mercoledì 27 ottobre 2010

ANIMALISMO




Negli ultimi decenni si è sempre più diffusa a livello di massa l’immagine di una natura in cui ogni contrasto, ogni disarmonia sono definitivamente banditi. Un amore generalizzato unisce tutti gli esseri viventi e questi si integrano armoniosamente con il mondo inorganico. Tutto ciò che, volenti o nolenti, non quadra con questa visione da cartone animato del mondo naturale viene giustificato con argomentazioni tanto sofistiche quanto affascinanti. Il leone uccide lo gnu, è vero, e lo uccide anche in maniera piuttosto terrificante: una volta ferito ed impossibilitato a difendersi o a fuggire il grosso erbivoro viene letteralmente divorato vivo dal branco di felini. In tutto questo sembra esserci poca armonia, è vero. Ma i teorici della dolcezza di tutto ciò che è “naturale” non demordono. E’ vero che il leone divora lo gnu, e lo squalo la foca, e così via, ma così facendo i predatori contribuiscono al superiore equilibrio del tutto. Uccidendo il singolo gnu il leone contribuisce alla salvaguardia della specie degli gnu e lo stesso si può dire per lo squalo, la tigre, il pitone e così via. E' fin troppo evidente il profondo irrealismo di una simile concezione. L’idea secondo cui la lotta a morte fra animali mira alla conservazione di tutte le specie è in totale antitesi con le conclusioni di Darwin, cui molti ambientalisti si rifanno, e contrasta con tutto ciò che ci insegna la storia naturale. Nel corso dei secoli moltissime specie animali si sono estinte, in natura sopravvivono i più adatti, siano essi specie o singoli, gli altri muoiono, o si estinguono. E nulla ci assicura che chi soppravvive sia "meglio" di chi scompare, nè che una specie si estingua solo quando altre, "migliori" sono pronte a sostituirla.  La cosa non ci piace, e alllora?
Ma, anche prescindendo dalle considerazione appena fatte, anche ammettendo che in natura la morte del singolo garantisca la sopravvivenza della specie resta il fatto che in questo modo la natura è caratterizzata da una frattura profondissima fra specie ed individui. Un sistema in cui la vita del gruppo può essere assicurata solo dalla morte di alcuni singoli non è affatto armonico, non è per niente finalizzato al bene di tutti. E’ per definizione un sistema lacerato, un sistema che si basa sulla sofferenza e sulla morte di alcuni come condizione per l’incerta sopravvivenza degli altri. Non è assolutamente mia intenzione giudicare moralmente la natura, questa sarebbe la cosa più sciocca che si potrebbe fare. E’ assurdo giudicare moralmente il comportamento di tigri o squali, mucche o gatti. La natura non umana si colloca in una dimensione in cui concetti di bene e di male non hanno rilevanza alcuna. Ciò che si intende criticare non è la natura me le teorie sulla natura che vengono elaborate da alcuni suoi superficiali adoratori. Questi sono colti con tutta probabilità da scrupoli morali vedendo quanta violenza esista in natura ed elaborano allora teorie che hanno fin troppo chiaramente il fine di “giustificare” questa violenza. Il leone non è cattivo, sembrano dirci, la natura non è cattiva... sotto l’apparente male essa prepara il bene, attraverso la morte si appresta a far trionfare la vita. E’ vero, la natura non è cattiva e non è cattivo il leone. Ma lo splendido predatore non può essere definito “cattivo” non perché uccidendo il singolo favorisce la vita della specie, non può essere definito “cattivo” per lo stesso motivo per cui non si possono definire “cattivi” una valanga o un terremoto. I fenomeni naturali, e quegli esseri naturali incapaci di capire i concetti di bene e di male, non sono né buoni né cattivi, semplicemente sono.


L’atteggiamento verso gli animali che si sta diffondendo in occidente contiene numerose contraddizioni. Molte persone condividono le teorie sulla armonia della natura, sono convinte che la morte del singolo animale garantisca la sopravvivenza della specie, che dal male nasca il bene. Eppure queste stesse persone mostrano molto spesso un incredibile affetto verso singoli animali, fortemente individualizzati. In queste persone l’amore per la natura intesa come severa ma buona madre che persegue il bene tramite il male si combina in maniera contraddittoria con un amore di tipo umano verso il singolo, il singolo cane, il singolo gatto. E’ per far dormire comodamente quel gatto che si compra un comodo cuscino, è per fargli mangiare le leccornie che preferisce che lo si nutre con carne ben cucinata o pesce fresco, è per difenderlo da parassiti (che hanno il loro ruolo nell’equilibrio di madre natura) che gli si somministrano medicine. Insomma, il nostro micio vale come singolo micio, non come puro numero senza importanza, mero strumento per la sopravvivenza della specie dei mici. Queste contraddizioni non sono tuttavia troppo gravi. Si basano in fondo su un sentimento molto umano e senza dubbio positivo: l’affetto, quell’affetto che ognuno di noi prova non solo nei confronti dei suoi simili ma anche verso i nostri amici a quattro zampe. Purtroppo però le cose non si fermano qui. La maggior considerazioni in cui tutti tengono oggi gli animali, la giusta preoccupazione di mostrare benevolenza nei loro confronti e di evitar loro inutili sofferenze, si è trasformata ultimamente in qualcosa di radicalmente diverso: l’animale è stato sempre più umanizzato. Nel momento stesso in cui l’esaltazione per la natura porta molti a considerare l’uomo una mera componente dell’equilibrio naturale, la parte subordinata di qualche ecosistema, si elevano a rango umano gli animali. Gli stessi che adorano l’unità organica degli ecosistemi e considerano la natura come una provvida e severa madre che salvaguardia le specie sacrificando i singoli, guardano a cani e gatti, foche e squali come ad esseri dotati di dignità individuale, soggetti di diritto, enti morali che è dovere etico dell’uomo rispettare.

Per evitare equivoci e per non commettere banali errori è bene approfondire la questione. Gli animalisti indirizzano i loro strali polemici soprattutto contro un nemico: lo specismo. Di cosa si tratta? Ecco la definizione che ne da Wikipedia:
“Specismo è un termine coniato da Richard Ryder per descrivere la diffusa convinzione antropocentrica che gli esseri umani godano di uno status morale superiore - e debbano quindi godere di maggiori diritti - rispetto agli altri animali. L'intento di Ryder era quello di porre in evidenza le analogie fra lo specismo e il razzismo, dimostrando che le motivazioni filosofiche per condannare queste due posizioni sono analoghe.” (1). L’uomo non ha uno status etico diverso da quello degli altri animali, non merita più rispetto di quello che meritano un cane, un gatto o un topo. Chi teorizza il diverso status etico che spetterebbe ad un essere umano rispetto a quello che dovrebbe spettare ai topi è un razzista. Nulla di serio divide il razzismo di chi afferma la superiorità dei bianchi rispetto ai neri dal razzismo di chi teorizza la superiorità dell’uomo rispetto a topi, conigli o sardine:
“L'antispecismo è il movimento filosofico, politico e culturale che si oppone allo specismo.Come l'antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla diversità razziale umana, l'antispecismo respinge quella di specie e sostiene che la sola appartenenza biologica ad una specie diversa da quella umana non giustifica moralmente o eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del lavoro di un essere senziente.” (2)
Gli aderenti al movimento per la liberazione animale sono piuttosto coerenti. Non affermano di difendere gli animali perché questo risulterebbe utile per l’uomo. Orsi e squali vanno difesi non perché all’uomo piace vivere in un mondo popolato anche da orsi e squali; allo stesso modo gli esperimenti su animali vanno rifiutati non perché poco utili per la ricerca ma perché ledono i diritti degli animali e le diete a base di carne vanno respinte non perché poco salubri per l’uomo ma per la ragione ben più fondamentale che non è possibile cibarsi di un essere che è soggetto di diritto. David Oliver in un saggio diffuso in rete sui rapporti fra liberazione animale e protezione animale esprime molto bene questi concetti. Polemizzando contro i militanti della protezione animale Olivier va al fondo della questione: non si tratta di difendere gli animali per favorire l’uomo, li si deve liberare perché essi stessi sono degni di tutela morale e rispetto. “Anziché rimettere in discussione il principio dell'utilizzo di animali per un qualsiasi fine umano, la protezione animale insiste sull'«inutilità» degli esperimenti – inutilità per gli umani, s'intende.” (3) Olivier ha il grosso pregio di non barare. Non afferma che gli esperimenti su animali sono scientificamente infondati, dice chiaramente che quegli esperimenti sono comunque da vietare. Sperimentare nuovi medicinali su cavie umane sarebbe scientificamente produttivo ma è eticamente inaccettabile quindi va proibito. La stessa cosa può dirsi per gli esperimenti sui topi. E la critica non si ferma agli esperimenti su animali, mette in luce gli equivoci di fondo della protezione animale: la protezione animale è un po’ l’avvocato degli animali, afferma Olivier, ma “L'avvocato – il difensore – di un ladro deve poter difendere il suo cliente, cioè chiedere che non venga condannato, o che sia condannato di meno, senza contestare le leggi che condannano i ladri. La protezione animale difende gli animali, all'interno di un sistema dato. In difesa dei cani, dirà che tengono compagnia agli anziani, in difesa dei gatti, che ammazzano i topi, in difesa dei topi, che il loro uso negli esperimenti non è affidabile. In difesa delle anatre, che il fegato d'oca è tossico, in difesa delle lepri, che la caccia uccide gli umani. Sull'avvocato di un ladro pesa sempre, malgrado tutto, la minaccia di essere scambiato per l'avvocato dei ladri, per un loro amico, per un sostenitore del furto. È vitale, per la sua difesa, che il giudice non abbia l'impressione, se libera quel ladro, di liberare tutti i ladri. Allo stesso modo, la difesa animale avverte come vitale la necessità di non rimettere in discussione lo specismo.” (4) Non si può non ammirare tanta coerenza, anche se si tratta della lucida, sinistra coerenza della follia.

Ma su quale principio si basa una così rigida difesa della vita animale? Forse sulla difesa della vita in generale? Su una concezione sacra della vita in quanto tale che va difesa sempre e comunque, quale che sia il genere o la specie dell’essere vivente? O su una concezione sacra della natura, concezione secondo cui tutta la natura è ugualmente sacra e non è lecito fare alcuna distinzione al suo interno? Su nessuna di queste. Gli animalisti oltranzisti di “liberazione animale” introducono divisioni nella natura, non considerano tutta egualmente sacra la natura e non considerano neppure tutte egualmente sacre le forme di vita. Il loro principio guida è quello che occorre rispettare non la vita in generale e meno che mai la natura non vivente ma la vita senziente. Gli animali possono soffrire e questa capacità di soffrire fa di loro dei soggetti di diritto al pari degli esseri umani. Gli animali condividono con l’uomo la sensibilità, la capacità di provare dolore e questo di fatto li equipara agli esseri umani. Torniamo a cedere la parola a David Olivier che ha l’indubbio pregio di essere molto chiaro:
“personalmente non rispetto la vita delle piante. Non perché le disprezzi, ma perché non penso che siano sensibili, ovvero che percepiscano ciò che succede loro. Se esse non provano né piacere nel vivere, né sofferenza nell'essere tagliate o sradicate, né dispiacere di dover morire, non trovo ragioni per non farne l'uso che mi conviene, e in particolare per non mangiarle.” (5) In base a queste considerazioni il militante animalista spiega il paradosso consistente nel fatto che chi difende la vita di topi e anguille non ha nulla da dire contro l’aborto che consiste nell’eliminazione di una vita umana, sua pure ancora in parte potenziale: “ è praticamente certo che l'embrione umano non è sensibile almeno durante le prime 18 settimane di gravidanza (su un totale di 38 settimane) per via dell'assenza prima e dell'immaturità poi del suo sistema nervoso. Il neonato invece è sensibile; la sensibilità appare dunque ad un certo momento nel corso della seconda metà della gravidanza. Prima, l'essere in questione, che non prova né piacere né dolore, né timori né speranze, non mi sembra moralmente più significativo di un filo d'erba o di un sasso.” (6) Per 18 settimane quello che sarà (e in parte già è) un essere umano merita minor tutela di un filo d’erba o di un sasso, c’è da rabbrividire. E ancora di più fanno rabbrividire le posizioni del padre fondatore dell’animalismo radicale: Peter Singer, filoso australiano esponente di rilievo della nuova etica tollerante e postmoderna, fondata sul pensiero debole. “Un bambino di una settimana non è un essere razionale cosciente e vi sono molti animali non umani la cui razionalità, autocoscienza, consapevolezza , capacità di sentire e così via è superiore a quella di un bambino umano di una settimana o anche di un anno. Se il feto non ha la stessa pretesa alla vita di una persona sembra che non l’abbia neanche il neonato, e che la vita di un neonato abbia meno valore della vita di un maiale, un cane o uno scimpanzé” (7) Questo si che è parlare chiaro! La vita umana non vale in quanto tale, valgono certe caratteristiche della vita (vita tout court), fra cui è basilare la capacità di provare dolore. Ora, è chiaro che in certi animali queste caratteristiche sono più sviluppate che in un neonato, quindi la loro vita vale più di quella di un neonato, non siamo mica razzisti, diamine! Sulla base di queste, lucidissime, argomentazioni Singer avanza tranquillamente la proposta di legalizzare l’infanticidio quando il neonato presenti gravi malformazioni, ad esempio, sia affetto da sindrome di Down con deficit intellettivi (ma perché solo in quei casi?) e a chi definisce mostruose simili proposte replica tranquillamente: “La nostra attuale protezione assoluta della vita degli infanti è un atteggiamento tipicamente ebraico cristiano (…) L’infanticidio è stato praticato in società che vanno geograficamente da Thaiti alla Groenlandia e culturalmente dagli aborigeni australiani nomadi, alle sofisticate civiltà urbane dell’antica Grecia o della Cina dei Mandarini” (8). Se è per questo la storia dell’umanità ha conosciuto anche lo schiavismo, i genocidi, la tortura, i roghi per i liberi pensatori, chi più ne ha più ne metta. In base al relativismo etico e culturale di Singer dovremmo accettare tutto, ma proprio tutto. Né il filosofo australiano amico di gatti e topi (ma non dei bambini) si preoccupa degli argomenti di chi gli ricorda che un feto (e a maggior ragione un neonato) è una persona in potenza. “Un X potenziale” afferma Singer “non ha tutti i diritti di X. Il principe Carlo è un potenziale re d’Inghilterra ma non ha i diritti di un re. Perché mai una persona solo potenziale dovrebbe avere i diritti di una persona?” (9).
E’ possibile ovviamente difendere l’aborto, almeno in certi casi lo trovo personalmente il male minore. Ma gli argomenti di Singer sono assolutamente risibili. Il principe Carlo non ha i diritti del re ma ha il diritto di prepararsi a diventare Re, un neonato non ha i diritti di un adulto (chi lo ha mai sostenuto?) ma ha il diritto di poter diventare adulto. Con Singer l’animalismo etico postmoderno giunge al sua apice. Con grande coerenza il filosofo di Melbourne trae dalle premesse tutte le conseguenze, senza pudori né timori. Peccato che le sue proposte non siano troppo nuove, in fondo. A conclusioni piuttosto simili alle sue era arrivato, un bel po’ di anni fa, un ometto piuttosto isterico, con un ciuffo da capelli lisci sulla fronte ed un bel paio di baffetti.

