giovedì 8 dicembre 2011

Venerdì 16 dicembre 2011
alle ore 18.00
presso libreria Mondadori, Via cesare Battisti 16, LATINA
Incontro con l'autore de "La Follia e la speranza"



venerdì 13 maggio 2011

http://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=209020699120840&id=181072931915617

mercoledì 4 maggio 2011

Giovedi 19 Maggio Maggio, alle ore 17, presso la sede del circolo dipendenti di banca carige, in Via XX Settembre 41, sesto piano, GENOVA, si terrà una presentazione del libro di Giovanni Bernardini LA FOLLIA E LA SPERANZA.

giovedì 10 marzo 2011

La follia e la speranza. Due brani.

La follia e la speranza: due brani

pubblicata da Giovanni Bernardini il giorno mercoledì 9 marzo 2011 alle ore 8.51

Giovanni aveva messo il tavolo vicino alla finestra e scriveva approfittando del po’ di luce che filtrava dai vetri. Scriveva tutto quello che gli veniva in mente. Di lui, di Simona, della persona che stava per arrivare. Scriveva le sue idee sul mondo, sulla situazione che vivevano, si poneva dei perché, cercava delle risposte. Ne azzardava qualcuna. Era bello scrivere, molto bello.

“Cosa scrivi?” gli chiese Simona

“Mah.. di tutto, di noi, di quello che avviene, del mondaccio cane in cui viviamo”

Lei emise un sospiro profondo e si sedette di fronte a lui.

“Giovanni” disse.. “perché tutto questo? Perché gli esseri umani sono capaci di fare cose simili? Non ha senso quello che il mondo è diventato, è pura follia”

“Forse perché sono folli, siamo folli”

“E’ questa la riposta? Tutto è colpa della follia?”

“Non lo so. Sai, penso che una cosa abbia grande importanza”

“Cioè?”

“L’ideologia”

“Non capisco, non molto..”

“L’immagine che ogni essere umano si fa del mondo, l’insieme di valori in cui crede, delle sue convinzioni importanti, fondamentali”

“Ma, tutti noi abbiamo valori, convinzioni”

“Si, ma quando diventano ideologia sono dannose, pericolose”

“E, quando lo diventano?”

“Quando sfuggono ad ogni esame razionale, ad ogni confronto con la realtà. Quando diventano assolute e vengono dichiarate vere al di là di ogni discussione, di ogni verifica; quando cessano di servire all’uomo, e si pretende che sia l’uomo a servire a loro”

“Tutto un fatto di convinzioni allora? Solo questo?”

“E ti par poco scusa? Cosa può interessare di più all’uomo che veder realizzate le cose in cui crede, in cui crede più profondamente? Denaro e potere a cosa servono in fondo se non a permetterci di avere ciò che per noi conta, ha valore? Si, è vero, a volte il potere o il denaro sono fini a sé stessi, sono essi stessi valori, e gli uomini commettono cose terribili per loro. Ma non è sempre così, al contrario. Molto spesso potere e denaro servono perché ci permettono di ottenere altre cose, cose che contano per noi come i beni materiali, o ci permettono di cercare di realizzare grandi ideali”

“E’ forse sbagliato avere grandi ideali?” disse Simona

“No, no di certo, come non è sbagliato avere denaro, o anche potere. Ma quando l’ideale diventa fine a se stesso, quando diventa più importante degli esseri umani allora gli uomini commettono, possono commettere, crimini terribili per realizzarlo, si, crimini ancora più terribili di quelli che si commettono per il potere ed il denaro, perché l’ideale sembra più puro, più nobile di qualsiasi altra cosa e sembra che sia giusto, morale massacrare in suo nome.” Simona fece per interromperlo ma Giovanni la fermò; si era infervorato nel discorso, era la prima volta che riusciva a dare una forma un po’ compiuta ai pensieri confusi che gli ronzavano da tanto tempo nella testa. “No, fammi finire, ti prego. Se per qualcuno la cosa che ha più valore di tutte è la sua idea su come debba essere organizzata la società, o se per lui la cosa più importante è che la vera religione trionfi in tutto il mondo, credi che qualcosa lo fermerà quando cercherà di realizzare i suoi ideali? Se qualcuno crede che il commercio sia qualcosa di diabolico, che va abolito perché commerciare significa commettere il peggiore dei delitti, se qualcuno davvero la pensa così, ebbene, indietreggerà mai di fronte a qualcosa pur di realizzare ciò in cui crede? Pensi che per lui fare fuori uno o mille o un milione di commercianti sarà qualcosa di repellente? Cosa può giustificare il fatto che si fucili un ragazzo solo perché ha ucciso un topo? Guarda, si può fare una cosa simile solo se si è fermamente convinti che chi uccide un topo rappresenta il male, il male in se, senza mediazioni.”

“Ma.. è mostruoso, inumano”

“L’uomo è spesso inumano. Lo è al massimo grado quando crea ideologie ed ideali inumani. Pensa alla storia, alla storia passata, quella degli anni oscuri. Forse hai sentito parlare dello sterminio degli ebrei..”

“Poco”

“Beh.. un partito di destra estrema prese il potere in un grande paese dell’Europa centrale. Il leader e tutti i militanti di questo partito erano profondamente convinti di questo: gli ebrei sono mostri, topi di fogna, insetti velenosi che infettano il genere umano. La questione ebraica per loro era la più importante di tutte e andava risolta, ad ogni costo. Beh.. sono andati vicini alla soluzione, ne hanno fatti fuori cinque, sei milioni. Per cosa lo hanno fatto? Per impossessarsi dei loro beni? Fesserie, potevano farlo senza sterminarli e poi, perché i beni loro, i beni degli ebrei, non quelli di altri? Senza la convinzione, la convinzione autentica, che gli ebrei rappresentano il male il loro massacro non avrebbe potuto aver luogo”.

“Forse hai ragione” disse Simona abbassando gli occhi. “E’ orribile, che mondo troverà ..lui? Non siamo egoisti a volerlo?”

“Non lo so, non credo. Anche lui ha diritto alla vita ormai. Non ci sono stati solo fanatici in questo mondo, neppure ora ci sono solo fanatici. Ci siamo io, te, tanti altri”

“Ci distruggeranno.. tutti..”

“Cercheremo di evitarlo cara. E’ difficile distruggere l’uomo, ora la penso così. Siamo animali con tante risorse”

“Ti amo” gli sussurrò Simona stringendosi forte a lui.

