mercoledì 30 luglio 2014

ISRAELE, L'ANTISEMITISMO, L'OLOCAUSTO




Uno degli argomenti più usati da coloro che condannano la politica di Israele verso i palestinesi suona più o meno così: “Noi abbiamo tutto il diritto di criticare la politica del governo israeliano senza dovere per questo essere giudicati antisemiti. Con la scusa dell’antisemitismo Israele e i suoi sostenitori cercano di ridurre al silenzio tutti coloro che non condividono la politica dello stato ebraico”. Nelle sue linee essenziali l’argomento non può che essere condiviso. Ogni politica, di qualsiasi governo di qualsivoglia stato può essere sottoposta a critiche anche molto dure. Qualificare come antisemita chiunque critichi la politica del governo israeliano è del tutto sbagliato, ovviamente. Però… però la maggioranza di coloro che criticano Israele e la quasi totalità di coloro che scendono in piazza contro Israele, non si limitano ad avanzare critiche, discutibili ma legittime, alla politica del governo israeliano. No, il discorso è ben diverso. Non di critica al governo israeliano si tratta infatti ma della negazione del diritto all’esistenza dello stato di Israele o comunque della negazione allo stato di Israele di un diritto che si riconosce invece a tutti gli altri stati: il diritto all’autodifesa.  Bene, a mio parere questo tipo di “critica” ad Israele coincide con l’antisemitismo, anzi, è la forma specifica che l’antisemitismo assume oggi. Una forma nuova, subdola, diversa dall’antisemitismo classico ma appunto per questo particolarmente pericolosa.

Se qualcuno ha dei dubbi in proposito vada a guardarsi i filmati dei cortei dei “pacifisti” anti israeliani. Una cosa è criticare il governo israeliano, cosa del tutto diversa è bruciare la bandiera israeliana. Bruciare una bandiera significa dimostrare pubblicamente il proprio disprezzo per una nazione, un popolo, una tradizione. Chi brucia la bandiera americana non è un semplice critico della politica del governo americano: col suo gesto dimostra di detestare tutto ciò che quella bandiera rappresenta. Quindi non solo la politica di un certo governo ma, di nuovo, una tradizione, un pensiero, un modo di vivere, insomma, un popolo che in quella bandiera bene o male si riconosce. Nel caso di Israele, dare alle fiamme la sua bandiera significa, molto semplicemente, contestare ad Israele il diritto di esistere. Significa contestare i valori, le idee, i sentimenti, gli interessi che hanno portato alla fondazione dello stato ebraico.
E considerazioni ancora più dure meritano certi cartelli in cui la stella di Davide viene eguagliata alla svastica. La stella di Davide, è risaputo, era il marchio degli ebrei nel periodo della persecuzione nazista. Portare la stella di Davide al braccio significava essere inviati ai campi di sterminio. Nulla può essere più lontano, più globalmente contrapposto alla stella di Davide quanto la svastica. Eppure in questo periodo si sono visti cartelli in cui il simbolo dei massacrati viene eguagliato a quello dei loro massacratori. Se a un reduce dai campi di sterminio avessero detto che un giorno il simbolo che portava al braccio sarebbe stato eguagliato alla svastica avrebbe solo potuto sorridere incredulo. Beh, avrebbe sbagliato visto come vanno oggi le cose. Eguagliare svastica e stella di Davide significa irridere le vittime dell’olocausto, se non negare l’esistenza di questo.

Ci sono alcuni occidentali che sostengono il non diritto all’esistenza dello stato di Israele negando nel contempo risolutamente di essere antisemiti. “Noi siamo antisionisti” affermano, “non antisemiti. Noi non siamo d’accordo con chi nega la l’olocausto e meno che mai con chi lo giustifica. Semplicemente neghiamo che gli ebrei debbano avere un loro stato, possono benissimo vivere come minoranza in vari stati, come è avvenuto per secoli. Si può essere antisionisti senza essere antisemiti e senza essere negazionisti. Chi accusa di antisemitismo gli antisionisti lo fa solo per giustificare la politica genocida di Israele”. Insomma, Israele non dovrebbe esistere come stato indipendente, al suo posto dovrebbe sorgere uno stato palestinese al cui interno siano garantiti agli ebrei  tutti i fondamentali diritti civili e politici: una specie di Svizzera medio orientale. Fantastica e realistica prospettiva, non c'è che dire.

Il sionismo teorizza che gli ebrei devono avere una loro patria ed uno stato loro. Può essere considerato una particolare forma di nazionalismo e può, come tutti i nazionalismi, essere sottoposto a critiche. A livello puramente teorico è possibile essere antisionisti senza essere antisemiti, questo è vero, talmente vero che ci sono stati ebrei se non antisionisti certamente non sionisti; il movimento sionista è stato per molto tempo solo una delle componenti dell’ebraismo, e non la più forte. Tutto bene quindi? No, per niente.
Gli odierni antisionisti brillano per la totale, irritante e faziosa asimmetria con cui giudicano gli ebrei e tutti gli altri. Si può criticare il sionismo, così come si può criticare ogni forma di nazionalismo, ovviamente. Ma gli antisionisti criticano solo il nazionalismo ebraico. Per loro è del tutto naturale che i palestinesi rivendichino un loro stato, così come è naturale che italiani, francesi o cinesi abbiano un loro stato. Ad essere criticata è solo la pretesa degli ebrei ad avere un loro stato. Solo per gli ebrei vale l’invito a vivere come minoranza, tutelata naturalmente,  in vari stati. Se qualcuno oggi dicesse che italiani, francesi o tedeschi dovrebbero vivere come minoranza in altri stati sarebbe preso per matto. Chi teorizza cose simili per gli ebrei può invece pretendere di essere considerato un "pacifista" e un “democratico progressista”.
E parimenti, solo per lo stato di Israele si va alla minuziosa ricerca delle violenze che possono avere caratterizzato la sua origine e si teorizza che queste toglierebbero oggi ogni legittimità alla sua esistenza. Sulle violenze che hanno caratterizzato la nascita di tutti gli altri stati si stende invece un velo di silenzio (con la parziale eccezione degli Usa, ovviamente). Eppure basta guardare una carta storica dell’Europa (non parliamo poi degli altri continenti) per rendersi conto che gli attuali confini non sono affatto “naturali” e che dietro ad ogni modifica territoriale ci sono state spessissimo guerre, violenze, sangue. Sarà un caso ma solo agli ebrei si chiede la purezza assoluta, il privilegio di una nascita innocente. Solo le loro violenze, vere o presunte, puzzano.
   
