lunedì 28 marzo 2022

ANCORA SULL'ARTICOLO 11

Quelli che invocano di continuo l’articolo 11 della Costituzione ed il ripudio della guerra ne hanno inventata un’altra. Oltre all’articolo 11 c’è anche l’articolo 52 della costituzione che dice: “La difesa della Patria e' sacro dovere del cittadino” e questo pone qualche problema a chi sostiene che il famoso articolo 11 vieta in maniera assoluta, sempre e comunque qualsiasi ricorso alle armi. Perché, è ovvio, se la difesa della patria è sacro dovere del cittadino qualche volta qualche arma la si potrà pure impugnare, se costretti, no?
Ma gli ermeneuti del “ripudio della guerra” non si danno per vinti. Ci pensano su ed arrivano alla seguente, fantastica conclusione: L’Italia può ricorrere alle armi solo e soltanto per difendere la SUA indipendenza, non quella di altri paesi. Fantastico! Altro che “sacro egoismo”! Qui siamo all’apogeo, alla assolutizzazione dell’egoismo! Se un certo paese è invaso da un altro, molto più forte e ci chiede aiuto noi non dobbiamo dargli neppure una fionda per difendersi. Noi “ripudiamo” la guerra perbacco, ci interessano solo i nostri confini. E se il paese invasore mette in atto un massacro generalizzato nei confronti della popolazione del paese invaso? In questo caso innalzeremo al cielo soavi conti, urleremo “pace”, sventoleremo bandiere arcobaleno. Molto, molto commovente.
Molti teorici di questo nuovo “sacro egoismo” sono gli stessi che predicano il dovere della assoluta accoglienza, i teorici della “inclusività” assolutizzata. Sono quelli che strillano “solidarietà” tutti i giorni, 24 ore al giorno.
L’Italia accoglie chi fugge dalle guerre, ed anche chi dalle guerre non fugge, ma se degli uomini coraggiosi ci dicono: noi non vogliamo fuggire, vogliamo difendere la nostra terra, la nostra patria, aiutateci, anche indirettamente, noi gli rispondiamo: affaracci vostri, a noi interessano solo i nostri confini. Più “buoni” di così si muore...
Ma, a parte il lieve senso di nausea che provocano simili affermazioni, sono giuridicamente fondate? Ritengo di NO. Vediamo.
L’articolo 11 della Costituzione recita:
“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Sul ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli non si può che concordare. Personalmente mi sembra che il ripudio della guerra come strumento di offesa della altrui libertà implica la condanna delle offese alla libertà di qualsiasi paese e che quindi la carta costituzionale non ci impone di rimanere inerti quando un paese ne aggredisce un altro, ma… tralasciamo.
L’articolo 11 afferma che l’Italia ripudia la guerra anche come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Questo, secondo gli amanti del pacifismo un tanto al chilo, ci impedirebbe qualsiasi azione militare, forniture di armamenti comprese, riguardanti altri paesi.
A questi sottilissimi ermeneuti vorrei porre due domande.
1) Fermo restando che se esiste una controversia si deve seguire la via del negoziato, se la parte avversa fa saltare il tavolo, la smette di negoziare, o pone condizioni palesemente inaccettabili e passa alle vie di fatto è consentito rispondere armi alla mano alla sua aggressione? Qualsiasi persona dotata di normali capacità di ragionamento non può rispondere che SI.
2) L’Italia, membro tra l’altro della UE e della Nato, può partecipare solo a negoziati che riguardano se stessa? Può discutere solo, per dire una sciocchezza, su eventuali pretese francesi sulla Valle D’Aosta o può partecipare anche a trattative che riguardino, ad esempio, la Polonia, Ucraina o l’Egitto? Di nuovo, basta fare la domanda per avere la risposta.
L’Italia può partecipare a trattative che non la riguardano direttamente, non mettono in discussione i suoi confini e se quelle trattative falliscono per colpa della parte avversa può partecipare agli sforzi militari conseguenti al fallimento. E’ pura logica questa. E se dalla logica si passa all’empiria, l’Italia è stata militarmente presente in Afghanistan ed in Iraq che non avevano affatto invaso il nostro paese. Che poi le nostre forze non fossero direttamente combattenti non cambia la sostanza delle cose. Si può partecipare ad una azione militare anche indirettamente, mandando sul campo soldati con funzioni limitate, oppure limitandosi ad inviare aiuti militari.
Non mi interessa approfondire il giudizio sulle spedizioni militari italiane, sulla loro efficacia, sulla sottile ipocrisia sottesa al cercare di mascherarle come “azioni di pace”. Quello che mi interessa ribadire è che l’interpretazione che i pacifisti un tanto al chilo danno dell’articolo 11 trasformandolo in una sorta di porta aperta al “sacro egoismo” non sta in piedi.
E tanto basta.

