mercoledì 29 maggio 2013

FRANCA RAME




Nulla merita rispetto quanto la morte, e merita rispetto chi, superata la grande soglia, si avvia, per dirla con Shakespeare, verso quella terra inesplorata da cui nessuno è mai tornato. Franca Rame merita rispetto anche perché ha subito uno stupro, è stata vittima della più odiosa delle violenze. Ma se rispetto la morte di Franca Rame non mi sento di approvarne, in alcun modo, la vita. Se l'odiosa violenza di cui è stata vittima ha obbligato tutti ad essere solidali con lei, nessuna solidarietà le è dovuta, a mio parere, per le scelte che ha compito, le cose che ha detto e fatto nel corso della sua esistenza.

Era faziosa, di una faziosità intollerabile. Nel sentirla recitare si sentiva l'odio che le covava dentro. Anche Dario Fo era, ed è, fazioso. Ma sulla scena era talmente bravo da dissimulare la sua faziosità, trasformarla in risata, divertimento. Lei no. La ho vista recitare molte volte, ed in quegli anni le ero in qualche modo vicino politicamente. Non troppo vicino perché lei era una mao stalinista dogmatica, io un giovane trotskista, uno di quelli che lei, il suo compagno ed i loro amici del circolo culturale “la comune” consideravano “al soldo della borghesia”. Si, andavano così le cose fra “compagni”, a quei tempi. Tutti eravamo uniti contro la borghesia e l'imperialismo ma se eri in una setta rivale i compagni ti riempivano di botte, senza troppi complimenti. La ho vista recitare molto volte dicevo, e la sua faziosità, il suo astio, l'odio che le sprizzava da tutti i pori riuscivano, anche allora, ad infastidirmi. “I primi a dover essere fucilati subito dopo la vittoria della rivoluzione saranno gli intellettuali” disse una volta ad un dibattito, uno di quegli appassionati ed interminabili dibattiti che seguivano gli spettacoli suoi e di suo marito. Mi tornò in mente quella frase, alcuni anni dopo, quando il mio amore per Marx, Trotskij ed il “vero” comunismo stava finendo. In Cambogia i Kmer rossi di Pol Pot fucilavano chiunque sapesse leggere e scrivere. La “cultura borghese “ andava distrutta, dalle radici, per creare l'uomo nuovo e comunista. Io leggevo quelle notizie sconvolgenti, entravo sempre più in crisi, e mi tornavano in mente le parole di Franca Rame. Qualcuno stava facendo quello che lei aveva sognato, c'è chi dice cose mostruose e c'è chi le mette in pratica; chi è più colpevole?

Ricordo una assemblea, alla fine di una rappresentazione teatrale, forse era andato in scena il “mistero buffo”. Proprio in quel periodo era stato assassinato il commissario Calabresi e si parlava di quello, ovviamente, nel dibattito.
“L'uccisione di calabresi (uccisione, non omicidio) è una vittoria per le m
asse proletarie”, dicevano i compagni di lotta continua. “No”, ribattevano gli altri, “l'uccisione di Calabresi rende più difficili le lotte, crea problemi al movimento”.
“Nessuno piange la morte di un poliziotto fascista, ma non possiamo ignorare che quella morte crea problemi al movimento di massa...”
Si, proprio così. Quello era il tipo di argomenti che venivano avanzati in quei “dibattiti”. Quelle le cose che dicevano Dario Fo e Franca Rame. E io ero li, ad ascoltarli, a volte anche ad intervenire e sparare, a mia volta, cazzate.
Non sono un “pentito”. Ero marxista e ho smesso di esserlo, ho smesso di esserlo quando ho davvero capito Marx. Non ho mai fatto del male a nessuno, volevo il “vero comunismo” e non capivo che il vero comunismo era quello di Stalin e Mao, Dario Fo e Franca Rame. Quando lo ho capito ho mandato al diavolo i miei vecchi compagni, senza lacrime, e senza pentimenti. Non ho pentimenti, però quando ripenso a quella assemblea, a quegli interventi in cui si discuteva se piantare un proiettile nella nuca di un uomo era o non era “utile alle lotte”, un po' di vergogna la provo.

