lunedì 29 giugno 2020

CAPOLAVORI "RAZZISTI"?



Pietà Vaticana di Michelangelo Buonarroti: analisi
Michelangelo, come nacque «la più bella opera di marmo» (1ª parte ...
 L'ultima cena" di Leonardo Da Vinci: rivelato un dettaglio che è ...



Gesù non chiese mai l'abolizione dello schiavismo.
Quando il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell'impero romano nessuno chiese che lo schiavismo fosse abolito. Tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio, nell'altro mondo. In questo mondo, di fronte a Cesare, ci sono i liberi e gli schiavi.
Tanto dovrebbe bastare perché i prodi militanti del BLM dichiarino “razzista” il cristianesimo. Questi signori non amano le contestualizzazioni storiche, non cercano mai di inquadrare nella loro epoca eventi e personaggi. Se Tizio, vissuto 5 o 10 secoli fa, sosteneva cose che ai nostri giorni appaiono inaccettabili Tizio è un razzista e come tale va trattato, punto. Ragionando (si fa per dire) in questo modo Cristo dovrebbe esser definito “schiavista”, le sue statue distrutte, i quadri che lo raffigurano sfregiati.
Ma i militanti del BLM non arrivano a tanto. I più accoorti di loro hanno probabilmente abbastanza astuzia da capire che un simile atteggiamento sarebbe controproducente. Non dichiarano quindi “razzista” e “schiavista” il cristianesimo, non condannano Cristo, si limitano a chiedere la modifica del suo aspetto fisico. Cristo non era biondo, non aveva gli occhi azzurri. Rappresentarlo in questo modo è un atto di “suprematismo bianco”. Cristo era nero, o almeno aveva la pelle molto scura, occhi e capelli corvini. Sia quindi rappresentato nero o molto, molto scuro. E le statue ed i dipinti che lo rappresentano diversamente siano rimossi o distrutti. Chi non lo fa è un razzista.
Non so quale fosse il colore della pelle, degli occhi e dei capelli di Cristo, ma di certo non era nero. Chiedere che Cristo venga dipinto nero è un po' come chiedere che il Buddah venga raffigurato con fattezze occidentali. Questi però sono dettagli tutto sommato non troppo rilevanti. Le raffigurazioni del Cristo risentono ovviamente della cultura e dell'epoca storica in cui visse chi le ha fatte. A parte che non mi sembra ci siano tantissimi quadri in cui Cristo viene rappresentato con gli occhi azzurri, nel fatto che gli artisti europei amassero rappresentare Cristo con fattezze europee non c'è nulla di “suprematista” o "razzista". E non c'è neppure alcun deliberato tradimento della verità storica. I pittori che dipinsero Cristo non dovevano fornire al popolo un suo identikit, lo dipinsero come loro lo vedevano e da europei lo dipinsero il più delle volte con fattezze europee. Se un pittore dipingesse un Cristo nero qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di una rappresentazione storicamente poco attendibile, ma si rispetterebbe il punto di vista del pittore. Nessuno, credo, chiederebbe la distruzione di un simile quadro, chi lo facesse andrebbe giustamente bollato come razzista. Esiste del resto la madonna nera di Czestochowa e nessuno, mi pare, ha mai chiesto che venga distrutta o rimossa.

Moltissime rappresentazioni di Cristo e della Madonna sono opere d'arte di inestimabile valore.
Nelle foto si possono ammirare due particolari della prima pietà di Michelangelo e l'ultima cena di Leonardo.
La pietà è una statua, quindi non dice nulla sul colore di pelle, occhi e capelli di Cristo e della Madonna, ma le fattezze di entrambi sono sicuramente “bianche”. La pietà è quindi un'opera “razzista” e “suprematista”. Venga rimossa, meglio, distrutta! E stessa fine facciano le altre pietà dei Michelangelo e gli affreschi della Sistina; in uno di questi Adamo ed Eva sono indubitabilmente bianchi! Che orrore!
E l'ultima cena di Leonardo? In questa il Cristo non è biondo, appare castano, e non si riconosce il colore dei suoi occhi, ma è bianco, proprio bianco, non appare neppure un po' abbronzato! Si tratta di una offesa intollerabile. Si copra questo mostruoso affresco se propri non lo si vuole distruggere. E stessa fine facciano altre opere del razzista Leonardo: l'annunciazione ad esempio, o la vergine delle rocce.
Anni fa uno squilibrato colpì a colpi di martello il volto della Madonna della prima pietà, che per fortuna venne magnificamente restaurata. Allora tutti urlarono di orrore di fronte ad un simile gesto vandalico. Oggi se qualche militante “antirazzista” facesse una cosa simile molti giustificherebbero il suo gesto. La follia iconoclasta che ci circonda non distrugge solo l'arte. Spappola i cervelli.
I nuovi barbari vanno fermati, ad ogni costo!