E non si tratta di posizioni isolate, sostenute solo da pochi estremisti. Certo, solo pochi estremisti hanno il coraggio di essere tanto chiari e coerenti ma posizioni simili alle loro, solo più incerte e sfumate, sono assai diffuse e coinvolgono anche governi e istituzioni. Nel libro “Le bugie degli ambientalisti” Cascioli e Gasperi ricordano: “L’alta corte olandese, per esempio, ha decretato che andare a pescare con quella che da noi si chiama esca viva – cioè un lombrico, una mosca, una larva di un insetto – è un reato, quello di maltrattamento di animali” (10) ed ancora: “Nel febbraio 2001 mentre Amnesty international e altre associazioni internazionali denunciavano le violazioni dei diritti umani in Cina con persecuzione delle famiglie che mettono al mondo più di un figlio e sospetto traffico di organi espiantati da condannati a morte, l’onorevole Carla Ronchi del gruppo dei Verdi su recò all’ambasciata cinese a Roma a protestare energicamente non per i diritti umani bensì per il maltrattamento degli orsi” (11) E’ solo il caso di aggiungere che in Cina chi uccide un panda è punito con la pena di morte. Che io sappia non ci sono mai state in occidente manifestazioni di protesta per l’esecuzione di un cacciatore di frodo, ce ne sono invece molte quando negli Stati Uniti uno stupratore assassino viene giustiziato, forse non è un caso.

Ma veniamo al famoso principio di sensibilità, quello secondo cui la capacità di provare dolore darebbe a tutti gli esseri sensibili la dignità di enti morali e di soggetti di diritto. Perché questa capacità dovrebbe dare a chi la possiede questa la dignità? Dovrebbe darla perché decidiamo che chi ha la sensibilità deve essere, ipso facto, soggetto di diritto? Certo, si può sostenere una cosa simile, ma si possono sostenere, con pari e migliori ragioni, anche cose diverse, ad esempio che il semplice fatto di vivere o anche solo di esistere è sufficiente per essere considerati soggetti di diritto ed enti morali. In fondo la vita vegetativa viene prima di quella senziente e l’esistere è prioritario rispetto al vivere: per poter provare dolore devo esistere e devo vivere. Gli animalisti come i non animalisti fanno delle discriminazioni nella natura, ma ogni discriminazione deve affrontare un problema fondamentale: dove passa il confine fra gli enti che si discriminano? Perché il confine tra chi è e chi non è soggetto di diritto deve collocarsi al livello degli enti senzienti? Perché non collocarlo al livello degli enti semplicemente viventi o a quello degli enti tout court? Se la facoltà di provare dolore dà ad un topo la dignità di soggetto di diritto perché la facoltà di crescere non dovrebbe dare ad un abete una pari dignità? E perché il semplice fatto di esserci, di esistere da migliaia di anni, non dovrebbe conferire la stessa dignità alla vetta ghiacciata del Monte Bianco? Se è razzista privilegiare la vita intelligente rispetto alla vita semplicemente senziente perché non dovrebbe essere razzista privilegiare la vita senziente nei confronti della vita vegetale, o privilegiare ciò che è vivo rispetto a ciò che non lo è? Molti animalisti chiedono polemicamente perché si debba attribuire tanto valore all’intelligenza, la domanda è legittima, ma con altrettanta legittimità si può chiedere perché mai si debba attribuire tanto valore alla sensibilità. C’è quasi da sospettare che sotto sotto i super amici degli animali siano un po’ antropocentrici: privilegiano orsi, gatti e topi perché condividono con l’uomo qualcosa di importante, perché li sentono più vicini, si sentono, da uomini, attratti da loro. Questa però, se valgono le categorie dell’animalismo estremista, è una forma di razzismo.
In quanto tale il principio di sensibilità non giustifica un bel niente. Si può stabilire che questo principio deve essere decisivo ma si può anche stabilire il contrario. Ciò che rende per alcuni plausibile il principio di sensibilità non è il principio in quanto tale, è la ripugnanza che alcuni esseri umani provano per il dolore, anche quello degli altri, anche quello degli animali. La ripugnanza per il dolore però, in quanto sentimento soggettivo, non può fondare alcuna etica universale, impegna solo chi la condivide.
Il principio di sensibilità inoltre può al massimo giustificare la richiesta di non infliggere troppe sofferenze agli animali, non di non ucciderli. Se davvero la capacità di provar dolore dovesse costituire il discrimine fra chi è degno di rispetto morale e chi no, fra chi è e chi non è soggetto giuridico le conseguenze sarebbero devastanti e paradossali. Se è la capacità di provare dolore quella che dà ad un ente la dignità morale e la soggettività giuridica, la massima immoralità che si può commettere è quella di arrecare dolore a qualcuno. Se valesse il principio di sensibilità la norma morale fondamentale non dovrebbe essere: “non uccidere” ma : “non provocare dolore”. Uccidere un bambino nel sonno, senza causargli dolore alcuno, dovrebbe essere un atto non contrario alla morale, forse Singer sarebbe d’accordo; un killer molto abile che ti uccidesse di sorpresa in un centesimo di secondo con un colpo di pistola alla nuca non farebbe nulla di riprovevole. I sostenitori del principio di sensibilità si trovano in un bel dilemma. O sostengono tale principio indipendentemente dalla repulsione che alcuni uomini provano verso il dolore, ed allora non possono giustificarlo in alcun modo, possono solo affermarlo, ma la loro affermazione non ha più valore razionale di un pugno sbattuto sul tavolo. Oppure possono difendere tale principio basandosi sulla ripugnanza del dolore ed allora devono ammettere che ogni crimine che non implichi dolore per le vittime non è un crimine. Se una bomba atomica distrugge istantaneamente la vita di centomila persone, le uccide tutte e le uccide senza farle soffrire, (cosa che le atomiche possono fare) allora sganciare quella bomba non deve essere considerato moralmente sbagliato. Viene da pensare che gli animalisti si rifacciano al principio di sensibilità perché si rendono conto che estendere il diritto al rispetto e la personalità giuridica a tutta indistintamente la natura è impossibile e dà vita a paradossi troppo grossi anche per loro. Se analizzata a fondo tutta la loro concezione ha però conseguenze altrettanto devastanti e paradossali.

Il dolore è presente in natura, è quanto di più naturale possa concepirsi. In natura la vita si mantiene e si trasmette tramite la morte. La morte della preda è vita per il predatore, la morte del vegetale è vita per l’erbivoro, la morte dell’uomo è vita per i batteri e viceversa. E in natura la morte è sempre o quasi congiunta al dolore, assai spesso a molto dolore. Si tratta di dati di fatto, dati di fatto che non è possibile esorcizzare con strilli e condanne morali. Gli animalisti di “liberazione animale” si ribellano a questi dati di fatto e chiedono che il dolore scompaia dal mondo o quanto meno che si contragga, che venga ridimensionato. E a chi chiedono di operare affinché avvenga questo ridimensionamento del dolore? Lo chiedono all’uomo.
All’uomo piace mangiare carne, anche al più estremista degli animalisti verrebbe probabilmente l’acquolina in bocca alla vista di un bel cosciotto di agnello al forno e allo stesso modo all’uomo piace indossare una calda pelliccia, o fare una corsa a cavallo, addirittura l’uomo prova piacere a cacciare, cacciare e basta, senza considerazione alcuna per l’utilità che gli può derivare dalla preda. E’ nella natura dell’uomo tutto questo, esattamente come è nella natura del leone abbattere la gazzella o del toro diventare aggressivo di fronte allo sventolare di un drappo rosso. Ma per gli animalisti l’uomo deve reprimere queste componenti della sua natura, egli è intelligente, sa distinguere il bene dal male può farlo, deve farlo! Deve farlo in quanto essere intelligente, morale, deve farlo in quanto uomo! All’uomo e solo all’uomo si chiede di reprimere certi istinti, di correggere la propria natura, non avrebbe senso alcuno a chiederlo a uno squalo, ad un gatto e neppure agli intelligenti delfini e scimpanzè, all’uomo invece si, chiederlo a lui ha senso. Eppure questi stessi animalisti negano che l’uomo abbia uno status diverso da quello di tutti gli altri animali senzienti; nel momento stesso in cui devono riconoscere che non tutto nell’uomo è semplice natura o quanto meno che nella natura umana esiste qualcosa che non esiste in nessuna altro ente naturale, proprio nel momento in cui ammettono tutto questo gli animalisti considerano “razzista” chiunque sottolinei la particolarità e la alterità dell’uomo nei confronti degli altri animali, teorizzano che nulla di fondamentale può farci preferire la vita di un essere umano a quella di un topo, considerano la vita di un’anguilla più importante di quella di un feto umano. Dando prova di una dissociazione schizofrenica davvero notevole i liberatori degli animali esaltano e nel contempo degradano l’uomo.

Ma è in qualche modo possibile che l’uomo segua le raccomandazioni degli animalisti? Quali sarebbero le conseguenze di una loro generalizzata messa in pratica? Che l’uomo possa correggere alcuni aspetti della propria natura è vero, che possa instaurare rapporti (quasi) non violenti con alcuni animali e meno violenti col mondo animale nel suo complesso lo è altrettanto. Che molta violenza umana, diretta sia verso altri esseri umani che contro la natura non umana, sia gratuita e vada ridotta è ancora vero. Con tutto ciò però il problema di fondo resta irrisolto. Forse l’uomo non è solo natura, certamente la sua natura è particolare, diversa da quella degli altri animali, ma l’uomo è e resta un essere naturale, inserito nella natura, spinto ad agire anche da istinti, esigenze, bisogni naturali. Se l’uomo fosse una sorta di angelo o di semidio potrebbe anche assumere nei confronti del resto della natura atteggiamenti del tutto esenti da ogni forma di violenza, ma l’uomo è solo uomo, è nella natura, non sopra o a fianco di essa e precisamente in quanto essere naturale, anche naturale per lo meno, non potrà mai eliminare del tutto la violenza nei confronti degli altri esseri naturali. Fra uomini, gatti e topi non esisterà mai un rapporto simile a quello che esiste fra soggetti di diritto.

Cosa vuol dire rispettare moralmente un orso e conferire allo stesso la dignità di soggetto di diritto? Vuol dire in primo luogo non fare dell’orso un mero strumento per il soddisfacimento delle nostre esigenze: non ucciderlo per mangiarlo o impossessarci della sua pelliccia, non imprigionarlo eccetera. Vuol dire anche rispettarlo per quello che è, rispettarlo in quanto orso. Questo fatto però ha molte conseguenze. Se ad esempio l’orso ci aggredisse potremmo ucciderlo in nome della legittima difesa? No, ovviamente. L’istinto ad aggredirci è parte della natura dell’orso che noi dobbiamo rispettare dal momento stesso in cui abbiamo elevato l’orso al rango di soggetto morale e di diritto. E se l’orso entra a casa nostra e mangia le nostre provviste? Anche in questo caso non dovremmo far nulla, sarebbe insensato rispettare l’orso e pretendere che non si comporti da orso. E’ possibile pretendere che un essere morale, capace di distinguere il bene dal male, un uomo insomma, ci rispetti, è giusto difendersi da lui e punirlo se non lo fa. Nei confronti dei nostri simili hanno senso i concetti di giustizia, punizione e legittima difesa. E’ insensato invece punire un essere che non è capace di distinguere il bene dal male, o affermare che ci difendiamo legittimamente da lui. Con un essere simile, un orso ad esempio, si possono avere rapporti basati sulla forza o anche, in certi casi, sulla benevolenza, ma non si potranno mai avere rapporti basati sui concetti di diritto, giustizia, legittimità. Nel momento stesso però in cui questo orso è stato da noi riconosciuto soggetto morale e di diritto qualsiasi violenza nei suoi confronti diventa impossibile: non lo si può uccidere o ridurre in cattività per utile, ovviamente, e non ci si può neppure difendere dalle sue incursioni perché fare questo vorrebbe dire non rispettare la sua natura, vorrebbe dire cercare di imporgli con la forza (ed in maniera del tutto illusoria) la nostra natura. Riconoscendo dignità morale e giuridica agli altri animali l’uomo si collocherebbe al loro stesso livello senza potere però fare ciò che essi fanno: usare la forza, aggredire, cacciare, usare come mezzi gli altri animali. L’essere intelligente, saper distinguere il bene dal male metterebbe l’uomo in una condizione di enorme inferiorità nei confronti degli altri animali: dovrebbe tutelarli e rispettarli nel momento stesso in cui loro non potrebbero tutelare e rispettare lui.
Ma ammettiamo pure che questo non dovesse avere conseguenze troppo gravi. Il progresso scientifico e tecnologico ha messo l’uomo nella condizione di potersi difendere (a volte) anche senza uccidere. E poniamo anche che gli esseri umani possano rinunciare senza troppi inconvenienti a diete carnivore, latte, uova e tonno sott’olio ed ancora a pellicce, seta e lana, scarpe, cinture di cuoio, cera e tante altre inutili cosette. Il problema non sarebbe affatto risolto, caso mai aggravato. Lo sviluppo dell’agricoltura, come quello della urbanizzazione, tolgono spazi agli animali e ne uccidono molti più che non la tanto aborrita caccia; la costruzione di una fabbrica di lana sintetica, o di un villino eco compatibile, distrugge una quantità enorme di lombrichi, fa a pezzi tane di talpe, lascia senza cibo tanti begli uccellini, lepri e scoiattoli. E non dimentichiamo che gli animali si spostano e che l’uomo, una volta che li ha trasformati in soggetti morali e giuridici, non ha alcun diritto di ostacolare i loro spostamenti. Come potremmo continuare ad usare aerei ed elicotteri sapendo che spesso le loro eliche fanno a pezzi tanti bei volatili? E che dire delle navi che più di una volta hanno ucciso balene e capodogli? Se uccelli e balene fossero esseri umani potremmo avvisarli del pericolo, accordarci con loro affinché non volino in certe aree o non nuotino in altre, ma questi splendidi animali non sono esseri umani.
Gli esempi possono bastare. L’unico modo che l’uomo avrebbe per trattare coerentemente da esseri morali e soggetti giuridici gli altri animali sarebbe quello di rinunciare alla civiltà, recedere di secoli o di millenni, ricostituire una situazione sociale e culturale in cui il solo parlare di rapporti meno violenti con gli animali farebbe indignare o ridere. Le proposte animaliste sono folli perché se attuate condurrebbero a rischio di estinzione l’unica specie a cui ha senso parlare di obbligazione morale ed anche di benevolenza verso le altre specie. Il vero confine nella natura passa fra chi è e chi non è capace di giudizio morale, fra chi sa e chi non sa distinguere il bene dal male e quindi può essere definito “buono” o “cattivo”, “innocente” o “colpevole”. L’uomo merita uno status morale particolare non perché più buono delle bestie ma perché può essere considerato cattivo se si comporta da bestia; ha senso considerare l’uomo degno di rispetto morale perché l’uomo può legittimamente essere punito se rifiuta il rispetto ai suoi simili. Anche se spesso si comporta peggio delle belve più sanguinarie l’uomo merita uno status diverso da queste perché definendo lui “una belva” lo si svalorizza. La possibilità di agire moralmente crea una frattura nella natura perché forse questa possibilità non può essere interamente spiegata dalle leggi della natura. L’uomo forse non è solo natura, appunto per questo forse è libero, quindi responsabile, quanto meno va considerato tale. Nessun gatto invece lo è. E’ tutta qui la differenza fra uomini e gatti.