Lei no, credo. Era una stalinista ed è sempre rimasta tale. Io comunque non ho mai sentito una parola di auto critica da parte sua, né di suo marito. Hanno amato Mao tze Tung, la rivoluzione culturale e i laogai, Stalin ed i gulag, e tutti i tiranni del comunismo reale. Poi si sono invaghiti di certi magistrati ed hanno scoperto il valore rivoluzionario della “legalità”. Ma sono rimasti sempre quello che erano.
Per favore, non trasformiamo Franca Rame in un campione della democrazia! Non lo è mai stata.

martedì 28 maggio 2013

LE DUE ITALIE

E così Grillo se la prende con gli italiani. Troppi italiani vivono di politica, e di spesa pubblica, afferma Grillo:
Esistono due Italie, la prima, che chiameremo Italia A, è composta da chi vive di politica, 500.000 persone, da chi ha la sicurezza di uno stipendio pubblico, 4 milioni di persone, dai pensionati, 19 milioni di persone (da cui vanno dedotte le pensioni minime che sono una vergogna). La seconda, Italia B, di lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccole e media imprese, studenti. La prima è interessata giustamente allo status quo. Si vota per sé stessi e poi per il Paese. Nella nostra bandiera c'è scritto Teniamo famiglia".
Insomma, c'è l'Italia degli assistiti, o dei parassiti, e quella degli emarginati, ovvio che i parassiti cerchino di mantenere intatti i loro privilegi, e votino di conseguenza.
C'è un grammo di verità nel discorso di Grillo. In effetti in Italia molta, troppa gente vive di spesa pubblica e questo è letale per l'economia. Ma si tratta del tipico granello di verità che rende più credibili le menzogne.

Grillo se la prende con chi vive di spesa pubblica, ma, forse che fra chi lo ha votato alle ultime elezioni non c'è un pensionato, o un dipendente pubblico? Solo i lavoratori produttivi votano, o hanno votato Grillo? I casi sono due: o i voti che Grillo ha perso sono voti di parassiti, e allora fino a ieri molti parassiti votavano per Grillo, o sono voti di persone che parassiti non sono, e allora il discorso di grillo è fondato sul nulla.

Perché grillo ce l'ha tanto con i pensionati? La maggioranza dei pensionati la sua pensione se la è pagata accumulando contributi per decenni,
NON SI TRATTA DI PARASSITI. Sono semmai molti “precari” e cassa integrati a vivere di spesa pubblica, spesso a ricevere assistenza dall'INPS, assistenza pagata coi contributi di chi lavora e cerca di costruirsi una pensione decente. E' molto strana la logica di Grillo. Per lui è un parassita chiunque abbia uno stipendio garantito, anche se quello stipendio remunera un lavoro produttivo.

Grillo propone il
salario di cittadinanza. A tutti devono essere garantiti 1000 euro mensili, indipendentemente dal fatto che lavorino e producano. E poi ha il coraggio di polemizzare contro l'Italia A, quella che per lui vive di politica!

Non basta inveire contro chi vive di spesa pubblica. Occorre trasformare il lavoro improduttivo in lavoro produttivo, ridurre l'area dell'assistenza ed aumentare quella del lavoro vero. Per tutto questo occorrono investimenti, tecnologia, energia, infrastrutture, occorre insomma
crescita economica. Ma è proprio lui, Beppe Grillo, a cianciare di “decrescita felice”, è lui ad opporsi a qualsiasi opera pubblica, a demonizzare qualsiasi infrastruttura!

Molti esponenti del PD in questi giorni affermano compiaciuti: “Grillo paga il prezzo della non scelta”. Il suo errore sarebbe stato di non appoggiare Bersani. Per questi personaggi una alleanza con Grillo sarebbe stata assolutamente positiva. Molto interessante il loro modo di ragionare. Potevamo allearci con Grillo, lui ci ha rifiutati e così ci siamo alleati col Pdl. Tutto è interscambiabile. Costruire il Tav o bloccarlo, favorire la crescita o la decrescita felice, ridurre la pressione fiscale o istituire il salario di cittadinanza. Cose equivalenti! Non c'è da stare troppo allegri.

venerdì 24 maggio 2013

LA AUTONOMIA DELLA MAGISTRATURA ALL'ITALIANA




Ne parlano tutti i forcaioli, e tutti la difendono a spada tratta, Mi riferisco alla
autonomia della magistratura. E' diventata la bandiera della sinistra italica, di tutta la sinistra italica, compresi i rottami del comunismo staliniano. La invoca una campionessa del garantismo come Rosy Bindi e se ne riempiono la bocca anche gli amici di Chavez e Fidel Castro. Si atteggiano a difensori della autonomia della magistratura anche coloro che guardano con simpatia ad un paese come la Corea del Nord, dove di certo la magistratura gode di ampia autonomia. Sono diventati tutti liberali, c'è da esserne soddisfatti.

