domenica 18 maggio 2014

BEPPE GRILLO E LA DEMOCRAZIA




Beppe Grillo è un pericolo mortale per la democrazia. Chi non ci crede commette l'errore gravissimo di non prendere sul serio il leader dei “5 stelle”. Lo considera “un comico”, un casinista demagogo, ma tutto sommato innocuo. Le cose non stanno così, purtroppo.
Cosa farebbe Beppe Grillo se avesse il potere? Questo dobbiamo chiederci. Basta esaminare, una volta tanto, con un minino di attenzione gli slogan e gli strilli di Grillo per avere la risposta, e non si tratta di una bella risposta.

DOVETE ANDARE A CASA, TUTTI! VI FAREMO UNA VERIFICA FISCALE, RESTITUIRETE IL MALTOLTO, POI TORNERETE A CASA.
Così dice Beppe Grillo. E spesso la gente non capisce il senso di simili affermazioni. Altri oltre a Grillo dicono a volte: “il governo deve dimettersi, deve andare a casa”. Nulla di male, nulla che indichi intenzioni antidemocratiche. Però, il “tutti a casa” di Grillo ha un senso radicalmente diverso. Quando dice “tutti a casa” Grillo non intende che il tal governo deve dimettersi, che chi oggi è oggi maggioranza farà domani l'opposizione. Intende il “tutti a casa” in senso letterale: tutti, ma proprio tutti, ad esclusione di lui ed il suo movimento, devono abbandonare la politica, tornare a casa ad occuparsi di giardinaggio o escursionismo; e ringraziare di essersela cavata con una verifica fiscale, di non essere finiti in galera. Col suo “tutti a casa” Beppe grillo teorizza, molto semplicemente, la fine del pluripartitismo. Non a caso ammira Ugo Chavez e Giuseppe Stalin...

O NOI O LORO.
Beppe Grillo non fa distinzioni, non ha rivali, solo nemici ed i nemici sono tutti ugualmente abbietti, devono essere, tutti, eliminati. Eliminati politicamente, s'intende, lui stesso ha parlato di “rivoluzione francese senza ghigliottina”. E' molto umano.
Grillo non si allea con nessuno, non fa compromessi, non cerca mediazioni. Chi non è con me è contro di me. Ma, un simile atteggiamento è incompatibile con la democrazia, e assolutamente incompatibile con la democrazia liberale. Se tutte le forze politiche e sociali hanno diritto di rappresentanza, se tutti gli interessi, le idee, i valori sono legittimi, ad esclusione di quelli che negano agli altri tale legittimità, la ricerca di alleanze, mediazioni, compromessi diventa inevitabile. Anche un partito che ottenesse, per pura ipotesi, il fatidico 51% dei voti sarebbe obbligato, in una democrazia, ad alcuni compromessi: sulla tal legge la sua maggioranza potrebbe scricchiolare, sulla tal altra sarebbe auspicabile un consenso più ampio. C'è un solo modo per evitare ogni compromesso, qualsiasi mediazione: eliminare politicamente tutti i partiti nemici, mandare tutti a casa. Appunto...

NOI SIAMO ONESTI, VOI CORROTTI, LADRI.

Lenin intendeva lo scontro politico come lotta a morte fra sfruttati e sfruttatori, oppressori ed oppressi. Hitler lo considerava come lotta, sempre a morte, fra i  salvatori ed i traditori della nazione. Da una parte i criminali di novembre, i banchieri ebrei e gli ebrei bolscevichi, dall'altra i “veri tedeschi”. In entrambe le concezioni lo scontro è fra bene e male e può concludersi solo con l'eliminazione, quanto meno politica, del nemico. E  dopo l'eliminazione politica c'è stata quella fisica. Grillo sostituisce l'antagonismo sociale di Lenin, e quello nazional razziale di Hitler, con l'antagonismo etico. Onesti contro disonesti, persone per bene contro corrotti, integerrimi contro papponi pregiudicati. Le categorie morali e giuridiche diventano categorie politiche. Non si tratta più di condannare Tizio dopo che la sua colpevolezza sia stata provata in un processo regolare, né si tratta di considerare Tizio un essere moralmente abbietto. Si tratta di far fuori il
gruppo a cui Tizio appartiene che è considerato, a priori, una banda di malfattori. E i malfattori vanno messi in galera, o almeno, mandati a casa, dopo una verifica fiscale. Di certo non si può parlare di alternanza democratica fra onesti e malfattori. L'antagonismo etico di Grillo, esattamente come quello sociale di Lenin e quello nazional razziale di Hitler, è incompatibile con la democrazia pluralista.

NOI SPALLEGGIAMO LA MAGISTRATURA, CAMBIEREMO LA SOCIETA' A COLPI DI MAGISTRATURA.