Merita alcune considerazioni il discorso sull’olocausto. Gli antisionisti non negano l’olocausto, anzi, si indignano se qualcuno li accusa di essere negazionisti, rivendicano il loro antifascismo, addirittura affermano che Hitler sarebbe stato, per un certo tempo, “sionista”. In effetti è vero che Hitler accarezzò l’idea di spedire forzatamente gli ebrei in Palestina, ma non certo per formare uno stato ebraico sovrano, con pienezza di poteri e riconoscimento internazionale. Visto che non sapeva ancora come risolvere la “questione ebraica” e che non trovava aree in cui deportare gli ebrei Hitler pensò che li si potesse costringere ad emigrare in Palestina, in attesa di soluzioni più “appropriate”, poi abbandonò il progetto, come si sa. Dedurre da questo il “sionismo” di Hitler è talmente idiota che non merita commenti. Va solo ricordato, en passant che i principali leader arabi si schierarono con Hitler nel secondo conflitto mondiale.
A parte queste considerazioni tuttavia, il fatto davvero importante è un altro. Piaccia o non piaccia la cosa lo stato di Israele è, in qualche modo, figlio delle persecuzioni che gli ebrei hanno dovuto subire, soprattutto dell’olocausto.
Per molto tempo il sionismo fu una dottrina minoritaria nella comunità ebraica. Anche se la mala pianta dell'atisemitismo era forte in Europa, in maggioranza gli ebrei restavano integrazionisti, miravano a diventare buoni cittadini degli stati in cui vivevano e non consideravano realistica la prospettiva di un trasferimento di massa in Palestina.
Questa situazione si modificò dopo i pogrom che seguirono in Russia L'attentato allo zarAlessandro 2°, nel 1881. Gli ebrei furono considerati i colpevoli del regicidio e dovettero subire una lunga serie di violenze. Poi venne il caso Dreyfus, in Francia. Nel 1894 l'ufficiale Alfred Dreyfus, ebreo francese, venne accusato di tradimento e spionaggio. Malgrado fosse innocente fu condannato alla deportazione nell'isola del diavolo. La sinistra (erano altri tempi...) si mobilitò in sua difesa, la destra nazionalista invece guidò la canea antisemita, condita di intollerabili violenze. Il caso Dreyfus rafforzò fra gli ebrei le posizioni sioniste. Se anche in un paese democratico, evoluto come la Francia gli ebrei dovevano subire intollerabili persecuzioni, come potevano sperare in una vera, pacifica integrazione?   
Fu l’olocausto tuttavia a dare il colpo di grazia alle speranze integrazioniste. L’olocausto dimostrò anche ai più riottosi che gli ebrei non sarebbero mai stati al sicuro se non avessero avuto un loro stato. Dopo l’olocausto la prospettiva di continuare ad essere minoranze in paesi sempre esposti al pericolo di derive antiebraiche dovette apparire alla gran maggioranza degli ebrei europei qualcosa di intollerabile. Il sionismo divenne assolutamente maggioritario nella comunità ebraica internazionale. Prima del secondo conflitto mondiale anche gli amici del sionismo parlavano di un vago “focolare ebraico” in terra santa, dopo l’olocausto la tendenza a dar vita ad uno stato ebraico divenne irresistibile.   

Se si considerano queste cose non appare molto strano il fatto che il più violento rappresentante mondiale dell’antisemitismo, l'ex presidente iraniano Ahmadinejad, sia anche ferocemente negazionista. L’olocausto deve essere negato perché l’olocausto rappresenta per così dire la patente di legittimità dello stato di Israele. Si ammetta l’olocausto e si dovranno riconoscere almeno alcune buone ragioni agli ebrei sionisti, si neghi l’olocausto, meglio, lo si faccia diventare una menzogna creata ad arte dal "sionismo internazionale", e la nascita di Israele può essere fatta apparire come una pura azione di espansionismo coloniale, di odio razziale nei confronti degli arabi. Chi odia Israele ed intende cancellarlo  dalla carta geografica deve negare l’olocausto. Questo il piccolo demagogo iraniano lo aveva capito infinitamente meglio di tanti intellettuali progressisti dell’occidente.
Ed in effetti il negazionismo è oggi enormemente diffuso nel mondo. Una simile affermazione può apparire azzardata a qualche occidentale colto. “Come, diffuso il negazionismo? Ma no, oggi tutti sanno, tutti condannano, tutti sono solidali con le vittime dell’olocausto!” Siamo davvero strani noi occidentali! Non riusciamo proprio a vedere oltre un palmo dal vostro naso! Il negazionismo è oggi diffusissimo nel mondo islamico dove una propaganda martellante presenta gli ebrei come dei mostri razzisti. Per centinaia di milioni di esseri umani l’olocausto altro non è che una invenzione dei sionisti per giustificare l’aggressione razzista al mondo arabo. E i negazionisti sono abbastanza numerosi anche nel democratico e laico occidente anche se non osano quasi mai esporre le loro tesi aberranti in maniera chiara.

Tiriamo le somme del discorso. Si possono ovviamente avanzare critiche anche molto dure alla  politica del governo israeliano senza per questo dover essere definiti antisemiti e si può, altrettanto ovviamente, contestare il valore di tali critiche senza per questo dover essere definiti razzisti anti arabi. Insomma, non si può affibbiare alcun epiteto a chi critica o difende la politica di Israele. Ma una cosa è fare critiche ad una politica, altra cosa è negare ad Israele il diritto all’esistenza, o riconoscere questo diritto ma negare allo stato ebraico il diritto all’autodifesa, o ancora simpatizzare con chi esplicitamente si prefigge di cancellare lo stato di Israele dalla carta geografica. Chi oggi nega ad Israele il diritto di esistere, o chi gli nega il diritto di difendersi, o ancora chi considera hammas una “normale” forza politica è, gli piaccia o meno, un antisemita. E’ antisemita perché nega agli ebrei, e solo a loro, quanto invece riconosce a tutti gli altri: il diritto ad avere uno stato e a poterlo difendere, è antisemita perché applica solo agli ebrei il principio secondo cui sarebbe possibile negare l’esistenza di uno stato perché nella sua storia sono presenti violenze e soprusi, veri o presunti, è antisemita perché chiede solo agli ebrei di vivere da minoranze in questo e quello stato. Minoranze tutelate, ovviamente, ma.. da chi? Chi è intervenuto, ad esempio, in difesa degli ebrei tedeschi dopo la notte dei cristalli?
Se qualcuno affermasse che gli italiani non hanno diritto ad un loro stato o non hanno diritto a difenderlo tutti diremmo che si tratta di un anti italiano. Certi “critici” occidentali di Israele negano agli ebrei anche il diritto di considerare anti semilta, quindi loro nemico chi simpatizza con coloro vorrebbero distruggere lo stato ebraico o nega per gli ebrei il diritto all’autodifesa. Beh, non si offendano questi “critici” se qualcuno ha il coraggio di definirli per quello che sono: antisemiti, e non si offendano neppure se gli si ricorda che una volta imboccata la strada dell’antisemitismo si arriva sempre, necessariamente, al negazionismo.