E' molto importante la autonomia della magistratura, ma, cosa si intende con precisione con questo termine?
Semplicemente che il giudice non po' subire pressioni che lo condizionino
nella sua funzione di giudice. Un giudice non può subire imposizioni che lo spingano a condannare, o ad assolvere, Tizio, nessuno lo può trasferire per impedirgli di giudicare Caio, né può rischiare di vedersi ridurre lo stipendio se persegue Sempronio.
In Italia però la autonomia della magistratura è stata intesa in maniera diversa, estensiva ed inaccettabile. Non ci si è limitati a salvaguardare il giudice nelle sue funzioni di giudice, si è preteso che tutti i magistrati, e non solo i giudici, fossero messi al riparo di ogni tipo di condizionamento, diretto o indiretto, reale o potenziale, riguardante pressoché la totalità della loro esistenza.
Negli stati uniti i giudici, come si sa, sono elettivi. Nessuno può imporre ad un giudice americano di comportarsi in un certo modo nel corso di un processo, nessuno lo può trasferire per impedirgli di giudicare Tizio o Caio; però al termine del mandato il giudice è giudicato dagli elettori: egli è
autonomo ma non irresponsabile. Non mi interessa ora discutere sui pregi e i difetti di un simile sistema, è però interessante esaminare il tipo di obiezione che ad esso oppongono molti sostenitori della autonomia della magistratura all'italiana. Il sistema americano, dicono, non garantisce la autonomia della magistratura perché per un giudice il solo fatto di dover rendere conto agli elettori costituisce comunque un condizionamento. Per i sostenitori italiani della autonomia della magistratura questa si configura come una sorta di totale assenza di limiti di ogni tipo all'operato dei magistrati. Questi dovrebbero vivere in una sorta di campana di vetro, sottratti alle pressioni ed ai condizionamenti che sono inevitabilmente legati al solo fatto di vivere in società.

Nelle democrazie liberali ogni potere dello stato è limitato da altri poteri, o da qualcuno che non fa parte di quel potere. I parlamentari, ad esempio, sono giudicati dagli elettori, il governo è controllato dal parlamento. La magistratura no. Sottoporre i magistrati a qualsiasi tipo di controllo ad essi esterno vorrebbe dire lederne l'autonomia.
Le carriere dei magistrati in Italia sono di fatto automatiche, basta lo scorrere del tempo per salire nella scala gerarchica; se le promozioni fossero legate ad esami o concorsi questi lederebbe la autonomia della magistratura.
Tutti, anche in Italia, sono civilmente responsabili per i propri errori, se commessi con dolo o colpa grave; i magistrati no: renderli civilmente responsabili vorrebbe dire lederne l'autonomia.
Nessuno decide da solo l'ammontare dei propri stipendi, i magistrati italiani invece possono far pressioni sul potere politico tali da avvicinarli molto ad una simile situazione. Se i loro stipendi non fossero soddisfacenti la loro autonomia sarebbe a rischio, visto che chi non guadagna abbastanza è facilmente ricattabile, si dice.
Chiunque lavori deve rispettare certi criteri di efficienza e produttività e risponderne ad altri. I magistrati italiani ne rispondono solo a persone che essi stessi hanno eletto. Il controllato di oggi può benissimo diventare il controllore di domani. Se le cose cambiassero sarebbe in pericolo la autonomia della magistratura.
Insomma, la magistratura italiana è un corpo separato, sottratto ad ogni tipo di limite e controllo, autoreferenziale, responsabile solo di fronte a se stesso. Non di
autonomia si dovrebbe parlare ma di separatezza della magistratura.
Nulla però è tanto pericoloso per la democrazia come i corpi separati. Per rendersene conto basta fare un semplicissimo esperimento mentale. Poniamo che nella stragrande maggioranza i magistrati siano contrari ad una certa legge e non la applichino nei casi concreti. Non è una ipotesi molto fantasiosa: qualcosa di simile è avvenuto con la legge che istituiva il reato di immigrazione clandestina, di fatto quasi mai applicata. Chi può obbligare i magistrati ad applicare questa legge a loro invisa? Nessuno. I magistrati sono sottoposti al controllo, anche disciplinare, del consiglio superiore della magistratura, ma questo è per due terzi eletto dai magistrati stessi, quindi...
La sostanziale separatezza della magistratura italiana conduce così ad situazione paradossale: invocata per tutelare al meglio la separazione dei poteri questa separatezza nei fatti distrugge precisamente questa separazione. I magistrati di fatto possono rendere inefficace ogni legge, e questo anche a prescindere dai pesantissimi interventi degli stessi nella discussione che precede la approvazione di certe leggi. In Italia si assiste spesso allo spettacolo di magistrati che scendono in sciopero contro la approvazione di determinate leggi che è loro dovere fare applicare, qualcosa di unico, credo, in occidente.
Ma, anche a prescindere da queste considerazioni, resta il fatto fondamentale che un corpo separato è sempre, in quanto tale, un pericolo per la democrazia. Molti applaudono alla auronomia della magistratura all'italiana. In questo modo i magistrati possono proteggere meglio i cittadini, dicono, li possono proteggere senza dover subire pressioni o condizionamenti di alcun tipo. Ammettiamolo pure, ma...
chi protegge i cittadini dai magistrati? E' un problema di importanza fondamentale, di cui non a caso i forcaioli ed i rottami del comunismo staliniano neppure riescono a capire l'importanza. Nessuno è perfettamente virtuoso: i controllori devono a loro volta essere controllati, chi ci difende può benissimo trasformarsi in un oppressore, per questo il suo potere deve essere limitato.
Una autonomia totale, assoluta, dei magistrati, una autonomia che diventi nei fatti separatezza, non è un fattore di democrazia, al contrario, può trasformarsi in qualcosa di profondamente, pericolosamente illiberale ed antidemocratico. Il vero problema della magistratura italiana non sono solo i magistrati politicizzati. Questi esistono, è vero, e fanno molto danno, ma esistono anche nel nostro paese molti ottimi magistrati che fanno con scrupolo e coscienza il loro lavoro: ne è prova se non altro il fatto che la gran maggioranza delle montature giustizialiste finiscono nel nulla. Il problema principale è l'organizzazione complessiva della giustizia in Italia, che sembra fatta apposta per permettere ai peggiori, ai faziosi di emergere e di fare gran danno.