Negli stati di diritto la magistratura non ha il compito di “cambiare la società” ma “solo” quello di appurare se singoli cittadini hanno o non hanno commesso dei reati. La politica dal canto suo ha il compito di ben governare e fare buone leggi che permettano una decente convivenza sociale. Per parlare di un tema caro a Grillo, quello della corruzione, la magistratura ha il compito
non di “eliminare la corruzione”, ma di valutare se Tizio ha o non ha commesso dei reati collegati alla corruzione; la politica invece ha il compito di creare le condizioni generali che permettano una riduzione della corruzione. Non è un compito impossibile, in fondo. Basterebbe farla finita con l'andazzo secondo cui tutto o quasi deve essere deciso dalla politica, quindi dai partiti; dare più spazio alla autonomia dei cittadini, ridurre lo statalismo riduce anche la corruzione, non farlo la alimenta, malgrado tutti i discorsi ipocriti sulla “onestà” ed il giustizialismo forcaiolo.
Grillo invece confonde, volutamente, i compiti della politica con quelli della magistratura. Vuole attribuire fini politici generali ai magistrati, trasformare i processi in momenti di un repulisti generale.
“
voi non siete dei giudici; voi siete e non potete essere altro che uomini di Stato e rappresentanti della nazione. Non dovete emettere una sentenza a favore o contro un uomo: dovete prendere una misura di salute pubblica, dovete compiere un atto di provvidenza nazionale”
Così affermava Maximilien Robespierre in occasione del processo a Luigi XVI. Dal suo punto di vista aveva perfettamente ragione. Si attribuiscano fini politici generali alla magistratura e compito dei giudici non sarà più quello di appurare la colpevolezza o l'innocenza degli imputati. Sarà quello di “ripulire la società”, di “compiere un atto di provvidenza nazionale”. Tutto questo, ovviamente, è incompatibile col mantenimento delle libertà civili, fa a pugni col principio della presunzione di innocenza, distrugge la libertà individuale e personale. E non ha nulla a che vedere con la democrazia, meno che mai con la democrazia liberale. Ma a Grillo tutto questo non interessa, come non interessava all'”incorruttibile”. C'è davvero da chiedersi se la “rivoluzione francese” auspicata da Grillo sarà davvero “senza ghigliottina”.


PER RISOLVERE LA CRISI BASTA ESSERE ONESTI.

C'è la peste? Impicchiamo gli untori. C'è la crisi? Impicchiamo il “pregiudicato” e con lui tutti gli arraffoni, cioè tutti i politici tranne i “grillini”.
Non serve capire come funziona un sistema economico, quali sono i problemi di una società complessa. Basta linciare i mascalzoni. Come tutte le ideologie autoritarie e totalitarie i “grillismo” è sinistramente semplice. E tragicamente incapace di risolvere i problemi. Si, perché con gli strilli ed i linciaggi si possono eliminare i nemici politici, ma non permettere, ad esempio, all'economia di funzionare. Questo però riguarda il futuro. Nell'immediato una sola cosa conta: sconfiggere il nemico. E il resto? Vedremo.


IO SONO SOLO UNO DEI TANTI, DA NOI DECIDE LA GENTE, VOTANDO IN RETE.
Idiozie. Il movimento 5 stelle non esisterebbe senza Beppe Grillo. In questo il M5S si differenzia nettamente dal partito bolscevico, in cui esistevano molte personalità politiche di primo piano, ed assomiglia invece al partito nazional socialista dei lavoratori tedeschi, autentica creatura, almeno all'inizio, di Adolf Hitler.
Quanto alla democrazia via web... altra idiozia. Democrazia significa regole, procedure, rispetto per i diritti delle minoranze. Il “dialogo” fra leader urlante e massa applaudente non è democrazia, meno ancora lo è il pubblico linciaggio dei dissidenti, il liquidare ogni oppositore come un disonesto. La “democrazia” di Grillo ricorda sinistramente quella della “grande rivoluzione culturale proletaria” del presidente Mao.

TUTTO CIO' CHE SAI E' FALSO.
Lasciamo perdere le contraddizioni logiche insite in un simile enunciato. Se tutto ciò che so è falso, perché dovrebbe essere vera l'affermazione secondo cui è falso tutto ciò che so? Pretendere che Grillo conosca Epimenide cretese ed il celebre paradosso del mentitore è davvero eccessivo. Ma la sua affermazione perentoria: “è falso tutto ciò che sai” dimostra quanto profondamente autoritario sia il suo pensiero. “Voi, comuni mortali rincoglioniti dai media non conoscete, non potete conoscere il vero. Voi credete, ad esempio, che Al Qaeda abbia organizzato gli attentati dell'undici settembre, o che le brigate rosse abbiano ucciso Aldo Moro. Poveri idioti! Dietro questi eventi ci sono oscuri complotti dei “poteri forti”. La Cia, il Mossad, la finanza ebraico sionista, il “pregiudicato” hanno organizzato tutto. Voi non lo sapete, io si.”
Grillo conosce una verità che non può essere conosciuta dai comuni mortali, questi possono solo fidarsi di ciò che lui dice. Certo, qualcuno potrebbe chiedere le “prove” dei vari complotti, delle oscure macchinazioni che Grillo denuncia. Poverino! Non sa che i colpevoli appaiono sempre innocenti, che i complotti perfetti, le diaboliche macchinazioni sono tali proprio perché non lasciano tracce. La mancanza di prove è la prova regina, così, da sempre, ragionano i paranoici del complotto, e Grillo fa interamente suo questo “ragionamento”. Per seguire Grillo occorre credere ciecamente alle sue affermazioni, si deve considerare il demagogo genovese l'unica persona sincera in un mondo di perversi mentitori.
Un personaggio secondario nella storia del pensiero, un certo Aristotele, ebbe a dire che se un uomo ritiene di essere l'unico savio al mondo è molto probabilmente pazzo. Grillo non sarebbe d'accordo con lo stagirita, forse lo accuserebbe di essere un corruttore; per lui è la stragrande maggioranza degli esseri umani ad essere formata da pazzi, o da disonesti. Si salvano solo coloro che prendono per buono tutto ciò che lui dice.