“Anche io cara, tanto. Non avrei mai creduto di poter provare un simile sentimento. Adesso poi, al tramonto dell’esistenza”

”Smettila scemo..”

Lo attirò a se e lo baciò a lungo, con tenerezza e passione.

E' un brano de "la follia e la speranza", il mio romanzo. I protagonisti parlano e cercano di spiegarsi perchè mai il mondo sia diventato la cosa orribile in cui sono costretti a vivere. La risposta appare di una disarmante semplicità, ma spesso le cose più semplici sono anche le più vere. Alcune persone che conosco mi hanno detto che forse ho un po' esagerato, che il mondo orribile che descrivo è irreale.. forse hanno ragione, ma non credo. Olocausto, eliminazione del kulak in quanto classe, grande rivoluzione culturale proletaria... Hitler, Stalin, Mao, Pol Pot... si tratta di storia, non di fantapoilitica, di realtà, non di fantasia....

"Avevano finito di cenare e si erano seduti su una panca sulla soglia di casa. Ammiravano il tramonto. Era estate inoltrata e l’aria era piacevolmente fresca. Gli abeti a poca distanza da loro, il bianco del ghiaccio ancora illuminato dal sole, la roccia nera delle guglie che si slanciavano verso il cielo, tutto dava una sensazione di pace, vagamente velata di malinconia. Senza dir nulla Simona appoggiò la testa sulla spalla di lui. Avevano vissuto fino ad allora come fratello e sorella e mai Giovanni avrebbe pensato che i loro rapporti potessero essere diversi da quelli che intercorrono fra compagni di avventura, o di sventura. Una amicizia cameratesca ed affettuosa, era il massimo che potesse sperare da Simona ed averla ottenuta era per lui fonte di grande gioia. Non poteva neppure ipotizzare qualcosa di diverso fra loro. Eppure la sensazione del viso di lei sulla sua spalla era deliziosa, deliziosa ed assolutamente nuova. Restò immobile, imbarazzato. Aveva paura che un suo gesto, una sua parola potessero rovinare tutto.

Simona prese l’iniziativa con una naturalità sorprendente. Gli afferrò il volto e lo baciò sulla bocca, a lungo, in silenzio. Poi lo abbracciò con forza continuando a baciarlo. Giovanni era stupito ed emozionato come un bambino. La pressione del corpo di lei sul suo gli dava sensazioni che aveva pensato di non poter mai più provare. Come aveva iniziato Simona smise. Si alzò in piedi tenendolo per mano. “Vieni dai” gli disse. Lui si fece guidare docilmente sino al grande giaciglio su cui dormivano. Lei gli diede una piccola spinta costringendolo a sdraiarsi poi gli fu sopra. Lentamente lo spogliò poi cominciò a giocare col suo membro. “Dai.. spogliami tu” gli sussurrò “mi piace..”

Avere accanto a lui, su di lui, quel corpo caldo e sodo era qualcosa di incredibile per Giovanni. Quando lei smise di giocare col suo pene e salì su di lui e ci si sedette sopra, lui non riuscì a resistere. Venne, venne ancor prima di aver iniziato davvero a fare l’amore, come un ragazzino.

“Mi spiace.. non volevo” borbottò, vergognoso e imbarazzato come mai gli era capitato di essere.

“Smettila sciocco” rispose lei sorridendo. “Riposiamo ora””.

Si stese sotto la coperta tenendola acconto a se, la testa appoggiata sul suo petto. I bei capelli biondi gli solleticavano il volto, il respiro di lei era calmo e regolare. Lentamente si addormentarono. Un bacio lungo e appassionato lo svegliò. Simona ricominciò a giocare con lui ma in maniera più sottile, più esperta ora. Lentamente dalla sua mente, dai suoi sensi emerse il ricordo di giochi erotici dimenticati, di tanti meravigliosi modi di dare e provare piacere. Anche lui si chinò sul corpo di lei, giocò col suo sesso, coi suoi bei seni turgidi, col corpo tutto. Poi le fu sopra e la penetrò. Senza ansia stavolta, senza timori. Perfettamente rilassato e felice, ancora incredulo che una cosa simile stesse capitando proprio a lui. Vennero insieme stavolta, in maniera del tutto naturale. Fu il punto culminante di un percorso meraviglioso di reciproca scoperta.

Lo baciò a lungo dopo l’orgasmo, ad occhi chiusi, teneramente. “Ti amo” gli sussurrò lei.

“E ’incredibile”

“Perché?”

“Dai, ma come perché! Sei una ragazza molto bella tu e hai la metà dei miei anni. Io sono al tramonto ormai, sono tutto tranne che bello. Sono un uomo assolutamente normale”.

Lei si strinse forte e a lui e lo baciò su una guancia, rumorosamente. “Sei sciocco” disse, “tu hai qualcosa che finora non avevo mai trovato in un uomo..”

“Cosa sarebbe?”

“Tu sei un essere umano. Sei normale dici, e, ti sembra poco? Sei un uomo normale, un uomo.. ne esistono pochi ormai. Quelli che ho conosciuto erano tanti robot. Robot pieni di arie, di arroganza, di stupide certezze. Oppure piccoli esseri terrorizzati, pronti ad ogni cosa per paura”

“Anche io sono stato così.. forse lo sono ancora”

“Tutti lo siamo stati e forse ancora lo siamo. Lo saremo sempre, è naturale che si così. Ma tu hai saputo reagire, non hai ceduto. Questo ha un valore enorme. Chi se ne frega degli anni, della bellezza? E poi, io ti trovo bello!”

“Hai davvero una gran fantasia disse lui ridendo” Dentro di se però era felice, felice e, sotto sotto, lusingato."

Anche in un mondo orribile come quello in cui vivono Giovanni e Simona c'è posto per sentimenti veri. Per l'amore, la tenerezza, il sesso addirittura.

E, soprattutto, per la speranza.

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mercoledì 9 febbraio 2011

AGENDA

Sul Canale VIVA L'ITALIA - Channel sky 830 - www.vivalitaliachannel.it - andrano in onda tre servizi su "la follia e la speranza" nei seguenti programmi, ai seguenti orari e date:
10 libri 212. Sabato 19 marzo ore 13,30
Puntata 421 Se scrivendo. Lunedi 7 marzo ore 21
Bookshelf. Lunedi 7 Marzo ore 19
Siete tutti invitati a seguirli.

sabato 4 dicembre 2010

LA FOLLIA E LA SPERANZA: MISCELLANEA





Il romanzo "la follia e la speranza si è classificato al sesto posto al concorso letterario "Albero Andronico".