lunedì 8 giugno 2020

RAZZISMO


L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi e spazio all'aperto

Un tempo si definiva “razzista” chi era convinto che alcune caratteristiche inessenziali degli esseri umani, come il colore della pelle o la forma degli occhi, determinassero anche le loro caratteristiche intellettuali e morali. Oggi il termine “razzista” ha invece amplificato all'estremo i suoi significati. Un tempo era razzista chi era convinto che i bianchi fossero, in quanto bianchi, superiori ai neri. Oggi viene definito “razzista” chi ritiene che una CULTURA che ha prodotto Platone ed Aristotele, Kant e Newton, Dante, Shakespeare ed una schiera enorme di altri simili giganti sia sullo stesso piano di culture che non hanno prodotto nulla di simile. Tutte le culture sono uguali, se non ci credi sei “razzista”. E sei ugualmente “razzista” se ti dici convinto che lapidare una adultera, decapitare un apostata o impiccare un gay siano cose moralmente spregevoli, anche se largamente accattate in alcune culture.
Non solo, oggi è “razzista” chi è convinto che i confini debbano continuare ad esistere e i flussi migratori controllati. Tutti possono andare dove pare loro, se non sei d'accordo sei “razzista”.
Non solo. Oggi sei “razzista” se non ritieni che ogni violenza che colpisca uomini e donne di colore debba, SEMPRE, essere interpretata come "razziale”. E se tale violenza razziale esiste questa non deve, MAI esser considerata un fatto isolato, che riguarda singole persone o gruppi. NO, deve sempre riguardare la società nel suo complesso. Se uno spacciatore nigeriano fa a pezzi una ragazza bianca si tratta di un caso di criminalità individuale, privo di ogni aggancio sociale. Un poliziotto americano bianco che uccide un uomo di colore è prova che gli USA sono attraversati da una “pandemia di razzismo”.
Non solo. Oggi sei “razzista” se guardi alla storia con occhi, appunto, da storico. Sei “razzista” se rifiuti di condannare moralmente Aristotele per la sua difesa dello schiavismo, se non riduci Roma antica a immondo mercato di schiavi, o se ritieni grandi uomini come Washington, Lincon o Churchill anche se non avevano sui neri idee simili a quelle di un moderno liberal.
Soprattutto, sei “razzista” se ricordi sommessamente che il razzismo è esistito in un tutte le civiltà. Che lo schiavismo è stato praticato in medio oriente fino alla metà dello scorso secolo, che gli Aztechi erano schiavisti e facevano sacrifici umani, che lo schiavismo esisteva anche in Africa.
No, per non essere definito “razzista” devi flagellare sempre e solo l'occidente. Devi ridurre tutta la storia della nostra civiltà all'abominio del razzismo schiavista e devi, nel contempo, assolvere tutte le altre civiltà, dimenticare i loro numerosissimi abomini.
Per farla breve: se non sei un liberal politicamente corretto sei “razzista”.
E' chiaro che così usata la parola “razzista “perde ogni significato. Tutto è “razzismo", quindi nulla lo è...