mercoledì 23 marzo 2022

MEMORIA STORICA


La guerra in Ucraina sta diventando qualcosa che molti occidentali proprio non riescono a capire: una guerra di popolo. Una resistenza dura, tenace che unisce la stragrande maggioranza della popolazione e rende agli invasori russi estremamente costosa la sottomissione della nazione ucraina.
Se così non fosse Kiev sarebbe già stata conquistata e Zelen’skyj penderebbe probabilmente da una forca, fra i malcelati gridolini di soddisfazione di qualche occidentale amante della “pace” (preferibilmente quella dei cimiteri).
Gli ucraini NON si vogliono arrendere, questo è il punto. Tanti occidentali amanti della “complessità” forse non lo sanno (e si che sono profondissimi “studiosi”) ma l’Ucraina ha subito un genocidio di dimensioni simili alla Shoah. Si tratta dell’holodomor, il massacro per fame dei contadini ucraini cui il partito comunista sovietico, cioè, in concreto, russo, strappò sino all’ultimo chicco di grano, l’ultima patata, l’ultimo tozzo di pane. Morirono dai 4 ai 7 MILIONI di persone (per inciso, in tempo di PACE), ricomparve il cannibalismo, il granaio d’Europa fu ridotto ad un cumulo di macerie. La criminale politica di Stalin colpì anche i contadini russi, anche se in misura quantitativamente minore e un po’ meno brutale, ma in Ucraina il massacro dei contadini fu accompagnato ed intrecciato con una brutale politica di denazionalizzazione. Fu proibita la pubblicazione delle opere di scrittori e poeti ucraini, cancellati i corsi universitari di lingua e letteratura ucraine, imposta la lingua russa nei libri di testo. Furono chiusi prestigiosi istituti di ricerca, imprigionati ed accusati di “nazionalismo piccolo borghese” migliaia insegnanti, professori, intellettuali. Molti di loro morirono nei gulag. Lo stesso partito comunista ucraino fu sottoposto a purghe spietate perché sospettato di non eseguire con la dovuta fermezza gli ordini staliniani relativi al massacro dei contadini e di essere pervaso da deleteria ideologia nazionalista. Molti suoi leader morirono fucilati, alcuni suicidi.
E non è che dopo le cose cambiarono molto. L’holodomor fu negato sino al crollo del comunismo ed anche dopo. Come le fosse di Katyn divenne qualcosa di cui fino a tempi assai recenti è stato impossibile parlare, qualcosa da rimuovere, dimenticare.
NON dagli ucraini però. Certe cose entrano a far parte della memoria collettiva di un popolo e restano, piaccia o non piaccia la cosa agli angioletti dell’occidente privo di valori forti.
Anche per questo quando ci fu il referendum per l’indipendenza dell’Ucraina questa venne approvata con oltre il 90% dei SI. Venne approvata in TUTTE le regioni del paese, Crimea e Donbas comprese.
Non deve stupire la volontà degli ucraini di RESISTERE. E’ un DATO DI FATTO. I “realisti” invitano sempre tutti a “tener conto” dei dati di fatto. Ebbene, è un dato di fatto che la stragrande maggioranza degli ucraini NON vogliono vivere in uno stato asservito alla Russia di Putin. La cosa può addolorare i “pacifisti”. Non possiamo far altro che dolerci del loro dolore.
Malgrado tutta la retorica della “complessità” le cose sono oggi molto semplici. Possiamo fregarcene della volontà di resistenza degli ucraini, voltarci dall’altra parte e lasciare che gli questi vengano massacrati.
Oppure possiamo aiutarli, con intelligenza, combinando aiuti militari, sanzioni economiche, iniziativa diplomatica, condanna morale, soccorsi umanitari.
A noi la scelta. Ma smettiamola per favore con la vomitevole retorica finto pacifista di cui alcuni sono campioni. Non è vero che non dare armi all’Ucraina fa diminuire i morti, fa solo aumentare i morti ucraini. Se un missile russo sta per colpire un ospedale ucraino i casi sono due: o una batteria antimissile ucraina abbatte il missile russo o questo colpisce l’ospedale.
Questa la realtà vera. Il resto sono chiacchiere.