Presentazione del romanzo presso la libreria "Mondadori" di Latina.

Recensione del romanzo apparsa sul "Cittadino" , quotidiano genovese.

La follia
e la speranza
E'uno stile asciutto, quasi
giornalistico ma, inaspettatamente,
denso e graffiante
quello con cui Giovanni
Bernardini accompagna, e cattura,
il lettore tra i labirinti del
"Mondo Nuovo" descritto in
"La follia e la speranza"(Edizioni
Albatros, pp. 282). Il romanzo
riscopre la tradizione
del filone fantapolitico che,
toccato l'apice con capolavori
come "1984", "New Brave
World" e "Lord of The
World", è via via declinato
nella ricerca del sensazionalismo,
verso un fantasy spoglio
di quella funzione di riflessione
profetica e di denuncia che
ne aveva determinato grandezza
e fortuna. La vicenda
narrata da Bernardini si svolge
in un futuro prossimo, intorno
al 2050, in un mondo governato
dal "partito dell'amore".
La storia di Giovanni Bertini,
il protagonista, si svolge in
una Milano sfigurata nella
nuova "Città del Sole", la cui
vita è organizzata sotto la sorveglianza
dell'onnipresente
partito e secondo i dettami di
un'ideologia in cui molte delle
mode culturali dell'Occidente
politicamente corretto vengono
portate alle loro estreme ed
inumane conseguenze.
Amore per la natura e gli animali
che si riduce nel regresso
delle condizioni di vita e nel
sacrificio legalizzato degli esseri
umani, una tecnologia che
si appropria e gestisce ogni
istante del nascere, del vivere,
dell'alimentarsi e del morire,
una multiculturalità conclamata
che si trasforma in piatta
omologazione, lo svuotamento
di tutte le relazioni sociali e
degli affetti umani - persino i
più intimi e naturali - sono il
volto agghiacciante di una
realtà da cui Giovanni Bertini,
cinquantenne che ricorda ancora
il sapore e i colori della
"vita di un tempo", proverà a
fuggire.
Le inattese conseguenze di un
suo gesto disperato, silenzioso
ed estremo, lo porteranno a ritrovare
e riconoscere la propria
dimensione umana e spirituale,
in un percorso verso
una ribellione coraggiosa e
"militante" che aprirà, nel finale,
a un flebile, ma radioso,
spiraglio di speranza.
Romanzo che intreccia riflessioni
profetiche sul sonno
della ragione contemporanea e
sul valore insopprimibile della
dignità della persona a una
narrazione ricca di suspence e
colpi di scena, "La follia e la
speranza" è un'opera animata
da una profonda passione
umana e civile che rende la
lettura delle quasi 300 pagine
intensa e scorrevole.
Alfredo Majo

UN BRANO DEL PRIMO CAPITOLO


Raggiunsero il cortile. Era squallido: un quadrato di terra circondato da alte mura che lasciavano vedere solo il cielo scuro di nubi. Di fronte a loro, ben infisso per terra, situato a circa mezzo metro dal muro grigio, c’era il palo a cui il condannato sarebbe stato legato. Pioveva e faceva freddo. Il terreno era fangoso, pieno di pozzanghere. Proprio ai piedi del palo si era formata una pozzanghera particolarmente grossa.
“Quello sciagurato morirà con i piedi bagnati” pensò Giovanni “le ultime sensazioni che proverà saranno il freddo e l’umido. L’acqua che gli scivola addosso, gli entra nel collo, gli appesantisce gli abiti e il freddo, e i piedi in quella pozzanghera, poi… poi basta, basta freddo, acqua, umidità.. basta tutto”
Una piccola porta si aprì sul muro a loro fianco e il condannato uscì. Era davvero solo un ragazzo, biondiccio, mingherlino, piuttosto basso. Era pallidissimo, camminava a piccoli passi guardandosi intorno smarrito. Due guardie enormi lo sorreggevano per le braccia spingendolo avanti senza troppi complimenti; lo psicologo seguiva il terzetto e parlava all’orecchio del ragazzo, parlava senza interrompersi, in continuazione. Il ragazzo neppure sentiva le sue parole consolatorie, cercava di rallentare il passo, puntava i piedi in avanti come fanno i muli ma le guardie che gli stringevano inesorabili le braccia erano troppo forti per lui, lo spingevano, lo spingevano e i tacchi della sue scarpe sdrucite lasciavano solchi profondi nella fanghiglia. Infine raggiunse il palo. Lo legarono stretto e lo bendarono. Giovanni notò che il condannato cercava di togliere i piedi dall’acqua fangosa della pozzanghera, cercava di spostarli, di metterli all’asciutto. Si trattava probabilmente di un gesto meccanico ma sembrava che in quegli ultimi istanti lo sventurato volesse concentrarsi su qualcosa che non fosse ciò che stava per succedergli.
“Avanti ragazzi” disse Giovanni.
Avanzarono e si schierarono. Imbracciarono i fucili.
“Caricate, puntate…fuoco!”
Il ragazzo si afflosciò sulle corde che lo sostenevano. Giovanni avanzò verso di lui, pistola in pugno, alla distanza giusta puntò il revolver alla testa del criminale e sparò. Si, finalmente tutto era finito.


"La follia e la speranza", edito dalla Albatros, è un romanzo di fantapolitica, ambientato in un futuro non troppo remoto, in una orribile società totalitaria in cui tutte le assurdità oggi di moda vengono portate alle loro logiche e disumane conseguenze. Il finale della narrazione lascia intravedere tuttavia un filo di esile speranza.
Chi fosse interessato può acquistare il libro al prezzo di euro 16,50, al netto di spese di spedizione, pagando o con bonifico, coordinate bancarie: C/C 433/18 c/o BANCA CARIGE SPA Filiale Carrosio intestato a BERNARDINI GIOVANNI, MIRABELLI ROSINA
IBAN: IT93 J034 3168 7500 0000 0043 318",
o con carta di credito tramite paypal:



E' importante non scordarsi di indicare nella causale di versamento il nominativo del versante e l'indirizzo a cui si desidera sia inviato il libro.
Ringrazio tutte le amiche e tutti gli amici.