Potrei continuare ma può bastare. La ideologia grillina è del tutto incompatibile con la democrazia pluralista, meno ancora è compatibile con le libertà liberali. Il mondo di Grillo è un mondo in bianco e nero: buoni contro cattivi, onesti contro furfanti, redenzione contro perdizione. Si tratta della visione del mondo tipica di tutti i totalitarismi, di destra o di sinistra.
Molti considerano “divertente” Grillo. Io ero fra questi. Mi divertivano a volte le sue sfuriate e dovevo riconoscere che, ogni tanto, gli capitava per caso di dire qualche verità. Ora non mi diverte più. Ora, per colpa gravissima della italica classe politica, il demagogo è diventato molto pericoloso. Sottovalutarlo sarebbe il peggiore degli errori. Qualcuno forse pensa: “beh, possiamo anche provarlo, saremo sempre in tempo a liberarcene”. E' un errore. E' molto, molto difficile liberarsi dei demagoghi una volta che questi si siano appropriati del potere. Meglio, molto meglio cercare di bloccarli prima.
Prima che sia troppo tardi.

giovedì 15 maggio 2014

I GOLPISTI IN FORMATO RIDOTTO



Prima lo negavano: complotto per far cadere il governo Berlusconi? Ma no!! Personaggi che vedono complotti ovunque, dalla morte di Lady Dayana all'assassinio di Aldo Moro, dallo sbarco sulla luna agli attentati dell'undici settembre sorridevano ironici di fronte al "complottismo" del cavaliere.
Poi sono arrivate le rivelazioni di Geithner, segretario al tesoro americano. A questo punto i sorrisini devono sparire dalle facce da idioti dei forcaioli vari. Cazzo, con un segretario al tesoro americano non si può scherzare, e poi, segretario nel governo Obama, amico di Obama...
E allora che fanno? Prima, minimizzano. No, complotto no, al massimo... pressioni, forse non perfettamente legali ma.. c'era l'attacco speculativo. Ah, l'attacco speculativo... si, è vero, forse quell'attacco era un po' guidato, forse i nostri amici tedeschi hanno venduto un po' troppi titoli di stato italiani, ma, ognuno può vendere titoli. Comunque, si, forse, ma dai, sono cose che riguardano il passato, ora andiamo avanti!
Però, qualcuno non resiste e dice la verità vera. Il “complotto” c'è stato strilla, per fortuna!
Ecco, gratta un po' i “sinceri democratici”, gli “amici della costituzione”, i fanatici della “assoluta legalità” e vengono fuori i golpisti in formato ridotto.
Che funzionari di uno stato estero si incontrino e discutano su come far fuori il governo, democraticamente eletto, di uno stato sovrano, che il capo dello stato inizi di fatto delle consultazioni volte a sostituire un governo che gode della fiducia del parlamento, che la nomina dei senatori a vita, invece che premio per chi ha altissimi meriti nei confronti del paese, diventi un'arma nel gioco politico, tutto questo va benissimo, se c'è di mezzo il cavaliere. Esattamente come vanno benissimo i processi fondati sul nulla, o le condanne non sostenute da prova alcuna. Si sfrondino tanti discorsi dalla ipocrisia di cui sono intrisi. Si eliminino le frasi sul “rispetto per la magistratura”, la ”legge uguale per tutti”, il “valore della costituzione”, la “difesa della sovranità nazionale”, i “grandi ideali europei” eccetera eccetera e vien fuori la verità: se hai un nemico devi farlo fuori, ad ogni costo. E della legge, della costituzione, della legalità, dei grandi ideali europei e della sovranità nazionale te ne freghi altamente.
Sono stupidi però, i forcaioli ed i golpisti in formato ridotto. Esalta il potere assoluto dei magistrati e puoi trovarti sul banco degli imputati, difendi i golpisti e puoi diventare vittima di un golpe.
Ma a questo loro non pensano. Sono come dei drogati: solo la morte politica (o non solo) del cavaliere può placarli. E se per far morire il cavaliere occorre fare a pezzi la tanto invocata legalità, la tanto adorata costituzione, beh, fa nulla. Muoia sansone con tutti i filistei!

giovedì 8 maggio 2014

LE VECCHIETTE DI PLACE DE LA CONCORDE



Pare che a Parigi, durante il terrore, molte candide vecchiette passassero gran parte del loro tempo a place de la Concorde. Si accomodavano proprio sotto il palco in cui sorgeva la ghigliottina e si mettevano a lavorare a maglia, per ingannare l'attesa. Quando i condannati venivano decapitati le vecchiette smettevano di sferruzzare e rivolgevano tutta la loro attenzione allo splendido spettacolo che il comitato di salute pubblica aveva messo in scena per loro. Poi tornavano al loro lavoro, in attesa della nuova in formata.
Qualcosa di simile accade oggi negli stati uniti. Quando un criminale deve essere giustiziato, nelle vicinanze del carcere in cui la sentenza sarà eseguita si radunano le opposte tifoserie. Da una parte i contrari alla pena di morte, che pregano, dall'altra i favorevoli, che al momento della morte del reo levano alte grida di gioia, si abbracciano, esultano, un po' come i tifosi negli stati al goal della squadra del cuore.
Si può essere favorevoli alla pena di morte, ovviamente. Si può ritenere che il condannato “se la sia meritata”, ma esultare per quella che comunque è la morte di un essere umano, addirittura trasformarla in spettacolo, divertente intrattenimento, è quanto di più rivoltante si possa immaginare. Un atteggiamento che rimanda alla psicanalisi più che alla politica, alle pulsioni inconsce più che al ragionamento, giusto o sbagliato che sia.