Alexis de Tocqueville ebbe a dire che la peggiore delle dittature è quella dei giudici. Come si sa il Tocqueville era un liberale moderato, una persona che amava profondamente la legalità e non aveva certo alcun motivo di rancore verso chi amministrava ai sui tempi la giustizia. Oggi però chi facesse una simile affermazione rischierebbe una incriminazione per oltraggio alla magistratura, e sarebbe di certo sepolto dalle proteste di garantisti alla Rosy Biondi o alla Marco Travaglio. Basta un simile, innocente fatterello a dimostrare quanto sia grave la situazione della giustizia in Italia.


mercoledì 22 maggio 2013

DON ANDREA GALLO




Don Andrea Gallo ha lasciato questo mondo.
Non è bello imbrattare una cosa tanto seria ed importante come la morte con polemiche politiche. Però la morte può essere una buona occasione per riflettere sulla vita di chi ci lascia, sulle sue scelte. Può esserlo, ed è importante che lo sia, specialmente se la morte di qualcuno diventa il pretesto per menzogne e mistificazioni.
Davvero don Gallo era un “prete di strada”? Un pacifista amico degli ultimi? Dipende da cosa si intende con simile espressioni. Certo, sarebbe tutto molto più semplice, e comprensibile, se si usassero termini meno nebulosi. Senza la minima intenzione di essere polemico io definirei don Gallo per quello che era: un prete comunista, cattocom
unista, per essere più precisi.

“Nel giugno 1976 una presa di posizione della comunità doveva provocare accese discussioni (…) si tratta della firma apposta al manifesto di solidarietà con i compagni della Baader Meinhof.”
Questo si può leggere nell'interessante volume “
Dalla dipendenza alla pratica della libertà”, una raccolta di documenti, interventi e “contributi dal basso” della comunità di San Benedetto, si, proprio quella, proprio quella di don Andrea Gallo.
Il documento citato affermava:
“Oggi l'imperialismo mondiale e le socialdemocrazie europee piangono la morte dell'alto ufficiale delle SS Hans Martin Schleyer.
Noi ricordiamo con commozione i compagni torturati ed uccisi nelle carceri della repubblica federale tedesca e i compagni caduti in azione a Mogadiscio, e onoriamo il coraggio e la fede della loro lotta rivoluzionaria.”
Firmato: Comitati per l'autonomia operaia, partito comunista marxista leninista, collettivo femminista autonomo,
comunità di san benedetto.
Hans Martin Schleyer era membro del dell'unione cristiano democratica e presidente della confindustria tedesca.
Venne sequestrato il 5 settembre 1977 a Colonia da un gruppo armato di terroristi della Rote Armee Fraktion dopo un sanguinoso agguato in Vincenz-Statz-Strasse terminato con la morte dei quattro uomini della sua scorta; dopo quarantatrè giorni di prigionia venne ucciso e il 18 ottobre 1977 il suo corpo venne ritrovato nel bagagliaio di un'auto a Mulhouse. Durante la seconda guerra mondiale fu in effetti ufficiale delle SS, come molti altri oltre a lui, compresi coloro che, fuggiti in medio oriente, divennero istruttori di varie formazioni terroriste impegnate nella lotta contro Israele, formazioni con le quali la Rote Armee Fraktion intratteneva ottimi rapporti. Schleyer fu ucciso non perché ex SS, ma in quanto presidente della confindustria tedesca.
Proseguiamo con le citazioni da: "Dalla dipendenza alla pratica della libertà".
“La comunità fu profondamente solidale con Enrico Fenzi, professore di letteratura italiana all'università di Genova. Egli fu arrestato per la prima volta il 17 maggio 1979, con una quindicina di persone dell'area della autonomia, in un bliz voluto dal generale Della Chiesa”.
Per la cronaca: Enrico Fenzi è stato uno dei principali leader della brigate rosse, condannato complessivamente a 18 anni di carcere si dissociò dal terrorismo ed ottenne la libertà vigilata.
Direi che può bastare.

