, purtroppo. Non esiste solo il razzismo dei bianchi nei confronti dei neri.
Esiste un razzismo nero nei confronti dei bianchi, un razzismo di neri nei confronti di altri neri, molte forme di razzismo legate ad odi etnici e tribali. Nessuno è immune da questa brutta malattia, purtroppo.
Però... fino a poco tempo fa chi ricordava queste cose, assolutamente ovvie, era subito bollato di... razzismo! L'unico razzismo è quello dei bianchi nei confronti dei neri, altri razzismi non esistono! E chi dice il contrario è... razzista!
Oggi pare che le cose siano cambiate. Eleganti commentatori e commentatrici televisive ci comunicano che i magrebini sono terribilmente razzisti ed i libici lo sono in maniera particolare. Fino a ieri parlavano dei libici come di povere vittime dell'imperialismo occidentale. Oggi sembra che la Libia sia in mano al Ku Klus Klan e che in Libia sia in corso un autentico genocidio nei confronti degli africani sub sahariani. Un immenso intellettuale come Gad Lerner ha parlato addirittura di una Soah libica. Se lo dice lui...
Come mai una inversione di rotta tanto radicale? Beh... il motivo è fin tropo chiaro. I magrebini sono razzisti quindi... quindi dobbiamo accogliere in Italia tutti color che partono dalla Libia, minacciati dal razzismo magrebino!
Davvero fantastico! “Ragionando” (si fa per dire) in questo modo avremmo dovuto, e dovremmo, accogliere in Italia la popolazione nera degli Stati uniti, visto che in quel paese il razzismo è di certo esistito, e in una certa misura ancora esiste. E dovremmo accogliere chissà quante minoranze etniche e razziali che, in una forma o nell'altra sono minacciate dalle tante forme di razzismo presenti nel mondo. Svariate centinaia di milioni di persone avrebbero “diritto” di essere “accolte” in Italia... esaltante prospettiva!
Non solo. Il razzismo non è quasi mai unilaterale. Se esiste un razzismo dei magrebini nei confronti dei sub sahariani esiste molto probabilmente un razzismo di questi nei confronti di quelli. Quindi, “ragionando” (si fa sempre per dire) come certi super intellettuali dovremmo accogliere sia gli uni che gli altri, col risultato di trovarci qui da noi, in casa nostra, a fare i conti col razzismo inter africano! Fantasie? Non troppo. La massiccia immigrazione islamica in Europa ha prodotto, fra le altre cose, anche il trasferimento nel nostro continente dei conflitti inter islamici. Fantastico risulato della “accoglienza” senza limiti.

Polemiche a parte, il difetto sta nel manico. Non si può pretendere di risolvere i conflitti che agitano il mondo trasferendo intere popolazioni nel vecchio continente, tra l'altro già abbondantemente sovra popolato. Il razzismo africano va combattuto dagli africani. Se questo razzismo provoca crisi umanitarie la comunità internazionale deve semmai intervenire, anche militarmente, per porvi termine. Pensare di risolvere il problema trasferendo mezza Africa in Europa, o in Italia, è semplicemente folle. Non risolve il problema, semmai lo generalizza. Non elimina la malattia, la trasforma in pandemia. Rende ancora più affollata l'Europa e priva l'Africa di potenziali risorse; dà una speranza, del tutto illusoria, di miglioramento a chi è in grado di pagarsi il (carissimo) viaggio in gommone e lascia gli altri, quelli più disperatamente poveri, in situazioni terribili.