domenica 7 giugno 2020

AMERICA AMERICA

Che lo stato dell'informazione sia in Italia semplicemente indecente è noto. Ma c'è chi riesce a distinguersi anche in questa palude di generalizzata indecenza.
Oggi il TG5, principale TG delle reti Mediaset, ha comunicato al popolo bue che almeno UN MILIONE di persone hanno manifestato a Washington contro il razzismo. Lo ha smentito nientemeno che Rai news 24: a Washington hanno sfilato ALCUNE DECINE DI MIGIAIA di manifestanti. Del resto, bastava guardare le immagini per capire che il “MILIONE” sparato dal TG5 era una palla di proporzioni … milionarie!
Non parliamo poi del contenuto dei vari servizi. Da giorni tutti i TG, con insistenza goebbelsiana, continuano a dipingere gli Stati Uniti come un pese in preda ad una pandemia di razzismo, con forze di polizia che si divertono a fare il tiro al nero.
Che negli USA il razzismo esista è innegabile, è legato alla loro storia, al formarsi della identità americana, ma davvero questo ha OGGI le dimensioni che i media ufficiali raccontano? Se così fosse i vari liberal “progressisti” dovrebbero chiedersi a cosa sono serviti gli OTTI ANNI di presidenza Obama, a cosa la tanto celebrata politica della azione positiva, a cosa la presenza massiccia di neri in cariche importanti, nelle stesse forze di polizia, spesso con posizioni dirigenziali, a cosa i tanti stati amministrati proprio dai liberal.
Tutta colpa di Trump? Lo sostiene quel genio di Alan Friedman (quello che sembra Onlio). Per lui tutto andava benone, l'America era la terra di una felice integrazione, poi è arrivato il “tycoon” e tutto è precipitato nel razzismo. Tesi molto profonda ed interessante... però... però gli scontri razziali hanno caratterizzato anche la presidenza Obama, però il Minnesota è OGGI amministrato dai democratici, e il capo della polizia di Minneapolis è un nero... anche loro razzisti fans di Trump?
Chissà... forse il problema non è tanto il razzismo quanto il fallimento delle varie politiche separatiste che hanno caratterizzato la sinistra americana e la presenza negli USA, ed anche in Europa, di idee, sentimenti, interessi ostili non tanto al razzismo quanto alla società pluralista, democratica, in una parola, occidentale.
E' solo una ipotesi certo, ma forse non troppo peregrina...

mercoledì 3 giugno 2020

LO SCHIAVISMO E L'ODIO DELL'OCCIDENTE CONTRO SE STESSO

La schiavitù moderna non riguarda affatto solo l'Europa e gli Stati Uniti. Riguarda anche l'Africa ed il medio oriente, anzi, queste due aree videro un commercio di schiavi addirittura più massiccio di quello fra l'Africa, l'Europa ed il nord America. Il filosofo francese Pascal Bruckner ne “La tirannia della penitenza” ricorda che
“ il primo stato arabo mussulmano ad abolire la schiavitù fu la Tunisia nel 1846, ma la misura divenne efficace solo con la presenza dei francesi nel 1881. L'impero ottomano seguirà questa via verso la fine del diciannovesimo secolo. Questo traffico è stato dichiarato illegale nello Yemen e in Arabia saudita solo nel 1962 ed in Mauritania nel 1980”. Posso permettermi di aggiungere che l'Isis ha riscoperto OGGI la schiavitù e che in alcuni pesi musulmani la condizione delle donne ricorda moto da vicino quella delle schiave.
Dal canto suo Robert Hughes ricorda ne “la cultura del piagnisteo” che
“Jean Bedel Bokassa, incoronato nel 1977 imperatore della Repubblica Centrafricana, (...) possedeva centinaia di schiavi e ogni tanto, per divertirsi, ne massacrava un certo numero”.
Tanto per chiarire, Huges è tutto meno che uomo di “destra”, nel suo libro sottopone a critiche dure, e non sempre giuste a mio avviso, il presidente Regan.
Val la pena di aggiungere che gli ospiti dei gulag staliniani e delle comuni agricole nella Cina maoista erano schiavi a tutti gli effetti. I grandiosi piani quinquennali furono realizzati anche col lavoro forzato di milioni di sventurati.
Eppure quando si parla di schiavitù moderna si ricorda sempre e solo quella americana e se si allarga il discorso al mondo antico ci si concentra sempre sull'antica Roma. La schiavitù è stata caratteristica di tutta l'antichità, ma la civiltà romana è interna all'occidente quindi il suo schiavismo appare particolarmente ripugnante.