Non credo che Don Gallo abbia fatto una seria, profonda, autocritica per le posizioni estremiste, al limite del favoreggiamento del terrorismo, prese dalla comunità di cui è stato leader per tanti anni. Non ho seguito le sue eventuali evoluzioni ideologiche, ma da quanto risulta da dichiarazioni, articoli, partecipazioni a manifestazioni, direi che fino a ieri è stato sempre lo stesso. Probabilmente negli ultimi tempi aveva preso in simpatia i magistrati, forse si diceva paladino della legalità, forse con la stessa foga con cui, anni fa, definiva oppressiva e borghese la stessa legalità. Ma questa è una contraddizione non solo sua. E' una contraddizione ed un dramma del paese lo spettacolo di magistrati che vanno a braccetto con autentici teorici dell'eversione.
Don Gallo è stato un prete comunista, lo è stato anche se probabilmente non ha letto un rigo di Marx, e se lo ha letto di certo non lo ha capito. E' stato uno dei tanti che ritengono che la povertà sia un valore, che non vivere in miseria sia quasi un crimine, che tutti i mali del mondo siano da addebitarsi alla civiltà occidentale.
E' stato un prete che non ha capito, a mio avviso, il senso profondo del messaggio cristiano. Non ha capito che la Chiesa non è un partito politico né una associazione non governativa, che il senso profondo della sua predicazione è rivolto al trascendente. La liberazione cristiana è una liberazione dalla finitezza, dall'umana accidentalità, qualcosa che non può essere oggetto di alcuna lotta politica, di alcuna “pratica della libertà”. Come tanti altri don Gallo ha pensato che il paradiso potesse essere costruito qui, sulla terra, e, come tanti, non si è reso conto che rendendo mondano l'assoluto si realizza il totalitarismo, si costruisce non il paradiso, ma l'inferno.
Pace all'anima sua.

sabato 18 maggio 2013

LA PRESCRIZIONE




E' l'istituto più odiato dai giustizialisti, sto parlando della prescrizione del reato.
Vorrebbero tempi di prescrizione lunghissimi, praticamente infiniti. Non conta quando hai commesso un reato, dicono, conta se lo hai commesso, e se lo hai commesso devi essere punito, punto e basta. E non va loro giù che la prescrizione intervenga dopo che il processo ha avuto inizio. Citano addirittura gli Stati Uniti d'America, dove i termini di prescrizione si interrompono appena è stata emessa la sentenza di rinvio a giudizio. Si, è proprio così, negli Usa la prescrizione si interrompe dal momento in cui il sospettato è rinviato a giudizio, ma, quali sono i termini di prescrizione negli Stati uniti d'America?
Un delitto che comporta la pena dell'ergastolo è sempre perseguibile.
Ogni altro delitto grave (rapine, furti, stupri, sequestri di persona) è perseguibile entro CINQUE ANNI.
I delitti meno gravi sono perseguibili entro DUE ANNI, quelli minimi entro UN ANNO.
Esclusi i delitti gravissimi, sempre perseguibili, negli Usa ogni crimine deve essere perseguito entro termini temporali abbastanza ristretti. Nel momento in cui inizia il processo però i termini di prescrizione si interrompono, e si evitano in questo modo eventuali manovre dilatorie. Questo non fa si che l'imputato debba passare lunghi periodi nella “zona di nessuno” in cui necessariamente vive chi è sottoposto a procedimento penale. Negli Usa infatti i processi sono piuttosto rapidi. Le udienze sono quotidiane, i giurati vivono praticamente da reclusi, impossibilitati addirittura a leggere i giornali o a guardare la TV, questo perché chi è chiamato a giudicare della vita di un essere umano deve formarsi la propria convinzione in base a ciò che emerge dal dibattimento, non dai talk show televisivi o dai predicozzi di giornalisti alla Travaglio. La differenza con quanto avviene in Italia è lampante. Un giudice popolare italiano ascolta oggi un teste, fra due mesi un altro, fra sei mesi la requisitoria del PM e fra otto l'arringa del difensore. Se tutto va bene fra un anno entrerà in camera di consiglio (fanno eccezione i processi a carico di Berlusconi che sono di solito rapidissimi). E' difficile pensare che in questo modo il giudice popolare italiano possa maturare una convinzione ponderata sulla base di quanto emerge dal dibattimento. Si aggiunga che negli Usa il pubblico accusatore non è, come in Italia, un collega del giudice, che la difesa contribuisce alla selezione della corte giudicante, che i giurati devono decidere alla unanimità e ci si renderà conto che in quel paese il processo penale, anche se esclude i tre gradi di giudizio automatici, è molto più garantista che nel nostro.