Un'ultima considerazione. Sono davvero sincere certe descrizioni della Libia? Davvero in Libia è in corso un “genocidio”?
Nel decadente occidente di oggi le parole stanno sempre più perdendo il loro significato. La parola “genocidio” è una delle più abusate. Qualsiasi atto di violenza viene ormai definito “genocidio”. Ma si tratta di volgari strumentalizzazioni propagandistiche. E' genocidio lo sterminio programmato di interi gruppi etnici o razziali (qualcuno aggiunge, sociali). I morti in un attentato, i caduti in battaglia, le vittime collaterali di un bombardamento non costituiscono un genocidio. Nessuno parla di genocidio riferendosi alle innumerevoli vittime del terrorismo islamico, e fa bene a non farlo.
La Libia non è certamente un paradiso. Non ho difficoltà alcuna a credere che in Libia accadano cose molto brutte. Personalmente non passerei mai una vacanza in Libia, né sarei felice se mio figlio ci andasse a lavorare, anche se profumatamente pagato. Ma parlare di “genocidio” in Libia è solo una vogare mistificazione messa in giro dai fanatici della accoglienza senza limiti.
La Libia ha un governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Con questo governo ha stretto a suo tempo accordi proprio in tema di immigrazione il governo di centro sinistra. Nessuno, mi pare, ha chiesto che si intervenga in quel paese pr porre fine a quella che qualcuno definisce addirittura  una “nuova shoah”. Non credo che in Corea del Nord si stia, da nessun punto di vista, molto meglio che in Libia. Aspetto che la nave di qualche ONG si diriga verso il paese di Kim Jong Un...
Inoltre, dalla Libia non partono libici, partono persone che in Libia ci sono entrate di loro spontanea volontà. Qualcuno riesce ad immaginare ebrei che entrassero spontaneamente, sia pure a solo scopo di transito, nella Germania nazista? Qualcuno lottava per entrare, anche solo per transito, nella Russia di Stalin? O nella Cina di Mao? O nella Cambogia di Pol Pot? Era facile entrare in questi paesi? Non mi pare. Soprattutto, era facile uscirne? E' molto strano l'inferno libico. I magrebini sono razzisti, odiano i sub sahariani ma li lasciano entrare in Libia, e poi permettono loro di andarsene sui gommoni. Proprio come facevano le SS con gli ebrei, o i Vopos che sorvegliavano il muro di Berlino, e sparavano a vista su chiunque cercasse di superarlo!
Ha volte ho l'impressione che la faziosità offuschi il cervello di molta, troppa gente!

mercoledì 20 marzo 2019

CONTRO OGNI LEGGE




Tanto per chiarire, per punti.

1) Il filmato, di fonte assolutamente insospettabile, mostra che la “Mare Ionio” non ha affatto soccorso dei “naufraghi”. Il gommone non stava affatto affondando e il mare non era per nulla agitato.

2) La “mare Jonio” si trovava in acque territoriali libiche. Una motovedetta della guardia costiera libica era a sole 5 miglia dal gommone. Sarebbe arrivata in breve tempo e avrebbe potuto soccorrere i migranti.

3) La guardia costiera libica aveva intimato alla “mare Ionio” di non trasbordare i migranti. Il suo comandante ha sprezzantemente disubbidito all'ordine.

4) Dopo aver trasbordato i migranti il comandante della nave ONG ha stabilito che, a suo insindacabile giudizio, il porto sicuro più vicino era quello di Lampedusa e ha fatto rotta verso l'isola.

5) Una motovedetta della guardia di finanza italiana ha intimato DUE VOLTE alla “mare Ionio” di spegnere i motori e di non entrare in acque territoriali italiane. Il comandante ha sprezzantemente disubbidito all'ordine. Se io non mi fermassi ad un blocco stradale della polizia rischierei la pelle...

6) Il comandante della “mare Ionio” si è giustificato dicendo che se avesse obbedito all'ordine della guardia di finanza la sua nave rischiava il naufragio. Quindi, per lui, i finanzieri italiani sono dei criminali che coi loro ordini mettono a rischio decine di vite umane. E' lecito dubitarne?

7) I membri della ONG continuano a parlare della guardia costiera libica come di “cosiddetta guardia costiera”. La Libia ha un governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Il governo di centro sinistra fece a suo tempo accordi con questo governo in tema di immigrazione. La gran maggioranza dei migranti che partono dalla Libia NON sono libici. Sono ENTRATI di loro spontanea volontà in Libia. Non credo lo avrebbero fatto se davvero in quel paese fosse in corso un “genocidio”. La libia ha una GURDIA COSTIERA, non una “cosiddetta” guardia costiera.

8) Le cose sono molto chiare. Le ONG pretendono di fare quello che vogliono in barba ad ogni legge. Pretendono di essere LORO a decidere quali porti sono sicuri e quali no. Se ne fregano di guardie costiere e di guardia di finanza. Vediamo come agirà la magistratura italiana...