lunedì 21 luglio 2014

LO STATO CHE NON DOVREBBE ESISTERE



Proviamo a fare un esperimento mentale. Sul Trentino, il Piemonte, la Lombardia, piovono razzi. Dall’Austria una organizzazione estremista al potere proclama che lo stato italiano non ha diritto di esistere. “Se gli italiani proprio vogliono uno stato possono fondarlo nella foresta amazzonica” affermano i suoi leader. Ed alle parole fanno seguire i fatti. Bombardano città e paesi di confine, tutti i giorni, più volte al giorno. Le vittime non sono molte perché gli italiani convivono da anni con il loro turbolento vicino e sanno prendere contromisure adeguate, però la situazione è insostenibile: decine di migliaia di italiani vivono sotto la costante minaccia di esser fatti saltare in aria. Un bel giorno il governo italiano perde la pazienza e bombarda le postazioni missilistiche austriache. L’azione è dura, numerose le vittime. Ci sono morti e feriti fra la popolazione civile austriaca, anche alcuni bambini perdono la vita. L'austria è popolosa, inoltre l’organizzazione estremista piazza le proprie postazioni militari molto vicino agli insediamenti civili. Le caserme sono costruite accanto alle scuole, le rampe missilistiche nelle vicinanze di asili ed ospedali. Se gli italiani rispondono al fuoco quasi certamente vi saranno vittime fra i civili ed un’abile propaganda avrà buon gioco a presentarli come criminali di fronte al mondo. Ed è proprio questo che avviene. Molti "democratici progressisti" si dicono inorriditi   dall’azione militare italiana. Si levano grida contro le atrocità italiane, coloro che non dicevano nulla quando gli austriaci indirizzavano volutamente i loro missili contro scuole ed asili si indignano per le morti fra i civili causate dai "criminali italiani". E mentre nelle piazze di molti paesi grandi folle esprimono tutto il loro odio verso l’Italia, anche gli amici degli italiani rivolgono loro amichevoli rimproveri. “Così facendo fate il gioco degli estremisti” afferma il primo. Ed un secondo aggiunge: “la violenza genera violenza, con le vostre azioni incrementate l’odio che gli austriaci ed i loro amici provano verso di voi”. Insomma, gli italiani dovrebbero accettare di essere bersagliati da missili vita natural durante. Se uno ti aggredisce non devi reagire se no quello si arrabbia ancora di più. Ed infine il consiglio più amichevole di tutti: “trattate con l’organizzazione estremista, dialogate con chi vi bombarda. E’ vero, si tratta di persone che non riconoscono il vostro diritto ad esistere, ma…suvvia, ci vuole realismo, se non dialogate con loro quelli si incattiviscono ancora di più”.

Sembra fantascienza vero? Si, lo sembra, ma solo perché stiamo parlando dell’Italia e dell’Austria. Se invece si parla di Israele ed Hammas la fantascienza si trasforma in ordinaria realtà. Tutti sarebbero solidali con uno stato che reagisse ad attacchi missilistici contro le proprie città di confine, a condizione che lo stato in questione non fosse Israele. Tutti si indignerebbero sinceramente se qualcuno dicesse che l’Italia, o la Francia, o l’Egitto non hanno diritto di esistere in quanto stati indipendenti, ma le cose cambiano se qualcuno dice che Israele non ha diritto di esistere in quanto stato. Di nessuno stato si dice oggi che ha diritto di esistere. E’ ovvio, scontato che la Russia o il Cile o qualsiasi altro stato abbiano diritto di esistere, non occorre ripeterlo. Per Israele no. Nel caso di Israele il semplice affermare il suo diritto all’esistenza scatena discussioni, dubbi, polemiche. Per centinaia di milioni di esseri umani gli ebrei dovrebbero andarsene dalla Palestina o rassegnarsi a vivere da cittadini di serie B (o peggio) in una teocrazia islamica. In ogni competizione sportiva c’è qualche atleta che rifiuta di misurarsi con un atleta israeliano, le partite della nazionale israeliana di calcio diventano, ipso facto, un problema di ordine pubblico (e non per la violenza del tifo), insomma essere israeliano vuol dire far parte di uno stato maledetto, uno stato che esiste ma non dovrebbe esistere. E questo non solo per i fanatici ed i fondamentalisti. Sono moltissimi gli occidentali, anche moderati, che guardano con profonda antipatia ad Israele, sotto sotto sono convinti, anche loro, che sarebbe molto meglio se lo stato ebraico non ci fosse.

La maledizione di Israele sta nella sua origine. La nascita di Israele è una macchia indelebile, una sorta di peccato originale. Anche chi afferma che Israele ha, ormai, diritto di esistere non può non provare un fremito di orrore pensando a come è nato lo stato ebraico. Altri, più radicali non si fanno troppi scrupoli: Israele è nato dalla cacciata dei palestinesi dalle loro terre, dicono, quelle terre devono essere ridate ai palestinesi, punto e basta. Come possono gli israeliani lamentarsi se Hammas li bombarda? Loro non dovrebbero essere dove sono. La terra che gli israeliani occupano la occupano illegalmente, la loro presenza in Palestina è del tutto ingiustificata, costituisce un crimine storico che rende legittima ogni aggressione nei loro confronti. Hanno un bel coraggio a lamentarsi gli israeliani! Vivono su una terra rubata ai loro legittimi proprietari! Hanno anche la pretesa di viverci in pace e sicurezza?
Chi ragiona in modo simile (e sono in tanti a farlo, anche nel democratico e laico occidente) commette, in primo luogo, un fondamentale errore di principio e, in secondo luogo, dimostra di ignorare la storia. L’errore di principio è abbastanza evidente. TUTTI i popoli di TUTTI gli stati del mondo occupano oggi terre che cinquanta, o cento o mille anni fa erano di altri popoli, la nascita di TUTTI gli stati è stata caratterizzata da violenze. Nella storia di ogni stato ci sono guerre, migrazioni, scontri fra etnie, contrasti religiosi risolti con la forza. Se si dovesse contestare il diritto ad esistere di tutti gli stati la cui origine è stata caratterizzata da qualche violenza nessuno stato avrebbe oggi diritto di esistere. Risalire indietro nel tempo per stabilire chi oggi abbia il diritto di occupare un certo territorio porterebbe solo ad una serie senza fine di guerre.
Ma, obiettano i nemici di Israele, nel caso dei palestinesi il contenzioso è ancora in piedi. I palestinesi rivogliono la loro terra, quindi ne hanno diritto, perché erano su quella terra prima degli ebrei. Questo differenzierebbe la loro posizione da quella degli "indiani" d'america o di altri popoli sconfitti che non avanzano però diritti di rivalsa. In base ad un simile "ragionamento" (si fa per dire) se un bel giorno i discendenti degli "indiani" d'america, degli aborigeni australiani o degli aztechi rivendicassero le "loro" terre dovrebbero scomparire stati come gli USA o l'Austraia o il Messico. Sarà un caso ma solo per gli ebrei si tirano fuori simili farneticazioni!

Lasciamo perdere le follie farneticanti. Torniamo ad Israele ed ai fatti che lo riguardano. Chi parla della sua origine illegittima ne scorda alcuni piuttosto rilevanti:

1) Se proprio si volesse andare indietro nel tempo per stabilire chi abbia oggi il diritto di vivere in "Palestina" si dovrebbe concludere che gli ebrei e solo loro hanno quel diritto. Un tempo infatti  gli ebrei vivevano nella terra che oggi alcuni chiamano "Palestina" e in quella terra non vivevano i "palestinesi"; non solo, è sempre esistita  una presenza ebraica in Palestina. A non aver diritto di stare in Palestina dovrebbero essere i musulmani che la conquistarono.
I sostenitori del regresso temporale usano un metodo molto bizzarro: retrocedono nel tempo solo fino ad un certo punto, prendono in considerazione solo il passato che sembra confermare le loro tesi. Troppo comodo!