 

martedì 22 marzo 2022

GUERRA E COSTITUZIONE


“L'Italia ripudia la guerra”.
Così recita l’articolo 11 della costituzione che molti ritengono impedisca al nostro paese di inviare aiuti militari all’Ucraina.
Si tratta però di una interpretazione fatta in chiara malafede. Se avesse un minimo di fondamento se ne dovrebbe concludere che l’Italia non avrebbe potuto a suo tempo aderire alla Nato né, avere un esercito. Se il “ripudio della guerra” diventa proibizione sempre e comunque di partecipare ad operazioni militari perché mai dovremmo avere un esercito?
Basta leggere tutto l’articolo 11 per rendersi conto di quanto siano in cattiva fede (o molto diversamente intelligenti) coloro che oggi lo usano “pro domo propria”.
L’articolo nella sua interezza recita:
“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.
L’Italia quindi ripudia la guerra come strumento di offesa alla altrui libertà. Un governante italiano che si comportasse come Putin si porrebbe in automatico fuori dalla costituzione, ma da ciò non segue che l’Italia debba rinunciare alla difesa militare propria o ad aiutare quella altrui.
L’Italia inoltre ripudia la guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” il che vuol dire, con tutta evidenza, che se c’è una controversia l’Italia cerca di risolverla con il metodo della trattativa. Da questo però non segue che se l’altra parte fa saltare il tavolo e ti manda in casa i carri armati tu sia obbligato a pigolare “pace”. Inoltre l’ultima parte del famoso articolo 11 consente all’Italia di aderire ad “ordinamenti” che assicurino la pace e la giustizia. Quale ordinamento può assicurare a livello internazionale la pace e la giustizia? La risposta è di una evidenza palmare: una alleanza militare.
Del resto, per chi avesse ancora dei dubbi, val la pena di ricordare che non esiste solo l’articolo 11 della costituzione. Esiste anche l’articolo 52 che recita:
“La difesa della Patria e' sacro dovere del cittadino. Il servizio militare e' obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge”.
La difesa della patria, è SACRO dovere del cittadino, e la patria non si difende con i palloncini colorati ed i gessetti, si difende, quando purtroppo diventa necessario farlo, anche con le ARMI. Infatti lo stesso articolo 52 stabilisce la obbligatorietà del servizio militare ponendo in questo modo un chiaro collegamento fra uso della forza militare e difesa della patria. Capito signori costituzionalisti da strapazzo?
A suo tempo furono i comunisti ad usare l’articolo 11 come argomento contro l’ingresso dell’Italia nella NATO. Mentre in tutti i paesi dell’est l’armata rossa imponeva ad interi popoli regimi monopartitici, dittature prive di qualsiasi legittimazione elettorale, in Italia gli amici di Stalin volevano un paese praticamente disarmato e non inserito in alcun sistema di alleanze.
Sono molto simili a loro gli attuali amici, di Putin. Mentre un paese ne massacra un altro cinguettano: pace! Ed aggiungono: né con Putin né con la NATO. Il che equivale a nei fatti ad essere CON PUTIN, favorirne la totale vittoria.
Così i fieri sostenitori della costituzione interpretata a loro uso e consumo potranno godersi la LORO pace. Fino alla prossima aggressione.