Note

1) Wikipedia: Specismo. Rinvenibile in rete alla voce: specismo

2) Ibidem

3) David Oliver: Protezione animale e liberazione animale. Rinvenibile in rete digitando: “movimento per la liberazione animale” e poi “protezione animale e liberazione animale”

4) Ibidem

5) David Olivier: Aborto e liberazione animale. Rinvenibile in rete digitando “liberazione animale” e poi “aborto e liberazione animale”

6) Ibidem.

7) P: Singer: Etica pratica. Citato in: Giovanni Fornero: Bioetica cattolica e bioetica laica. Bruno Mondadori 2009 pag. 109

8) Ibidem pag. 109 - 110

9) Ibidem pag. 110

10) Riccardo calcioli Antonio Gaspari: Le bugie degli ambientalisti. Piemme 2006 pag. 41.

11) Ibidem pag. 42

mercoledì 8 settembre 2010

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CAPITOLO PRIMO

Non ne poteva più di rigirarsi sotto le coperte. Si fece forza, un gesto deciso e si trovò del tutto scoperto. Un brivido di freddo lo attraversò mentre si metteva a sedere sul bordo del lettino su cui per tutta la notte aveva cercato, senza riuscirci, di prendere sonno. Si alzò e passò la mano sul muro cercando nel buio l’interruttore della luce. Lo trovò, infine, e accese quello che con molto ottimismo era stato definito un “lampadario”. Si trattava solo di una lampadina attaccata all’estremità di un filo elettrico che pendeva dal soffitto e dava alla misera stanza in cui aveva passato la notte un’aria ancora più squallida. Il mobilio era limitato al letto, a un piccolo armadio dentro cui la sera prima aveva sistemato la sua uniforme di sottufficiale della milizia volontaria e ad una sedia su cui aveva posato la biancheria intima, gli occhiali e l’orologio. Guardò l’ora. Erano solo le cinque, ancora due ore e poi tutto sarebbe finito, per fortuna. Non vedeva l’ora di tornare alle sue attività consuete. Quella mattina finiva la settimana dell’aiuto solidale e l’indomani lui avrebbe potuto ricominciare a dedicarsi solo al suo lavoro, al suo lavoro usuale. Non è che gli piacesse particolarmente si intende, ma era sempre meglio di quello squallore, di quel fare cose assurde e crudeli in nome dell’amore e della tolleranza. Soprattutto non vedeva l’ora che arrivassero le sette e che la cosa che doveva comandare terminasse. Mancavano ancora due ore, due ore! Una eternità, non sarebbero passate mai! Come avrebbe voluto che fossero già le sette, no, non le sette, le sette e dieci e che tutto fosse finito, concluso una volta per tutte.
Uscì dalla stanza e tremando per il freddo percorse un lungo corridoio malamente illuminato. Raggiunse il bagno, aprì il rubinetto e attese che un rigagnolo d’acqua gelida si degnasse di uscire. Si lavò alla bellemeglio e si avviò di nuovo verso la sua stanza. Il bar della caserma apriva alle sei, cosa avrebbe fatto fino a quell’ora? Avesse avuto almeno qualcosa da leggere! Ma cosa avrebbe letto poi? Qualche storia edificante di comprensione fra diversi o qualche denuncia dello spirito esclusivista e borghese che ancora impregna certi strati della società. Erano anni, no, decenni che non leggeva altro. Leggere roba simile non era leggere, era solo guardare segni sulla carta.. no, meglio non avere nulla da leggere meglio stare seduto sulla sedia o sdraiato sul letto, stare lì senza far nulla, nulla tranne aspettare.
Guardò di nuovo l’orologio: le cinque e mezza, fra mezzora avrebbe potuto fare colazione al bar della caserma, poi avrebbe cercato di ingannare il tempo in attesa dell’ora, delle sette.
Mentre si avvicinava al bar, si avvicinava camminando lentamente, per far passare il tempo, passò davanti alla saletta della meditazione finale. Lì dentro c’era lui, lui, il responsabile di tutto, del suo malessere, della sua notte insonne, della sua ansia, del mal di testa che lo tormentava.
“Accidenti a lui” pensò “se non avesse fatto la cazzata che ha fatto non gli sarebbe successo niente, ora sarebbe un buon studente o un buon militante della milizia giovanile e io non dovrei fare quello che farò.. che farò fra un’ora, no, un’ora e venti, un’ora e un quarto…”
“Per te il tempo non passa mai, per lui vola” non poté fare a meno di pensare e quel pensiero gli fece attorcigliare le viscere. Si, avrebbe voluto odiare quel ragazzo, avrebbe voluto provare sentimenti di implacabile esecrazione nei suoi confronti ma non ci riusciva, gli faceva solo una pena infinita. In realtà lui odiava quel diciassettenne stupido, lo odiava per la pena che gli faceva, perché quella pena lo faceva soffrire, lo penetrava tutto, gli dava la nausea; se fosse riuscito ad odiarlo per quello che aveva fatto, per la sua aggressione all’armonia su cui il suo, il loro mondo si reggeva! Se ci fosse riuscito non sarebbe stato male, non così male almeno. Ma non ci riusciva.

Il caffè era pessimo, come la focaccia. Tanti, tantissimi anni prima fare la prima colazione era diverso, era qualcosa di piacevole che aiutava ad iniziare la giornata di lavoro. Bar belli, grandi banchi su cui facevano mostra di se tante ghiottonerie, un ambiente rilassato e accogliente. Ora le cose erano ben diverse: sale fredde e sporche, la scelta dei cibi e delle bevande ridotta al minimo: si poteva accompagnare il caffè alternativo con qualche fetta di focaccia rinsecchita o un dolcetto ecologico dal sapore indefinibile. “L’umanità sperpera una quantità enorme di risorse in cose di cui si può fare benissimo a meno” strillava di continuo la propaganda ufficiale. “Non ha senso coltivare aree enormi di terreno, togliere spazio a intere specie animali solo per mangiucchiare una brioche, una fetta di torta o di focaccia! Basta con questi sprechi criminali!” Non passava giorno senza che giornali, radio e televisione non facessero discorsi di questo tipo. No, ora non si “mangiucchiavano” più torte, brioche e focacce, meno che mai bistecche ed arrosti e tutti erano più forti, sani e felici. Giovanni però avrebbe dato chissà cosa pur di poter gustare una colazione d’altri tempi.
Guardò l’orologio per l’ennesima volta. “Beh.. ormai è quasi ora” si disse e si avviò verso la stanza in cui lo attendevano i quattro componenti del plotone d’esecuzione.
Non erano molto più grandi del condannato: quattro ragazzi intorno ai 18, 20 anni, non di più. Si erano già vestiti e passeggiavano nervosamente per la stanza spoglia. Quando Giovanni Bertini entrò lo guardarono con espressione tesa. “Allora che si fa?” Chiese Francesco, il più adulto dei quattro, un ragazzo alto e secco, vistosamente nervoso.
“Che vuoi che si faccia?” Rispose Giovanni con rabbia “si fa quello che si deve fare, il nostro dovere”. “Allora non c’è stata nessuna sospensione..” insistette Francesco.
Giovanni accennò un sorriso ironico. Quello spilungone credeva ancora nelle sospensioni di pena, magari nella grazia. E si che non era vecchio come lui, era un giovane nato e vissuto nella società dell’amore! Erano anni che nessun condannato veniva graziato. All’inizio si, qualcuno aveva beneficiato della clemenza del ministro dell’amore, a quei tempi mostrarsi magnanimi poteva ancora riuscire utile, ma ormai ne era passata di acqua sotto i ponti! Ormai le sentenze venivano eseguite, ed in gran fretta! Venivano eseguite sempre, tutte.
“No, nessuna sospensione, nessuna grazia” disse secco Giovanni. “Muoviamoci è l’ora”.

Raggiunsero il cortile. Era squallido: un quadrato di terra circondato da alte mura che lasciavano vedere solo il cielo scuro di nubi. Di fronte a loro, ben infisso per terra, situato a circa mezzo metro dal muro grigio, c’era il palo a cui il condannato sarebbe stato legato. Pioveva e faceva freddo. Il terreno era fangoso, pieno di pozzanghere. Proprio ai piedi del palo si era formata una pozzanghera particolarmente grossa.
“Quello sciagurato morirà con i piedi bagnati” pensò Giovanni “le ultime sensazioni che proverà saranno il freddo e l’umido. L’acqua che gli scivola addosso, gli entra nel collo, gli appesantisce gli abiti e il freddo, e i piedi in quella pozzanghera, poi… poi basta, basta freddo, acqua, umidità.. basta tutto”
Una piccola porta si aprì sul muro a loro fianco e il condannato uscì. Era davvero solo un ragazzo, biondiccio, mingherlino, piuttosto basso. Era pallidissimo, camminava a piccoli passi guardandosi intorno smarrito. Due guardie enormi lo sorreggevano per le braccia spingendolo avanti senza troppi complimenti; lo psicologo seguiva il terzetto e parlava all’orecchio del ragazzo, parlava senza interrompersi, in continuazione. Il ragazzo neppure sentiva le sue parole consolatorie, cercava di rallentare il passo, puntava i piedi in avanti come fanno i muli ma le guardie che gli stringevano inesorabili le braccia erano troppo forti per lui, lo spingevano, lo spingevano e i tacchi della sue scarpe sdrucite lasciavano solchi profondi nella fanghiglia. Infine raggiunse il palo. Lo legarono stretto e lo bendarono. Giovanni notò che il condannato cercava di togliere i piedi dall’acqua fangosa della pozzanghera, cercava di spostarli, di metterli all’asciutto. Si trattava probabilmente di un gesto meccanico ma sembrava che in quegli ultimi istanti lo sventurato volesse concentrarsi su qualcosa che non fosse ciò che stava per succedergli.
“Avanti ragazzi” disse Giovanni.
Avanzarono e si schierarono. Imbracciarono i fucili.
“Caricate, puntate…fuoco!”
Il ragazzo si afflosciò sulle corde che lo sostenevano. Giovanni avanzò verso di lui, pistola in pugno, alla distanza giusta puntò il revolver alla testa del criminale e sparò. Si, finalmente tutto era finito.

Fu impegnato in formalità varie fin quasi a mezzogiorno. Dovette compilare un resoconto dettagliato dell’esecuzione che aveva comandato e depositarlo, debitamente firmato, nell’ufficio del direttore della casa di rieducazione. Poi fu la volta di moduli vari che compilò meccanicamente o firmò senza neppure leggere e finalmente fu libero: la settimana dell’aiuto solidale era finita, finalmente.
Aveva lavorato duro in quella settimana. Aveva comandato una esecuzioni capitale e svolto una quantità enorme di altri lavori socialmente utili: aveva portato da mangiare a gatti, topi e cani randagi, rifornito di droga le farmacie del quartiere gioioso, controllato che le case della fine serena fossero linde e pulite. Ora era finita e lui aveva la bellezza di una mezza giornata tutta per se prima di riprendere il suo usuale lavoro.
Passeggiava per le vie larghe ed anonime della periferia della città del sole, quella che un tempo era stata Milano. Poteva camminare in mezzo alla strada, le auto erano rarissime ormai. Però doveva essere ben pronto a scansare quelle che eventualmente avesse avvistato. Solo pochissimi avevano il permesso di usare l’automobile: alti papaveri del partito dell’amore ed eroi della società che si erano distinti per imprese di altissimo valore umanitario. Questi pochissimi però usavano l’auto in maniera che un tempo sarebbe stata definita criminale: sfrecciavano a velocità folle per le vie semideserte divertendosi a terrorizzare i passanti. Molto spesso qualche auto lanciata a gran velocità faceva letteralmente a pezzi qualche vecchio poco rapido a spostarsi o, il più delle volte, qualche bambino distratto. Gli autisti naturalmente non rischiavano nulla: non infrangevano alcuna legge perché la legge non esisteva e meno che mai esisteva un codice della strada, e poi era assurdo anche solo il pensare di punire persone che si erano meritate riconoscimenti tanto alti. Certo, anche loro avevano qualche debolezza, ma era lecito condannarle per questo? Non si può negare che dia una certa ebbrezza vedere un bambino colpito in pieno da un’auto volare per alcuni metri prima di sfracellarsi al suolo, sarebbe stato criminoso criticare autorevoli cittadini solo perché, ogni tanto, si lasciavano trasportare da questa naturalissima ebbrezza.