2) Non è mai esistito uno stato palestinese. Ai tempi dei primi insediamenti ebraici quella che oggi in molti chiamano Palestina era solo una parte dell’ex impero ottomano. A quei tempi non esisteva neppure una nazione palestinese né un movimento nazionale palestinese. Dopo la dissoluzione dell'impero ottomano nessuno propose la nasciuta di uno stato palestinese, si pensava di fare della "palestina" una regione della Siria. La organizzaione per la liberazione della Palestina (OLP) nacque nel 1964, SEDICI  anni dopo la nascita dello stato di Israele.

3) I primi coloni ebrei in Palestina si impossessarono della terra che intendevano colonizzare in maniera assai poco violenta: comprandola dai palestinesi. La compra vendita di terra proseguì per molto tempo, malgrado le pressioni di chi guardava con ostilità i nuovi venuti.

4) Israele è l'unico stato sorto in seguito alla delibera di un organismo che, bene o male, oggi malissimo, tutela il diritto e la legalità internazionale. In realtà la nascita di Israele è stata caratterizzata da MENO violenza che non la nascita di molti altri stati, di cui nessuno si sogna oggi di contestare il diritto ad esistere.

5) Lo stato di Israele ha dato finalmente patria e protezione al popolo che più di ogni altro ha sofferto nella storia orrori e persecuzioni. Gli ebrei possono benissimo vivere in vari stati, come minoranze i cui diritti siano garantiti, affermano molti occidentali "progressisti". Si, possono farlo, fino a quando a qualche ometto coi baffetti non vengano idee strane...

6) Il mandato britannico sulla Palestina comprendeva anche i territori, molto vasti, in cui è sorta la attuale Giordania che può, da questo punto di vista, essere considerata uno stato palestinese.   

7) La risoluzione dell’ONU del 1948 in realtà diede vita a DUE stati: Israele ed un nuovo stato palestinese. Questo non prese mai forma per l’opposizione degli stati arabi che volevano semplicemente cacciare gli ebrei. Per decenni il conflitto non fu fra israeliani e palestinesi ma fra Israele e stati arabi.

Tutto regolare allora? Nessuna violenza ha accompagnato la nascita e la crescita dello stato ebraico? Gli israeliani sono privi di colpe? No, ovviamente. Israele ha avuto ed ha i suoi fondamentalisti, i governanti israeliani hanno spesso commesso, o lasciato commettere, gravi violenze. Alcuni israeliani hanno sognato per anni la “grande Israele” ed hanno pensato di poter risolvere sul piano della pura forza militare il contrasto coi palestinesi. Però è innegabile che col tempo queste posizioni estremiste sono state sconfitte o quanto meno sono diventate largamente minoritarie in Israele. Ne è prova tra l’altro il ritiro degli israeliani da Gaza. Quel ritiro poteva diventare la prima tappa della costruzione di una stato palestinese che convivesse accanto ad Israele (e non al suo posto). Questo però non è avvenuto per responsabilità di Hammas e della stessa autorità nazionale palestinese. I fondamentalisti di Hammas hanno interpretato il ritiro israeliano da Gaza come la prima tappa della costruzione di uno stato palestinese AL POSTO di Israele. Non a caso appena insidiati nel territorio lo hanno usato come base per il lancio di missili contro l’odiato nemico.

Il contrasto fra palestinesi ed israeliani appare oggi senza sbocco perché su quel contrasto si è innestata la mala pianta del fondamentalismo terrorista. Israele non deve esistere perché per un islamico fondamentalista è inconcepibile che esista uno stato ebraico in un’area come la Palestina. Nell’ottica fondamentalista gli ebrei possono anche essere tollerati come individui, con diritti assai limitati, ovviamente, ma che esista una nazione ebraica con un suo stato, per di più confinante con stati islamici, in una terra che è stata islamica, questo è inammissibile, una specie di sacrilegio. Lo dicono chiaramente i terroristi di hammas: una terra che è stata, in passato, islamica, deve tornare ad esserlo, fino al giorno del giudizio. Non a caso  Hammas  bombarda Israele, ma pensa anche alla Spagna, ed alla Sicilia. E’ precisamente per questo motivo che i "democratici progressisti” dell’occidente dovrebbero essere solidali con Israele (pur criticandolo quando merita di essere criticato). Ma ormai in occidente “democratico progressista” è diventato sinonimo di “politicamente corretto” è nulla è più lontano dal politicamente corretto, nulla è più scorretto politicamente che mostrare simpatia ad Israele, figuriamoci poi solidarietà.  E così molti "progressisti" occidentali parteggiano oggi per chi vuole la pena di morte per apostati e bestemmiatori, la lapidazione per le adultere, l'infibulazione, il ripudio delle mogli, il velo, o il burka, e tante altre simili dolcezze.
Pazienza, se questo è il "progressismo", non ci resta che restare conservatori. Contano poco, in fondo, le parole.

lunedì 30 giugno 2014

I TRE RAGAZZI E GLI IPOCRITI




Facciamo un piccolo esperimento mentale. Nel corso di un attacco israeliano contro postazioni di Hammas muoiono tre adolescenti palestinesi. Può succedere, anche perché i miliziani di Hammas amano piazzare le loro postazioni nelle vicinanze di scuole, asili ed ospedali. Cosa succederebbe se in un simile, deprecabile, caso qualcuno parlasse dei tre adolescenti palestinesi come di tre “giovani estremisti islamici”? Le grida degli occidentali politicamente corretti raggiungerebbero il cielo, con tutta probabilità. Invece, quando i tre ragazzi israeliani sono stati rapiti moltissimi hanno parlato di tre “ragazzi ultraortodossi”. Non che si giustificasse il rapimento, però... tre adolescenti “ultra ortodossi”, se lo dovevano aspettare in fondo, vero?
Per gli occidentali “buoni” gli islamici hanno diritto alla loro cultura, anche quando questa è condita di lapidazioni, pena di morte per gli apostati ed infibulazioni. Gli israeliani no, loro non possono essere ultra ortodossi, e se proprio lo vogliono essere... beh, stiano attenti...

E parlano spesso di “coloni israeliani” i nostri media. Chi sono i cosiddetti “coloni israeliani"? Persone che cacciano i “palestinesi” dalle loro terre? Che li privano delle loro case? NO. Si tratta di normalissimi esseri umani che vivono in zone che i “palestinesi” rivendicano come proprie. In realtà tutto il territorio di Israele è rivendicato dai “palestinesi”, tutti gli israeliani sarebbero “coloni”. Non entriamo nel merito di queste rivendicazioni, ammettiamo pure che quei territori spettino ai “palestinesi”. Questa è una buona ragione per definire “coloni”, quindi “invasori”, “aggressori” gli israeliani che li abitano? I nostri media definiscono forse “coloni” i “migranti” che arrivano tutti i giorni sulle nostre coste? Le case popolari, costruite a spese dei contribuenti italiani, che generosamente vengono assegnate ai “migranti” sono forse definite “insediamenti coloniali”? Per i “palestinesi” un israeliano non può vivere accanto a loro, se lo fa è un “colono”, uno che si può benissimo rapire ed ammazzare. Loro però possono benissimo vivere fra noi, anche se nessuno li ha invitati a venire, anche se si tratta di immigrati clandestini, anche se detestano la nostra civiltà. Costruire una sinagoga nei territori contesi è "colonialismo", costruire una moschea a Roma o Tel Aviv "multiculturalismo". Interessante.