 

sabato 19 marzo 2022

IL NUOVO RASPUTIN

 


Il tour italiano del sovranista russo Dugin organizzato da gruppi  neofascisti con la presenza di vertici Rai. Che però smentiscono - La Stampa


“Questa non è una guerra con l’Ucraina. È un confronto con il globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a tutti i livelli – geopolitico e ideologico. La Russia rifiuta tutto nel globalismo – unipolarismo, atlantismo, da un lato, e liberalismo, anti-tradizione, tecnocrazia, Grande Reset in una parola, dall’altro. È chiaro che tutti i leader europei fanno parte dell’élite liberale atlantista”.


Chi scrive queste parole? Le scrive in un articolo rinvenibile nella sua pagina facebook, Alexandr Dugin, il filosofo ufficiale della Russia di Putin. E dalle sua parole si evince immediatamente cosa sia in gioco nel periodo tragico che stiamo attraversando. Il problema non è, cosa evidente sin dal primo momento, il Donbas, o l’ingresso nella Nato dell’Ucraina, o l’Ucraina stessa. Il problema è l’occidente, soprattutto il problema è il liberalismo dell’occidente che questo novello Rasputin identifica con l’anti tradizione, la tecnocrazia, il grande reset eccetera eccetera.
“L’Occidente moderno”, prosegue il filosofo “è la cosa più disgustosa della storia del mondo. Non è più l’Occidente della cultura mediterranea greco-romana, né il Medioevo cristiano, e nemmeno il ventesimo secolo violento e contraddittorio. È un cimitero di rifiuti tossici della civiltà, è anti-civilizzazione”.
L’occidente è la non civiltà dei Rothschild, Soros, Schwab, Bill Gates e Zuckerberg, notare le origini ebraiche. L’occidente si identifica con gli Zuckerberg e questi con il marciume, la degenerazione, la non civiltà. A parte le scarse simpatie che ognuno di noi, compreso chi scrive, può avere per Zuckerberg e Soros, è semplicemente incredibile che siano queste persone ad essere indicate quale simbolo di ciò che di peggio esiste nella storia dell’occidente. Mentre identifica con l’anti civilizzazione il globalismo degli Zuckerberg, Dugin guarda con malcelata simpatia al ventesimo secolo, “violento e contraddittorio”. Dimentica che le figure centrali di questo secolo sono Adolf Hitler e Giuseppe Stalin, due simpaticoni che hanno sulla coscienza alcune decine di milioni di morti. E nel momento stesso in cui condanna il globalismo mercatista ed il libero scambio Dugin non ha nulla da dire sulle società chiuse e su ciò che le caratterizza: la soppressione delle libertà personali, il declino economico, l’eliminazione del dissenso politico, le persecuzioni di artisti, filosofi ed intellettuali. Inorridisce di fronte a McDonald’s ma non dice una parola sui lager e sui gulag. E dimentica quel fenomeno secondario del nostro tempo che si chiama fondamentalismo islamico. Le adultere lapidate e gli omosessuali impiccati sono poca cosa se paragonati ad Amazon e Facebook. Dulcis in fundo, la fiera condanna del mercato globalista non lo spinge a pronunciare alcuna parola non dico di condanna, ma di critica nei confronti di quella strana mistura di capitalismo e gangsterismo che prospera nella santa Russia. Il denaro è sterco del demonio solo se appartiene a qualche cattivone ebreo…