mercoledì 27 ottobre 2010

ANIMALISMO




Negli ultimi decenni si è sempre più diffusa a livello di massa l’immagine di una natura in cui ogni contrasto, ogni disarmonia sono definitivamente banditi. Un amore generalizzato unisce tutti gli esseri viventi e questi si integrano armoniosamente con il mondo inorganico. Tutto ciò che, volenti o nolenti, non quadra con questa visione da cartone animato del mondo naturale viene giustificato con argomentazioni tanto sofistiche quanto affascinanti. Il leone uccide lo gnu, è vero, e lo uccide anche in maniera piuttosto terrificante: una volta ferito ed impossibilitato a difendersi o a fuggire il grosso erbivoro viene letteralmente divorato vivo dal branco di felini. In tutto questo sembra esserci poca armonia, è vero. Ma i teorici della dolcezza di tutto ciò che è “naturale” non demordono. E’ vero che il leone divora lo gnu, e lo squalo la foca, e così via, ma così facendo i predatori contribuiscono al superiore equilibrio del tutto. Uccidendo il singolo gnu il leone contribuisce alla salvaguardia della specie degli gnu e lo stesso si può dire per lo squalo, la tigre, il pitone e così via. E' fin troppo evidente il profondo irrealismo di una simile concezione. L’idea secondo cui la lotta a morte fra animali mira alla conservazione di tutte le specie è in totale antitesi con le conclusioni di Darwin, cui molti ambientalisti si rifanno, e contrasta con tutto ciò che ci insegna la storia naturale. Nel corso dei secoli moltissime specie animali si sono estinte, in natura sopravvivono i più adatti, siano essi specie o singoli, gli altri muoiono, o si estinguono. E nulla ci assicura che chi soppravvive sia "meglio" di chi scompare, nè che una specie si estingua solo quando altre, "migliori" sono pronte a sostituirla.  La cosa non ci piace, e alllora?
Ma, anche prescindendo dalle considerazione appena fatte, anche ammettendo che in natura la morte del singolo garantisca la sopravvivenza della specie resta il fatto che in questo modo la natura è caratterizzata da una frattura profondissima fra specie ed individui. Un sistema in cui la vita del gruppo può essere assicurata solo dalla morte di alcuni singoli non è affatto armonico, non è per niente finalizzato al bene di tutti. E’ per definizione un sistema lacerato, un sistema che si basa sulla sofferenza e sulla morte di alcuni come condizione per l’incerta sopravvivenza degli altri. Non è assolutamente mia intenzione giudicare moralmente la natura, questa sarebbe la cosa più sciocca che si potrebbe fare. E’ assurdo giudicare moralmente il comportamento di tigri o squali, mucche o gatti. La natura non umana si colloca in una dimensione in cui concetti di bene e di male non hanno rilevanza alcuna. Ciò che si intende criticare non è la natura me le teorie sulla natura che vengono elaborate da alcuni suoi superficiali adoratori. Questi sono colti con tutta probabilità da scrupoli morali vedendo quanta violenza esista in natura ed elaborano allora teorie che hanno fin troppo chiaramente il fine di “giustificare” questa violenza. Il leone non è cattivo, sembrano dirci, la natura non è cattiva... sotto l’apparente male essa prepara il bene, attraverso la morte si appresta a far trionfare la vita. E’ vero, la natura non è cattiva e non è cattivo il leone. Ma lo splendido predatore non può essere definito “cattivo” non perché uccidendo il singolo favorisce la vita della specie, non può essere definito “cattivo” per lo stesso motivo per cui non si possono definire “cattivi” una valanga o un terremoto. I fenomeni naturali, e quegli esseri naturali incapaci di capire i concetti di bene e di male, non sono né buoni né cattivi, semplicemente sono.


L’atteggiamento verso gli animali che si sta diffondendo in occidente contiene numerose contraddizioni. Molte persone condividono le teorie sulla armonia della natura, sono convinte che la morte del singolo animale garantisca la sopravvivenza della specie, che dal male nasca il bene. Eppure queste stesse persone mostrano molto spesso un incredibile affetto verso singoli animali, fortemente individualizzati. In queste persone l’amore per la natura intesa come severa ma buona madre che persegue il bene tramite il male si combina in maniera contraddittoria con un amore di tipo umano verso il singolo, il singolo cane, il singolo gatto. E’ per far dormire comodamente quel gatto che si compra un comodo cuscino, è per fargli mangiare le leccornie che preferisce che lo si nutre con carne ben cucinata o pesce fresco, è per difenderlo da parassiti (che hanno il loro ruolo nell’equilibrio di madre natura) che gli si somministrano medicine. Insomma, il nostro micio vale come singolo micio, non come puro numero senza importanza, mero strumento per la sopravvivenza della specie dei mici. Queste contraddizioni non sono tuttavia troppo gravi. Si basano in fondo su un sentimento molto umano e senza dubbio positivo: l’affetto, quell’affetto che ognuno di noi prova non solo nei confronti dei suoi simili ma anche verso i nostri amici a quattro zampe. Purtroppo però le cose non si fermano qui. La maggior considerazioni in cui tutti tengono oggi gli animali, la giusta preoccupazione di mostrare benevolenza nei loro confronti e di evitar loro inutili sofferenze, si è trasformata ultimamente in qualcosa di radicalmente diverso: l’animale è stato sempre più umanizzato. Nel momento stesso in cui l’esaltazione per la natura porta molti a considerare l’uomo una mera componente dell’equilibrio naturale, la parte subordinata di qualche ecosistema, si elevano a rango umano gli animali. Gli stessi che adorano l’unità organica degli ecosistemi e considerano la natura come una provvida e severa madre che salvaguardia le specie sacrificando i singoli, guardano a cani e gatti, foche e squali come ad esseri dotati di dignità individuale, soggetti di diritto, enti morali che è dovere etico dell’uomo rispettare.