Oggi in Italia ci sono molti che ricordano le vecchiette di Place de la Concorde, o i giovanotti americani che attendono con ansia che il boia faccia il suo lavoro.
I vari Camilleri, Travaglio, Paolo Flores D'Arcais vogliono vedere Berlusconi in galera, sotto chiave, in una cella possibilmente piccola, umida ed oscura. A questo fine raccolgono firme, lanciano petizioni, si mobilitano. Arrivano addirittura a criticare i loro adorati magistrati, per questo. Per loro è perfettamente normale che in venti anni una persona abbia subito, più o meno, una quarantina di processi e un centinaio di inchieste. Che un essere umano si trovi come giudice qualcuno che è sceso in piazza contro di lui, o che lo definisce “pericolo per la democrazia”, o che ha pubblicamente affermato: “io a quello gli faccio un culo così”, tutto questo è cosa normalissima per D'Arcais, o Travaglio, o Santoro. Ma se un giudice, applicando la legge ed attenendosi ad una prassi consolidata, concede al “pregiudicato” l'affidamento ai servizi sociali, guai al mondo! Quel magistrato, udite udite, SBAGLIA! Chissà, forse è “berlusconiano”.

La legge va applicata, si potrebbe dire, chi è colpevole va messo in prigione. E loro, i vari Flores D'Arcais, Travaglio, Santoro, Camilleri e compagnia bella, sono per il rispetto rigorosissimo della legge, oibò!
Certo, hanno ragione questi paladini della legalità. Rispettare le legge, sempre, comunque! Fiat iustitia et pereat mundus! Però però, a parte il fatto che la “colpevolezza” dell'ex cavaliere è quanto meno dubbia, è la legge a prevedere l'affidamento ai servizi sociali, quindi anche questa legge andrebbe rispettata, o no? E se è vero che (finora) l'ex cavaliere non ha fatto un solo giorno di prigione, beh, neppure Grillo, condannato per omicidio colposo ne ha fatto uno, per non parlare della quantità industriale di assassini, stupratori, rapinatori, borseggiatori, che sono a piede libero nel nostro bel paese. Kabono, qualcuno si ricorda di lui? Si, Kabobo, quello che ha fatto fuori a picconate in testa tre innocenti, aveva una fedina penale lunga un chilometro, eppure era a piede libero, ed era clandestino, ed a quel tempo la clandestinità era REATO, eppure nessuno lo ha rispedito al suo paese, come la legge imponeva. Kabobo è stato condannato a venti anni, più o meno gli stessi che a suo tempo collezionò Craxi, che non sembra abbia mai ucciso nessuno; gli è stata riconosciuta la semi infermità mentale, ovviamente, e pare che non dovrà stare in carcere ma in ospedale. Non mi stupirei se fra due o tre anni fosse di nuovo a piede libero, magari con piccone in mano.
Come mai gli integerrimi difensori della legge non raccolgono firme affinché tutte le leggi siano sempre applicate? Come mai non fanno petizioni in cui chiedono che tutti gli spacciatori, gli stupratori, i rapinatori, gli assassini, i borseggiatori, i topi d'appartamento allegramente a piede libero vengano sbattuti in una comoda cella? Come mai ieri, quando la legge sul reato di clandestinità non era MAI applicata, non sono scesi in piazza per levare alta la loro protesta?

Chi raccoglie firme per sbattere in galera Berlusconi non lo fa tanto per amore della la legge astrattamente intesa quanto per odio nei confronti dell'ex cavaliere. Per loro il Berlusca è una sorta di incarnazione del demonio, quindi va eliminato, in un modo o nell'altro, legge o non legge, condanne o non condanne.
Molti hanno osservato che la raccolta di forme lanciata da "Micromega" in fondo favorisce il cavaliere: gli può consentire di recuperare molti dei consensi che il suo innegabile declino gli ha fatto perdere. Tutto vero, ma questo non interessa molto ai forcaioli. Per loro l'incarcerazione di Berlusconi è un fine in se, qualcosa di positivo indipendentemente dalle conseguenze politiche e, ovviamente, dalla sua innocenza o colpevolezza. Il solo pensiero di Berlusconi in galera molto probabilmente provoca a Travaglio o a Flores D'Arcais, forse anche al vecchio Camilleri, delle erezioni degne di un Rocco Siffredi. Berlusconi in cella dimostra che gli strilli forcaioli che per venti e più anni questi signori hanno levato, sono serviti a qualcosa, che le loro vite hanno avuto un senso.
Finito il terrore le vecchiette di Place de la Concorde avranno potuto dire: “siamo state nella storia”, esattamente come i soldati di Napoleone vincitori ad Austerliz hanno detto: “c'ero anch'io”.
Se un giorno Berlusconi finirà in galera i forcaioli di “Micromega” potranno dire: “è un po' anche merito nostro”; avranno una erezione e si sentiranno felici.
Ognuno ha le erezioni, e le felicità, che si merita.

venerdì 2 maggio 2014

DALLI ALL'UNTORE!



C'è la crisi? La colpa è di certo di qualche oscuro speculatore, magari un finanziere ebreo, o del “pregiudicato”. Non si trova lavoro? Il lavoro c'è, ma non ce lo vogliono dare. Una epidemia si diffonde? Colpa delle multinazionali del farmaco che vogliono far profitti sulle sofferenze del popolo. Il terrorismo islamico genera morte e distruzione? Tutte palle! I responsabili di quelle morti sono i grandi petrolieri, la Cia ed i sionisti. Di tutto occorre trovare i responsabili. Non interessano le cause, le eventuali responsabilità politiche, i grandi movimenti di massa, spesso fanatici. No, interessa scovare i responsabili giuridici: pochi individui perversi che organizzano complotti per ingrassare sulle spalle della povera gente.
Non è una novità. E' molto più facile strillare contro pochi mascalzoni che comprendere i meccanismi di una crisi economica, o il perché di comportamenti irrazionali che coinvolgono milioni e milioni di persone.
Nel 1630 scoppiò a Milano una terribile epidemia di peste che dimezzò, o  ridusse di oltre due terzi, la popolazione della città.  Capirne le cause reali era molto difficile, ma fu subito trovata una “causa” ad hoc: i malefici “untori”. Così alle vittime della peste si aggiunsero quelle dei linciaggi e delle esecuzioni capitali decise in fretta e furia al termine di processi farsa. 
Ecco alcuni brani del capitolo dei “promessi sposi” in cui il Manzoni descrive splendidamente questa follia. Frammenti di altissima letteratura, fuori moda ai giorni nostri, eppure di tragica attualità.  Se si ascoltano con un minimo di attenzione le farneticazioni di un Grillo ci si rende subito conto che altro non sono se non la riproposizione del manzoniano “dalli all'untore!”.