E' interessante mettere in evidenza una cosa: se nel nostro paese fosse in vigore la normativa americana molti procedimenti a carico di Berlusconi non avrebbero neppure potuto iniziare. Come hanno agito infatti i magistrati col cavaliere? Non appena è entrato in politica hanno iniziato inchieste riguardanti vecchie storie sulle quali sino a quel momento nessuno aveva indagato o, se indagini c'erano state le loro risultanze giacevano da tempo sotto montagne di pratiche inevase.
Nel processo All Iberian il cavaliere è stato rinviato a giudizio nel 1996 per finanziamento illecito ai partiti, reato che è avvenuto (
se è avvenuto) fra il 1991 ed il 1992, e di certo non è un reato grave (negli Usa non è neppure previsto come reato). La prima inchiesta a carico di Berlusconi, quella per le famose tangenti alla guardia di finanza, riguarda diverse tangenti, corrisposte a diversi soggetti, la prima della quali risalente al 1989, l'ultima al 1994. Il rinvio a giudizio è del 1995, quanto meno le prime tangenti non avrebbero quindi dovuto rientrare nel procedimento che, come si sa, si concluse con la piena assoluzione dell'imputato. Una indagine a carico di Berlusconi per traffico di droga si è conclusa nel 1991 con una archiviazione, i fatti risalgono al 1983. Non voglio continuare perché non sono e non mi interessa essere uno specialista in Belusconismo giudiziario (ho preso i dati dalla rete). Mi va solo di sottolineare che i termini americani di perseguibilità avrebbero reso assai più difficile il lavoro di magistrati assolutamente imparziali e privi di pregiudizi come Antonio Di Pietro o Ilda Boccassini.

Ma, a parte ogni tecnicismo, quale è la filosofia che sta dietro l'istituto della prescrizione, che i forcaioli di ogni tipo odiano? La risposta è semplicissima, la si può riassumere in una sola parola: garantismo. Garantismo che vale a tre livelli.
In primo luogo,
una persona non può essere indagata a vita. Se sei indagato vivi in una situazione di estrema provvisorietà. Se cerchi lavoro tutto diventa più difficile se è in corso un procedimento giudiziario a tuo carico, se il lavoro lo hai già le prospettive di carriera si complicano terribilmente. Chi è indagato ha diritto che in tempi ragionevolmente brevi il suo caso si chiuda. Ha diritto a questo anche chi è stato offeso dall'eventuale azione criminosa dell'indagato. Insomma, una giustizia rapida è nell'interesse di tutti, meno che dei criminali e dei calunniatori di professione.
In secondo luogo, a meno che non si tratti di reati gravissimi,
nessuno può essere chiamato a rispondere di cose avvenute molto tempo prima, con tutte le difficoltà di ricordare eventi, nomi, situazioni.
Infine, ed è la cosa più importante di tutte,
i termini di perseguibilità tendono ad impedire che qualche solerte magistrato possa perseguitare un cittadino andando a spulciare nella sua vita passata in cerca di qualche reato. Questa in particolare è la filosofia che sta dietro alla normativa americana. Tizio può essere indagato solo se esiste una specifica ipotesi di reato a suo carico e se c'è il ragionevole sospetto che possa essere implicato in quel reato. I magistrati insomma devono indagare su reati accertati, non andare alla ricerca di reati, meno che mai lo devono fare concentrandosi su una persona, ancora meno andando a spulciare tutta la sua esistenza per appurare se per caso ci sia in essa qualcosa di poco regolare.
L'istituto della prescrizione è inoltre collegato teoricamente con il principio della presunzione di innocenza. Non è vero che la assoluzione per prescrizione equivale ad una condanna. I termini di prescrizione fissano dei limiti alla azione del magistrato: questi deve riuscire a  far condannare il sospettato da lui ritenuto colpevole entro quei limiti, se non ci riesce il sospettato è innocente perché nei paesi civili la innocenza è presunta.