Per concludere una piccola nota di ottimismo. Un anno, un anno e mezzo fa la situazione era del tutto diversa. Le ONG facevano quello che volevano senza incontrare ostacolo alcuno, si parlava di “ius soli” ed ogni giorno sbarcavano a centinaia. Non è che ora le cose vadano molto bene. Di certo però vanno meglio.

martedì 12 marzo 2019

IL GOVERNO DEI SAPIENTI


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Ormai lo dicono in tanti: il principio maggioritario, base della democrazia, è “vecchio”, “superato”, va radicalmente rivisto. Il popolo è ignorante e non si possono affidare le sorti di un paese alle persone ignoranti. Devono governare i colti, le persone “sapienti”.
C'è una buona dose di arroganza ed insieme di ingenuità in simili posizioni. CHI è ignorante e CHI è “sapiente”? Un laureato è più colto di un semi analfabeta, ma è molto ignorante rispetto ad un nobel per la fisica. Il vecchio Socrate ammoniva: “siamo tutti ignoranti”, ma a sommi intellettuali come Carlo Calenda non interessa troppo, sembra, l'ignoranza socratica. E nessuno, pare, è sapiente in tutto. Un grande musicista può non sapere nulla di economia ed un fisico insigne può non conoscere la storia. E, quali fra i “sapienti” dovrebbero avere l'onore e l'onere di governarci? Come scegliere fra loro? Tramite libere elezioni? Siamo al punto di partenza. Organizzando “concorsi di sapienza”? E chi dovrebbe comporre l'infallibile giuria, chi la dovrebbe scegliere? Siamo di nuovo al punto di partenza.
In realtà chi teorizza il governo dei “sapienti” parte da un presupposto indimostrato ed indimostrabile: i sapienti siamo NOI. Noi siamo colti, raffinati, intelligenti. Gli altri no. Gli altri, “loro” sono stupidi, ignorati, mossi da passioni elementari. Noi decidiamo con la testa, loro con la pancia. Quindi noi e solo noi abbiamo diritto di governare. Peccato che tutti, ma proprio tutti, possano fare simili discorsi. I sapienti siamo NOI, strilla Tizio, leader del partito dei “sapienti”, NO, siamo NOI, replica Caio, leader del partito opposto. Come risolvere una simile contesa? In un solo modo: a suon di pugni prima, di sassate poi, infine di fucilate. Decide la violenza, in nome della sapienza e della intelligenza, delle scelte fatte non con la pancia ma con la testa.
Tra l'altro l'idea che i “sapienti” facciano sempre le scelte migliori è quanto meno discutibile. Un uomo di sconfinata cultura come Martin Heidegger aderì entusiasticamente, nel 1933, al partito nazionalsocialista, e fino al 1945 pagò con teutonica puntualità le quote. Un grande intellettuale come Giovanni Gentile fu ministro di Mussolini. Non parliamo poi degli intellettuali che osannarono l'URSS di Stalin o la Cina di Mao: Jean Paul Sartre, Pablo Picasso, George Bernard Shaw, i coniugi Webb, Bertolt Brecht, Gyory Lukacs... l'elenco è davvero troppo lungo. Molti di questi intellettuali fecero dei viaggi in URSS in piena epoca staliniana. Tutto era rigidamente programmato. Gli ospiti non potevano discostarsi di un centimetro dai percorsi stabiliti, incontravano solo persone sorridenti e felici che narravano loro che la Russia di Giuseppe Stalin era il paese del pane e delle rose, una sorta di paradiso in terra. Neppure una voce blandamente critica, neppure una! Qualsiasi manovale senza alcun titolo di studio si sarebbe insospettito, avrebbe detto: “qui c'è qualcosa che non va”... loro no. I grandi intellettuali, i sottilissimi filosofi bevevano come verità indiscutibili menzogne che non avrebbero convinto un bambino. C'è da fidarsi di simili “sapienti”? Non troppo, specie se governano senza che i tanto disprezzati “ignoranti” li possano controllare. Il miglior pregio della democrazia, ce lo ricorda Popper, consiste precisamente nel dare ai governati la possibilità di sbarazzarsi, senza far uso della violenza, di governanti che fanno danni eccessivi, malgrado tutta la loro sapienza.