Dugin contrappone a quella non civiltà che sarebbe l’occidente, l’occidente vero, l’occidente cristiano, greco-romano, mediterraneo, europeo. La Russia si collega a questo occidente, un occidente premoderno, spirituale, nemico del materialismo e della tecnologia. Nemico, soprattutto, del liberalismo. Perché è lì l’origine di ogni male: il liberalismo, con la sua esaltazione dell’individuo e dei suoi diritti, dello scambio, del mercato. Per fortuna, sospira Dugin, la Russia non è contaminata da questo mostro: “il liberalismo in Russia sta perdendo il terreno sotto i piedi” afferma, e prosegue: “La Russia è sorta per difendere i valori della Tradizione contro il mondo moderno. È proprio quella rivolta contro il mondo moderno”.
Dunque il “vero occidente” non ha nulla a che fare con tradizione liberale, molto interessante. Peccato che sia una tradizione che va da Kant a Ralws, da Locke ad Hayek, da Spinoza a Mill, da Adam Smith ad ad Isaiah Berlin, da Hume a Popper. Tutta robaccia, anti cultura.
Ne prendiamo atto. Però… però alcuni aspetti centrali del pensiero liberale, alcuni valori di quella anti cultura che sarebbe il liberalismo, sono presenti in un po’ tutta la storia del pensiero, attraversano come un fiume carsico la storia della filosofia anche in periodi ben antecedenti al sorgere del liberalismo vero e proprio.
Il dialogo socratico, la ricerca razionale della verità che avanza nel libero confronto delle idee, cosa è se non un’anticipazione della moderna libertà di pensiero e ricerca? L’evangelico “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” anticipa l’imperativo categorico kantiano, così come il “date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” è in fondo una prima teorizzazione della divisione dei poteri fra autorità politiche e religiose.
“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità” . Questo recita la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, un paese che Dugin detesta. Ma questa dichiarazione è stata in qualche modo anticipata da un’altra, secondo cui tutti gli esserti umani sono figli di Dio e, proprio per questo, dotati di pari dignità (anche se non, allora, di pari diritti e doveri fondamentali).
Tutto l’appello di Dugin alla tradizione è in realtà un appello monco, si rifà ad un occidente privo delle sue migliori caratteristiche, un occidente caratterizzato da uno spiritualismo nemico dell’autonomia della ragione. Nella migliore delle ipotesi l’occidente dei tribunali della Santa Inquisizione, nella peggiore l’occidente della deriva irrazionalista da cui sono nati i grandi totalitarismi dello scorso secolo.
In realtà il cupo misticismo di Dugin contrasta anche con quanto di meglio la grande cultura russa ha saputo creare.
Dostoevskij è un critico radicale dell’occidente, ma la sua parabola del grande inquisitore in quel capolavoro assoluto che è “i fratelli Karamazov” è una splendida esaltazione della libertà. Ed un grandissimo russo come Solzenicyn, anch’egli critico di molto aspetti della civiltà occidentale, nel primo libro di “Arcipelago Gulag” (a proposito, lo si trova nelle librerie russe?) sottopone a critica spietata il codice penale staliniano, e lo fa riferendosi alle tanto disprezzate libertà formali del decadente occidente.
Si potrebbe continuare ma non ne vale troppo la pena. I richiami di Dugin al “miglior occidente” altro non sono che riproposizione degli aspetti meno condivisibili, comunque più discutibili, della cultura occidentale. E si basano tutti su un volgare equivoco. Dugin altro non fa che sostituire all’occidente la sua attuale degenerazione politicamente corretta. Confonde la malattia col corpo che la malattia sta infettando. Poi contrappone a questo occidente, identificato col male che lo corrode, una civiltà alternativa che altro non è che una forma di neotribalismo negatore dei diritti personali e della democrazia, della libera ricerca come dello sviluppo economico e tecnologico.
Dugin mette tutto nello stesso sacco: il globalismo che nega la rilevanza delle differenze e l’universalismo democratico e liberale, La pari dignità fra le persone indipendentemente dal sesso e dalle preferenze sessuali e l’utero in affitto, l’economia di mercato e gli eccessi di una finanza priva di limiti. In questo modo si trova paradossalmente ad essere assai vicino ai peggiori sostenitori del politicamente corretto. L’occidente è nemico della natura, la sua storia è riconducibile a razzismo e prevaricazione, la sua politica è biecamente imperialista. Forse non c’è troppa differenza fra Dugin ed i fanatici del BLM.