Per evitare equivoci e per non commettere banali errori è bene approfondire la questione. Gli animalisti indirizzano i loro strali polemici soprattutto contro un nemico: lo specismo. Di cosa si tratta? Ecco la definizione che ne da Wikipedia:
“Specismo è un termine coniato da Richard Ryder per descrivere la diffusa convinzione antropocentrica che gli esseri umani godano di uno status morale superiore - e debbano quindi godere di maggiori diritti - rispetto agli altri animali. L'intento di Ryder era quello di porre in evidenza le analogie fra lo specismo e il razzismo, dimostrando che le motivazioni filosofiche per condannare queste due posizioni sono analoghe.” (1). L’uomo non ha uno status etico diverso da quello degli altri animali, non merita più rispetto di quello che meritano un cane, un gatto o un topo. Chi teorizza il diverso status etico che spetterebbe ad un essere umano rispetto a quello che dovrebbe spettare ai topi è un razzista. Nulla di serio divide il razzismo di chi afferma la superiorità dei bianchi rispetto ai neri dal razzismo di chi teorizza la superiorità dell’uomo rispetto a topi, conigli o sardine:
“L'antispecismo è il movimento filosofico, politico e culturale che si oppone allo specismo.Come l'antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla diversità razziale umana, l'antispecismo respinge quella di specie e sostiene che la sola appartenenza biologica ad una specie diversa da quella umana non giustifica moralmente o eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del lavoro di un essere senziente.” (2)
Gli aderenti al movimento per la liberazione animale sono piuttosto coerenti. Non affermano di difendere gli animali perché questo risulterebbe utile per l’uomo. Orsi e squali vanno difesi non perché all’uomo piace vivere in un mondo popolato anche da orsi e squali; allo stesso modo gli esperimenti su animali vanno rifiutati non perché poco utili per la ricerca ma perché ledono i diritti degli animali e le diete a base di carne vanno respinte non perché poco salubri per l’uomo ma per la ragione ben più fondamentale che non è possibile cibarsi di un essere che è soggetto di diritto. David Oliver in un saggio diffuso in rete sui rapporti fra liberazione animale e protezione animale esprime molto bene questi concetti. Polemizzando contro i militanti della protezione animale Olivier va al fondo della questione: non si tratta di difendere gli animali per favorire l’uomo, li si deve liberare perché essi stessi sono degni di tutela morale e rispetto. “Anziché rimettere in discussione il principio dell'utilizzo di animali per un qualsiasi fine umano, la protezione animale insiste sull'«inutilità» degli esperimenti – inutilità per gli umani, s'intende.” (3) Olivier ha il grosso pregio di non barare. Non afferma che gli esperimenti su animali sono scientificamente infondati, dice chiaramente che quegli esperimenti sono comunque da vietare. Sperimentare nuovi medicinali su cavie umane sarebbe scientificamente produttivo ma è eticamente inaccettabile quindi va proibito. La stessa cosa può dirsi per gli esperimenti sui topi. E la critica non si ferma agli esperimenti su animali, mette in luce gli equivoci di fondo della protezione animale: la protezione animale è un po’ l’avvocato degli animali, afferma Olivier, ma “L'avvocato – il difensore – di un ladro deve poter difendere il suo cliente, cioè chiedere che non venga condannato, o che sia condannato di meno, senza contestare le leggi che condannano i ladri. La protezione animale difende gli animali, all'interno di un sistema dato. In difesa dei cani, dirà che tengono compagnia agli anziani, in difesa dei gatti, che ammazzano i topi, in difesa dei topi, che il loro uso negli esperimenti non è affidabile. In difesa delle anatre, che il fegato d'oca è tossico, in difesa delle lepri, che la caccia uccide gli umani. Sull'avvocato di un ladro pesa sempre, malgrado tutto, la minaccia di essere scambiato per l'avvocato dei ladri, per un loro amico, per un sostenitore del furto. È vitale, per la sua difesa, che il giudice non abbia l'impressione, se libera quel ladro, di liberare tutti i ladri. Allo stesso modo, la difesa animale avverte come vitale la necessità di non rimettere in discussione lo specismo.” (4) Non si può non ammirare tanta coerenza, anche se si tratta della lucida, sinistra coerenza della follia.

Ma su quale principio si basa una così rigida difesa della vita animale? Forse sulla difesa della vita in generale? Su una concezione sacra della vita in quanto tale che va difesa sempre e comunque, quale che sia il genere o la specie dell’essere vivente? O su una concezione sacra della natura, concezione secondo cui tutta la natura è ugualmente sacra e non è lecito fare alcuna distinzione al suo interno? Su nessuna di queste. Gli animalisti oltranzisti di “liberazione animale” introducono divisioni nella natura, non considerano tutta egualmente sacra la natura e non considerano neppure tutte egualmente sacre le forme di vita. Il loro principio guida è quello che occorre rispettare non la vita in generale e meno che mai la natura non vivente ma la vita senziente. Gli animali possono soffrire e questa capacità di soffrire fa di loro dei soggetti di diritto al pari degli esseri umani. Gli animali condividono con l’uomo la sensibilità, la capacità di provare dolore e questo di fatto li equipara agli esseri umani. Torniamo a cedere la parola a David Olivier che ha l’indubbio pregio di essere molto chiaro:
“personalmente non rispetto la vita delle piante. Non perché le disprezzi, ma perché non penso che siano sensibili, ovvero che percepiscano ciò che succede loro. Se esse non provano né piacere nel vivere, né sofferenza nell'essere tagliate o sradicate, né dispiacere di dover morire, non trovo ragioni per non farne l'uso che mi conviene, e in particolare per non mangiarle.” (5) In base a queste considerazioni il militante animalista spiega il paradosso consistente nel fatto che chi difende la vita di topi e anguille non ha nulla da dire contro l’aborto che consiste nell’eliminazione di una vita umana, sua pure ancora in parte potenziale: “ è praticamente certo che l'embrione umano non è sensibile almeno durante le prime 18 settimane di gravidanza (su un totale di 38 settimane) per via dell'assenza prima e dell'immaturità poi del suo sistema nervoso. Il neonato invece è sensibile; la sensibilità appare dunque ad un certo momento nel corso della seconda metà della gravidanza. Prima, l'essere in questione, che non prova né piacere né dolore, né timori né speranze, non mi sembra moralmente più significativo di un filo d'erba o di un sasso.” (6) Per 18 settimane quello che sarà (e in parte già è) un essere umano merita minor tutela di un filo d’erba o di un sasso, c’è da rabbrividire. E ancora di più fanno rabbrividire le posizioni del padre fondatore dell’animalismo radicale: Peter Singer, filoso australiano esponente di rilievo della nuova etica tollerante e postmoderna, fondata sul pensiero debole. “Un bambino di una settimana non è un essere razionale cosciente e vi sono molti animali non umani la cui razionalità, autocoscienza, consapevolezza , capacità di sentire e così via è superiore a quella di un bambino umano di una settimana o anche di un anno. Se il feto non ha la stessa pretesa alla vita di una persona sembra che non l’abbia neanche il neonato, e che la vita di un neonato abbia meno valore della vita di un maiale, un cane o uno scimpanzé” (7) Questo si che è parlare chiaro! La vita umana non vale in quanto tale, valgono certe caratteristiche della vita (vita tout court), fra cui è basilare la capacità di provare dolore. Ora, è chiaro che in certi animali queste caratteristiche sono più sviluppate che in un neonato, quindi la loro vita vale più di quella di un neonato, non siamo mica razzisti, diamine! Sulla base di queste, lucidissime, argomentazioni Singer avanza tranquillamente la proposta di legalizzare l’infanticidio quando il neonato presenti gravi malformazioni, ad esempio, sia affetto da sindrome di Down con deficit intellettivi (ma perché solo in quei casi?) e a chi definisce mostruose simili proposte replica tranquillamente: “La nostra attuale protezione assoluta della vita degli infanti è un atteggiamento tipicamente ebraico cristiano (…) L’infanticidio è stato praticato in società che vanno geograficamente da Thaiti alla Groenlandia e culturalmente dagli aborigeni australiani nomadi, alle sofisticate civiltà urbane dell’antica Grecia o della Cina dei Mandarini” (8). Se è per questo la storia dell’umanità ha conosciuto anche lo schiavismo, i genocidi, la tortura, i roghi per i liberi pensatori, chi più ne ha più ne metta. In base al relativismo etico e culturale di Singer dovremmo accettare tutto, ma proprio tutto. Né il filosofo australiano amico di gatti e topi (ma non dei bambini) si preoccupa degli argomenti di chi gli ricorda che un feto (e a maggior ragione un neonato) è una persona in potenza. “Un X potenziale” afferma Singer “non ha tutti i diritti di X. Il principe Carlo è un potenziale re d’Inghilterra ma non ha i diritti di un re. Perché mai una persona solo potenziale dovrebbe avere i diritti di una persona?” (9).
E’ possibile ovviamente difendere l’aborto, almeno in certi casi lo trovo personalmente il male minore. Ma gli argomenti di Singer sono assolutamente risibili. Il principe Carlo non ha i diritti del re ma ha il diritto di prepararsi a diventare Re, un neonato non ha i diritti di un adulto (chi lo ha mai sostenuto?) ma ha il diritto di poter diventare adulto. Con Singer l’animalismo etico postmoderno giunge al sua apice. Con grande coerenza il filosofo di Melbourne trae dalle premesse tutte le conseguenze, senza pudori né timori. Peccato che le sue proposte non siano troppo nuove, in fondo. A conclusioni piuttosto simili alle sue era arrivato, un bel po’ di anni fa, un ometto piuttosto isterico, con un ciuffo da capelli lisci sulla fronte ed un bel paio di baffetti.