Due fatti ne adduce in prova il Ripamonti, avvertendo d'averli scelti, non come i più atroci tra quelli che seguivano giornalmente, ma perché dell'uno e dell'altro era stato pur troppo testimonio.
Nella chiesa di sant'Antonio, un giorno di non so quale solennità, un vecchio più che ottuagenario, dopo aver pregato alquanto inginocchioni, volle mettersi a sedere; e prima, con la cappa, spolverò la panca. "Quel vecchio unge le panche!" gridarono a una voce alcune donne che vider l'atto. La gente che si trovava in chiesa (in chiesa!), fu addosso al vecchio; lo prendon per i capelli, bianchi com'erano; lo carican di pugni e di calci; parte lo tirano, parte lo spingon fuori; se non lo finirono, fu per istrascinarlo, così semivivo, alla prigione, ai giudici, alle torture. "Io lo vidi mentre lo strascinavan così," dice il Ripamonti: "e non ne seppi piu altro: credo bene che non abbia potuto sopravvivere più di qualche momento."
L'altro caso (e seguì il giorno dopo) fu ugualmente strano, ma non ugualmente funesto. Tre giovani compagni francesi, un letterato, un pittore, un meccanico, venuti per veder l'Italia, per istudiarvi le antichità, e per cercarvi occasion di guadagno, s'erano accostati a non so qual parte esterna del duomo, e stavan lì guardando attentamente. Uno che passava, li vede e si ferma; gli accenna a un altro, ad altri che arrivano: si formò un crocchio, a guardare, a tener d'occhio coloro, che il vestiario, la capigliatura, le bisacce, accusavano di stranieri e, quel ch'era peggio, di francesi. Come per accertarsi ch'era marmo, stesero essi la mano a toccare. Bastò. Furono circondati, afferrati, malmenati, spinti, a furia di percosse, alle carceri. Per buona sorte, il palazzo di giustizia è poco lontano dal duomo; e, per una sorte ancor più felice, furon trovati innocenti, e rilasciati.
Né tali cose accadevan soltanto in città: la frenesia s'era propagata come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de' contadini, fuor della strada maestra, o che in quella si dondolasse a guardar in qua e in là, o si buttasse giú per riposarsi; lo sconosciuto a cui si trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano untori: al primo avviso di chi si fosse, al grido d'un ragazzo, si sonava a martello, s'accorreva; gl'infelici eran tempestati di pietre, o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione. Così il Ripamonti medesimo. E la prigione, fino a un certo tempo, era un porto di salvamento.
(...)
Tutta la strada era parata a festa; i ricchi avevan cavate fuori le suppellettili più preziose; le facciate delle case povere erano state ornate da de' vicini benestanti, o a pubbliche spese; dove in luogo di parati, dove sopra i parati, c'eran de' rami fronzuti; da ogni parte pendevano quadri, iscrizioni, imprese; su' davanzali delle finestre stavano in mostra vasi, anticaglie, rarità diverse; per tutto lumi. A molte di quelle finestre, infermi sequestrati guardavan la processione, e l'accompagnavano con le loro preci. L'altre strade, mute, deserte; se non che alcuni, pur dalle finestre, tendevan l'orecchio al ronzìo vagabondo; altri, e tra questi si videro fin delle monache, eran saliti sui tetti, se di lì potessero veder da lontano quella cassa, il corteggio, qualche cosa.
Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l'occasione, nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d'un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all'infinita moltiplicazione de' contatti fortuiti, attribuivano i più quell'effetto; l'attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d'eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto. Ma siccome questo non pareva un mezzo bastante, né appropriato a una mortalità così vasta, e così diffusa in ogni classe di persone; siccome, a quel che pare, non era stato possibile all'occhio così attento, e pur così travedente, del sospetto, di scorgere untumi, macchie di nessuna sorte, su' muri, né altrove; così si ricorse, per la spiegazion del fatto, a quell'altro ritrovato, già vecchio, e ricevuto allora nella scienza comune d'Europa, delle polveri venefiche e malefiche; si disse che polveri tali, sparse lungo la strada, e specialmente ai luoghi delle fermate, si fossero attaccate agli strascichi de' vestiti, e tanto più ai piedi, che in gran numero erano quel giorno andati in giro scalzi. "Vide pertanto," dice uno scrittore contemporaneo, "l'istesso giorno della processione, la pietà cozzar con l'empietà, la perfidia con la sincerità, la perdita con l'acquisto." Ed era in vece il povero senno umano che cozzava co' fantasmi creati da sé.
Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un'altra lettera de' conservatori della sanità al governatore, la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. Il quale anche afferma che, "per le diligenze fatte o, dopo la peste, si trovò la popolazion di Milano ridotta a poco più di sessantaquattro mila anime, e che prima passava le dugento cinquanta mila." Secondo il Ripamonti, era di sole dugento mila: de' morti, dice che ne risultava cento quaranta mila da' registri civici, oltre quelli di cui non si poté tener conto. Altri dicon più o meno, ma ancor più a caso.
(...)
Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il vedere i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il Tadino, il quale l'aveva pronosticata, vista entrare, tenuta d'occhio, per dir così, nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che l'era peste, e s'attaccava col contatto, che non mettendovi riparo, ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti medesimi cavare argomento certo dell'unzioni venefiche e malefiche; lui che in quel Carlo Colonna, il secondo che morì di peste in Milano, aveva notato il delirio come un accidente della malattia, vederlo poi addurre in prova dell'unzioni e della congiura diabolica, un fatto di questa sorte: che due testimoni deponevano d'aver sentito raccontare da un loro amico infermo, come, una notte, gli eran venute persone in camera, a esibirgli la guarigione e danari, se avesse voluto unger le case del contorno; e come al suo rifiuto quelli se n'erano andati, e in loro vece, era rimasto un lupo sotto il letto, e tre gattoni sopra, "che sino al far del giorno vi dimororno."
Se fosse stato uno solo che connettesse così, si dovrebbe dire che aveva una testa curiosa; o piuttosto non ci sarebbe ragion di parlarne; ma siccome eran molti, anzi quasi tutti, così è storia dello spirito umano, e dà occasion d'osservare quanto una serie ordinata e ragionevole d'idee possa essere scompigliata da un'altra serie d'idee, che ci si getti a traverso. Del resto, quel Tadino era qui uno degli uomini più riputati del suo tempo.
(…)
I magistrati, scemati ogni giorno, e sempre più smarriti e confusi, tutta, per dir così, quella poca risoluzione di cui eran capaci, l'impiegarono a cercar di questi untori. (...)
I processi che ne vennero in conseguenza, non eran certamente i primi d'un tal genere: e non si può neppur considerarli come una rarità nella storia della giurisprudenza. Ché, per tacere dell'antichità, e accennar solo qualcosa de' tempi più vicini a quello di cui trattiamo, in Palermo, del 1526; in Ginevra, del 1530, poi del 1545, poi ancora del 1574; in Casal Monferrato, del 1536; in Padova, del 1555; in Torino, del 1599, e di nuovo, in quel medesim'anno 1630, furon processati e condannati a supplizi, per lo più atrocissimi, dove qualcheduno, dove molti infelici, come rei d'aver propagata la peste, con polveri, o con unguenti, o con malìe, o con tutto ciò insieme. Ma l'affare delle così dette unzioni di Milano, come fu il più celebre, così è fors'anche il più osservabile; o, almeno, c'è più campo di farci sopra osservazione, per esserne rimasti documenti più circostanziati e più autentici.