Malgrado fosse ancora scosso dal lavoro orribile della mattina, o forse proprio per questo, Giovanni aveva una certa fame. Entrò in un ristorante alternativo e si mise in coda. Il ristorante alternativo era quello che un tempo si sarebbe definito un self service. Era piuttosto affollato, come tutti i ristoranti alternativi, cioè gli unici ristoranti esistenti, e decisamente poco pulito.
Guardò i cibi fra i quali poteva scegliere: miglio bollito, spaghetti biologici, gli immancabili dolcetti ecologici… era scoraggiato.
“Oggi si può mangiare il seme della terra” disse una voce alle sue spalle.
Si girò: Marco Ponzi gli sorrideva con aria soddisfatta. “Non ne hai sentito parlare? E’ l’ultima scoperta dei nostri chimici, provala”
Ma si, perché no in fondo? Intanto con le alternative che c’erano…
Prese una porzione abbondante di seme della terra, un paio di dolcetti ecologici, un grosso bicchiere d’acqua e si avviò col vassoio verso un tavolo libero. Marco lo seguì senza essere stato invitato.
Posarono i vassoi su un tavolo di plastica riciclata un po’ meno sporco degli altri e si accomodarono.
“Si, il seme della terra è una grande scoperta.” Riprese Marco. “Finalmente si riesce a produrre cibo dalla materia inanimata. Fino a ieri questo sembrava qualcosa di impossibile, oggi non lo è più. Ora possiamo ricavare tutto ciò che serve alla nutrizione direttamente dal mondo minerale, senza essere più costretti ad eliminare vite innocenti”.
Giovanni guardò in silenzio il piatto di seme della terra: una sorta di pappa semiliquida, verdognola, priva di odore. Se ne portò un cucchiaio alla bocca: non sapeva di niente.
“Si, forse il gusto non è il massimo” proseguì Marco “ma, ci stanno lavorando sopra, E poi chi ha detto che il gusto sia tanto importante? Nella nutrizione quello che conta è rifornire di sostanze utili il proprio corpo, e con il seme della terra oggi possiamo farlo senza uccidere nessun altro essere vivente, né animali né piante. Ti rendi conto di quanto si importante una cosa simile?”
Si, Giovanni Bertini se ne rendeva conto. Voleva dire che gradualmente anche gli spaghetti e le insalate biologiche, il miglio e i dolcetti ecologici avrebbero abbandonato le loro mense.
“E’ una novità sconvolgente” continuava a ripetere Ponzi.
Mah, non era poi una grande novità: anche negli anni oscuri ci si poteva nutrire con le flebo, immettere direttamente nell’organismo le sostanze necessarie alla sopravvivenza senza ricavarle da agnolotti, bistecche o insalate..
Giovanni continuava a mangiare in silenzio. Non aveva nessuna intenzione di contraddire Marco Ponzi. Discutere con lui era inutile, inutile e molto pericoloso.
Marco Ponzi aveva ventitre anni, era un bel ragazzo alto e biondo, gli occhi fiammeggianti, l’espressione ascetica ed ispirata. Era straordinariamente magro. Tutti, tranne i guardiani della rivoluzione e pochissimi altri erano magri nella società dell’amore, ma Marco lo era più della media; soprattutto Marco era fanaticamente convinto di ciò che faceva. Aveva fatto una brillante carriera, prima come educatore di disadattati, poi come pubblico accusatore nei processi a carico degli irrecuperabili, qualcuno parlava di una sua prossima promozione: avrebbe potuto diventare membro di qualche importante commissione di controllo sociale o addirittura del comitato centrale del partito dell’amore. Si, Marco poteva farcela: era abbastanza intelligente, disinteressato e fanatico per farcela, pensò Giovanni. Ed era anche abbastanza stupido.
“Non sei troppo allegro oggi mi sembra” disse Marco guardandolo negli occhi. Poi assunse una espressione seria e comprensiva ed aggiunse: “Stai male per quello che hai dovuto fare stamattina?”
“Beh, non è stata una bella esperienza” azzardò Giovanni.
“Ne sono convinto” rispose Marco guardandolo con simpatia. “se ci piacesse tutto quello che facciamo tutto sarebbe più facile” aggiunse “ma è difficile, molto difficile, che tutto quello che facciamo possa anche piacerci. Una cosa è condividere certe idee, capire che certi provvedimenti sono necessari e giusti, altra cosa è metterli in atto. E’ la nostra natura che è così, ci vorrà del tempo per cambiarla, cambiarla del tutto intendo”.

La settimana prima Marco Ponzi aveva sostenuto la pubblica accusa nel processo contro il ragazzo giustiziato in mattinata. Giovanni aveva seguito in televisione le fasi del dibattimento.
Marco si era alzato e lentamente si era avvicinato al ragazzo per interrogarlo. Era calmo, freddo e determinato, voleva che la colpevolezza di quel mostro emergesse al di la di ogni ragionevole dubbio.
“Allora, vuoi raccontarci come sono andate le cose?” chiese all’imputato. Il suo tono era conciliante.
“Si certo” rispose il ragazzo, con fare esitante. Restò in silenzio un attimo poi riprese: “Mi ero addormentato da poco quando qualcosa mi ha svegliato, un rumore strano, non ricordo bene..”
“Continua” gli disse marco seccamente.
“Si, va bene. Ecco, mi sono svegliato, ho acceso la luce e ho visto, ho visto quella bestia, era.. si.. era orribile, lo so non dovrei dirlo… ma a me ha fatto questa impressione! Non era un topo comune, era enorme, se ne stava ai piedi del letto, mi guardava con occhi rossi pieni di odio, lo so, lo so che non mi odiava, lo so che gli animali sono nostri amici, ma io mi ero appena svegliato, mi ha spaventato, mi sembrava enorme, aggressivo, pericoloso”
“E cosa hai fatto allora?”
“Non capivo nulla, mi sono alzato in piedi, ho cercato di scappare, di uscire dalla stanza, ma lui mi si è precipitato addosso, mi ha morso un piede, poi la gamba, più in su. Non sapevo cosa facevo, ero terrorizzato. Ho afferrato un grosso sasso, no, non è un semplice sasso, è un grosso pezzo di quarzo bianco che uso come fermacarte, mi serve quando studio. L’ho afferrato e ho colpito il topo sulla testa. Non so come abbia fatto a centrarlo, non lo so ed ora mi dispiace di averlo centrato. L’ho ucciso, è morto sul colpo. Mi dispiace, tanto…”
Nel suo accorato intervento il difensore d’ufficio aveva cercato di minimizzare le responsabilità del ragazzo.
“Sono d’accordo con la pubblica accusa che le affermazioni di Bruno Merlino sulle dimensioni del topo assassinato sono completamente inattendibili. Ma il mio assistito non mente per gusto di mentire o per cercare i sminuire le sue responsabilità. Semplicemente, ricorda male; è stato svegliato nel cuore della notte, gli è sembrato di vedere qualcosa di spaventoso che esisteva solo nella sua fantasia, ha agito senza pensare, ha ucciso senza vera volontà di uccidere spinto da un impulso malefico di cui non ha vera colpa. Bruno è ancora molto giovane, può essere recuperato, può diventare un buon cittadino della società dell’amore. Vi chiedo di giudicarlo con clemenza.”
Marco Ponzi però aveva facilmente smontato le sofisticherie del difensore.
“E’ ovvio che il topo enorme non è mai esistito. Noi abbiamo visto i resti del povero animale assassinato da questo criminale: un povero topolino, un piccolo essere vivente che, come tutti, aveva diritto di vivere senza subire la violenza razzista che purtroppo ancora avvelena le menti ed i cuori di alcuni esseri umani. Abbiamo sepolto il topo assassinato, non volevamo fare subire ai resti di questo piccolo animale l’oltraggio di venir mostrati ai giudici come se fossero un oggetto qualsiasi.
Merlino ha ucciso per un motivo molto semplice: considera un topo qualcosa di meno nobile e degno di tutela che non un uomo, nella sua mente criminale è ancora ben viva l’idea che si possa discriminare fra esseri viventi, che esista nella natura una scala di cui l’uomo sarebbe al vertice. Avrebbe ucciso un bambino che lo avesse svegliato nel cuore della notte? No, non lo avrebbe fatto, forse non lo avrebbe neppure schiaffeggiato o preso a calci, magari gli avrebbe sorriso. Per il topolino invece, per il topolino un orribile colpo di quarzo bianco, un atto di violenza fredda e razzista, l’assassinio, la morte! Il difensore afferma che il Merlino può essere recuperato ma non è vero, purtroppo non è vero! Cinque anni fa questo criminale aveva già ucciso, aveva assassinato una piccola lucertola, per gioco, per gioco, capite? In quella occasione eravamo stati clementi e la condanna si era limitata a due anni di rieducazione in uno dei nostri migliori istituti. Valenti insegnanti, stimati psicologi hanno cercato di modificare la mente ed il cuore di Bruno Merlino, tutto è stato inutile però, lo dimostrano i drammatici eventi di cui stiamo discutendo. Se allora fossimo stati severi il lutto di oggi non ci sarebbe stato.
La società dell’amore si basa sul rispetto di ogni diversità, sulla tutela generalizzata di tutti i diversi. Uccidendo il topo Bruno Merlino ha attentato al fondamento stesso della nostra convivenza civile, ha mostrato di essere un nemico implacabile della società dell’amore
Signori giurati! E’ triste distruggere una vita, anche una vita umana, ma a volte può essere tragicamente necessario farlo. Si lascino circolare i tipi come Bruno Merlino ed in poco tempo potremmo ritrovarci cacciati indietro di decenni, potrebbe riaffacciarsi l’incubo dei tempi oscuri. E’ con la morte ne cuore ma assolutamente conscio di fare il mio dovere che vi chiedo di condannare alla pena capitale Bruno Merlino”
Dopo sedici minuti di camera di consiglio la corte aveva accolto la richiesta di Marco Ponzi.

“Si, è non è stato piacevole chiedere la pena di morte per quel criminale, ma era necessario farlo, ne sarai convinto penso” disse Marco “anche per te deve essere stato piuttosto brutto comandare il plotone d’esecuzione ma anche tu facevi solo il tuo dovere..”
“Si, hai ragione” rispose Giovanni “sarebbe terribile se simili eventi dovessero moltiplicarsi, meglio prevenire, essere severi subito”. Restò un attimo in silenzio poi si alzò da tavola. Avevano finito di mangiare ma lui si sentiva vuoto più di prima.
Un pallido sole era spuntato fra le nuvole. “Arrivederci Marco, vado a casa a riposare un po’ domani si riprende il solito lavoro”.
“Ciao Giovanni, a presto”









CAPITOLO SECONDO

Entrò nel suo ufficio. Giovanni Bertini si occupava di mutui e prestiti personali in una delle innumerevoli agenzie della banca equa e solidale, l’unica banca esistente. Si sedette alla sua scrivania ed accese l’antiquato computer che aveva in dotazione. Lunghe strisce di parole incomprensibili iniziarono a scorrere sullo schermo nero. Era il giorno di paga e una bella busta bianca era stata depositata dal commesso nel bel mezzo della scrivania, impossibile non vederla. Giovanni la prese e la aprì con timore. Non guardò le varie voci che la componevano, concentrò l’attenzione sulla casella finale, quella che attestava l’ammontare del suo debito nei confronti della società
Le previsioni più pessimistiche si erano avverate. Questo mese gli avevano addebitato in conto 350 punti, la settimana dell’aiuto solidale non sarebbe bastata, avrebbe dovuto compiere altri lavori socialmente utili per mettersi in pari.
A Giovanni succedeva esattamente la stessa cosa che a tutti gli altri, esclusi naturalmente gli alti dirigenti del partito e gli eroi della società. Fino ad una decina di anni prima il totale delle tasse e delle ritenute aveva più o meno pareggiato l’ammontare delle retribuzioni, poi ciò che i cittadini dovevano al fisco aveva iniziato a superare l’ammontare dei loro redditi.
L’idea che fossero i singoli cittadini a decidere come spendere il proprio denaro era stata sottoposta a critiche durissime già nell’ultima fase degli anni oscuri. I cittadini lavoravano, pagavano allo stato una quantità enorme di imposte, tasse e contributi vari, e lo stato rendeva loro il tutto in forma di beni e servizi. Inizialmente un simile gioco si era limitato ad alcuni settori di primaria importanza sociale: previdenza e sanità soprattutto, poi le pressioni per un suo progressivo allargamento erano diventate irresistibili. Se era lo stato a decidere quando dovevi andare in pensione e quanto del tuo reddito dovevi destinare alla salvaguardia della tua salute perché, si diceva, non poteva fare la stessa cosa per tutto il resto? Perché doveva essere lui, Giovanni Bertini a stabilire cosa e quanto mangiare, come vestirsi, dove abitare o dove andare in vacanza? Lui era solo un piccolo individuo ignorante, non poteva decidere autonomamente su cose tanto importanti che, ben prima di lui, riguardavano la società tutta.
Con la vittoria del partito dell’amore il sistema aveva raggiunto in effetti la massima estensione e perfezione. La commissione per la nutrizione si dedicava a far si che cittadini avessero da mangiare cibi sani e nutrienti, la commissione per il vestiario forniva a tutti abiti comodi ed eleganti, la commissione edilizia stabiliva in quali abitazioni i cittadini dovessero vivere mentre quella per lo svago alternativo si occupava del loro tempo libero. Ogni aspetto della vita degli esseri umani era studiato attentamente da apposite commissioni che fornivano ad ognuno ciò di cui aveva bisogno. Il cittadino non possedeva denaro perché non gli serviva: lo stato pensava a tutto. Un gran vantaggio di questo sistema era che i sentimenti egoistici, individualisti e distruttivi venivano fortemente repressi. Eliminato il denaro che senso aveva rubare? Se lo stato decideva tutto aveva poco senso la smania di far carriera o di accumulare beni materiali. Nel partito naturalmente il carrierismo era incoraggiato, ma questo era un fatto positivo: chi raggiungeva alte cariche nel partito era una persona profondamente amante degli altri, raggiungendo una carica importante non espandeva il proprio io individuale ma l’io collettivo, sociale, contribuiva allo sviluppo dell’amore.

Certo, quando l’ammontare di imposte, tasse e ritenute aveva nettamente superato l’importo delle retribuzioni erano sorti alcuni problemi tecnici. I disfattisti avevano mormorato che la situazione era comica: come potevano i contribuenti pagare più di quanto guadagnavano? Ma si trattava solo di lamentele insensate. Ciò che i cittadini non potevano pagare allo stato in forma monetaria veniva pagato in forma di lavoro volontario. Se guadagnavi 100 e l’insieme delle ritenute era pari a 120 dovevi effettuare un certo numero di giornate di lavoro socialmente utile. Il giorno della paga ti veniva addebitato in conto l’importo delle ritenute che eccedeva l’ammontare dello stipendio e uno o due giorni dopo, a volte addirittura lo stesso giorno, la direzione dell’azienda presso cui lavoravi ti comunicava quante giornate di lavoro socialmente utile avresti dovuto fare per rimetterti in pari. Poiché nella società solidale il benessere e la dignità dei lavoratori erano tenuti nella massima considerazione, chi doveva compiere dei lavori socialmente utili aveva la possibilità di scegliere quali effettuare. Ai lavoratori venivano consegnate liste di attività ed ognuno di loro poteva scegliere a quale dedicarsi. Ovviamente, visto che non tutti i lavori erano parimente urgenti ed importanti, alcuni davano diritto ad uno sconto sul debito maggiore di altri. Chi comandava un plotone d’esecuzione poteva vedersi scontare in una volta sola anche 100 punti del suo debito, riparare strade invece dava diritto a sconti assai più modesti, non più di una o due decine di punti per giornata di lavoro. Malgrado le lamentele dei disfattisti il sistema funzionava egregiamente già da parecchi anni, funzionava talmente bene che le lamentele erano cessate dopo pochi mesi dalla sua messa in pratica. E non solo erano cessate le lamentele, gli stessi disfattisti erano scomparsi.