E non si tratta di posizioni isolate, sostenute solo da pochi estremisti. Certo, solo pochi estremisti hanno il coraggio di essere tanto chiari e coerenti ma posizioni simili alle loro, solo più incerte e sfumate, sono assai diffuse e coinvolgono anche governi e istituzioni. Nel libro “Le bugie degli ambientalisti” Cascioli e Gasperi ricordano: “L’alta corte olandese, per esempio, ha decretato che andare a pescare con quella che da noi si chiama esca viva – cioè un lombrico, una mosca, una larva di un insetto – è un reato, quello di maltrattamento di animali” (10) ed ancora: “Nel febbraio 2001 mentre Amnesty international e altre associazioni internazionali denunciavano le violazioni dei diritti umani in Cina con persecuzione delle famiglie che mettono al mondo più di un figlio e sospetto traffico di organi espiantati da condannati a morte, l’onorevole Carla Ronchi del gruppo dei Verdi su recò all’ambasciata cinese a Roma a protestare energicamente non per i diritti umani bensì per il maltrattamento degli orsi” (11) E’ solo il caso di aggiungere che in Cina chi uccide un panda è punito con la pena di morte. Che io sappia non ci sono mai state in occidente manifestazioni di protesta per l’esecuzione di un cacciatore di frodo, ce ne sono invece molte quando negli Stati Uniti uno stupratore assassino viene giustiziato, forse non è un caso.