Queste considerazioni non dovrebbero neppure esser fatte. Lo schiavismo ha caratterizzato gran parte della storia del genere umano e si è trattato sempre di un fatto moralmente ripugnante, punto.
Oggi però qualcuno usa la storia dello schiavismo per giustificare qualsiasi cosa facciano i discendenti degli schiavi di ieri. Nessuna persona ragionevole può ritenere giusto che se un poliziotto uccide un uomo di colore altri uomini di colore saccheggino super mercati, brucino chiese e sinagoghe, uccidano il primo bianco che vedono. Così i nostri cari “progressisti”, per giustificare l'ingiustificabile, si appellano alla storia. Avete avuto lo schiavismo, ora pagate, strillano.
E, del tutto ignoranti della storia, dimenticano che lo schiavismo non lo abbiamo avuto solo noi.
E, incapaci di pensare, dimenticano che se il loro modo di “ragionare”, si fa per dire, fosse anche solo minimamente corretto allora gli ebrei dovrebbero massacrare un sacco di tedeschi, cristiani e musulmani. E i discendenti degli internati nei gulag dovrebbero bruciare le sedi di ogni partito si sinistra.
Tempo fa una anziana signora ebrea è stata sgozzata a Parigi da un giovane musulmano. Non mi pare che gli ebrei francesi abbiano sparato a vista sugli arabi o bruciato moschee. E quando il comunismo è crollato non c'è stata nessuna caccia all'uomo, mi pare.
Me ne rendo conto, le mie considerazioni per qualcuno sono inutili. L'odio che certi occidentali hanno per la loro civiltà è peggio del Covid 19. Nessuna considerazione è in grado di farlo vacillare. Le persone ragionevoli non possono convincerli. Devono però difendersi dai loro deliri. In maniera pacifica, democratica, ma senza timidezze. Ne va della sopravvivenza di ciò che resta della nostra civiltà.

mercoledì 20 maggio 2020

RENZI O IL POTERE FINE A SE STESSO


Un anno di Renzi premier, ecco le foto "migliori"


Se ad un talk show partecipano Gad Lerner o Laura Boldrini io so in anticipo, più o meno, cosa diranno su un determinato argomento, e so anche che sarò in radicale dissenso con quanto diranno.
Se a partecipare è invece Matteo Renzi le cose cambiano. E' possibile che il leader di Italia viva dica cose molto diverse da quelle che io mi aspetto. E francamente non so se sarò o meno d'accordo con lui.
Una cosa però la so: non esisterà alcun legame fra ciò che Matteo Renzi dirà e ciò che farà. In Renzi le parole sono completamente separate dalle cose. Non si tratta, sia ben chiaro, del famoso “mare” che si estende fra il dire ed il fare e che rende molto difficile, a volte quasi impossibile, realizzare i propri propositi. Renzi quel mare non cerca neppure di attraversarlo. Dopo aver strillato che intende affrontare le onde dell'oceano cambia strada e si avvia di buon passo verso la montagna. E' fatto così...

Per Renzi i discorsi e gli impegni programmatici contano meno di zero. Disse che non sarebbe mai diventato presidente del consiglio senza passaggio elettorale, poi lo divenne grazie ad una manovra tutta interna al suo partito. Rassicurò Letta, poi lo pugnalò alle spalle. Sui migranti è passato dallo slogan “aiutiamoli a casa loro” al sostegno dello ius soli e delle sanatorie. Raggiunse un accordo con Berlusconi e poi si unì a quanti lo cacciarono dal parlamento. Promise a tutti che avrebbe abbandonato la politica se avesse perso il referendum, eppure è ancora qui. Si è detto convinto che Salvini non ha mai commesso alcun reato ma ha votato per la autorizzazione a procedere. Ieri ha sommerso di critiche pesantissime Bonafede, poi gli ha rinnovato la fiducia. Si potrebbe continuare.
Non si tratta, dovrebbe essere chiaro, di un semplice “cambiare idea”. Solo i cretini non cambiano mai idea. Cambia idea chi riflette sulle proprie idee, ne esamina la coerenza, l'accordo o il disaccordo con determinati valori, le confronta con la realtà ed infine, se si convince che sia giusto farlo, le cambia. E se le cambia dice chiaramente che le ha cambiate, e spiega il perché del cambiamento. Cambiare idea vuol dire essere intellettualmente onesti. Per Renzi il discorso è completamente diverso: lui non cambia idea, semplicemente non dà alcun valore alle idee. Le idee non sono per Renzi degli impegni da cercare quanto meno da mantenere. Sono solo degli strumenti per realizzare ciò che davvero gli sta a cuore: il potere. Non il potere per realizzare idee, progetti, programmi, ma idee, progetti, programmi per ottenere il potere.