"Trovati i corpi dei tre ragazzi rapiti. Israele vuole vendetta". Scrivono molti giornali. Che cattivi questi israeliani, come sono vendicativi!
Hammas è una organizzazione terroristica che si prefigge esplicitamente lo scopo di distruggere lo stato di Israele. Non si tratta di rivendicazioni territoriali, di contese di confine, o di controversie relative al controllo di fonti di materie prime, come fanno finta di credere gli occidentali “buoni”.
L'articolo sette dello statuto di Hammas è a questo proposito chiarissimo:

"Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un sacro deposito (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio. Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto di tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio?
Questa è la regola nella legge islamica (shari’a), e la stessa regola si applica a ogni terra che i musulmani abbiano conquistato con la forza, perché al tempo della conquista i musulmani la hanno consacrata per tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio."

Non si può accusare Hammas di nascondere i propri obiettivi, si può solo fingere di ignorarli. E non si tratta solo di parole. Alle parole seguono i fatti: gli attentati, i rapimenti, i missili che quotidianamente cadono su Israele. Non fanno molte vittime questi missili, è vero: gli israeliani hanno imparato a neutralizzarne in parte gli effetti. Ed anche di questo vengono accusati dagli occidentali “buoni”. Loro sono pronti a versare qualche lacrimuccia sul cadavere di qualche ebreo assassinato, e ad accendere un lumino e a fare un minutino di silenzio. Ma se gli ebrei si difendono, ribattono colpo su colpo, distruggono le postazioni da cui partono i missili di Hammas, eliminano i caporioni che organizzano attentati, rapimenti ed omicidi, allora i dolci pacifisti strillano: “Israele vuole la vendetta”! “No, no alla vendetta, no all'escalation! Pace! Dialogo! Amore!”
Colpire militarmente hammas non è vendetta, sarebbe giustizia, semmai; ma è, prima di ogni altra cosa, legittima difesa. Indebolire i terroristi vuol dire render loro più difficile continuare a colpire. Non reagire alle loro aggressioni vuol dire incoraggiarli, renderli più audaci e pericolosi. Questo gli israeliani lo sanno benissimo.
Gli occidentali “buoni” fanno finta di non saperlo. La loro ipocrisia diventa ogni giorno più insopportabile.

mercoledì 25 giugno 2014

MARIO BALOTELLI




Non è una schiappa, a volte ha avuto delle invenzioni degne di un grande campione, in più ha un gran fisico. Però è arrogante, indisciplinato, non lega con allenatori e compagni di squadra. Non è il primo calciatore ad essere “genio e sregolatezza”, si pensi a Diego Armando Maradona; peccato che MARIO BALOTELLI non abbia neppure in minima parte il genio di Maradona. Così è, da sempre, relegato al ruolo di “grande speranza”, una speranza che non si attua mai.
Vogliamo dircela tutta la spiacevole verità? Se avesse la pelle bianca Balotelli non avrebbe avuto gli ingaggi che ha avuto, né, meno che mai, sarebbe stato promosso al ruolo di leader dell'attacco azzurro.
Un tempo lo fischiavano appena scendeva in campo. E tutti protestavano contro il “razzismo” di quei fischi. Forse c'era del razzismo nella mente di chi contestava Balottelli, però Mario non era il primo giocatore dalla pelle nera a calcare gli italici campi di calcio. Campioni come Sedorff o Gullit avevano raccolto applausi, non fischi. Ma nell'Italia politicamente corretta queste considerazioni non venivano neppure prese in considerazione. Chi fischia Balotelli è un razzista, ed è un razzista chi non lo vuole in nazionale, o gli fa delle critiche. Balotelli è diventato, forse suo malgrado, il simbolo dell'Italia politicamente corretta, multietnica, aperta ai “migranti”.
Balotelli doveva giocare al centro dell'attacco azzurro, a tutti i costi. Il post fascista Gianfranco Fini, entusiasta recluta nell'esercito dei politicamente corretti, intervenne a suo tempo per sponsorizzare la presenza di Mario Balotelli in azzurro. Va detto che lui, Mario, a volte ha cercato di sottrarsi al ruolo di “simbolo” cui lo avevano elevato alcuni politici poco seri, ma, con scarso successo. La politica ha spesso bisogno di simboli, e di falsi eroi.
Ora che il bluff si è sgonfiato fare di lui e della brutta nazionale italiana il simbolo del fallimento dell'Italia multi etnica sarebbe stupido. Lasciamo gli eroi, positivi e negativi, a politici falliti. Il calcio è solo un gioco, in fondo, ed uno spettacolo. Bello a volte, deprimente altre. E tanto basta.

domenica 22 giugno 2014

IL RAGIONEVOLE DUBBIO

 

Sono da sempre un garantista a prova di bomba. Però, devo confessarlo, mi lasciano un po' perplesso certe esternazioni che ho sentito sul caso del presunto assassino della povera Yara.
Nei paesi civili la colpevolezza dell'imputato deve essere provata al di là di ogni ragionevole dubbio, su questo non si può che concordare, pienamente. Però, cosa deve intendersi per dubbio ragionevole? Non si tratta di un quesito da poco.