Sono però le conseguenze politiche dei suoi filosofemi ad apparire particolarmente gravi.
Riferendosi alla guerra in Ucraina Dugin afferma:
“...tutti capiranno il significato della moderna guerra in Ucraina.
Molte persone in Ucraina lo capivano. Ma la terribile propaganda rabbiosa liberal-nazista non ha lasciato nulla di intentato nella mente degli ucraini. Torneranno in sé e combatteranno insieme a noi per il regno della luce, per la tradizione e una vera identità cristiana europea. Gli ucraini sono nostri fratelli. Lo erano, lo sono e lo saranno”.

Gli ucraini erano vicino alla luce, ma la propaganda liberal nazista (si, proprio così, il liberalismo è equiparato al nazismo) li ha spinti verso il buio. Per fortuna arrivano i loro fratelli russi che, aiutandosi con missili, bombe e carri armati, li riportano verso la luce. E la guerra in Ucraina non è qualcosa di isolato, un mero accidente passeggero, no. A fronte della aggressività del liberal nazismo afferma Dugin, “La Russia sta creando un campo di resistenza globale. La sua vittoria sarebbe una vittoria per tutte le forze alternative, sia di destra che di sinistra, e per tutti i popoli. Stiamo, come sempre, iniziando i processi più difficili e pericolosi”. Insomma, la guerra in Ucraina è la prima tappa di uno scontro di civiltà. Luce contro tenebre, spirito contro materia, angeli contro demoni. Da tempo non si vedeva nella cultura europea un tale revival di gnosticismo manicheo.
Dugin piace a molti occidentali non troppo forti di mente. La sua critica all’occidente trova adepti fra quanti non ne possono più del gender e del misticismo ecologico, dell’immigrazionismo senza limiti e della negazione delle differenze. Proprio per questo va contrastato in maniera netta, radicale, senza concessione alcuna.
Dugin non è il rimedio, è il male. Il suo volto ascetico, la barba che ricorda quella si Solzenicyn possono far presa ma espressione ascetica e barba fluente non sono in quanto tali segno di saggezza. In “Reparto C” proprio Solgenicyn scrive che una fluente capigliatura bianca può cingere la testa dei geni come quella degli imbecilli. Dugion non è di certo un imbecille, probabilmente conosce la filosofia, di certo non è un esempio da seguire. Le sue farneticazioni non ricordano i grandi della cultura russa. Piuttosto un monaco malefico: Grigorij Rasputin.

 