Da un certo punto d vista Renzi è un bolscevico, un autentico leninista. Come Lenin ed i bolscevichi Renzi fa propri dei programmi non tanto per realizzarli quanto per i vantaggi che agitarli gli può dare in termini di potere. Con una differenza essenziale però nei confronti dei bolscevichi. Questi erano fanaticamente legati ad una idea guida, meglio, ad una fede che orientava tutta la loro azione. L'agitare strumentalmente programmi e parole d'ordine serviva ai seguaci di Lenin per raggiungere il potere e mettere in atto il sogno, meglio, l'incubo, della torsione a 180 gradi dell'uomo e della società. In Renzi non c'è, ovviamente, questo fanatismo inseme grandioso e criminale. Il potere per lui non è lo strumento per un rivolgimento radicale, e terrificante, del mondo. E' solo e semplicemente potere. Presenza forte nelle istituzioni, nei consigli di amministrazione, capacità di stare sempre e comunque a galla, di essere sempre al governo anche se pochi, pochissimi ormai lo votano. Lenin ed i bolscevichi erano fanatici che facevano paura. Non solo ai borghesi. Fecero paura, terrorizzarono, i contadini, il ceto medio, gli intellettuali, gli operai. Renzi non è un fanatico, solo un uomo dalla “ambizioni piccole”, per usare una espressione di Gramsci. Non fa paura a nessuno, al massimo può far rabbia il suo agitarsi per stare sempre a galla, il sostenere costantemente tutto ed il contrario di tutto per qualche poltrona in più.

Prima ancora che rabbia però il “renzismo” suscita disprezzo e, a volte, una certa pena.
Renzi è tutto ciò che la politica, intesa in senso nobile, non deve, non dovrebbe essere. Molti hanno i suoi stessi difetti, in tutti gli schieramenti. In molti antepongono i giochetti di potere, la lotta per le poltrone ad ogni altra considerazione. Basta guardare ai “grillini”, letteralmente terrorizzati dalla prospettiva di perdere lo scranno parlamentare, per rendersene conto. La politica non è un gioco da educande, lo sappiamo bene e chi si fa illusioni in proposito è uno sciocco. Ma in Renzi gli aspetti deteriori della politica raggiungono la loro forma chimicamente pura. In lui l'amore per le poltrone non si combina con la passione politica, si identifica con questa. E' davvero un guaio che quest'uomo da poco abbia ancora un ruolo non secondario nella politica italiana.

giovedì 14 maggio 2020

IL SENSO DELLE PAROLE: RICHIEDENTE ASILO

Una delle caratteristiche della neolingua politicamente corretta è quella di sostituire le parole singole con circonlocuzioni, di solito di due parole.
Il perché di questa sostituzione è facile da intendere. I politicamente corretti vogliono abolire d'imperio certe parole che, chissà perché, ritengono “insultanti”. A volte si riesce a sostituire la parola incriminata con un'altra, ad esempio, i vecchi diventano “anziani”, gli zingari “rom”, i normali “normodotati” e così via. Altre volte la sostituzione secca, una parola al posto di un'altra, si rivela invece impossibile. Si ricorre così all'espediente di sostituire la parola incriminata con circonlocuzioni che permettono di evitare l'uso del termine proibito.
Zoppo diventa in questo modo “diversamente deambulante”, il disabile si trasforma in “diversamente abile”, un bidello è trasformato in “collaboratore scolastico” mentre una persona di bassa statura diventa “verticalmente svantaggiata”. Alla base di tali ridicoli contorcimenti linguistici sta la convinzione che parole come “bidello”, “basso” o “disabile” siano insulti, come se fosse disonorevole essere alto un metro e sessanta, o esercitare il mestiere di bidello o ancora soffrire di qualche disabilità. Per certi progressisti evidentemente meritano rispetto solo gli spilungoni, le persone dal fisico scattante e i professori universitari. Pareri...
Se prese sul serio queste sostituzioni farebbero perdere alle parole il loro significato. “Diversamente abile” vuol dire, ad esempio, abile in maniera diversa. Ma è questo ciò a cui pensiamo quando definiamo Tizio, immobile su una sedia a rotelle, “diversamente abile”? Evidentemente no. La sua diversa abilità è qualcosa che lo pone in una situazione non invidiabile, che chi usa certi giri di parole non cambierebbe mai con la propria. Si usa “diversamente abile” riferendosi ad una persona priva di un braccio. Eppure anche chi ha entrambe la braccia è “diversamente abile” rispetto a chi ne ha una sola. Le circonlocuzioni cercano di nascondere realtà ritenute, a torto o a ragione, spiacevoli, ma hanno un loro senso solo perché dietro a loro sta la parola originaria. “Diversamente abile” conserva un senso ed un significato definiti solo perché chi usa questa circonlocuzione sa che il suo significato è disabile. Senza questo rimando al termine proibito la circonlocuzione significherebbe tutto ed il contrario di tutto. “Diversamente intelligente” potrebbe significare geniale come imbecille. E perdere ogni senso.