giovedì 24 aprile 2014

UN ESEMPIO DI PROPAGANDA GOEBBELSIANA PER RAGAZZINI



In un libro di storia dedicato ai ragazzini di seconda media si legge: “perché oggi tanti popoli extraeuropei sono preda di fame, povertà e sottosviluppo? La risposta “ prosegue “non sta affatto nella presunta inferiorità di questi popoli”. Non si può che concordare, ovviamente. Ma solo su questo la concordanza è possibile. Per l'autore del testo infatti se non è la “presunta inferiorità” dei popoli extraeuropei a spiegare la loro secolare arretratezza, questa va spiegata con la niente affatto presunta malvagità degli europei.
Furono gli imperi coloniali a “cambiare gli equilibri fra i popoli della terra”. Fino alla metà del '700, sostiene l'autore del libro di testo, non esisteva nessuna superiorità tecnologica, economica e culturale dell'Europa, no, tutti i popoli di tutti i continenti erano alla pari. Poi i malvagi europei hanno preso a conquistare il mondo e questo ha creato una situazione di arretratezza che si conserva sino ai giorni nostri.
“Ancora intorno al 1750, la produzione economica dei paesi europei, sommati alle colonie inglesi del Nordamerica, era all'incirca pari a quella di Asia, Africa, America centro meridionale. Cioè, non esisteva alcuna vera disparità tra nord e sud del mondo”, così prosegue, incurante del ridicolo, il nostro autore.
Incredibile. Nel 1750 la produzione dell'Europa e del nord America era all'incirca pari a quella di Asia, Africa e America latina! Peccato che nel 1750 il nord America fosse una colonia inglese, e l'America latina, l'Asia e l'Africa fossero o in una situazione coloniale o comunque egemonizzate dalle potenze europee. Si cerca di spacciare per equilibrio fra Europei ed extraeuropei quello che altro non era che l'equilibrio fra l'Europa e le sue colonie. E questo in un libro di testo, qualcosa che dovrebbe insegnare ai ragazzini a pensare, e dovrebbe fornir loro una descrizione il più possibile rigorosa dei fatti.
Ma, andiamo avanti. Nel 1750 gli indios latino americani, gli africani e gli asiatici, e magari i nativi nord americani, producevano quanto gli europei e i coloni nord americani, afferma l'autore di un libro di storia dedicato ai ragazzini delle medie. Poi, prosegue, le cose sono peggiorate.
“Tale situazione però mutò bruscamente nel giro di un secolo, o poco più. Intorno al 1880 il rapporto era già salito a 2:1 (…) nel 1900 il divario era salito a 6:1 nel 1960 a 10:1 (…) nel 2006 a 26:1”. Quale sarebbe la causa di questo incremento nel divario fra la ricchezza del nord e quella del sud del mondo? Semplicissimo: “i paesi oggi “sviluppati” (si, l'autore mette fra virgolette il termine sviluppati, chissà perché...) sono le grandi potenze (Spagna, Inghilterra, Francia, Olanda, Belgio, Germania, Italia) che nel passato conquistarono imperi coloniali più o meno estesi”. La conquista è la spiegazione di tutto. Elementare Watson!
Per una persona capace di pensare un certo paese conquista un impero coloniale se è già più avanzato di coloro che sottomette, se li sovrasta dal punto di vista economico, tecnologico e militare. Per lo “storico” autore di queste righe il rapporto invece si rovescia. Non è vero, ad esempio, che gli Spagnoli disponevano di una superiorità tecnologica e culturale schiacciante nei confronti degli aztechi, per questo un manipolo di avventurieri mise un crisi un impero vastissimo, no, la superiorità tecnologica degli spagnoli sarebbe stata, invece che il presupposto, la conseguenza della conquista, ridicolo.
A questa considerazione, occorre aggiungerne altre. La conquista sarebbe la causa dell'ampliarsi del divario fra i paesi ricchi e quelli poveri che nel 1750 non sarebbe esistito. Ma, buon Dio, l'espansione coloniale inizia ben prima del 1750, anzi, a quella data si è già quasi conclusa. Non solo, Lo stesso autore di questa paginetta mostra che il divario è cresciuto enormemente nella seconda metà del '900, cioè precisamente nel periodo in cui gli imperi coloniali o non esistevano più o si stavano sfaldando. Eppure sostiene che è proprio l'espansione coloniale la causa principale dell'arretratezza. La coerenza logica non è il suo forte, come la storia, del resto.