Giovanni fece mentalmente l’elenco degli impegni che lo attendevano nei prossimi giorni e giunse subito alla conclusione che il solo tempo libero che gli restava era quello dedicato al sonno. La cosa lo depresse alquanto. La sua vita assomigliava sempre più ad una corsa a vuoto: il lavoro, e poi le riunioni di educazione politica, e poi le settimane di lavoro solidale, e poi ancora i preparativi per la festa della pace, gli incontri con i rappresentanti delle comunità islamiche.. lui, Giovanni Bertini non era padrone di un solo attimo del suo tempo.
Forse era meglio concentrarsi sul lavoro. In fondo fra le tante attività che occupavano tutti i suoi giorni era questa che gli riusciva meno pesante, a volte provava addirittura un po’ di soddisfazione nell’espletarla.
Il cliente entrò nel suo ufficio e si accomodò sulla poltrona senza aspettare il suo invito. Non era una questione di cattiva educazione, facevano tutti così, ormai. Era piuttosto alto, sulla quarantina, il viso paffuto era simpatico e sorridente, i capelli ricciuti e nerissimi, la carnagione molto scura. Tutto nel suo aspetto faceva pensare che doveva trattarsi di un nord africano, un marocchino o forse un egiziano. A differenza degli italiani e degli occidentali in generale i nord africani non erano affatto magri, almeno, non lo erano tutti. Per loro non valevano i vincoli e le direttive severissime che avevano trasformato i pasti degli occidentali in tristi cerimonie. In quanto membri di una diversa civiltà gli islamici (e praticamente tutti gli africani erano ormai islamici) non potevano essere costretti al rispetto assoluto di ogni forma di vita, con conseguenti digiuni e dimagrimenti collettivi. Con loro si discuteva, ma nessuno si sarebbe azzardato anche solo a pensare di contestare le loro abitudini alimentari.
“In cosa posso esserle utile?” chiese Giovanni.
“Mi interessa il mutuo sociale”
Ci avrebbe scommesso. Tutti gli immigrati ormai chiedevano il mutuo sociale, nell’ultimo mese Giovanni aveva fatto decine di pratiche.
“Benissimo, vediamo.. ecco, ora prendo i moduli”
Tirò fuori dal cassetto della scrivania una cartella piena di moduli e li esaminò attentamente. Si, bene, non mancava nulla. “Allora, qual’è il suo nome?”
“Assam bel Alì”
“Bene, ora dovrò farle alcune domande personali, non ha niente in contrario spero”
No, Assam non aveva nulla in contrario, così Bertini annotò sul primo modulo che il suo cliente era nato a Rabat il 10 gennaio del 2015, aveva 40 anni, quasi 41 visto che era il 2 dicembre 2055.
Assam aveva sei mogli ma solo una era con lui nella città del sole, le altre lo avrebbero raggiunto dopo l’acquisto della casa. Lavorava come muratore presso una delle più importanti imprese edili del quartiere islamico, un enorme aggregato che comprendeva oltre un milione di famiglie, e arrotondava lo stipendio facendo piccoli lavoretti a domicilio. Il suo reddito non era particolarmente elevato ma più che sufficiente a far fronte alla rata del mutuo che stava per ottenere.
“Quanto le serve?” chiese Bertini.
“Ma, facciamo 200.000 punti”
Duecentomila punti! Una cifra elevatissima. Negli anni oscuri nessun normale lavoratore, meno che mai un muratore immigrato, avrebbe mai potuto pagare la rata di un mutuo simile, ma ora le cose erano ben diverse. Il mutuo sociale permetteva a tutti gli immigrati di acquistare la casa dei loro sogni senza che le rate li strozzassero.
Gli immigrati non erano sottoposti alle ferree regole cui dovevano sottostare i nativi. Erano quasi del tutto esenti da tasse ed imposte nei confronti del governo centrale ma naturalmente dovevano pagare numerosi balzelli al governo etnico. Esisteva un governo etnico islamico che amministrava i quartieri islamici, un governo etnico cinese per i quartieri cinesi e così via. Ogni comunità etnica aveva i suoi quartieri con le sue leggi, il suo governo, i suoi usi e costumi. L’idea di integrazione era stata messa al bando molti anni prima come sostanzialmente razzista e con lei era stata bollata di razzismo la concezione secondo cui tutti i cittadini dovrebbero sottostare alle stesse leggi. Sottoporre tutti alle stesse leggi avrebbe significato distruggere tradizioni culturali, usi e costumi vecchi di secoli, avrebbe sostituito una soffocante uniformità alla ricchezza della diversità culturale. I partiti che teorizzavano l’eguaglianza di fronte alla legge, i diritti umani generalizzati, il primato dell’individuo sull’etnia, erano stati i primi ad esser messi fuori legge, molti anni prima e nessuno ne sentiva la mancanza.
Rispettare la diversità non poteva però voler dire disinteressarsi della sorte dei diversi. Questi arrivavano da paesi lontani, versavano spesso in condizioni di povertà e, soprattutto, erano stati oppressi per secoli dall’imperialismo occidentale. Il governo centrale aveva il dovere di aiutare i diversi. Un autentico fiume di denaro veniva trasferito dal governo centrale ai vari governi etnici che li usavano per soddisfare i bisogni della loro gente; così avrebbe dovuto essere almeno, ma i risultati non erano molto lusinghieri. Per venire maggiormente incontro alle esigenze delle popolazioni immigrate era stato istituito da alcuni anni il mutuo sociale, e questo era stato indubitabilmente un vero, grande successo.
“Dov’è situata la casa che intende acquistare?” chiese Giovanni ad Assam.
“All’inizio del quartiere islamico, vicino alla zona occidentale”
“E’ una gran bella posizione, ha delle foto, documenti catastali?”. Giovanni quasi si morse la lingua. Dannazione, aveva ancora le vecchie abitudini, parlava come se il mondo di oggi fosse uguale a quello di quaranta anni fa! Non esisteva un catasto nei quartieri islamici, una simile domanda avrebbe potuto essere considerata da Assam come una vera provocazione, sarebbe stato un bel guaio se ne avesse riferito ai superiori. Scrutò con una certa ansietà l’espressione del suo cliente.. no, non sembrava essersi offeso, anzi, sorrideva.
“Non esiste catasto da noi..”
Era andata bene! Assam non doveva essere uno di quegli immigrati pronti ad offendersi per tutto. Solo allora Giovanni notò che parlava piuttosto bene l’italiano. La cosa era abbastanza rara, molto spesso era costretto a chiamare l’interprete per poter portare a buon fine le pratiche.
Continuò a parlare con Assam della casa e a compilare moduli.
“A quanto ammonta la rata che dovrò pagare?”
“Mah,, vediamo, il tasso è dello 0,001 per cento, in quanto tempo vuol pagare?”
“ma, facciamo una trentina d’anni”
“Bene, dunque, duecentomila punti in 30 anni allo 0,001 per cento.. fanno circa quattrocentosessanta punti al mese”.
“Beh.. non è male.. accetto”
Meno male, accettava, non chiedeva alcun ribasso del tasso né un contributo a fondo perduto. Non chiedeva neppure che gli venissero rimborsate le spese del trasloco, o i tre quarti di quanto avrebbe dovuto spendere per acquistare i mobili. Era da tempo che Giovanni non incontrava un cliente così poco pretenzioso! Non che simili richieste lo preoccupassero particolarmente, la direzione della banca equa e solidale non si poneva alcun problema di redditività e non sarebbe certamente stato lui a porselo. Solo, se Assam avesse avanzato qualche ulteriore richiesta il suo lavoro si sarebbe allungato, avrebbe dovuto compilare altri moduli, fare altre domande, chiedere autorizzazioni e francamente non ne aveva alcuna voglia.
Assam Ben Alì lasciò l’agenzia 12 della banca equa e solidale visibilmente soddisfatto: aveva ottenuto il mutuo, l’indomani la cifra, tradotta in valuta islamica, sarebbe stata disponibile ed entro pochi giorni avrebbe potuto acquistare casa. Anche Giovanni Bertini era soddisfatto. Guardò con un certo compiacimento la pratica appena conclusa: tanti bei moduli compilati con ordine e, posta sopra tutti gli altri fogli, la delibera di accettazione. Mancava solo la firma del direttore ma si trattava di una mera formalità. La pratica di mutuo in realtà consisteva nell’esame dei documenti che provavano che il richiedente era un immigrato e proveniva da paesi qualificati come non-occidentali. Una volta appurato questo la richiesta di mutuo veniva accolta, sempre.

“Vieni pure avanti” disse Laura Conti a Giovanni che aveva bussato con discrezione alla porta del suo ufficio.
“Ho una delibera di mutuo da farti firmare”
“Bene, fammi vedere”
Laura Conti osservò con occhi professionali i documenti che Giovanni le aveva messo sulla scrivania. Per alcuni minuti tacque, tutta presa dall’importanza del suo lavoro.
“Si direi che va tutto bene” disse regalandogli un sorriso, poi senza ulteriori indugi firmò la delibera.
Laura Conti dimostrava qualche anno in più dei ventuno che aveva. Magra, i capelli biondi tagliati molto corti, piacevole, addirittura elegante nella sua divisa blu di direttore, era estremamente conscia dell’importanza del suo ruolo. I direttori di medio livello erano nella stragrande maggioranza molto giovani, tutti sotto i venticinque anni, qualcuno addirittura sotto i venti e le donne superavano nettamente il cinquanta per cento. La società nuova non poteva dar spazio agli anziani, che, chi più chi meno, avevano avuto esperienza diretta degli anni oscuri. La nuova classe dirigente doveva essere composta da giovani, ragazzi con la mente sveglia, pulita, non corrotti dalla precedente organizzazione sociale.
Laura era cortese con Giovanni come con tutti, ma si trattava di una cortesia puramente formale, fredda. La cosa più importante, per lei come per tutti coloro che ricoprivano cariche direttive, era osservare le regole.
“Ho visto che dovrai svolgere altri lavori socialmente utili” disse a Giovanni con espressione seria.
“Si, dovrò svolgerli..” Giovanni stava per dire “purtroppo” ma si frenò in tempo. Stava davvero invecchiando, non riusciva a controllare le parole e questo poteva diventare estremamente pericoloso.
“Hai qualche preferenza?” chiese il suo capo.
“Ma.. non saprei, potrei partecipare ai preparativi per la festa della pace”
“Era proprio quello che stavo per proporti, farò oggi stesso la segnalazione”.
Non era una cattiva scelta, partecipare ai preparativi per la festa della pace e della solidarietà fra i popoli dava diritto ad un discreto abbuono di punti. Certo, comandare un’altra esecuzione capitale sarebbe stato più vantaggioso, ma sinceramente non aveva voglia di ripetere l’esperienza del giorno prima, non così presto almeno.
Tornò al suo ufficio. Prima che la giornata finisse aveva terminato le pratiche di altri tre mutui sociali.




CAPITOLO TERZO

Giovanni Bertini aveva 58 anni. Nato nel giugno del 1997 era ormai un uomo fatto quando il mondo occidentale era entrato nella fase finale della sua crisi. Aveva avuto esperienza diretta degli anni oscuri ed era stato testimone degli sconvolgimenti che avevano portato alla affermazione della società dell’amore. Giovanni non era più giovane e questo era per lui insieme un grande vantaggio, un terribile pericolo ed un tormento. Era un uomo ancora abituato a pensare, non accettava acriticamente tutto ciò che la propaganda propinava a tutti ogni giorno, ogni ora, in maniera martellante. Per i più giovani, quelli che erano nati quando la nuova società si era ormai consolidata, era abbastanza facile mettere a tacere il cervello, evitare di analizzare la coerenza di quanto le autorità affermavano o di confrontare le loro affermazioni con la realtà. Il buon cittadino, il fratello di tutti i suoi simili, non analizzava, non confrontava affermazioni e realtà, si limitava a reagire alle parole. Parole come “sociale” o “naturale” o “pace”, verbi come “aiutare” o “prendersi cura” bastavano a far scattare nella mente del buon cittadino entusiastici sentimenti di approvazione, altre parole come “sfruttamento” o “egoismo” o “guerra” provocavano al contrario immediati fortissimi sentimenti di repulsa. Se le autorità avessero accusato un contadino di “sfruttare la terra” subito migliaia di fratelli avrebbero preso ad odiarlo o, quanto meno, il malcapitato avrebbe suscitato diffusi sentimenti di diffidenza e disapprovazione. Se dello stesso contadino le autorità avessero invece detto che si “prendeva cura della terra” egli sarebbe stato circondato da unanimi sentimenti di simpatia e di approvazione. Nella società dell’amore il linguaggio stava sempre più perdendo ogni legame con la realtà, le parole non rimandavano più alle cose, servivano quasi esclusivamente da stimolo per i sentimenti. Certo, gli esseri umani erano ancora capaci di ragionare. Se qualcuno avesse chiesto ad un gruppo di buoni cittadini come doveva essere trattato uno “sfruttatore della terra” ci sarebbero state risposte diverse. Qualcuno avrebbe detto: “va punito con la morte”, altri avrebbero optato per il carcere o per la rieducazione e ognuno avrebbe saputo argomentare in maniera ragionevole la sua proposta. Sul fatto che uno sfruttatore della terra andasse punito non ci sarebbe stata però divergenza alcuna. Il termine “sfruttatore” indicava per definizione un essere abietto, “sfruttare” era qualcosa di moralmente riprovevole al di à del fatto che ad essere sfruttati fossero esseri umani, animali, la terra o le risorse del pianeta. Questa reazione immediata, istintiva alle parole riusciva assai bene ai giovani, riusciva molto meno bene a chi, come Giovanni, giovane non era più.
Non c’era da stupirsi della cosa. Giovanni aveva vissuto in una società in cui esisteva ancora la libertà di parola, in cui era possibile scambiarsi idee, opinioni. Il mondo in cui Giovanni aveva vissuto la sua giovinezza era ben lungi dall’essere perfetto, era al contrario tormentato da problemi gravissimi, ma era per lo meno un mondo in cui la logica aveva ancora un senso e in cui i fatti avevano ancora importanza. Nel primo decennio del nuovo secolo l’irrazionalismo si stava espandendo a macchia d’olio in occidente ma era ancora diffuso a livello di massa un rude buon senso capace in qualche modo di arginarlo. Giovanni si era formato in quegli anni e non riusciva a reagire alle parole come facevano i buoni cittadini, specie quelli giovani. Non provava simpatia verso una persona per il solo fatto che proveniva da una cultura diversa, né riusciva davvero ad indignarsi se a qualcuno veniva voglia di mangiarsi un bel pollo arrosto. Giovanni era quello che negli anni oscuri si sarebbe definito un uomo normale, quindi era un alienato, un individuo mentalmente instabile, potenzialmente pericoloso.
Dentro di se Giovanni era fiero della sua diversità, si considerava superiore, si, superiore, era capace di pensare quella parola proibita, ai cittadini modello, ai tantissimi ragazzi che pieni di entusiasmo dirigevano fabbriche ed uffici. Ma questa sua consapevolezza lo riempiva di terrore. Sentiva la sua diversità e sapeva che gli altri la sentivano. Non era troppo capace di simulare, di nascondere i suoi pensieri. Ultimamente gli era capitato troppo spesso di tradirsi, di usare termini proibiti, farsi sfuggire frasi compromettenti. Quanto era accaduto in ufficio con Assam Ben Alì era ad esempio imperdonabile: rischiare di offendere un islamico poteva costargli carissimo. Ma non era solo la paura a tormentare Giovanni. Essere capace di pensare con la propria testa lo riempiva di soddisfazione, ma era anche fonte di una angoscia tormentosa. Se solo fosse stato capace di accettare acriticamente tutto quanto lo circondava avrebbe vissuto meglio. Comprendere l’assurdità di quanto succedeva intorno a lui lo deprimeva. Lo deprimeva anche perché non poteva parlarne con nessuno, perché gli altri sembravano non rendersi conto di nulla. Ciò che per lui era follia appariva a chi lo circondava qualcosa di pienamente accettabile, di ovvio addirittura. Forse non era così per tutti, ogni tanto gli sembrava che qualcuno dentro di se provasse sentimenti simili ai suoi, ma poi si ricredeva, comunque non osava cercare di stabilire un contato, aprire un discorso; no, non poteva farlo, il rischio era troppo grosso. Paura e tormento si rafforzavano a vicenda e Giovanni si sentiva irrimediabilmente solo.