DENAZIFICARE




Nello stadio che ieri ha ospitato l’adunata oceanica di Putin campeggiava una scritta: Liberare il mondo dal nazismo.
Così è il mondo, non solo l’Ucraina a dover essere “denazificato”, buono a sapersi. Se consideriamo che Putin ha in comune coi suoi illustri antenati comunisti il vezzo di definire “nazista” chiunque la pensi in maniera diversa da loro il quadro è completo.
Pochi giorni fa Zelen’skyj aveva affermato che l’Ucraina può rinunciare ad entrare nella Nato. “Tanto ci voleva!” hanno esclamato gli ipocriti pseudo pacifisti italici. Se il comico avesse accettato subito si sarebbero risparmiati tanti lutti…
Ieri è arrivata la risposta di Putin. Nessun accenno alla Nato ed alla “neutralità” ucraina, ma un discorso dai toni semi biblici, la affermazione perentoria: “raggiungeremo tutti i nostri obiettivi” e l’accusa agli ucraini di perpetrare un “genocidio nel Donbass.
Per la cronaca Putin usa, mutatis mutandi, gli stessi argomenti usati da Hitler durante la crisi dei Sudeti. Come gli ucraini nel Donbas i cecoslovacchi stavano “massacrando” i tedeschi nella regione dei Sudeti. I tedeschi del Reich dovevano aiutare i loro fratelli nei Sudeti esattamente come oggi i russi sono chiamati a difendere i loro fratelli nel Donbas. La Cecoslovacchia era uno stato artificiale, creato dalle demoplutocrazie esattamente come l’Ucraina sarebbe oggi una non- nazione usata cinicamente dall’imperialismo americano.
Il quadro è molto chiaro, direi. Putin non vuole negoziare, non vuole una Ucraina neutrale ma davvero indipendente, vuole nel migliore dei casi uno stato fantoccio, nel peggiore la pura e semplice annessione dell’Ucraina. Non vuole solo vincere, vuole stravincere.
Ed è chiaro che l’unica scelta a disposizione di chi non ci sta a subire un simile ricatto è quella di aiutare gli ucraini a resistere, perché solo in questo modo si può imporre a Putin una trattativa vera, un accordo di pace che, senza essere, purtroppo, una vittoria degli ucraini, sia qualcosa di diverso da una pura e semplice resa senza condizioni.
C’è in Italia chi si augura una simile resa. Oltre agli amici dichiarati di Putin, su cui non val la pena di spendere parole, se la augurano i cosiddetti “realisti”. La resa, anche incondizionata, porta alla pace, e la pace è il bene più grande. Questa la loro tesi. Quindi, chi se ne frega se gli ucraini devono subire una ingiustizia enorme? Chi se ne frega se saranno massacrati, visto che si ostinano a resistere? Anche il rifiuto di arrendersi degli ucraini è un dato di fatto di cui ogni vero realista dovrebbe tener conto, ma di questo dato di fatto i “realisti” un tanto al chilo che impazzano in rete se ne fregano. Per loro l’unico dato di fatto che conta è il delirio di onnipotenza di Putin. Se gli ucraini resistono e sono massacrati… beh… se la sono cercata. Noi siamo per la “pace” perbacco!
Ma, davvero la resa incondizionata porta alla pace? Ormai dovrebbe essere chiarissimo: NO. La resa dell’Ucraina avvicinerebbe crisi e guerre più grandi. Putin ha mire sulla Moldavia, sulla Finlandia, sulla stessa Polonia. Lo ha detto più volte e sarebbe ora che gli occidentali democratici prendessero sul serio le parole dei dittatori. A suo tempo Hitler scrisse chiaramente, nel “Mein Kampf” quali erano i suoi obiettivi. I “saggi” governanti dell’occidente considerarono pura propaganda le sue parole. Sappiamo come sono andate a finire le cose.
La pace può essere conservata solo se il neo imperialismo di Putin viene contenuto, se l’occidente ritrova la sua compattezza, abbandona le follie nichiliste del politicamente corretto e ritrova unità intorno ai suoi valori fondanti.
E’ una strada difficile ma è al momento l’unica percorribile.

 

venerdì 18 marzo 2022

NEUTRALITA'