Tutto preso dalla sua prosa politicamente corretta l'autore della paginetta che stiamo esaminando dimentica che, più o meno intorno al 1750, c'è stato in Europa quel piccolo, insignificante, avvenimento che si chiama rivoluzione industriale, e che dopo la prima rivoluzione industriale altre ne sono seguite, trasformando radicalmente un po' tutti i campi dell'attività produttiva. E dimentica anche, il nostro geniale storico, che la rivoluzione industriale è stata preceduta da quell'altro, piccolo, evento evento che è stata la rivoluzione scientifica del '600, una inezia che ha rovesciato una visione del mondo egemone da secoli e che può con buona ragione considerarsi una delle cause del decollo culturale, economico e tecnologico dell'occidente. 
Per aver chiaro quanto siano ridicole le spiegazioni offerte in pasto a ragazzini di dodici anni, confrontiamole con quelle di un altro autore, di una certa fama.
“La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria. (...)
Solo la borghesia ha dimostrato che cosa possa compiere l'attività dell'uomo. Essa ha compiuto ben altre meraviglie che le piramidi egiziane, acquedotti romani e cattedrali gotiche, ha portato a termine ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le crociate. La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l'immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. (…)
Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza.”
Chi scrive queste parole? Un apologeta del capitalismo? NO, il suo più implacabile nemico, un certo Karl Marx. L'opera da cui sono tratti questi brani è il celeberrimo “
Manifesto del partito comunista”. Per Marx l'occidente borghese ha unificato il mondo e lo ha fatto grazie alla sua superiorità economica, culturale e tecnologica. Questo fatto è per Marx storicamente positivo, segnerebbe una tappa necessaria del cammino della storia verso il suo fine salvifico comunista.
C'è, ovviamente molto di discutibile nelle parole di Marx, ma su un punto il barbone di Treviri ha di certo ragione: il segreto della potenza occidentale non va cercato nelle conquiste ma nell'incremento della produttività del lavoro.
I paesi che sono stati in grado di seguire l'occidente sulla strada dell'innovazione tecnologica, si pensi al Giappone, hanno rapidamente raggiunto, a volte anche superato, molti paesi europei; questo vale anche per paesi che in passato hanno subito la dominazione coloniale, come la Cina, l'India, la Corea del sud, il Brasile. Gli altri, quelli che non sono stati in grado di innovare, rivoluzionare la propria base produttiva, sono invece rimasti tragicamente indietro. In tutto questo la compagnia delle Indie o gli orrori della conquista spagnola dell'America latina, o la triste sorte toccata ai nativi nord americani c'entrano poco o nulla, ferma restando la condanna morale per gli orrori e la umana simpatia per chi ha subito una sorte tristissima.

Una cosa è condannare moralmente quanto va condannato nella politica coloniale europea, altra cosa è fare di questa la causa principale del divario economico e tecnologico che opprime oggi molti paesi. Confondere i due piani significa solo trasformare la storia in propaganda.
Del resto, le potenze occidentali non sono di certo state le sole a sottomettere altri popoli e ad opprimerli in maniera a volte spietata.
Gli spagnoli hanno commesso crimini orrendi a danno degli Atztechi, ma questi erano a loro volta degli imperialisti e degli schiavisti non molto teneri con chi dominavano. La Gran Bretagna si è costruita un impero? Certo, ma era un impero anche la Cina, e gli ottomani hanno dominato per secoli col pugno di ferro moltissime popolazioni. Lo schiavismo è stato un crimine orrendo? Certo, ma non è stato di certo un monopolio dell'occidente. Lo schiavismo esisteva, per fare un solo esempio, nell'impero islamico, ed aveva dimensioni uguali, se non maggiori, di quello che faceva capo al nord America. In certi pesi islamici lo schiavismo è stato abolito (formalmente) solo verso metà dello scorso secolo.
Ma per l'occidentale politicamente corretto solo l'imperialismo occidentale è sporco, brutto e cattivo, e lo è ed in maniera assoluta, anche se storicamente è facilissimo dimostrare che si è trattato di un imperialismo che, almeno in alcuni casi, ha fatto anche qualcosa di positivo (gli inglesi ad esempio hanno abolito in India la discutibile usanza di bruciare viva la vedova, insieme al cadavere del marito deceduto, forse non è stata una proibizione del tutto negativa...).
Ma l'autore della paginetta di propaganda inserita in un libro di scuola non si pone troppi interrogativi. Vuole che gli occidentali “risarciscano” i popoli che hanno oppresso storicamente: “redistribuire risorse e ricchezze costituisce un risarcimento ed una questione urgente di giustizia”, afferma concludendo il suo temino propagandistico.
Benissimo. Andiamo indietro nella storia e chiediamo i giusti risarcimenti. Però, che li paghino tutti. L'impero di Gensis Khan si estendeva dall'estremo fin quasi al medio oriente? Si risarciscano i posteri di coloro che hanno subito il dominio dal grande imperatore guerriero. E lo stesso si faccia con chi ha subito la dominazione islamica, quella cinese, quella atzeca, e, naturalmente, quella inglese e francese. Si potrebbe andare ancora più indietro nel tempo, in questo caso devono stare attenti i romani, che come imperialisti non sono stati niente male!!