Al di la delle precedenti considerazioni, frutto di semplice buon senso, c'è un errore di fondo in tutte le teorizzazioni di chi contrappone alla democrazia una qualche forma più o meno mascherata di “dittatura dei sapienti”.
Dietro a queste teorizzazioni sta una concezione “tecnica” della politica. Il compito fondamentale della politica sarebbe quello si scegliere le tecniche migliori per realizzare determinati fini o valori, della cui bontà non è lecito dubitare. Esisterebbe un “bene” oggettivamente valido per tutti ed il politico avrebbe il compito di governare la società in maniera tale da permetterle di raggiungere, o quanto meno di avvicinarsi a tale bene. Nulla di nuovo sotto il sole. Si tratta della concezione platonica della politica che non a caso sfocia nella richiesta che siano i filosofi, meglio, IL filosofo, a governare la città. Se davvero esiste un bene oggettivamente valido per tutti e se davvero il compito della politica consiste nel cercare le tecniche adatte a realizzarlo è chiaro che solo ad uomini superiori spetta il compito del governo. Solo loro possono sapere quale sia il vero bene e quali le tecniche per raggiungerlo. La “Repubblica” di Platone (non quella di Scalfari) rappresenta una eccelsa giustificazione teorica di questa concezione della politica. Non a caso un liberale come Popper la ha sottoposta ad una critica serrata, probabilmente sbagliata in alcune sue parti, qua e la ingiusta o esagerata nei toni, ma sostanzialmente condivisibile, a modesto parere di chi scrive.

Il difetto, come suol dirsi, sta nel manico. La politica non consiste nella scelta delle tecniche migliori per realizzare un fine universalmente condiviso, ma nella scelta fra fini diversi e tutti egualmente legittimi. Le società contemporanee e, in una certa misura, gran parte delle società storiche, sono, o sono state, caratterizzate da una pluralità di forze sociali, politiche, culturali, quindi da una pluralità di idee, interessi, fini, valori. La democrazia è il sistema che permette la scelta pacifica fra questi diversi interessi, fini, valori. Non una scelta escludente, che premi determinati fini ed escluda gli altri dalla competizione politica. No, una scelta che privilegi, per un determinato periodo di tempo, certi interessi, fini e valori senza annichilire gli altri. L'essenza della democrazia, meglio, della democrazia liberale, consiste nel pluralismo, e in una società pluralista nessun interesse, fine o valore può essere eliminato a meno che i suoi fautori non scelgano la strada della violenza.
Se questa è, per usare una brutta parola, l'essenza della democrazia liberale, è abbastanza chiaro che le fondamentali scelte di valore che questa consente non richiedono una particolare cultura.
Dobbiamo privilegiare lo sviluppo economico anche a costo di una riduzione delle aree naturali incontaminate o bisogna privilegiare la difesa dell'ambiente anche a costo di un certo rallentamento dello sviluppo? Dobbiamo dare più importanza alla integrazione internazionale o alla autonomia nazionale? Dobbiamo privilegiare la libertà individuale o l'uguaglianza? La sicurezza o i diritti dei singoli? Simili scelte di valore sono relativamente semplici, non richiedono conoscenze particolari. Per difendere la sua concezione tecnica della politica Platone e i suoi mediocri, e spesso inconsapevoli, tardi epigoni, fanno spesso paragoni con l'arte medica. Nessuno si farebbe curare da un medico impreparato solo perché in tanti lo hanno votato. Verissimo, ma in politica non si decide sulle tecniche di cura, semmai si sceglie fra il valore della salute ed altri valori. Val la pena di rinunciare a certi cibi perché forse poco salubri oppure è meglio vivere un po' meno sani ma godersi i piaceri della buona tavola? Non occorre essere medici per compiere scelte simili.
Tutto questo riduce le democrazie liberali al nichilismo relativista? No, ovviamente. Perché la democrazia, per vivere, ha bisogno che alcuni valori base siano largamente, quasi universalmente, condivisi. Le persone sono titolari di diritti che nessuno può loro togliere, sui problemi controversi si decide a maggioranza, le maggioranze non possono opprimere le minoranze, Ogni essere umano ha, in quanto tale, una sua ineliminabile dignità. Su queste cose in una democrazia pluralista non si sceglie. Ma sul resto, su tutto il resto si.

