mercoledì 1 aprile 2015

LA SESSUALIZZAZIONE DEL LINGUAGGIO



Guido ed ascolto distrattamente il giornale radio. “La ministra Boschi” dice l'annunciatore...
La ministra! Una nuova vittoria per la signora Boldrini. Avviene così ormai. Nessuno ha mai usato la parola “ministra” e nessuna persona normale la usa, nella lingua di tutti i giorni. Ma un personaggio “importante”, che è diventato tale in seguito a strani equilibrismi politico parlamentari, decide che chi usa il termine “ministro” è un maschilista sessista, fallocratico e omofobo. Quindi, dall'oggi al domani, i media smettono di usare il termine “ministro” e parlano di “ministra” e da quel momento chi non usa questa parola è poco meno che un mostro.
Succede con “ministra” come è successo con “femminicidio”, “genitori uno e due” e tante altre parole che si riferiscono al sesso degli esseri umani. Una delle caratteristiche più importanti della neolingua politicamente corretta è la sessualizzazione del linguaggio. Non la tradizionale divisione di molti termini in “maschile e femminile”, come, da un altro punto di vista, “in singolare e plurale”. No, alla sessualizzazione del linguaggio non interessa organizzare razionalmente la lingua, interessa trasformarla in strumento di propaganda ideologica. Nelle parole deve riflettersi una certa concezione del mondo. Dire “dottoressa” significa riferirsi ad un dottore di cui si mette in rilievo il sesso femminile. Dire “dottora” significa che il termine neutro “dottore” smette di essere neutro, acquisisce un sesso che varia a seconda di chi svolge le mansioni del dottore. Dire: “c'è stato un omicidio”significa che un essere umano, uomo o donna che sia, è stato ucciso. Dire : “c'è stato un femminicidio” sottolinea non tanto l'uccisione di un essere umano quanto il sesso della vittima.
E' da tempo in atto in occidente un precesso di rimozione della differenza sessuale. Non esiste nessuna differenza sostanziale fra l'essere maschi e l'essere femmine, viviamo nella società unisex. Il linguaggio sessualizzato è l'altra faccia della medaglia di questa realtà. Eliminata la differenza sessuale in ciò che questa ha di davvero importante la si fa risorgere nel ridicolo tentativo di sessualizzare le parole. Il sesso non conta nella riproduzione della specie, conta però quando si parla di ministra invece che di ministro. Distrutta la differenza sessuale in ciò che questa ha di profondo e socialmente rilevante la si valorizza nell'aria rareffatta del radicalismo chic. Orribile radicalismo, che alla banale leggerezza delle sue argomentazioni unisce una aggressività totalitaria che fa letteralmente paura.

Poco importa, naturalmente, che il totalitarismo linguistico faccia a pezzi, con la libertà di pensiero, la bellezza, l'armonia e la comprensibilità del linguaggio. Chi lo ha detto che un linguaggio deve essere bello e comprensibile? Il linguaggio della propaganda ideologica a volte è rozzo e semplicistico, altre volte astruso, allusivo, inutilmente oscuro. Malgrado le apparenze non è davvero comprensibile: mira a celare o a mascherare, non a rendere chiara, la realtà. E non è, MAI, bello.
Però, la neolingua sessualizzata del politicamente corretto ha ancora di fronte a se grandi compiti.
Se il termine “ministro” non deve più essere usato quando ad essere ministro è una donna, perché mai dovremmo continuare ad usare termini come “umanità”, “genere umano”, “umanesimo”, “diritti umani”, “scienze umane”? Non ci macchiamo, usando simili termini, di una forma intollerabile di maschilismo? E che dire del termine “antropologia”? Come possiamo parlare di “antropocentrismo” o di “scimmie antropomorfe” senza cadere nel sessismo più spregevole?
E, per toccare cose assai più elevate, come la metteranno i teologi con Dio padre? Lo sanno tutti che il termine "padre" riferito a Dio non ha alcuna attinenza col sesso, ma allora perché usarlo? Non sarebbe meglio parlare di Dio madre o, meglio ancora, DIA madre? Forse in questo modo qualcuno scambierebbe nostro Signore con la direzione nazionale antimafia e questo sarebbe un po' blasfemo. Si potrebbe rimediare sostituendo Dio padre con Dio/a genitore uno, per la felicità dei gay.
Anche il mistero della santissima trinità prima o poi sarà investito dalla sessualizzazione del linguaggio: invece di avere Padre, Figlio e spirito santo avremo genitore uno (o due, a scelta) figlia/o e spirita santa.
Esagero? Forse, però, chi avrebbe mai pensato un po' di tempo fa di trasformare chi è di bassa statura in un “verticalmente svantaggiato”?

La neolingua politicamente corretta, di cui la sessualizzazione del linguaggio è parte essenziale, renderà prima o poi impossibile la letteratura. Qualcuno immagina il Manzoni che definisce Don Abbondio "diversamente coraggioso"? E quale poeta potrebbe scrivere una poesia sull'amore materno sostituendo al termine “madre” quello di “genitore due” (o uno)?
Facciamo un piccolo esperimento. Prendiamo un brano di qualche poesia e proviamo in questo a sostituire ai termini usati dal poeta quelli politicamente corretti.

“Non sempre il tempo la beltà cancella
O la sfioran le lacrime e gli affanni;
Mia madre ha sessant’anni,
E più la guardo e più mi sembra bella.”

Qualcuno ricorda questa poesia di De Amicis? Proviamo a trasformarla in questo modo

“Non sempre il tempo la beltà cancella
O la sfioran le lacrime e gli affanni;
Mio genitore due ha sessant’anni,
E più lo/la guardo e più mi sembra bello/a.

Carino vero?
Si, lo ammetto, De Amicis non è un grande poeta. Allora citiamo un grandissimo:

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi...


O quanto era maschilista quel Leopardi! Parla di Silvia, una donna, anzi, una adolescente, e la immagina intenta alle “opre femminili”, cioè a tessere la tela: “ed alla man veloce che ce percorrea la faticosa tela”...
Qui non si possono neppure sostituire le parole. Forse potremmo immaginare Silvia intenta a martellare un ferro rovente, o a preparare un discorso alla camera dei deputati, ma come fare ad inserire queste belle cose nella poesia di quel sessista di Leopardi? No, è impossibile! Che “A Silvia” sia messa al bando! Basta studiare poesie sessiste che rovinano l'animo dei giovani e delle giovani!
Però... senza Silvia intenta alle sue “opre femminili” saremmo tutti, ma proprio tutti, molto, molto più poveri.

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