Ma veniamo al famoso principio di sensibilità, quello secondo cui la capacità di provare dolore darebbe a tutti gli esseri sensibili la dignità di enti morali e di soggetti di diritto. Perché questa capacità dovrebbe dare a chi la possiede questa la dignità? Dovrebbe darla perché decidiamo che chi ha la sensibilità deve essere, ipso facto, soggetto di diritto? Certo, si può sostenere una cosa simile, ma si possono sostenere, con pari e migliori ragioni, anche cose diverse, ad esempio che il semplice fatto di vivere o anche solo di esistere è sufficiente per essere considerati soggetti di diritto ed enti morali. In fondo la vita vegetativa viene prima di quella senziente e l’esistere è prioritario rispetto al vivere: per poter provare dolore devo esistere e devo vivere. Gli animalisti come i non animalisti fanno delle discriminazioni nella natura, ma ogni discriminazione deve affrontare un problema fondamentale: dove passa il confine fra gli enti che si discriminano? Perché il confine tra chi è e chi non è soggetto di diritto deve collocarsi al livello degli enti senzienti? Perché non collocarlo al livello degli enti semplicemente viventi o a quello degli enti tout court? Se la facoltà di provare dolore dà ad un topo la dignità di soggetto di diritto perché la facoltà di crescere non dovrebbe dare ad un abete una pari dignità? E perché il semplice fatto di esserci, di esistere da migliaia di anni, non dovrebbe conferire la stessa dignità alla vetta ghiacciata del Monte Bianco? Se è razzista privilegiare la vita intelligente rispetto alla vita semplicemente senziente perché non dovrebbe essere razzista privilegiare la vita senziente nei confronti della vita vegetale, o privilegiare ciò che è vivo rispetto a ciò che non lo è? Molti animalisti chiedono polemicamente perché si debba attribuire tanto valore all’intelligenza, la domanda è legittima, ma con altrettanta legittimità si può chiedere perché mai si debba attribuire tanto valore alla sensibilità. C’è quasi da sospettare che sotto sotto i super amici degli animali siano un po’ antropocentrici: privilegiano orsi, gatti e topi perché condividono con l’uomo qualcosa di importante, perché li sentono più vicini, si sentono, da uomini, attratti da loro. Questa però, se valgono le categorie dell’animalismo estremista, è una forma di razzismo.
In quanto tale il principio di sensibilità non giustifica un bel niente. Si può stabilire che questo principio deve essere decisivo ma si può anche stabilire il contrario. Ciò che rende per alcuni plausibile il principio di sensibilità non è il principio in quanto tale, è la ripugnanza che alcuni esseri umani provano per il dolore, anche quello degli altri, anche quello degli animali. La ripugnanza per il dolore però, in quanto sentimento soggettivo, non può fondare alcuna etica universale, impegna solo chi la condivide.
Il principio di sensibilità inoltre può al massimo giustificare la richiesta di non infliggere troppe sofferenze agli animali, non di non ucciderli. Se davvero la capacità di provar dolore dovesse costituire il discrimine fra chi è degno di rispetto morale e chi no, fra chi è e chi non è soggetto giuridico le conseguenze sarebbero devastanti e paradossali. Se è la capacità di provare dolore quella che dà ad un ente la dignità morale e la soggettività giuridica, la massima immoralità che si può commettere è quella di arrecare dolore a qualcuno. Se valesse il principio di sensibilità la norma morale fondamentale non dovrebbe essere: “non uccidere” ma : “non provocare dolore”. Uccidere un bambino nel sonno, senza causargli dolore alcuno, dovrebbe essere un atto non contrario alla morale, forse Singer sarebbe d’accordo; un killer molto abile che ti uccidesse di sorpresa in un centesimo di secondo con un colpo di pistola alla nuca non farebbe nulla di riprovevole. I sostenitori del principio di sensibilità si trovano in un bel dilemma. O sostengono tale principio indipendentemente dalla repulsione che alcuni uomini provano verso il dolore, ed allora non possono giustificarlo in alcun modo, possono solo affermarlo, ma la loro affermazione non ha più valore razionale di un pugno sbattuto sul tavolo. Oppure possono difendere tale principio basandosi sulla ripugnanza del dolore ed allora devono ammettere che ogni crimine che non implichi dolore per le vittime non è un crimine. Se una bomba atomica distrugge istantaneamente la vita di centomila persone, le uccide tutte e le uccide senza farle soffrire, (cosa che le atomiche possono fare) allora sganciare quella bomba non deve essere considerato moralmente sbagliato. Viene da pensare che gli animalisti si rifacciano al principio di sensibilità perché si rendono conto che estendere il diritto al rispetto e la personalità giuridica a tutta indistintamente la natura è impossibile e dà vita a paradossi troppo grossi anche per loro. Se analizzata a fondo tutta la loro concezione ha però conseguenze altrettanto devastanti e paradossali.

Il dolore è presente in natura, è quanto di più naturale possa concepirsi. In natura la vita si mantiene e si trasmette tramite la morte. La morte della preda è vita per il predatore, la morte del vegetale è vita per l’erbivoro, la morte dell’uomo è vita per i batteri e viceversa. E in natura la morte è sempre o quasi congiunta al dolore, assai spesso a molto dolore. Si tratta di dati di fatto, dati di fatto che non è possibile esorcizzare con strilli e condanne morali. Gli animalisti di “liberazione animale” si ribellano a questi dati di fatto e chiedono che il dolore scompaia dal mondo o quanto meno che si contragga, che venga ridimensionato. E a chi chiedono di operare affinché avvenga questo ridimensionamento del dolore? Lo chiedono all’uomo.
All’uomo piace mangiare carne, anche al più estremista degli animalisti verrebbe probabilmente l’acquolina in bocca alla vista di un bel cosciotto di agnello al forno e allo stesso modo all’uomo piace indossare una calda pelliccia, o fare una corsa a cavallo, addirittura l’uomo prova piacere a cacciare, cacciare e basta, senza considerazione alcuna per l’utilità che gli può derivare dalla preda. E’ nella natura dell’uomo tutto questo, esattamente come è nella natura del leone abbattere la gazzella o del toro diventare aggressivo di fronte allo sventolare di un drappo rosso. Ma per gli animalisti l’uomo deve reprimere queste componenti della sua natura, egli è intelligente, sa distinguere il bene dal male può farlo, deve farlo! Deve farlo in quanto essere intelligente, morale, deve farlo in quanto uomo! All’uomo e solo all’uomo si chiede di reprimere certi istinti, di correggere la propria natura, non avrebbe senso alcuno a chiederlo a uno squalo, ad un gatto e neppure agli intelligenti delfini e scimpanzè, all’uomo invece si, chiederlo a lui ha senso. Eppure questi stessi animalisti negano che l’uomo abbia uno status diverso da quello di tutti gli altri animali senzienti; nel momento stesso in cui devono riconoscere che non tutto nell’uomo è semplice natura o quanto meno che nella natura umana esiste qualcosa che non esiste in nessuna altro ente naturale, proprio nel momento in cui ammettono tutto questo gli animalisti considerano “razzista” chiunque sottolinei la particolarità e la alterità dell’uomo nei confronti degli altri animali, teorizzano che nulla di fondamentale può farci preferire la vita di un essere umano a quella di un topo, considerano la vita di un’anguilla più importante di quella di un feto umano. Dando prova di una dissociazione schizofrenica davvero notevole i liberatori degli animali esaltano e nel contempo degradano l’uomo.

Ma è in qualche modo possibile che l’uomo segua le raccomandazioni degli animalisti? Quali sarebbero le conseguenze di una loro generalizzata messa in pratica? Che l’uomo possa correggere alcuni aspetti della propria natura è vero, che possa instaurare rapporti (quasi) non violenti con alcuni animali e meno violenti col mondo animale nel suo complesso lo è altrettanto. Che molta violenza umana, diretta sia verso altri esseri umani che contro la natura non umana, sia gratuita e vada ridotta è ancora vero. Con tutto ciò però il problema di fondo resta irrisolto. Forse l’uomo non è solo natura, certamente la sua natura è particolare, diversa da quella degli altri animali, ma l’uomo è e resta un essere naturale, inserito nella natura, spinto ad agire anche da istinti, esigenze, bisogni naturali. Se l’uomo fosse una sorta di angelo o di semidio potrebbe anche assumere nei confronti del resto della natura atteggiamenti del tutto esenti da ogni forma di violenza, ma l’uomo è solo uomo, è nella natura, non sopra o a fianco di essa e precisamente in quanto essere naturale, anche naturale per lo meno, non potrà mai eliminare del tutto la violenza nei confronti degli altri esseri naturali. Fra uomini, gatti e topi non esisterà mai un rapporto simile a quello che esiste fra soggetti di diritto.