La storia del pensiero ce lo dimostra: si può dubitare di tutto, tranne che della coerenza logicsa delle proposizioni. Se A è X, non può, nello stesso tempo e dal medesimo punto di vista, essere anche Y, questo è certo. Se Giovanni è un uomo non può, nello stesso tempo e dal medesimo punto di vista, essere anche un cane. Ed ancora, dato A i casi sono due: o è X o non lo è, nello stesso tempo e dal medesimo punto di vista, non esistono altre possibilità. Giovanni può essere un uomo o può non esserlo, non può essere, nel contempo e sotto la medesima relazione, uomo e non uomo. Aristotele ha stabilito questa verità logica circa 23 secoli fa. Una novantina di anni fa Wittgenstein ha ribadito, nel “tractatus” il principio aristotelico: la congiunzione fra A e NON A è SEMPRE falsa. Se dico: “piove e non piove” dico il falso, sempre, per ragioni logiche, allo stesso modo in cui dico sempre il vero se affermo che piove o non piove.
Quando però si passa dall'analisi logica del linguaggio alle proposizioni inerenti verità o falsità
di fatto il discorso cambia completamente.
Prendiamo la proposizione: “
tutte le mattine il sole si leva ad oriente”, è vera o falsa? Se riferita al passato la proposizione è sicuramente vera, ma, la sua verità vale anche per i casi futuri? Stabilisce l'esistenza di una immutabile legge di natura? Tutto ciò che possiamo dire è che fino ad oggi il sole si è sempre levato ad oriente tutte le mattine. Ma, chi ci assicura che il futuro sarà simile al passato? E' pur sempre logicamente ipotizzabile che stanotte la terra cambi la direzione della sua rotazione, o smetta di girare, o che Dio d'improvviso faccia scomparire il sole. Domattina quindi il sole potrebbe levarsi ad occidente, o non levarsi affatto. Delle proposizioni inerenti le verità di fatto è quindi sempre possibile dubitare, ce lo ricorda in maniera efficacissima il vecchio David Hume.
Eppure il dubbio radicale è, nella sostanza, irragionevole. E' vero che logicamente non posso dire che il futuro sarà simile al passato, ma sono
obbligato a presupporlo se voglio dare un senso qualsiasi a ciò che dico. Se il futuro non fosse, almeno in parte, simile al passato lo stesso significato delle parole che pronuncio cambierebbe continuamente e il dubbio non potrebbe neppure essere espresso.
L'esistenza del mondo e, nel mondo, di un certo grado di ordine e prevedibilità sono indimostrabili logicamente, ma costituiscono la condizione indispensabile di ogni discorso intellegibile sul mondo; si trovano un po' sullo stesso piano del principio sommo della logica formale: il principio di non contraddizione, logicamente indimostrabile perché presupposto di ogni dimostrazione. Lo stesso Hume del resto ammette la insensatezza pratica del dubbio radicale. E' vero, afferma il filosofo scozzese, che nessuna ragione logica ci obbliga a credere che se si lascia cadere un bambino dalla finestra questi precipiterà al suolo invece di restare sospeso per aria, ma le madri non gettano dalla finestra i loro figli. E fanno bene.

Ora, è chiaro che il dubbio ragionevole di cui si parla nei processi
non è il dubbio radicale, e neppure quello filosofico, humiano. Si tratta di un dubbio che non coinvolge i principi base della nostra esperienza. L'esistenza del mondo e di una certa sua regolarità non possono essere messe in discussione nelle aule giudiziarie. Il principio di induzione, tanto criticato da Popper e dai popperiani di stretta osservanza (e forse da loro poco compreso) non è in discussione nei processi. Chi giudica della colpevolezza o della innocenza di un essere umano da per scontato, ad esempio, che ogni uomo abbia le sue impronte digitali diverse da quelle di tutti gli altri, riconosce che esiste la sfortuna ma non che si accanisca sempre contro la stessa persona, ammette che dei testimoni possano sbagliare, ma non che tutti sbaglino, e sempre nella stessa direzione. Ecco perché certi commenti sulla prova del DNA mi sembrano poco fondati. Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche pare assodato che le probabilità che due persone abbiano DNA uguali o molto simili siano trascurabili. Nuove scoperte potrebbero domani smentire una simile conclusione? Forse, ma questo vale anche per l'unicità della impronte digitali, o la impossibilità dell'ubiquità o della telepatia. Nei processi, come del resto nella vita di tutti i giorni, si da per scontata la verità delle leggi naturali oggi universalmente accettate dalla comunità scientifica. “Il sole sorge tutte le mattine ad oriente”, fino a quando non vedremo, una mattina, il sole sorgere ad occidente questa proposizione resta vera per noi, ovunque, anche nelle aule giudiziarie.

Non c'è nulla da obiettare allora al coro trionfalistico che ha accompagnato la cattura del presunto assassino di Yara Gambirasio?
NO, ci sono molte cose da obiettare.
Innanzitutto, prima di strillare la propria gioia per la cattura del presunto colpevole, occorrerebbe appurare che le analisi siano state effettuate in maniera corretta, che i reperti siano stati custoditi seguendo procedure rigorose e che non abbiano subito alterazioni. Non si tratta di inezie. Negli Stati Uniti, per fare un esempio, i test scientifici non effettuati ed i reperti non conservati secondo rigorose procedure
non valgono come prova nel dibattimento. Non tutti lo sanno ma se vigessero in Italia le regole in vigore negli Stati Uniti molti processi che da noi infiammano la pubblica opinione non inizierebbero neppure. Indumenti con tracce di liquido organico conservati nel cassetto di una scrivania, in normali sacchetti di plastica, insieme ad altri indumenti: in Italia avvengono cose che in altri paesi farebbero inorridire qualsiasi magistrato, e bloccherebbero sul nascere ogni processo. Angelino Alfano, ultima recluta nel partito dei forcaioli queste cose probabilmente le ignora, qualcuno dovrebbe prendersi la briga di informarlo.
Inoltre, come ha ricordato qualche inquirente serio, il DNA prova la
presenza, non il delitto. Se il mio DNA viene trovato in casa di Tizio ciò prova che io sono stato in quella casa, non che ho ucciso Tizio. Certo, se il mio DNA viene trovato sul corpo di una persona assassinata, che io nego di aver mai visto e conosciuto, la mia posizione processuale non è delle migliori. Ma, appunto, è il dibattimento a dover fare emergere le mie contraddizioni, ed è nel dibattimento che queste possono trasformarsi in prove o gravi indizi a mio carico. Per i forcaioli tutte queste sono inezia, si tratta invece dei pilastri dello stato di diritto.

Val la pena di fare un'ultima considerazione. Nel caso di Yara Gambirasio sono stati effettuate analisi del DNA in maniera massiccia: si parla addirittura di 18.000 campioni di DNA prelevati “a casaccio”, anche se, pare, su base volontaria, fra persone che abitavano più o meno vicino al paese della povera ragazza. Anche se alla fine venisse dimostrato che una simile procedura ha permesso la cattura di un efferato assassino, io resterei del parere che questa non sia ammissibile. Si può prelevare un campione di DNA ad una persona solo se esiste qualche indizio che questa sia in un modo o nell'altro coinvolta in un evento criminoso. Inoltre, nei paesi in cui lo stato di diritto è una cosa seria, i risultati dell'analisi sono messi a disposizione della difesa della persona indagata, che ha tutto il diritto di controllare sulla correttezza delle analisi e della conservazione dei reperti.
Effettuare analisi del DNA indiscriminatamente invece può aprire invece la porta ai peggiori abusi o favorire errori in grado di rovinare la vita a persone innocenti. Se io concedo che venga analizzato un campione del mio DNA e non sono accusato di alcun crimine, di certo i reperti delle analisi non saranno consegnati ai miei difensori: io
non ho difensori in un caso simile, non ho bisogno di averne. A questo punto però, chi mi assicura che le analisi siano state effettuate correttamente? Che il campione del mio DNA venga conservato in maniera corretta? Che non subisca alterazioni? Ed ancora, chi mi garantisce che il campione non serva a qualche funzionario poco onesto per fabbricare prove a mio carico? Io non mi sentirei affatto sicuro sapendo che un campione del mio DNA è nella mani di qualcuno che può manipolarlo come meglio crede, al di fuori di ogni controllo.
Ma l'Italia è il paese in cui tanti forcaioli “diversamente intelligenti” strillano: “intercettateci tutti, chi non ha fatto nulla non ha nulla da temere”. La loro fiducia nei confronti di chi ci controlla è semplicemente patetica. Sarò pessimista, ma, al di la di ogni considerazione sulla colpevolezza o meno di Mario Giuseppe Bossetti, ho il timore che il caso della povera Yara Gambirasio contribuirà a rendere ancora un po' meno giusta la traballante giustizia italica.

lunedì 16 giugno 2014

IL PEGGIO DEL PEGGIO DEL PEGGIO




“Anche l’art.27 della Costituzione, quello della presunzione di non colpevolezza, diventa una barzelletta se si leggono le carte delle indagini su Expo e sul Mose, dove i protagonisti delinquono in diretta telefonica, o a favore di telecamera: non c’è bisogno della Cassazione, e nemmeno della sentenza di primo grado, per capire che rubavano davvero”.