Da quanto si è detto emerge che non è affatto un caso che i giustizialisti forcaioli di tutte le risme abbiano profondamente in odio la prescrizione. Il loro ideale è una società in cui tutti si sia indagati, tutti si viva sempre sotto sorveglianza. Un “magistrato” come Ingroia è arrivato addirittura a proporre, in campagna elettorale, la inversione dell'onere della prova nei processi per reati finanziari: se Tizio è sospettato di evasione gli si confischino i beni, ha detto, poi lui avrà sei mesi di tempo per dimostrare la sua innocenza... magnifico! A Tizio sono concessi sei mesi per provare la sua innocenza, ma dieci anni per prescrivere un reato sono pochi, per il dottor Ingroia! E ora questo signore è di nuovo magistrato, non invidio valdostani.
La cosa grave è che simili idee forcaiole sono molto diffuse nel paese. Molta, troppa gente è convinta che il garantismo sia quasi un lusso, che tutto sia lecito pur di mettere dentro un presunto corrotto. Non si capisce che ogni arbitrio è possibile se vengono meno le fondamentali garanzie a tutela della libertà dei singoli, ogni arbitrio ed anche ogni corruzione.

mercoledì 15 maggio 2013

SPESE LEGALI




Pare che le spese legali sostenute finora da Berlusconi e dal suo gruppo ammontino a circa 400 MILIONI di euro, bazzecole. Qualche forcaiolo a sentire questa cifra farà il solito sorrisino di superiorità e sparerà la scontatissima battuta: “povero psiconano! Faremo una colletta per aiutarlo, lui soldi non ne ha...”, e dimostrerà, ancora una volta, di essere un cretino che non capisce assolutamente nulla.
Il problema non riguarda, o non riguarda solo, Berlusconi, il problema riguarda TUTTI i cittadini italiani, specialmente quelli che non dispongono di somme di denaro particolarmente elevate.
Quanti normali cittadini italiani sono in grado di spendere NON 400 MILIONI di euro ma QUATTROCENTOMILA euro senza dar fondo ai propri risparmi, vendere la casa, o, peggio, indebitarsi in maniera gravissima? Se sono accusato di qualche reato, per bene che mi vadano le cose, ho di fronte a me alcuni anni almeno di noie giudiziarie, e le noie giudiziarie costano, moltissimo. Gli avvocati non lavorano gratis, giustamente, e la loro parcella devo pagarla io, la devo pagare comunque, anche se vengo prosciolto in istruttoria, anche se le accuse che il PM mi ha rivolto si rivelano del tutto infondate, anche se risulta chiaro che se il PM avesse agito in maniera professionale non avrebbe mai dovuto accusarmi di nulla.
Tizio ha vinto la causa, Caio, il PM, invece la ha persa, si dice quando Tizio viene assolto, o prosciolto in istruttoria. Ma stanno davvero così le cose? Davvero Tizio ha vinto e Caio ha perso? Caio, il PM sconfitto, finita la causa parte con moglie e figli per un bel viaggetto ristoratore, Tizio, l'indagato vincitore, deve pagare un sacco di soldi ai suoi avvocati, ha la casa ipotecata, la polizza titoli azzerata o quasi, i suoi rapporti con moglie e figli sono compromessi perché spesso essere al centro di vicende giudiziarie distrugge la serenità familiare. Naturalmente Caio, il PM sconfitto, non sarà chiamato a pagare per il suo errore, da noi non esiste responsabilità civile dei magistrati, metterebbe in forse la autonomia della magistratura, dicono i forcaioli. Evidentemente in tutti i paesi occidentali la magistratura non è autonoma...
Altro che strillare che non si deve “delegittimare” la magistratura! Riformarla, e profondamente, è una autentica emergenza!

martedì 14 maggio 2013

ARISTOTELE, BERLUSCONI E IL PRINCIPIO DEL TERZO ESCLUSO



Gli affari giudiziari privati del signor Berlusconi non sono e non devono diventare un caso politico, chi è innocente si difenda nei processi”. Molti fanno commenti di questo tipo a proposito dei processi a carico del leader del centro destra. “Lasciamo fare ai magistrati”, dicono, “una cosa è la politica, altra cosa i processi, noi non commentiamo le sentenze”. Tutto molto legalitario, ed anche molto, molto ipocrita.
A sentire questi sottili distinguo mi viene in mente il principio del terzo escluso, si quello di Aristotele (e di tutta la logica a lui successiva), quello che dice: “è’ impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo appartenga e non appartenga al medesimo soggetto e nella medesima relazione”.
Cosa c'entra il vecchio Aristotele con alcuni dei commenti ai processi a carico del cavaliere? Molto semplice. Questi commenti violano clamorosamente proprio il principio del terzo escluso.
I processi a carico di Berlusconi non riguardano la politica, si dice, quindi non ne parliamo. I casi giudiziari si risolvano nelle aule giudiziarie. Apparentemente sembra un discorso sensato, invece non lo è, per niente. Ce lo dice il principio del terzo escluso.
Berlusconi è un leader politico. Dal momento in cui è entrato in politica questo leader ha dovuto subire oltre 100 inchieste a suo carico, più di 33 processi, centinaia di migliaia di intercettazioni. Le accuse a suo carico coprono quasi l'intero arco del codice penale. Si va dalle stragi mafiose al favoreggiamento della prostituzione minorile, passando per corruzione, concussione, peculato, voto di scambio, compravendita di senatori, frode fiscale e chi più ne ha più ne metta; roba che Al Capone al confronto sembra un innocente pargoletto.
Ora, come dice il vecchio Aristotele, e tutta la logica a lui successiva, i casi sono due,
non si scappa.