Si guardò allo specchio mentre si infilava una vecchia e comoda felpa. Un tempo Giovanni era stato un discreto uomo, ora… ora era tutto meno che bello. Il volto era magro, con la pelle delle guance e del collo che gli cascava floscia. Aveva le borse sotto gli occhi scuri, i capelli bianchi si erano fatti radi. Era magro, naturalmente. Le spalle ossute e cascanti davano l’impressione della fragilità, il petto era incassato,la schiena leggermente curva. Dimostrava più dei suoi 58 anni, o meglio, dimostrava molti più anni di un suo coetaneo che aveva vissuto negli anni oscuri, ma era del tutto simile agli ultra cinquantenni del suo tempo. A parte poche eccezioni non esistevano begli uomini, o belle donne, nella società dell’amore.
“Ciao Giovanni, dovrai preparati la cena da solo, io esco”
Qualche bella donna c’era ancora nella società dell’amore e Simona Martini era certamente una di queste. Non era bella, era decisamente molto bella. Era più alta della media e aveva un bel fisico pieno, muscoloso quanta basta per rendere una donna attraente e sensuale. E Simona era certamente attraente. Era pressoché impossibile per Giovanni guardare il suo seno sodo e le gambe ben tornite senza che gli venissero in mente pensieri sconvenienti. Il volto di un’ovale perfetto, circondato da lunghi e morbidi capelli biondi sembrava avere una vaga espressione erotica, in singolare contrasto con l’aria ingenua che assumeva a volte quando lo guardava fisso con i suoi grandi occhi azzurri. Averla in giro per la casa era per Giovanni un autentico tormento, ma anche una fonte di speranza.
“E, dove vai?” Giovanni si pentì subito di quella domanda.
“Ecco, vedi? Sotto sotto sei geloso. Parli, cerchi di mostrarti diverso, ma non riesci a rinnovarti davvero, a rinnovarti in maniera profonda, radicale. Tutto quello che fai resta alla superficie, non entra nel profondo..”
“Ma no, volevo solo chiedere, così, pura curiosità”
“Su Giovanni, non mentire e.. non avere paura, non ho certo intenzione di denunciarti. Del resto lo sapevo che con te ci sarebbe stato da lavorare molto”
“Beh.. ormai è più di un anno che sei mia moglie, che lavori su di me”
“E ti sembra un periodo lungo? Ti sembra che un anno basti? Se davvero bastasse un anno il tuo caso sarebbe senza speranza, visto che in un anno non sei cambiato molto... ma tutti sappiamo che le cose sono più complicate, che il tempo che occorre è maggiore”
“Si, lo sappiamo tutti, compresi tu e io”
“Su, non fare quella faccia” disse Simona. “Me ne accorgo sai? Tu cerchi di collaborare, solo, non ci riesci..”
Un largo sorriso illuminò il volto di Giovanni. “Si, io ce la metto tutta, ho un grande desiderio di migliorare, di cambiare..”
“Ma, questo peggiora le cose, lo vedi anche tu” ribatté pronta Simona. Non sorrideva ora, il suo viso aveva assunto una espressione professionale, quasi dura. “Il vecchio modo di pensare, di sentire tu te lo porti talmente dentro che anche con tutta la buona volontà non riesci a cambiarlo, sarebbe quasi meglio che ammettessi di non voler collaborare”
Giovanni si rese conto di aver di nuovo sbagliato. Maledizione! Continuava a parlare, a pensare come un tempo. Gli veniva naturale pensare che se qualcuno dimostrava buona volontà nell’emendarsi dovesse riscuotere quanto meno un po’ di simpatia. Le cose invece erano ormai del tutto diverse: contavano i risultati, non le intenzioni. Lo attraversò un brivido di paura.
Simona gli sorrise di nuovo. “Dai, non fare quella faccia, e, non temere, io non ho alcuna intenzione di arrendermi, il mio lavoro continuerà, il nostro lavoro..”
“Si e le cose miglioreranno, vedrai”
“Lo spero. Beh, devo andare ora se no arrivo tardi alla riunione del collettivo femminista.”

Il breve dialogo con la moglie educatrice che il partito gli aveva assegnato aveva molto innervosito Giovanni. Era più di un anno ormai che quella cosa ridicola e crudele andava avanti. Erano marito e moglie ma lo scopo del matrimonio nella società dell’amore era ben diverso da quello di un tempo. I coniugi non dovevano condividere un progetto di vita, porsi obiettivi comuni, avere dei figli ed educarli. Questo poi sarebbe stato intollerabile: i bambini che nascevano ancora in maniera tradizionale, cioè che non venivano clonati o concepiti in provetta dalla commissione per lo sviluppo demografico, venivano tolti ai genitori in età tenerissima ed allevati in grandi istituti di educazione sociale. L’educazione oltre che la riproduzione della specie erano un fatto pubblico, collettivo, da sottrarre all’arbitrio dei singoli. Lo scopo principale del matrimonio era quello di migliorarsi. I coniugi dovevano aiutarsi vicendevolmente ad emendarsi dai loro difetti e a diventare buoni cittadini. Più che un compagno di vita un coniuge era l’educatore, il maestro e la spia dell’altro. Nel caso di Giovanni tuttavia le cose erano un po’ diverse. Simona era certamente un’ottima cittadina, membro di numerosi comitati di controllo sociale aveva addirittura diritto ad una dieta diversa da quella della gran maggioranza dei normali esseri umani; c’era chi mormorava che avesse anche il permesso di guidare un’automobile, ma Giovanni non la aveva mai vista al volante di un’auto e lei non gli aveva mai detto nulla. Nel suo matrimonio era solo lui a dover essere migliorato, solo lui a doversi emendare, solo lui a rischiare una denuncia ed anche solo lui a potere sperare.
Sperare, si, sperare che lei riconoscesse i suoi passi avanti e lo premiasse, un giorno. Il sesso non era escluso dal suo matrimonio, anzi, era l’ambita ricompensa per i miglioramenti che lui avesse fatto registrare. Naturalmente Simona non aveva mai acconsentito a concedersi a lui, anzi, i goffi tentativi che Giovanni metteva ogni tanto in atto per “conquistarla” erano interpretati come prova del perdurare in lui di una mentalità sessista e maschilista. Da oltre un anno Simona giocava con lui come il gatto col topo, alternava atteggiamenti duri e velate minacce a piccole manifestazioni d’affetto e ad ancora più velate promesse. Giovanni era stretto fra il timore di un rapporto negativo alle autorità, addirittura di una denuncia e la speranza di un rapporto sessuale con Simona, qualcosa di assolutamente meraviglioso, inaudito per un uomo come lui.
Giovanni avrebbe voluto che Simona non abitasse con lui, tra l’altro la sua presenza lo costringeva a dormire in uno scomodo divano letto situato nell’ingresso della piccola abitazione che il partito gli aveva assegnato. Però, “però, se un giorno si convincesse che davvero mi sto emendando? O se pensasse che concedendosi a me può aiutare il mio recupero?” Pensieri come questo avevano un effetto sconvolgente su Giovanni, riaccendevano in lui qualcosa che da tanti anni non sentiva, gli rendevano per pochi minuti bella e dolce la vita. Solo per pochi minuti però, perché poi l’intelligenza aveva il sopravvento: “No, Simona non si concederà mai a me, lei, il partito vogliono fartelo credere, tutto qui. E poi, che razza di pretese hai, come puoi pensare che una come Simona possa avere anche il minimo interesse per un uomo come te? Far l’amore con te sarebbe per lei qualcosa di disgustoso…” Su questo non aveva dubbi: il sentimento più positivo che una ragazza come Simona poteva provare per lui era la pena. Era dura da accettare ma era così, era qualcosa di normale, di molto naturale.

Mentre cercava di addormentarsi gli venne in mente Luisa, la sua vera moglie. Luisa, una donna minuta, dolce che lo amava profondamente, soprattutto la donna che gli aveva dato due figli. Era morta da tanto tempo, nella fase finale della guerra civile che per anni aveva squassato l’Europa, e non solo.
Stava passeggiando con lei ed i bambini nel centro di Milano, era un bel pomeriggio di primavera, una di quelle belle giornate che rendono piacevole la vita e riescono a far apparire accettabili anche le rovine. Milano era stata dichiarata zona pacificata da alcune settimane e loro si erano azzardati ad uscire di casa.
Camminavano per le strade semideserte nel centro di una città ridotta ad un gran cumulo di macerie. I bambini erano allegri, strillavano, giocavano fra loro, malgrado i genitori cercassero di impedirglielo si arrampicavano sui cumuli di detriti scherzando e ridendo.
“Giovanni, guarda dove si sono cacciati” disse Luisa al marito, visibilmente preoccupata.
I due bambini avevano “scalato” una montagna di detriti alta molti metri e ridevano visibilmente soddisfatti per la loro impresa.
Prima che Giovanni potesse precederla Luisa aveva iniziato ad arrampicarsi ed in pochi minuti aveva raggiunto i discoli in cima alla “montagna”. Li aveva rimproverati aspramente e poi, presili per mano, aveva iniziato con loro la discesa. Erano quasi giunti al livello della strada quando l’esplosione li aveva travolti. Poi si disse che avevano calpestato una mina inesplosa ma nessuno indagò per appurare la verità sul disastro, a nessuno importava conoscerla. Luisa ed i piccoli erano solo altre tre vittime di una guerra che aveva mietuto una quantità enorme di vite umane. Quanto a lui, Giovanni, non è che sapere cosa aveva distrutto il suo mondo fosse tanto importante, la cosa davvero importante era che perdendo Luisa ed i piccoli egli perdeva tutto ciò che per lui contava, che dava un minimo di senso alla sua vita.
I sensi di colpa per quanto era avvenuto lo avevano perseguitato per anni: avrebbe dovuto essere lui a salire su quel maledetto mucchio di detriti per recuperare i bimbi. Poi divenne rassegnato, apatico. Oggi, a tanti anni dalla sciagura riusciva a ripensarci con distacco. Che vita avrebbero mai avuto Luisa ed i bambini se fossero sopravissuti? Forse la morte non era poi il male peggiore, forse la cosa peggiore di tutte era la vita che lui stava conducendo. C’era qualcosa di bello nel vivere come lui viveva, come Luisa avrebbe vissuto se quella esplosione non l’avesse uccisa? E cosa sarebbero diventati i suoi figli? Giovani disadattati o fanatici, fanatici pericolosi come Marco Ponzi? Si, il vero incubo era la vita, non la morte.. “forse l’unica soluzione è visitare una stanza della fine serena” pensò, e su quel pensiero rilassante iniziò a prendere sonno.

giovedì 29 luglio 2010

Il cancro giustizialista

1) Cosa è il giustizialismo? Per comprenderlo basta pensare a quello che dovrebbe essere il normale rapporto fra politica e giustizia in una normale democrazia liberale, e a quello che in effetti è questo rapporto nelle democrazie liberali normali. In una democrazia liberale normale la gestione della società spetta alla politica. E' il parlamento che fa le leggi, è alla politica che spetta il compito di cercare di migliorare la società, e la politica cerca di adempiere a questi compiti usando i mezzi ad essa specifici. La giustizia dal canto suo, sempre nelle democrazie liberali normali, ha il compito di applicare le leggi ai casi particolari, meglio, ai casi singoli. La giustizia non ha il compito di riformare la società, di renderla migliore e più pulita, non ha neppure il compito di “battere la corruzione e la criminalità”, compito della giustizia è “solo” quello di stabilire se Tizio ha o meno commesso il tale crimine. Ed ovviamente per raggiungere tale obiettivo la giustizia usa mezzi propri, diversi da quelli della politica. Elementare vero? Si, si tratta in effetti di concetti elementari, dell'A B C dello stato di diritto.
Il giustizialismo rovescia il normale rapporto fra politica e giustizia. Nel pensiero e , soprattutto, nella prassi dei giustizialisti la giustizia, per mano del suo organo fondamentale: la magistratura, si appropria del compito di gestire e di riformare la società. Il “generale” cessa di essere appannaggio della politica, la magistratura non si interessa più dei casi singoli ma si pone esplicitamente obiettivo politici complessivi. I magistrati devono “ripulire il paese”, non giudicare Tizio e Caio. E, ovviamente, l'azione della magistratura volta a “ripulire” o a “riformare” o addirittura a “rivoltare come un calzino” il paese viene svolta con i metodi ed i mezzi tipici della giustizia. Le indagini, gli avvisi di garanzia, i processi (quando si arriva ai processi) diventano eventi politici, non riguardano più Tizio e Caio ma gli equilibri politici, il governo stesso del paese.