Così scrive Marco Travaglio in un articolo del “fatto quotidiano” che qualcuno ha giustamente definito il “manifesto del forcaiolo”.
La presunzione di innocenza è il principio che sta alla base di ogni stato di diritto, ed ha importantissime conseguenze sulla condotta processuale. La presunzione di innocenza implica che Tizio, accusato di qualche reato, non deve provare di essere innocente, è chi lo accusa a dover provare che egli è colpevole. Per Travaglio tutto questo è una “barzelletta”. Perché? Perché ci sono casi in cui la colpevolezza dell'imputato appare chiara sin da subito. Ma questo nessuno lo nega. Difendere il principio della presunzione di innocenza non vuol dire, ad esempio, dubitare che Kabobo abbia ucciso tre persone a picconate. A volte il processo non ha il compito di stabilire se l'imputato abbia o non abbia commesso il tal reato,  ma, per fare degli esempi, se esistano o meno delle circostanze attenuanti, o se l'imputato sia o non sia sano di mente, o se ci sia o non ci sia premeditazione. Anche in questi casi però vale il principio secondo cui l'onere della prova è a carico dell'accusa: è l'accusa che deve provare che non ci sono circostanze attenuanti o che l'imputato è capace di intendere e di volere, o che esiste premeditazione.
Da buon sofista Marco Travaglio elabora il seguente sillogismo: In certi casi la colpevolezza dell'imputato non è in discussione, “quindi” il principio della presunzione di innocenza è una barzelletta. NO, il principio della presunzione di innocenza NON è una barzelletta neppure in quei casi. NON lo è perché, anche in quei casi, spetta all'accusa provare la sanità mentale dell'imputato, o la assenza di circostanze attenuanti, o la particolare efferatezza del reato. Insomma, vale in ogni caso il principio secondo cui l'onere della prova è a carico dell'accusa, diretta conseguenza del principio della presunzione di innocenza.
Per Marco Travaglio tutte queste sono inutili sottigliezze. Per lui la presunzione di innocenza è un inutile impiccio, non vale neppure in quei casi in cui la colpevolezza dell'accusato non è affatto evidente da subito. Non esistono innocenti a certi livelli, afferma Travaglio, solo colpevoli non ancora scoperti. Molto chiaro il suo “pensiero”: sostituiamo la presunzione di colpevolezza a quella di innocenza, invertiamo l'onere della prova. Lo aveva già proposto Ingroia. Buon sangue non mente.

Ma il significato vero del “pensiero” di Travaglio emerge dalle proposte che egli, sempre nello stesso articolo, avanza per combattere la corruzione. Due sono particolarmente significative, val la pena di esaminarle separatamente.

Introdurre gli agenti provocatori per saggiare la correttezza dei pubblici amministratori”.
Tizio è un pubblico amministratore, non ha mai commesso alcun reato. Un bel giorno entra nel suo ufficio Caio. Chiacchierano un po', e alla fine Caio dice a Tizio: “senti, aspetto da un anno una certa autorizzazione, non potresti accelerare le cose? Se lo fai... non te ne pentirai...” Tizio borbotta qualcosa: “beh, si può vedere...”. Caio salta su e lo ammanetta: “sei un disonesto, un corrotto!!!”
Nei paesi civili si puniscono i reati, non i peccati. Compito della giustizia non è quello di stabilire se Tizio sia o non sia corruttibile, ma se sia incorso o meno nel reato di corruzione. Per Travaglio queste sono distinzioni inutili. Lui non vuole che si appurino i fatti, vuole cambiare la natura degli uomini, li vuole insensibili alle tentazioni. Non si tratta di scovare i colpevoli ma di metter alla gogna i potenziali peccatori. Ma tutti siamo potenziali peccatori, nessuno di noi è del tutto insensibile alle tentazioni. Lo ha detto, oltre due millenni fa un certo Gesù Cristo, e lo ha ripetuto, molti secoli secoli dopo, un filosofo di scarsa importanza, pare si chiamasse Immanuel Kant. “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”. “Dal legno storto dell'umanità non si potrà mai ricavare nulla di diritto”. Sciocchezze, per Travaglio. Lui è interessato agli psicoreati prima che ai reati; lui e i forcaioli come lui sono al di sopra di ogni tentazione, possono scagliare la prima pietra, ed anche la seconda, e la terza.

“Imporre a chi vuole concorrere ad appalti una dichiarazione in cui accettano di essere intercettati, a prescindere da ipotesi di reato”
.
Con una dose incredibile di faccia tosta Marco Travaglio afferma di essere nientemeno che un liberale. Il grande filosofo liberale Isaiah Berlin ha affermato che un essere umano è libero quando esiste un'area che è solo sua, una sfera privata in cui solo lui può decidere e che deve essere messa al riparo dalle altrui intrusioni. “Di chi mi innamoro? Preferisco il mare o la montagna? Quale lavoro scelgo? Che preferenze sessuali ho? Mi piace Beethoven o Mozart? Kant mi convince più o meno di Hegel? Credo in Dio? Sono soddisfatto della mia vita?” Solo IO posso rispondere a queste, e a tante altre simili domande. Nessuno, sia esso un magistrato o una assemblea democraticamente eletta, può pretendere di rispondere ad esse al mio posto.
La tutela della privacy è una diretta conseguenza di questa libertà. IO sono padrone nella mia area privata, quindi nessuno può entrare arbitrariamente in questa area. Nessuno può leggere le lettere che scrivo, né ascoltare le mie telefonate, né filmarmi a mia insaputa, a meno che non esistano pesanti ipotesi di reato, accompagnate da forti indizi a mio carico. Travaglio se la ride di simili “sofisticherie”. Per lui non esistono innocenti ma solo colpevoli non ancora scoperti. Difendere la privacy dei cittadini equivale per lui a proteggere dei colpevoli. Che tutti siano intercettati! E, se intercettare tutti vi pare troppo, si intercettino almeno tutti coloro che lavorano con la pubblica amministrazione. Li si intercetti e basta, anche se non esistono a loro carico ipotesi di reato e meno che mai indizi di colpevolezza. E chi afferma simili mostruosità ha il coraggio di definirsi “liberale”!