C'è una circonlocuzione al cui non senso val la pena di dedicare un po' di spazio. Si tratta di “richiedente asilo”, due paroline magiche che i politicamente corretti vogliono sostituire al termine “clandestino”.
La parola “clandestino” è brutta, odora di “razzismo” e contraddice le sacre regole della accoglienza. E' clandestino chi entra in un paese illegalmente, senza aver rispettato le procedure previste, privo dei documenti di ingresso, spesso di qualsiasi documento. E' normale non accogliere i clandestini, nessun paese lo fa. Quindi bisogna dire che i clandestini non esistono, esistono al loro posto i “richiedenti asilo”.
Ma cosa vuol dire, con precisione “richiedente asilo”? Vediamo un po'.
Richiedente è il participio presente di “richiedere”. Il participio è una forma verbale che può assumere la forma di sostantivo od aggettivo. Ad esempio: cantante, participio presente di “cantare”, può diventare un sostantivo: chi esercita l'arte, la professione del canto, oppure aggettivo: persona che canta. Qui tutto è chiaro, non ci sono equivoci.
Ma il discorso è lo stesso se ci riferiamo a “richiedente asilo”? Possiamo dire che “richiedente asilo” sia un sostantivo che indica un'arte, una  professione, una attività? La risposta è NO. Esistono i cantanti, le badanti, i lavoranti, i mendicanti, non i richiedenti. Quindi neppure i richiedenti asilo.
Oppure “richiedente asilo” è un aggettivo che indica, di nuovo, la attività o lo status sociale di qualcuno? Chiaramente NO. Se dico che Tizio è cantante o insegnante esplicito la attività di Tizio, ma se dico che Tizio è “richiedente asilo” faccio forse la stessa cosa? Richiedere asilo è forse un lavoro o uno stato? Che lavoro fai? Il richiedente asilo. Non è un gran che come risposta.
O si tratta di una caratteristica importante, che qualifica certe persone? Il religioso è un fervido credente, è amante chi ha una relazione sentimentale non coniugale, ma... chi è richiedente? Uno che si definisce per il fatto di richiedere? Potremmo chiamare in questo modo una qualsiasi persona che conosciamo? Non credo.
In realtà “richiedente” significa: “che ha richiesto o che richiede”. “Richiedente asilo” non indica la attività, lo status sociale né alcun'altra caratteristica rilevante di una persona, ma solo il fatto che ha effettuato o effettua una richiesta che potrà venire accolta o respinta. Ed è abbastanza chiaro che l'aver fatto una richiesta non definisce in alcun modo qualcuno a qualcosa, non chiarifica chi o cosa egli E'. Se mi si chiede chi o cosa io sia non posso rispondere che sono un “richiedente il rinnovo della patente” solo perché ho fatto richiesta di rinnovo. Sarebbe come se mi definissi “mangiante pizza” solo perché a volte mi reco in pizzeria.

Tutto il discorso sui “richiedenti asilo“ si basa quindi su equivoci e non sensi. Si cerca di trasformare in caratteristica essenziale di certe categorie di persone il semplice, inessenziale fatto che queste hanno fatto una richiesta. E si cerca, parimenti, di sostituire questo fatto inessenziale a loro caratteristiche estremamente rilevanti: il fatto che sono illegalmente in un paese, che sono prive di documenti, che detestano spesso i regimi politici degli stati cui chiedono asilo, che a volte diventano uccel di bosco senza neppure aspettare l'esito della loro richiesta. Addirittura si pretende di definire “richiedenti asilo” persone che neppure hanno fatto, e che forse non faranno mai, la domanda di asilo. Arrivano su barconi “quindi” sono richiedenti asilo”.