Si parla di una soluzione della guerra in Ucraina. La parola chiave è “neutralità”. L’Ucraina dovrebbe diventare una sorta di Svizzera est europea, un paese fuori dai conflitti, neutrale e con un esercito di dimensioni ridotte. Sembra molto ragionevole come soluzione del conflitto. Se Zelen’skyj lo avesse accettato subito quanti lutti sarebbero stati risparmiati! In ogni caso, è inutile piangere sul latte versato. La neutralità va accettata, ora, subito. Mi sembra di udire gli strilli dei pacifinti: se Zele’skyj non accetta dimostra di essere un folle, no, un nazista, meglio ancora: un nazista folle.
Lasciamo perdere le polemiche sul “latte versato”. Qualsiasi persona intellettualmente onesta capisce benissimo che se una trattativa vera ci sarà sarà stata la resistenza degli ucraini a renderla possibile. Se Zelen’skyj avesse accettato i consigli dei vari Capuozzo o Liguori l’Ucraina semplicemente non esisterebbe più come entità autonoma. Punto.
Vale invece la pena di spendere qualche parola sulla famosa “neutralità”.
In effetti non ci sarebbe nulla di terribile per gli ucraini se accettassero che il loro paese diventasse una sorta di Svizzera, però… però la Svizzera non è stata obbligata da nessuno, armi alla mano, ad essere neutrale. La Svizzera non ha dovuto subire due invasioni in otto anni, nessun paese straniero la ha amputata del suo territorio per imporle la neutralità. Soprattutto, la Svizzera non confina con un paese molto più forte militarmente di lei il cui capo potrebbe, da un momento all’altro decidere che la sua neutralità non è abbastanza “neutrale”, quindi invaderla per la terza volta.
Putin ha letteralmente trasformato in carta igienica tutti i trattati riguardanti l’ucraina. Non ha tenuto in alcun conto il referendum del 1991 sull’indipendenza di quel paese, ha strappato il memorandum di Budapest del 1994, con cui l’Ucraina restituiva alla Russia 1900 testate nucleari in cambio del riconoscimento della sua indipendenza e della sua integrità territoriale (Crimea e Donbas compresi), infine invadendo l’Ucraina ha clamorosamente violato gli accordi di Minsk del 2014. Mi sembra che se gli ucraini manifestano perplessità sulla “neutralità” hanno ottime ragioni per farlo. Chi garantirà la sicurezza di una Ucraina neutrale? Questo è il punto. Perché senza solide, solidissime garanzie di sicurezza l’Ucraina NON sarebbe neutrale, sarebbe solo asservita in tutto e per tutto a Mosca, soggetta a tutti i suoi ricatti, uno stato fantoccio.
Ovviamente spetta agli ucraini, e solo a loro decidere se e quanto cedere della loro autonomia per evitare guai maggiori. Ma, per favore, i sostenitori della resa (che loro chiamano pace) ci risparmino i gridolini di stupore e di indignazione se la scelta di un popolo martoriato non fosse conforme ai loro desideri.

 

mercoledì 16 marzo 2022

ARMATA BRANCALEONE

 


Zelen’skyj afferma che l’Ucraina non può entrare nella Nato e subito si alzano gli strilli degli amici di Putin.
“Tanto ci voleva?” esclamano. “Se il comico avesse fatto subito questo gesto si sarebbero risparmiati tanti lutti”. Insomma, la colpa del tutto è sua, Putin invece è tanto bravo.
Però… però ogni paese ha diritto di aderire al sistema di alleanze che vuole. L’unica richiesta russa ragionevole sarebbe stata che l’Ucraina non installasse sul suo territorio missili offensivi. Nessuno ha mai cercato di installare tali missili, il che rende ridicoli i paragoni fra la crisi attuale e quella di Cuba nel ‘62. Tutto il resto è pirateria internazionale, compresa la richiesta di non adesione alla Nato. Il fatto che Zelen’skyj ceda su questo punto non elimina il carattere piratesco della richiesta russa. A volte si è costretti a cedere ai pirati, purtroppo.
Ma questi sono in fondo semplici dettagli, chiacchiere, cose di poco conto. Si, chiacchiere e dettagli, perché Putuin ha già risposto picche alla apertura di Zelen’skyj, dimostrando in questo modo che il vero problema NON è, NON è MAI stato quello della adesione dell’Ucraina alla Nato, né, meno che mai, quello del Donbass.
L’obiettivo di Putin è di ridisegnare i confini fra Russia ed occidente, ricostituire il vecchio impero sovietico. L’esistenza di una Ucraina indipendente, anche se mutilata di alcuni territori, non quadra con questo obiettivo, per questo Putin mira a ridurre l’Ucraina al ruolo di stato fantoccio. E dopo l’Ucraina toccherà a qualcun altro.
Trovo francamente incredibile, e tristissimo, che tante persone vicine al centro destra non capiscano una cosa tanto semplice e lascino al PD il privilegio di difendere il principio democratico e liberale dell’autodeterminazione dei popoli.
Ed ora si trovano, queste persone, in una armata Brancaleone che va da Noam Chomsky a Massimo Fini, da Diego Fusaro a Marco Rizzo, da Massimo D’Alema a Vittorio Feltri.
Una armata Brancaleone dietro a cui si nascondono le armate vere, quelle di Putin.
Tanti auguri cari ex amici! Io in quella armata NON ci voglio entrare.
Punto e basta.