2) Alla base delle pretesa giustizialista sta un assunto: i problemi economici, politici, sociali sono innanzitutto problemi criminali, da battere con la repressione giudiziaria. Anche su questo il giustizialismo si trova su posizioni antitetiche a quelle su cui si fonda la democrazia liberale. Il giustizialista riduce i problemi socio economici a problemi criminali, il democratico liberale cerca di individuare i problemi economici e sociali che stanno dietro ai problemi criminali, e cerca di dare ad essi soluzione. Si prenda ad esempio il problema della corruzione. Per il giustizialista questo problema si risolve sbattendo in galera tutti i corrotti, per il democratico liberale (e, più o meno. per tutte le persone capaci di pensare) occorre certo perseguire i corrotti, i singoli corrotti, uno per uno, ma è fondamentale creare un clima sociale che renda non impossibile, ovviamente, ma quanto meno difficile la corruzione. Finché la vita dei cittadini sarà sottoposta a vincoli e controlli soffocanti, finché un qualsiasi pubblico funzionario avrà il potere di decidere se il signor Tizio può o meno alzare di mezzo metro il muro di cinta che delimita il suo giardino, esisterà uno spazio per le pratiche corruttive che nessuna repressione giudiziaria potrà eliminare. Certo, una certa dose di corruzione esisterà sempre e la magistratura avrà sempre il suo daffare per perseguire i corrotti, ma ridurre il controllo burocratico sulla vita degli esseri umani potrebbe ridimensionare notevolmente questa piaga. E' proprio questo però che i giustizialisti non vogliono fare. Nel momento stesso in cui strillano contro la corruzione questi signori invocano non una attenuazione ma una accentuazione di vincoli e controlli su ogni attività umana: precisamente ciò che favorisce ed incrementa la corruzione.

3) Il giustizialismo è tragicamente coerente. Una volta ridotti i problemi politici e sociali a problemi criminali esso deve trasformare i partiti rivali in associazioni criminali, e lo fa, senza esitazione alcuna. Per le persone dotate di normale intelligenza i partiti politici esprimono, o cercano di esprimere, idee, interessi, valori presenti nella società. Un partito ha successo se riesce ad intercettare aspirazioni, speranze, modi di vedere il mondo, presenti in strati sociali rilevanti. Ammettiamo pure che un certo partito sia dominato da malfattori e mafiosi, ebbene, se quel partito non riesce a porsi in sintonia con vasti settori della società non potrà mai giocare alcun ruolo importante nella politica di un paese. Per i vari Di Pietro e De Magistris, Forza Italia (oggi il Pdl) è una organizzazione mafiosa. Si tratta ovviamente di accuse prive di qualsiasi riscontro nei fatti, non sostenute da prova alcuna, ma, ammettiamolo pure. Nella loro infinita imbecillità questi figuri neppure riescono a vedere il problema più importante: perché mai quasi il quaranta per cento degli elettori vota per questa “organizzazione mafiosa”? Per tipi come Di Pietro o Rosy Bindi questo è destinato a restare un mistero insondabile. O meglio, una soluzione la hanno, questi tipi: trasformano semplicemente milioni di esserei umani che hanno votato e votano Forza Italia e il Pdl in mascalzoni, mafiosi, nella migliore delle ipotesi in persone incapaci di intendere e di volere. La logica del giustizialismo è sinistramente coerente: una volta trasformate in organizzazioni malavitose le forze politiche avverse si devono trasformare in mascalzoni i loro elettori. In questo il giustizialismo si sposa con un mito da sempre presente nella sinistra comunista italiana: quello della superiorità etica della sinistra, appunto. Chi è di sinistra è una persona moralmente superiore, ha a cuore il futuro del genere umano, ama il prossimo suo, è buono, intelligente, colto ed altruista. Chi non è di sinistra invece è, nella migliore delle ipotesi, un piccolo borghese gretto e limitato, nella peggiore un bieco sfruttatore, un vampiro che si nutre del sangue di innocenti lavoratori. Oggi sappiamo bene cosa si celava ieri dietro a questo mito assurdo: il fanatismo, l'acritica esaltazione di uno dei regimi più sanguinari (forse il più sanguinario) di tutti i tempi, regime i cui crimini venivano esaltati in nome dell'ideale di un futuro assolutamente felice, ideale che era alla base della “superiorità etica” della sinistra comunista. Il giustizialismo rispolvera oggi questo mito folle, lo rispolvera senza essere però neppure conscio delle sue conseguenze implicite. I giustizialisti di oggi non capiscono che ridurre i loro rivali a criminali ed esaltare sé stessi come gli unici onesti, quindi gli unici legittimati a governare, crea nel paese un clima da guerra civile. I comunisti degli anni '50 dello scorso secolo questo lo capivano benissimo. I Travaglio, i Di Pietro ed i Grillo, no. Sono francamente troppo stupidi per capirlo.

4) Abbiamo affermato che il giustizialismo pretende di risolvere con strumenti giudiziari i problemi sociali e politici. Questo è vero ma solo fino ad un certo punto. In realtà il giustizialismo si caratterizza per la torsione violenta a cui sottopone precisamente gli strumenti giudiziari. La attività giudiziaria di un paese civile si caratterizza infatti per il suo garantismo: vale la presunzione di innocenza, i diritti dell'imputato vanno rigorosamente rispettati, i processi si celebrano nelle aule giudiziarie e non sui media, i giudici sono e devono apparire rigorosamente imparziali.... di nuovo, si tratta dell'ABC dello stato di diritto, ma è questo ABC ciò di cui il giustizialismo fa, letteralmente, strame. Il giustizialismo mette la giustizia al centro di tutto ma fa a pezzi tutto ciò che caratterizza come civile la giustizia. Fa a pezzi il pilastro centrale del garantismo: la presunzione di innocenza: basta che un politico sia indagato e subito si inizia a strillare che deve dimettersi da tutti i suoi incarichi, fa a pezzi la segretezza delle indagini, la tutela della privacy degli indagati, fa a pezzi la stessa dignità dell'azione giudiziaria, con i processi in Tv che sostituiscono i processi veri. Il giustizialismo si basa non a caso su una strettissima connessione (stavo per scrivere: collusione) fra media e azione giudiziaria. Le indagine vengono amplificate enormemente dai media che, senza effettuare alcuna valutazione rigorosa del materiale probatorio, battono sin dall'inizio la grancassa e fanno apparire come sicuramente colpevoli persone che spesso non sono neppure imputate di nulla. Le intercettazioni telefoniche da strumento di prova, da ascoltare e valutare nel corso del procedimento giudiziario, insieme ad altri elementi di prova, a carico o a discarico dell'imputato, vengono date allegramente in pasto alla stampa e trasformate in formidabili strumenti di sputtanamento mediatico. In questo clima di autentico linciaggio tutto vale contro l'imputato o presunto tale. Poniamo che nel corso di una intercettazione Tizio, imputato di corruzione, affermi che la signorina X è una strafiga e che lui se la “farebbe volentieri”. Non si tratta di un reato, non ha nulla a che vedere con la corruzione, vera o presunta, di Tizio, ovviamente. Certo, ma intanto quella frase, staccata dal suo contesto, viene diffusa dai media e Tizio appare come un bieco individuo, uno che merita l'universale disprezzo degli “onesti”.
Sopratutto il giustizialismo si caratterizza per il profondo disprezzo che nutre per l'atto più importante, l'atto centrale e decisivo di ogni inchiesta giudiziaria: la sentenza. Nulla è per i giustizialisti tanto irrilevante quanto una sentenza, e non a caso. Se il compito della giustizia non è quello di punire i singoli colpevoli ma quello, ben più ambizioso, di “ripulire il paese” che peso potranno mai avere le sentenze? Le sentenze arrivano a cose fatte, anni ed anni dopo gli eventi, quando l'effetto politico delle indagini è ormai solo un ricordo. La sentenza è solo un dettaglio, qualcosa che riguarda solo Tizio e Caio, che a poco a che vedere con la grancassa mediatica. Sto esagerando? Chi lo pensa può fare un piccolo esperimento mentale: pensi a “tangentopoli”, valuti le sue enormi conseguenze politiche e poi vada a vedere quanti sono stati gli indagati condannati, e, soprattutto, a quanti anni di reclusione sono stati condannati. A parte Craxi e Cusani, vedrà che le condanne sono nella maggior parte dei casi irrisorie, spesso addirittura ridicole. Tangentopoli ha rivelato che per decenni l'Italia è stato il regno della corruzione più sfrenata, le sentenze invece ci dicono che di tutto questo è stata responsabile una sola persona, forse due. Molto interessante.
Le sentenze interessano ai giustizialisti solo quando possono diventare strumento di lotta politica. Allora si assiste ad uno strano fenomeno: la lentissima giustizia italiana diventa quasi per incanto rapidissima, si cerca di arrivare alla sentenza il prima possibile. Mentre processi importantissimi, magari a carico di stupratori assassini durano decenni altri procedimenti, per reati molto meno gravi, durano mesi... sarà un caso? Forse... comunque, il caso Mills docet.

5) In Italia il giustizialismo si basa su, e difende i, macroscopici difetti della nostra organizzazione giudiziaria. Le origini di tali difetti risalgono al periodo costituente. Malgrado una diffusa leggenda insista nel negarlo, i padri della Costituzione repubblicana non erano affatto uomini uniti da nobili ideali di libertà e di democrazia. Erano leader politici che avevano visioni radicalmente diverse, addirittura contrapposte del mondo e che si sarebbero divisi frontalmente il giorno dopo la promulgazione della Costituzione, soprattutto erano uomini che si temevano a vicenda. Profondamente intimoriti dalla prospettiva che i propri avversari potessero usare la magistratura contro di loro i costituenti diedero vita ad una magistratura non tanto autonoma quanto irresponsabile. La magistratura in Italia è in effetti un corpo dello stato sottratto ad ogni limite, vincolo o controllo ad essa esterno, è, cosa unica in tutto l'occidente, un corpo dello stato che si autogoverna, l'unico che non deve rendere conto a nessuno del proprio operato. In Italia non esiste divisione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, non esiste responsabilità civile dei magistrati, non esiste alcuna legge che stabilisca a quali processi occorre dare priorità: è il magistrato a deciderlo, a suo insindacabile giudizio, né esiste, nel nostro paese, alcun limite alla durata dei processi,malgrado la costituzione lo preveda esplicitamente, all'articolo 111. Insomma, l'organizzazione della magistratura prevista dalla Costituzione rendeva molto improbabile che essa potesse essere usata da una forza politica contro l'altra, ma, che fare se questo corpo separato si fosse rivoltato in quanto tale, contro la politica? La costituzione prevedeva un antidoto contro questa possibilità: l'immunità parlamentare. La filosofia era chiara: la magistratura è irresponsabile ma noi politici possiamo difenderci dalle sue incursioni... una concezione piuttosto discutibile come si vede. Con tangentopoli comunque questo strumento di autodifesa della politica è caduto e nulla più impedisce che settori della magistratura usino il proprio formidabile potere per colpire questa o quella forza politica. Qualsiasi magistrato può oggi in Italia mettere sotto accusa chiunque, se poi le sue indagini si rivelano una bufala egli non rischia nulla: la responsabilità civile non esiste, gli eventuali procedimenti a suo carico saranno decisi da un organismo (il Csm) che egli stesso ha contribuito a formare, la sua carriera è nei fatti automatica... il magistrato che ha letteralmente perseguitato Enzo Tortora è stato promosso dopo che le sue accuse si sono rivelate del tutto inconsistenti e dopo che un uomo si è fatta fior di galera in seguito a queste accuse. I giustizialisti naturalmente difendono questo stato di cose, anzi, vorrebbero se possibile rendere ancora più ampi i poteri dei magistrati, ancora più radicale la loro irresponsabilità. Non caso....

6) Il giustizialismo, o meglio, il suo innegabile successo, non è ovviamente spiegabile con i pruriti di questo o quel pubblico ministero e ex pubblico ministero passato alla politica. Vale per il giustizialismo quanto detto a proposito di partiti e forze politiche: il loro successo è spiegabile solo se si tiene conto della loro capacità di mettersi in sintonia con interessi, valori, aspirazioni di settori consistenti dell'elettorato. Il giustizialismo in effetti è in sintonia con sentimenti assai diffusi in vasti strati della popolazione, è in sintonia soprattutto con la psicologia di un gran numero di esseri umani; si tratta però della parte peggiore, meno presentabile, della loro psicologia. Il giustizialismo è forte perché si collega direttamente con pulsioni profonde degli uomini, solletica il loro basso ventre prima che la loro ragione o il loro cuore.
In più o meno tutti noi è presente un desiderio, spesso non confessato: quello di trovare, sempre, il responsabile di ogni evento negativo che affligga la nostra vita. Sono duri da accettare la fatalità, il caso, è duro subire le conseguenze di un evento negativo e non potersela prendere con nessuno. Questo sentimento, da sempre presente nella psicologia degli esseri umani, è diventato più forte negli ultimi tempi, in conseguenza della apparente capacità degli uomini di far fronte positivamente ad ogni emergenza, di risolvere ogni problema. L'uomo può tutto, quindi, se le cose vanno male, non si possono invocare caso e fatalità, bisogna cercare i responsabili. Si tratta, ovviamente, di pretese e sentimenti assurdi che le persone capaci di ragionare combattono e cercano di reprimere, anche dentro loro stesse. Il giustizialismo ci invita, esplicitamente, a non reprimere questo lato oscuro della nostra psiche. “Avete ragione!” strillano i giustizialisti “caso, fatalità, errore non esistono! Di ogni evento negativo esistono i colpevoli! I furfanti, gli affamatori, i nemici del popolo, sono loro che causano crisi economiche, incidenti ferroviari, disastri naturali! Si assicurino alla giustizia questi furfanti e tutto sarò risolto!!” Sono attraenti le sirene giustizialiste: non solo i loro strilli isterici vanno incontro ad esigenze psicologiche profonde ma hanno l'ulteriore pregio di fare apparire tutto semplice, facile. Non serve spaccarsi la testa per cercare di capire come funziona un sistema economico, quali sono le vere cause di un evento naturale disastroso e come è possibile cercare di limitarne le conseguenze: il problema fondamentale è quello, semplicissimo, di perseguire i colpevoli! A l'Aquila si scavava ancora per cercare di estrarre dalle macerie i corpi di eventuali superstiti e già c'era chi parlava di “infiltrazioni mafiose” nella ricostruzione! In seguito la magistratura ha aperto una inchiesta contro gli scienziati “rei” di non aver previsto il terremoto. Un magistrato è arrivato ad affermare di sperare che su questo si pervenga a sentenze in linea con le aspettative della gente! Insomma, le sentenze devono servire a placare l'ira della masse, o meglio: di alcune centinaia di professionisti dell'indignazione popolare! Roba da far impallidire gli untori di manzoniana memoria! Ovviamente, a volte i responsabili esistono, ma non esistono sempre e, anche quando esistono, vanno puniti solo dopo che la loro colpevolezza sia stata adeguatamente provata! Proprio ciò che non piace ai giustizialisti i quali, molto spesso, nascondono, con i loro schiamazzi, i colpevoli veri di certi eventi luttuosi; un caso esemplare lo si ha quando in occasione di certe alluvioni i giustizialisti strillano, insieme ai verdi, contro i pubblici amministratori, e poi magari si scopre che sono stati proprio i verdi ad impedire che il letto di un fiume venisse dragato o che si alzasse un argine, il tutto perché simili lavori avrebbero “ferito il paesaggio”...