Se
Berlusconi è colpevole, anche solo della metà, o di un terzo o di un quarto dei crimini di cui è accusato, allora il più forte partito italiano è nella mani di un pericolosissimo criminale e questo, piaccia o non piaccia agli ipocriti, è un fatto politico a tutti gli effetti. Non si può collaborare con un partito fondato e diretto da un criminale, ed usato da questo criminale per cercare di risolvere i suoi problemi con la giustizia. Invece di collaborare o anche solo di discutere, o di polemizzare, con un simile partito occorrerebbe porsi il problema di metterlo fuori legge: direi che è più che legittimo il sospetto che un partito che ha come leader incontrastato un criminale sia a sua volta una associazione criminale. Considerazioni simili valgono per i collaboratori del cavaliere, quanto meno per quelli più stretti. Invece di collaborare col Pdl bisognerebbe aprire fior di inchieste giudiziarie sui vari Alfano, Gasparri e Cicchito che collaborano da anni col cavaliere. Occorrerebbe anche indagare il signor Gianfranco Fini che per diciassette anni è stato il suo fido scudiero. I collaboratori di Al capone venivano indagati e se possibile condannati, mi pare.

Se invece
Berlusconi è innocente, quanto meno, innocente della gran maggioranza dei crimini di cui è accusato, e magari è colpevole solo di aver commesso qualche leggerezza di poco peso, allora è un caso politico l'incredibile accanimento con cui i magistrati lo perseguitano da venti anni. Non è serio in questo caso parlare di “errori” dei magistrati. Si possono commettere molti errori giudiziari riguardo a molte persone, o pochissimi, uno, due al massimo, errori giudiziari riguardo alla stessa persona, ma non si possono commettere moltissimi errori giudiziari che riguardano sempre la stessa persona. Aprire di continuo nuove inchieste sempre a carico dello stesso un uomo, stralciare da vecchi procedimenti inchieste nuove sempre sullo stesso uomo non può essere definito un “errore giudiziario”. Dietro ad una simile marea di “errori” è fin troppo facile individuare il desiderio di trovare qualche reato a carico di una specifica persona, di arrivare comunque a qualche condanna che la faccia uscire con disonore dall'arena della politica. Insomma, se Berlusconi è innocente esiste, ed è enorme, il problema dell'uso politico della giustizia e quella della riforma della magistratura diventa una autentica emergenza democratica. Tertium non datur.

E così, anche riguardo a Berlusconi ed alle sue vicende giudiziarie hanno ragione il vecchio Aristotele ed il suo principio del terzo escluso. Ed hanno torto gli ipocriti, quelli che dicono: “lasciano fare ai magistrati”, “i processi sono una cosa la politica un'altra”.
Ed ha torto anche Beppe Grillo. Il demagogo genovese ha detto, a proposito di Berlusconi, che lo “psiconano” farebbe bene a lasciare l'Italia. Che scappi in un'isola caraibica, lì, pieno di soldi e circondato da favolose veline, potrà passare in pace il resto dei suoi giorni senza rompere le palle agli italiani. E no caro signor Grillo, lei sta violando il principio del terzo escluso! Se Berlusconi è il criminale che si dice non deve andare in un'isola caraibica, troppo comodo! Deve finire in galera, in una cella di rigore, magari buia, umida, ubicata trenta metri sotto terra. Il nuovo Al Capone dovrebbe scappare ai Caraibi? E perché, solo perché ha tanti soldi? O perché tanti italiani lo amano? Ma, essere amato da un branco di evasori fiscali rincoglioniti dalla TV non è mica una attenuante! Non rende mica innocenti i delinquenti!
Forse anche uno come Grillo si sente un po' a disagio immaginando il leader del più importante partito italiano in cella. Sono fatti suoi! Aristotele gli ricorda il principio del terzo escluso: non si può essere forcaioli a metà, se sei forcaiolo lo devi essere fino in fondo, anche se magari a volte ti prende un leggero senso di fastidio pensando a
alle conseguenze delle cazzate che spari!
O con Aristotele o con gli ipocriti. Tertium non datur... appunto!