Una considerazione salta agli occhi leggendo le proposte di Travaglio. Perché limitare le intercettazioni e gli interventi degli “agenti provocatori” solo a chi lavora o ha rapporti con la pubblica amministrazione? E perché limitare i controlli alle intercettazioni telefoniche?
Luisa è maestra d'asilo, potrebbe essere pedofila, la si intercetti, la si “provochi”! Mario è cassiere in banca. Chi ci assicura che non sia colto dalla tentazione di rubare un po' di soldini? Lo si filmi a sua insaputa, si metta a dura prova la sua capacità di resistere alle tentazioni! Anna è segretaria di un parlamentare, chissà quante cose sa! La si spii giorno e notte.
Travaglio non inventa nulla di nuovo. La società che a lui piace è già stata descritta da un certo George Orwell in quell'autentico capolavoro che è “1984”. Tutti sorvegliati, sempre, 24 ore al giorno. Telecamere in ogni abitazione controllano ogni tua mossa. La “psicopolizia” indaga non sulle tue azioni ma sui tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, le tue pulsioni. Ed infine i colpevoli, cioè quasi tutti gli esseri umani, sono sottoposti a “rieducazione”; li si trasforma in uomini incapaci di peccare. Di certo Marco Travaglio sente un brivido di piacere pensando ad una simile società, con lui, ovviamente, nei panni dell'inquisitore massimo, del nuovo, incorruttibile, infallibile “grande fratello”.

A parte i paragoni letterari, val la pena di porsi una domanda: davvero proposte deliranti come quelle di Travaglio sarebbero efficaci contro la corruzione? NO, ovviamente.
Tutti i forcaioli partono da un assunto indimostrato e indimostrabile: i controllori sono sempre onesti, incorruttibili. Travaglio ci vorrebbe tutti intercettati, ma chi ci assicura che chi intercetta non usi le informazioni che ha acquisito a bassi scopi privati? Vorrebbe gli “agenti provocatori” che ci tentino, ma chi ci assicura che questi non siano a loro volta corruttibili? Per Travaglio l'Italia, forse il mondo, è una immensa fogna in cui tutti sono disonesti e corrotti. Però i suoi intercettatori, i suoi “agenti provocatori” dovrebbero essere, per definizione, angelici e incorruttibili.
A Travaglio, ed ai forcaioli come lui, non passa neppure per la mente che la corruzione si batte davvero delegificando, semplificando, riducendo lo statalismo, e, ovviamente, applicando in maniera rigorosa le leggi. Marco Travaglio ricorda quei comunisti che affermavano, convintissimi, che nella Cina di Mao “nessuno rubava”, e tutti erano puri ed onesti. Poi è venuto fuori che i supremi garanti di quell'ordine angelico spendevano in bagordi somme enormi, sottratte ai lavoratori cinesi. Certo, i super burocrati mao comunisti non commettevano illegalità alcuna, né corrompevano nessuno. LORO erano la legge ed i padroni del paese, chi avrebbero dovuto corrompere?

Voglio essere chiaro fino in fondo, per non essere frainteso. DETESTO I CORROTTI, trovo INDECENTE che in un momento come quello che stiamo vivendo ci sia chi si arricchisce con furti di pubblico denaro, o che paghi con pubblico denaro le proprie campagne elettorali, o che, sempre con pubblico denaro, finanzi questo o quel partito. La legge dovrebbe essere garantista e severa. Assicurare a chi è accusato le più ampie garanzie di difesa e punire severamente coloro la cui colpevolezza sia stata provata in maniera convincente: questo dovrebbe avvenire in un vero stato di diritto. Quindi, lo ripeto, detesto i corrotti, ma, se fossi obbligato a scegliere, preferirei vivere in una società in cui ci siano molti corrotti piuttosto che in quella specie di lagher che ci propone Marco Travaglio. Se l'alternativa fosse (SE FOSSE, non credo lo SIA) fra corruzione e stato etico sceglierei, molto a malincuore, la prima. Preferisco dover pagare una mazzetta per avere un pubblico servizio che essere spiato 24 ore al giorno, un magistrato onnipotente mi fa più paura di un politico corrotto.
Per dirla in una frase: Marco Travaglio e quelli come lui sono il peggio del peggio del peggio. E tanto basta.

sabato 14 giugno 2014

CORRADINO MINEO




Essere, come me, “diversamente giovani” ha qualche vantaggio, oltre ai molto numerosi e gravi svantaggi.
Io Corradino Mineo lo ho conosciuto. Non era solo un giornalista del “manifesto” come recitano le sue biografie che è possibile reperire in rete. Era un militante del gruppo politico del “manifesto”. Lo era quando il “manifesto” aveva fatto del maoismo raffinato la sua bandiera ideologica.
Cosa era il maoismo “raffinato”? Un maoismo che criticava l'eccesso di “economicismo” presente, a suo dire, nel marxismo classico. La teoria marxiana secondo cui il socialismo si può edificare solo sulla base di un forte sviluppo delle forze produttive sociali porterebbe ad una divinizzazione della tecnica “borghese”. Non lo sviluppo delle forze produttive ma l'educazione culturale e politica delle masse permetterebbe di realizzare, da subito, i “superiori” rapporti sociali comunisti. Era quanto Mao aveva fatto in Cina, con la “Grande rivoluzione culturale proletaria” (GRCP). Insomma, la gogna ed i pubblici linciaggi di intellettuali e dissidenti come via al paradiso comunista. Santoro avrebbe approvato.
Corradino Mineo non dava troppa importanza a queste dissertazione teoriche. Lui, ed il padre Mario Mineo, erano leninisti puri e duri, con qualche venatura di trotskismo. Teorizzavano la “congiunturalità della rivoluzione". La rottura rivoluzionaria è la risultante, dicevano, di eventi eccezionali. La rivoluzione è una occasione da prendere al volo, come aveva fatto Lenin nell'ottobre del 1917. Il problema non sono i “rapporti sociali” comunisti, ma saper cogliere l'attimo. E una volta che “l'attimo “ sia passato? Non c'è problema, una volta passato l'attimo c'è il potere, e chi lo sa difendere, non col voto, ovviamente.

Messi costantemente in minoranza nel “Manifesto” Mario e Corradino Mineo uscirono da quel gruppo; fondarono una rivista: “Praxis” in cui esponevano insieme ad altri le proprie concezioni. La rivista, cui in misura molto ridotta collaborai anche io (mamma mia quanti peccati ho commesso!!!) non ebbe successo alcuno ed alla fine cessò di uscire.
Poi ci siamo ritrovati Corradino in RAI e nel PD.
Corradino ha mai sottoposto a critica le sue concezioni? Io non ne so nulla, francamente NON CREDO.
Fanno così questi signori. Prima sono mao leninisti, un po' trotskisti e un po' stalinisti, poi, dall'oggi al domani, diventano “Civatiani” (e si che da Lenin a Civati il salto è grande). Non dicono una parola, non spiegano nulla. Non hanno il coraggio di dire: "MI SONO SBAGLIATO". Tutto normale, tutto regolare.
Corradino Mineo è stato espulso dalla commissione affari costituzionali. Un tipetto simile NON doveva esserci, nella commissione affari costituzionali.
Certo, Renzi è stato duretto col suo nemico interno, ma, sinceramente, non piango per Corradino. Ha subito una "epurazione", è vero. Ma, non me ne frega niente.