7) Un altro brutto sentimento di cui è intriso il giustizialismo è l'ipocrisia. Le campagne giustizialiste contro questo o quel malvagio di turno sono autentiche orge di ipocrisia. Ci si indigna di cose di cui noi stessi siamo, o siamo stati innumerevoli volte colpevoli. “Berlusconi si accompagna con delle excort! Che indecenza! Che schifezza!” strillano improvvisati paladini della morale sessuale, appena tornati da di una vacanza erotica. “Basta con lo scandalo dell'evasione fiscale!” tuona il signor Rossi mentre cena allegramente con amici in un bel ristorante, poi va a pagare il conto e chiede che non gli venga rilasciata la ricevuta fiscale. “Le veline... che puttane!” cinguetta la signora Silvani “andrebbero a letto con mezzo mondo pur di far carriera...” poi telefona al suo amante, il capo del personale dell'azienda in cui lavora, che la ha appena proposta per una promozione. E non parliamo della ipocrisia ad alto livello, istituzionalizzata. “Via gli indagati dalla politica!” sentenzia il leader del partito degli onesti, indagato a sua volta, magari per truffa. “Si pubblichino senza censura alcuna tutte le intercettazioni” aggiunge un altro, che sei mesi fa aveva fatto fuoco e fiamme quando aveva visto pubblicate sui giornali alcune sue conversazioni private. Il giustizialista è tale solo per gli altri. Ho letto tempo fa un articolo di Marco Travaglio in cui questo genio del giornalismo italico parla di una delle sue svariate condanne per diffamazione. “Questa condanna non è definitiva” scrive questo figuro, si, scrive questo, proprio lui, a cui basta un avviso di garanzia per definire colpevole chi gli sta antipatico.
Il giustizialismo ha in effetti una funzione catarchica. L'indignazione ipocrita permette di trasferire ad altri i nostri difetti ed i nostri peccati, mentre ribolle d'ira per la pubblica immoralità il giustizialista si monda dal male, l'anatema che egli scaglia contro i corrotti gli restituisce una verginità che ha perso da tempo. Mentre colpevolizza oltre ogni limite i nostri nemici il giustizialismo ci rende puri ed innocenti, anche per questo piace a tanti esseri umani.

8) Il giustizialismo si regge su due assunti: la corruzione è il problema più grave che ci sta di fronte e, al fine di battere la corruzione, tutto è lecito, anche la drastica riduzione delle libertà civili. Insomma, siamo in guerra e quando si è in guerra si possono limitare senza troppe preoccupazioni numerose libertà. E' indicativo che facciano questi ragionamenti proprio coloro che sono pronti a difendere a spada tratta tutti i diritti dei terroristi assassini, contro i quali siamo effettivamente in guerra...
In realtà non è vero che la corruzione sia il problema più importante che abbiamo. Certo, l'Italia si caratterizza per una diffusione particolarmente ampia della corruzione, ma paragonare questa ad una guerra, o farne il problema più importante di tutti è qualcosa di assolutamente fuorviante. Inoltre, lo abbiamo già detto, non è il giustizialismo l'arma giusta per battere la corruzione. Chi non è convinto di questo provi a pensare all'Italia degli ultimi 20 anni. Sono venti anni che l'Italia è scossa da continue inchieste giudiziarie, in Italia sono previsti reati che non vengono riconosciuti come tali in alcun paese occidentale, ad esempio il famigerato “concorso esterno in associazione mafiosa”. Sempre in Italia la magistratura gode di un potere sconosciuto negli altri paesi dell'occidente, l'Italia è il paese occidentale in cui si intercetta di più (dieci e più volte che non negli Stati Uniti...) eppure, eppure in Italia la corruzione non è affatto diminuita, è aumentata, questo ce lo dicono proprio i giustizialisti! Se davvero il fine del giustizialismo fosse quello di battere la corruzione, dovremmo dire che il giustizialismo ha fallito su tutta la linea. In Italia il giustizialismo ha distrutto una classe politica, ha fatto a pezzi due partiti storici come la Dc ed il Psi, oggi nel nostro paese il giustizialismo rende quasi impossibile al governo di governare, tiene costantemente sotto ricatto le principali forze politiche, crea nel paese un clima da guerra civile ma, non batte, quasi non scalfisce la corruzione! Questi sono i fatti, i fatti nudi e crudi, spogliati dalla retorica, dall'ipocrisia, dal moralismo da quattro soldi! Il giustizialismo è un fenomeno essenzialmente politico, non ha nulla o quasi a che vedere con la lotta alla corruzione, lo si è già detto ma è bene ribadirlo.
Certo, se davvero l'attacco alle libertà di cui la politica giustizialista è fautrice ottenesse un totale successo la corruzione diminuirebbe drasticamente, non c'è da dubitarne. In uno stato in grado di controllare fin nei dettagli la vita degli esseri umani c'è poco spazio per corruzione e criminalità, ma questo solo perché in una simile situazione è lo stato ad essere il primo criminale e molto spesso sono i leader supremi dello stato ad essere dei super corrotti. Chi in nome della lotta alla corruzione è pronto a giustificare tutto dimentica che la corruzione era tutto sommato poco diffusa nella Germania di Hitler, nella Russia di Stalin o nella Cina di Mao, o meglio, in quei felici paesi la corruzione era concentrata nelle corti dei tiranni, era appannaggio non di chi era controllato ma di controllava, riguardava gli inquisitori, non gli inquisiti.
Detto molto chiaramente oggi è questa la scelta a cui siamo chiamati: dobbiamo accettare che in nome di una illusoria lotta alla corruzione si smantellino nel nostro paese le fondamenta stesse dello stato di diritto? Personalmente non ho il minimo dubbio su quale debba essere la scelta da fare.

martedì 13 luglio 2010

Spigolature fra il caldo e l'afa

Non sono particolarmente informato sui contenuti delle nuove, sensazionali, inchieste che la magistratura ha aperto in questi giorni, inchieste che, tanto per cambiare, coinvolgono il Pdl. Del resto, essere bene informati sulle inchieste giudiziarie che vedono coinvolti Berlusconi o leader di primo piano del Pdl sta diventando praticamente impossibile: se ne apre una alla settimana, più o meno: per essere aggiornati su tutte non si dovrebbe far altro che leggere la cronaca giudiziaria. Lascio questo passatempo ai seguaci di Mrco Travaglio.
Non entro nel merito quindi ma esprimo qualche idea generale, così, quasi per gioco.

1)Sarebbe sorta in Italia una associazione segreta che avrebbe avuro il compito di "condizionare" le istituzioni. C'è da strabuzzare gli occhi! Nei paesi civili si accusa qualcuno di reati specifici: Tizio ha rubato, Caio ha ucciso, Sempronio ha pagato una tangente. Qui no, qui il reato sarebbe un presunto "condizionamento" delle istituzioni. Si è offerto del denaro ad alcuni giudici costituzionali in cambio di favori? Li si è minacciati al fine di ottenere una sentenza favorevole? Qualche giudice della consulta ha denunciato tentativi di ricatto ai suoi danni? Lo si dica, per piacere e, soprattutto, lo si PROVI!

2)Nei paesi in cui il diritto è una cosa seria inchieste come quella di questi giorni non sarebbero neppure state aperte. Negli Stati Uniti esiste separazione delle carriere fra pubblica accusa e giudici, il giudice è davvero terzo fra accusa e difesa e un giudice davvero terzo avrebbe blocciato sul nascere simili iniziative. Indagare qualcuno perchè avrebbe voluto "condizionare" le istituzioni farebbe solo ridere in un paese giuridicamente civile.

3) Questa come tante altre inchieste si basa quasi esclusivamente su intercettazioni, su frasi imprudenti, interpretabili in tanti modi. Se Tizio afferma: "Ah, se quel giudice cambiasse idea", una simile affermazione, intercettata, può siginificare volontà di corrompere quel giudice ma anche solo speranza che davvero il giudice in ogetto cambi idea. In sè una simile frase NON PROVA NULLA. Però è ottima per innalzare un gran polverone mediatico.

4) Che il gran polverone delle intercettazioni, e delle pubblicazioni delle intercettazioni, sia molto spesso, non sempre, del tutto inutile per provare qualcosa è dimostrato da un fatto molto evidente. In Italia si intercetta moltissimo, si intercetta molto, molto più che negli Usa, in Inghilterra o in Germania. Eppure il numero dei delitti impuniti nel nostro paese è altissimo. Qualcuno si ricorda della famosa inchiesta "calciopoli? Intercettazioni a raffica che hanno coinvolto un sacco di gente e sono costate un sacco di soldi (pubblici)... con quale risultato? Uno scudetto tolto alla iuventus. Qualcuno è finito in carcere a seguito di quella inchiesta? Finora NO, forse Moggi farà qualche mese di prigione ma non credo. In compenso quella inchiesta ha "prodotto" titoloni sui giornali, ha dato in pasto al pubblico migliaia di conversazioni private, spesso fra persone neppure indagate, ha alimentato dibattiti e polemiche. Sono troppo polemico se affermo che QUESTO, solo questo, sembra essere il fine di tante italiche inchieste della nostra ultra autonoma magistratura?

5) Il Pdl ed il suo leader sono sotto tiro da sedici anni. E' stata una escalation: si è partiti dalle (presunte) tangenti pagate alla gusrdia di finanza e si è arrivati alle stragi mafiose. Per tutto questo tempo Fini è stato a fianco di Berlusconi, cioè di uno stragista mafioso. E' lecito dire: " come mai se ne accorge solo oggi"? I casi sono due. O Berlusocni è davvero un criminale, e allora Fini è uno sprovveduto, oppure non lo è, e allora il Fini di oggi, che parla di questione morale nel Pdl, è un opportunista senza scrupoli.

Basta, il caldo è troppo per continuare. Inoltre parlare di queste meschinità provoca un leggero senso di nausea...

lunedì 5 luglio 2010

La presunzione di innocenza

La presunzione di innocenza è un principo posto a base degli ordinamenti giuridici di tutti i paesi civili. Stabilisce che ogni essere umano DEVE essere considerato innocente fino a che la accusa non provi, al di la di ogni ragionevole dubbio, la sua colpevolezza e che una corte non lo condanni. Insomma: E' la accusa a dover provare la colpevolezza di un indagato, non questo e dover provare la sua innocenza. SI E' INNOCENTI FINO A PROVA CONTRARIA, SI E' INNOCENTI FINO A CONDANNA DEFINITIVA! E non solo. La accusa deve provare la colpevolezza di un indagato seguendo certe procedure ed in TEMPI DETERMINATI.
Da questo principio base derivano alcune conseguenze di cui molto spesso in Italia ci si dimentica, vediamole.

1)La carcerazione preventiva va limitata al massimo. Solo in alcuni, limitatissimi, casi questa può essere ammessa e comunque non per lunghi periodi di tempo. Certo, questo implica una giustizia che funzioni, processi che non durino decenni. Ma se la giustizia non funziona, se non si riesce a far si che un processo termini in tempi ragionevoli non può essere il cittadino, innocente fino a prova contraria, a pagarne le conseguenze.

2)Essere indagati non implica in alcun modo essere obbligati a dimettersi da certe cariche, cariche politiche incluse. A volte le dimissioni possono essere opportune dal punto di vista politico o possono sembrare moralmente doverose, ma in nessun caso devono diventare conseguenza automatica dell'apertura di una indagine. In questo modo si darebbe tra l'altro un potere abnorme ai PM. Il PM Tizio indaga sul politico Caio. Questi si dimette. Venti anni dopo arriva l'assoluzione, e intanto Caio ha chiuso con la politica...

3) Non esiste differenza alcuna fra una assoluzione piena ed una in forma dubitativa. La assoluzione per insufficienza di prove è un non senso. Se le prove sono insufficienti la colpevolezza non è dimostrata, se la colpevolezza non è dimostrata si è INNOCENTI, visto che l'innocenza è presunta.

4) Lo stesso dicasi per la prescrizione. Nessuno può essere indagato a vita, la accusa deve dimostrare la colpevolezza dell'indagato entro certi limiti di tempo. Se non ci riesce l'indagato è innocente, perchè, di nuovo, l'innocenza è presunta.

5) Si è colpevoli se si violano le leggi in vigore. Se le leggi cambiano non si può più essere perseguiti. Le leggi non devono essere retroattive, è vero, ma questo, in TUTTI i paesi civili, non vale per le leggi che favoriscano l'imputato. Se in un paese la bestemmia è punita con la pena di morte ed è in corso un processo per bestemmia, e, nel frattempo, il parlamento depenalizza la bestemmia, questa depenalizzazione si applica al processo in corso. Facile no?

Si tratta, come si vede, di principi semplici, elementari addirittura, posti in tutti i paesi civili a base dell'ordinamento giuridico. In Italia però sono quotidianemente messi sotto i piedi da molti. La sinstra italica ormai ha nei fatti accettato il principio della presunzione di colpevolezza. Tizio è stato assolto perchè il reato è prescrtto? E' colpevole! Caio è indagato? Si dimetta! Sempronio ha ricevuto un avviso di garanzia? Resti in carcere sette otto mesi in attesa che tutto si chiarisca! Per una certa mentalità forcaiola, sempre più diffusa nell paese, sembra che acciuffare un (presunto) corrotto sia molto più importante che non salvaguardare le basi stesse del sistema democratico liberale.

La cosa più allucinanate però è questa: non si invocano misure restrittive della libertà in nome, ad esempio, della sicurezza minacciata dal terrorismo omicida. In certe situazioni la libertà può davvero venire limitata, ma si tratta di situazioni davvero eccezionali, situazioni in cui davvero il sistema democratico è sotto attacco. In Italia no. In Italia si è molto garantisti con i terroristi, si è pronti ad invocare, per loro, il massimo di tutele e ci si dimentica del garantismo per reati che, per quanto gravi, non costituiscono affatto attacchi frontali contro le basi stesse della nostra civiltà. Viene da chidersi: certi personaggi hanno davvero a cuore queste basi? Questa civiltà?