Cosa vuol dire rispettare moralmente un orso e conferire allo stesso la dignità di soggetto di diritto? Vuol dire in primo luogo non fare dell’orso un mero strumento per il soddisfacimento delle nostre esigenze: non ucciderlo per mangiarlo o impossessarci della sua pelliccia, non imprigionarlo eccetera. Vuol dire anche rispettarlo per quello che è, rispettarlo in quanto orso. Questo fatto però ha molte conseguenze. Se ad esempio l’orso ci aggredisse potremmo ucciderlo in nome della legittima difesa? No, ovviamente. L’istinto ad aggredirci è parte della natura dell’orso che noi dobbiamo rispettare dal momento stesso in cui abbiamo elevato l’orso al rango di soggetto morale e di diritto. E se l’orso entra a casa nostra e mangia le nostre provviste? Anche in questo caso non dovremmo far nulla, sarebbe insensato rispettare l’orso e pretendere che non si comporti da orso. E’ possibile pretendere che un essere morale, capace di distinguere il bene dal male, un uomo insomma, ci rispetti, è giusto difendersi da lui e punirlo se non lo fa. Nei confronti dei nostri simili hanno senso i concetti di giustizia, punizione e legittima difesa. E’ insensato invece punire un essere che non è capace di distinguere il bene dal male, o affermare che ci difendiamo legittimamente da lui. Con un essere simile, un orso ad esempio, si possono avere rapporti basati sulla forza o anche, in certi casi, sulla benevolenza, ma non si potranno mai avere rapporti basati sui concetti di diritto, giustizia, legittimità. Nel momento stesso però in cui questo orso è stato da noi riconosciuto soggetto morale e di diritto qualsiasi violenza nei suoi confronti diventa impossibile: non lo si può uccidere o ridurre in cattività per utile, ovviamente, e non ci si può neppure difendere dalle sue incursioni perché fare questo vorrebbe dire non rispettare la sua natura, vorrebbe dire cercare di imporgli con la forza (ed in maniera del tutto illusoria) la nostra natura. Riconoscendo dignità morale e giuridica agli altri animali l’uomo si collocherebbe al loro stesso livello senza potere però fare ciò che essi fanno: usare la forza, aggredire, cacciare, usare come mezzi gli altri animali. L’essere intelligente, saper distinguere il bene dal male metterebbe l’uomo in una condizione di enorme inferiorità nei confronti degli altri animali: dovrebbe tutelarli e rispettarli nel momento stesso in cui loro non potrebbero tutelare e rispettare lui.
Ma ammettiamo pure che questo non dovesse avere conseguenze troppo gravi. Il progresso scientifico e tecnologico ha messo l’uomo nella condizione di potersi difendere (a volte) anche senza uccidere. E poniamo anche che gli esseri umani possano rinunciare senza troppi inconvenienti a diete carnivore, latte, uova e tonno sott’olio ed ancora a pellicce, seta e lana, scarpe, cinture di cuoio, cera e tante altre inutili cosette. Il problema non sarebbe affatto risolto, caso mai aggravato. Lo sviluppo dell’agricoltura, come quello della urbanizzazione, tolgono spazi agli animali e ne uccidono molti più che non la tanto aborrita caccia; la costruzione di una fabbrica di lana sintetica, o di un villino eco compatibile, distrugge una quantità enorme di lombrichi, fa a pezzi tane di talpe, lascia senza cibo tanti begli uccellini, lepri e scoiattoli. E non dimentichiamo che gli animali si spostano e che l’uomo, una volta che li ha trasformati in soggetti morali e giuridici, non ha alcun diritto di ostacolare i loro spostamenti. Come potremmo continuare ad usare aerei ed elicotteri sapendo che spesso le loro eliche fanno a pezzi tanti bei volatili? E che dire delle navi che più di una volta hanno ucciso balene e capodogli? Se uccelli e balene fossero esseri umani potremmo avvisarli del pericolo, accordarci con loro affinché non volino in certe aree o non nuotino in altre, ma questi splendidi animali non sono esseri umani.
Gli esempi possono bastare. L’unico modo che l’uomo avrebbe per trattare coerentemente da esseri morali e soggetti giuridici gli altri animali sarebbe quello di rinunciare alla civiltà, recedere di secoli o di millenni, ricostituire una situazione sociale e culturale in cui il solo parlare di rapporti meno violenti con gli animali farebbe indignare o ridere. Le proposte animaliste sono folli perché se attuate condurrebbero a rischio di estinzione l’unica specie a cui ha senso parlare di obbligazione morale ed anche di benevolenza verso le altre specie. Il vero confine nella natura passa fra chi è e chi non è capace di giudizio morale, fra chi sa e chi non sa distinguere il bene dal male e quindi può essere definito “buono” o “cattivo”, “innocente” o “colpevole”. L’uomo merita uno status morale particolare non perché più buono delle bestie ma perché può essere considerato cattivo se si comporta da bestia; ha senso considerare l’uomo degno di rispetto morale perché l’uomo può legittimamente essere punito se rifiuta il rispetto ai suoi simili. Anche se spesso si comporta peggio delle belve più sanguinarie l’uomo merita uno status diverso da queste perché definendo lui “una belva” lo si svalorizza. La possibilità di agire moralmente crea una frattura nella natura perché forse questa possibilità non può essere interamente spiegata dalle leggi della natura. L’uomo forse non è solo natura, appunto per questo forse è libero, quindi responsabile, quanto meno va considerato tale. Nessun gatto invece lo è. E’ tutta qui la differenza fra uomini e gatti.









Note

1) Wikipedia: Specismo. Rinvenibile in rete alla voce: specismo

2) Ibidem

3) David Oliver: Protezione animale e liberazione animale. Rinvenibile in rete digitando: “movimento per la liberazione animale” e poi “protezione animale e liberazione animale”

4) Ibidem

5) David Olivier: Aborto e liberazione animale. Rinvenibile in rete digitando “liberazione animale” e poi “aborto e liberazione animale”

6) Ibidem.

7) P: Singer: Etica pratica. Citato in: Giovanni Fornero: Bioetica cattolica e bioetica laica. Bruno Mondadori 2009 pag. 109

8) Ibidem pag. 109 - 110

9) Ibidem pag. 110

10) Riccardo calcioli Antonio Gaspari: Le bugie degli ambientalisti. Piemme 2006 pag. 41.

11) Ibidem pag. 42