Andando a votare il corpo elettorale non sceglie fra verità ed errore Non si stabilisce col voto se una teoria scientifica o una dottrina filosofica siano o meno vere, o logicamente coerenti. Col voto non si decide del valore artistico di un dipinto od una sinfonia. Neppure il torto o ragione sono in discussione col voto. Col voto si decide “solo” quale forza politica abbia il diritto di governare, per un certo periodo di tempo e rispettando i diritti delle minoranze e dei singoli. Chi vince alle elezioni ha diritto di privilegiare nella sua azione certi valori, idee, interessi fermo restando che le idee, i valori, gli interessi di chi è rimasto in minoranza continuano ad avere piena legittimità. Tutto qui. Per questo le lamentele di chi contrappone al popolo bue la sapienza dei dotti sono completamente fuori luogo. La democrazia liberale non assomiglia in niente alla tirannide della maggioranza. Chiunque vinca alle elezioni non ha il diritto di impedire ai sapienti di far valere, in tutte le opportune sedi, la loro sapienza. Ha solo il diritto di governare. Chi contrappone a questo la sua “superiore cultura” non fa altro che contrapporre ad una presunta tirannide della maggioranza una non meno pericolosa tirannide della minoranza.
Ma, si potrebbe obiettare, la cultura è comunque importante nella azione di governo. La politica democratica si concretizza nella scelta fra fini diversi, ma, quale che sia il fine che viene scelto, per metterlo in atto occorre una buona dose di conoscenze. E molto spesso le scelte non sono particolarmente nette. Si sceglie non tanto fra A e B ma fra certe diverse misture di A e B. Quale è la “mistura” giusta? Quale il giusto punto di equilibrio? Per stabilirlo occorre spesso avere un elevato grado di cultura. Tutto giusto, tutto ampiamente condivisibile. La politica è anche cultura, richiede sempre una certa dose di conoscenze, non è solo scelta dei fini ma anche, in una certa misura, messa in atto di tecniche adeguate a realizzarli. Perché una democrazia liberale funzioni bene occorre che la cultura sia abbastanza diffusa sia fra gli eletti che fra gli elettori. Questo però non giustifica in alcun modo la pretesa arrogante di sostituire alla sovranità (limitata ovviamente) del corpo elettorale la presunta superiorità dei “sapienti”. Non la giustifica non solo perché molto spesso i “sapienti” tali non sono, ma per un motivo molto più fondamentale. Chi possiede la cultura deve consigliare, mettere in guardia, ammonire, istruire nelle sedi adeguate chi di cultura ne possiede meno, ma non può scegliere al posto suo sulle questioni fondamentali della vita politica. Non può e non deve farlo perché la facoltà di scelta è essa stessa, in quanto tale un valore della massima importanza. La politica riguarda il bene di una certa collettività, così come le scelte individuali riguardano il bene dei singoli; nessuno può imporre un determinato bene a nessun altro, sia questo un soggetto individuale o sovra individuale. La pretesa di imporre agli altri quello che a qualcuno, naturalmente molto “sapiente”, appare come il suo “vero” bene è tipica dei tiranni totalitari. Gli Hitler e gli Stalin, i Mao ed i Pol Pot hanno sempre affermato di operare per il “vero bene” di qualcuno: la nazione tedesca, la classe operaia internazionale, i “popoli” del terzo mondo. Con i risultati che tutti conoscono.
Personalmente sono grato a chiunque mi voglia consigliare. Se decido di fare una escursione in montagna ed una guida mi ammonisce sulle difficoltà del percorso sono dispostissimo a riconoscere la sua maggiore competenza e a prendere in considerazione quanto mi dice. Ma la scelta alla fine resta mia. Sono io che, una volta debitamente informato sulle difficoltà che mi attendono, devo decidere se valga o meno, per me, la pena di affrontarle. Mi sentirei vittima di una intollerabile ingiustizia se qualcuno, per il “mio” bene, mi impedisse con la forza di partire. Per ciò che riguarda la mia vita preferisco, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, sbagliare liberamente che essere obbligato a fare la cosa giusta. Vale per me come individuo, vale anche per i soggetti sovra individuali.
E tanto basta, direi.