Qualcuno potrebbe obiettare che “richiedente asilo” indica in realtà alcune caratteristiche essenziali di una persona: la sua militanza politica, la fedeltà a certi valori che gli è costata persecuzioni per le quali è costretto a chiedere asilo. Ma l'obiezione non coglie assolutamente nel segno. Ad essere essenziali in casi simili sono le idee ed i valori di una persona, non il fatto che abbia richiesto asilo. Può richiedere asilo chi è davvero perseguitato per le sue idee come chi non lo è, chi crede in certi valori e chi vuole solo ritardare il procedimento di espulsione.
Da qualsiasi punto di vista si guardino le cose la pretesa di usare la circonlocuzione “richiedente asilo” in modo definitorio è semplicemente insensata.
Espressione della solita logica malata dei politicamente corretti.
Da rifiutare, senza se e senza ma.

giovedì 30 aprile 2020

RISCHIO ZERO?

Forse val la pena di ripetere, a proposito del dibattito sulle “riaperture” una verità banale, ma che tanti dimenticano o fingono di dimenticare.
NON esiste il rischio zero.
Fino a che l'epidemia continuerà ci saranno, purtroppo, delle vittime, è inevitabile. Invocare la sicurezza “assoluta” e subordinare a questa il ripristino di una situazione NON “normale”, questa è molto lontana, ma un po' meno anormale della attuale, è completamente, radicalmente errato.
Il ministro Francesco Boccia sembra il più determinato su questa linea. Fino a che non si avrà un quasi azzeramento dei contagi si deve proseguire nella chiusura, o quanto meno, rallentare il più possibile le riaperture. Non a caso questo signore ha chiesto poco tempo fa alla scienza “certezze inconfutabili”. Non sa, poverino, che le “certezze inconfutabili” le possono dare la fede e la magia, non la scienza.

Subordinare la riapertura del paese, ovviamente con tutte le possibili precauzioni, all'azzeramento o quasi di contagi e decessi è un po' come pretendere di bloccare il traffico automobilistico fino a che non scompariranno gli incidenti stradali, o di spegnere il riscaldamento fino a che non sarà ridotto a zero l'inquinamento atmosferico.
Misure non solo socialmente devastanti, ma profondamente autocontraddittorie.
Se io decidessi di non uscire mai di casa per evitare di essere investito da un'auto non correrei, è vero, il rischio di essere investito, ma aumenterebbero esponenzialmente le mie probabilità di ammalarmi, anche gravemente. Allo stesso modo, un blocco della circolazione automobilistica azzererebbe i morti per incidenti stradali, ma rallenterebbe scambi, traffici, relazioni culturali fra gli esseri umani e questo avrebbe enormi ripercussioni anche sui livelli globali di mortalità.
Il rischio zero è quindi un mito. Noi non optiamo MAI per il rischio zero. Decidiamo di volta in volta di assumerci la porzione di rischio che riteniamo accettabile in vista di determinati vantaggi. Quando decido di fare una escursione in montagna so che aumento di uno zero virgola le mia probabilità di morte, ma ritengo che sia meglio correre un tale rischio piuttosto che rinunciare a qualcosa che rende più bello il mio vivere. La vita in fondo è un insieme di rischi. Non rischia nulla solo chi è morto, o non è mai nato.

La posizione di chi subordina la riapertura, ovviamente con tutte le possibili precauzioni, all'azzeramento dei rischi di contagio è un estremismo fanatico e velleitario. Parlare di difesa della salute come di un valore assoluto da contrapporre alla “logica del profitto” che starebbe dietro alle domande di riapertura è una colossale idiozia.
Un paese chiuso muore. Non solo economicamente. Anche tralasciando qualsiasi considerazione sulla qualità della vita, economia allo sbando vuol dire povertà, violenti contrasti sociali, addirittura fame. Vuol dire anche crollo delle entrate fiscali e crisi verticale di qualsiasi sistema sanitario. E questo vuol dire anche incremento della mortalità.
Solo delle persone diversamente intelligenti e malate di ideologia possono non capirlo.