Devo ammetterlo, trovare in un libro di testo per le scuole medie della propaganda degna di un Gino Strada o di una Giuliana Sgrena mi ha, un po', solo un po', sorpreso. Sapevo, e so, che viviamo nell'epoca del pensiero unico politicamente corretto, ma pensavo che i ragazzini avessero diritto ad un insegnamento almeno minimamente caratterizzato da rigore e serietà.
In effetti i ragazzini hanno questo diritto, ma il pensiero unico dominante vuole affermarsi ad ogni costo, e nulla è tanto importante per i suoi sacerdoti quanto plasmare, oserei dire corrompere, le giovani menti. Ecco perché è compito di tutti contrastare la propaganda goebbelsiana che ormai avvelena il clima culturale del paese, a tutti i livelli.

venerdì 18 aprile 2014

SOCRATE E IL VOTO DI SCAMBIO



Cavalletta. Salve o Socrate!
Socrate. Cavalletta, che piacere incontrarti! Dove vai di bello?
C. Vado ad una riunione dei parlamentari a sette stelle. Dobbiamo studiare misure atte contrastare con la massima determinazione un fenomeno infame, vergognoso.
S. E cioè? A cosa ti riferisci?
C. Al voto di scambio, una vergogna nazionale. Una iattura da perseguire penalmente, da punire con pene durissime, ed invece i partiti al potere, dominati da corrotti, mafiosi e piduisti, vorrebbero pene lievi, da nulla. Sono furente.
S. Calmati amico mio e dimmi: cosa intendi di preciso quando parli di voto di scambio? di che si tratta?
C. E' presto detto o Socrate. Il voto di scambio è lo scambio, appunto, del voto con dei vantaggi materiali. Si ha voto di scambio quando l'elettore non vota un certo partito perché ne condivide gli ideali ed i programmi, ma solo per ottenere un tornaconto, del denaro o dei favori. Si tratta, come di certo tu vedi benissimo, di qualcosa di profondamente immorale. Invece di essere un servizio la politica si trasforma in un basso mercanteggiare: io do una cosa a te, tu dai una cosa a me; si va a votare come se si andasse al supermercato, con i voti che vengono scambiati come se fossero sacchi di patate.
S. Dunque tu affermi, se ho ben capito, che si ha voto di scambio quando il voto viene scambiato con favori materiali.
C. Si, così stanno le cose. I valori, gli ideali, i programmi vengono eliminati e la nobile attività politica si trasforma in un sordido mercato. Di certo tu non puoi approvare un tale stato di cose, o Socrate.
S. Carissimo Cavalletta, io, prima di approvare o non approvare qualcosa, cerco di esaminarla da tutti i punti di vista, per evitare di dare giudizi affrettati che possono poi rivelarsi, ad un più attento esame, sbagliati. Ora, in ciò che tu dici mi sembra ci sia molto di bello e nobile, però te lo confesso, non sono del tutto convinto. Mi permetti quindi di rivolgerti qualche domanda? Così, per andare un po' a fondo della questione. Son certo che le tue risposte potranno fugare i miei dubbi.
C. Certo o Socrate! Chiedi pure, sarò molto lieto di aiutarti ad eliminare ogni dubbio.
S. Ti ringrazio ottimo amico, e ti pongo subito una domanda. Tu dici che bisognerebbe votare i partiti per i loro ideali ed i loro programmi, e non per ottenere dei vantaggi materiali, è vero?
C. Certo, questo io affermo.
S. E dimmi ora, cosa riguardano gli ideali ed i programmi dei partiti?
C. Spiegati meglio
S. Quali finalità hanno i programmi dei partiti? Ed i loro ideali cosa prefigurano? Per farla breve, a cosa mira,o dovrebbe mirare, l'attività di un partito politico?
C. E' presto detto: ad assicurare il benessere e la felicità del popolo.
S. Ma, si tratta di un benessere e di una felicità che riguardano questa terra o la vita futura, quella che, dicono alcuni, ci aspetta dopo la morte fisica e che solo le nostre anime potranno, forse, ottenere?
C. Si tratta di certo di una felicità e di un benessere che riguardano la nostra vita terrena.
S. Anche io la penso così. E, dimmi ora, per assicurare al popolo un benessere terreno (della felicità non parlo perché dubito che la felicità possa essere qualcosa di cui la politica debba interessarsi), per assicurare, dicevo, al popolo un benessere terreno i partiti dovranno o non dovranno inserire nei loro programmi molte cose che riguardano gli interessi materiali degli esseri umani?
C. Ma, così, alla sprovvista, non saprei dire...
S. Nei programmi dei partiti dovranno esserci, fra le altre, misure che riguardano il lavoro e l'occupazione?
C. Certamente si.
S. E la pressione fiscale?
C. Si
S. E l'inflazione?
C. Si
S. E ci potranno essere misure riguardanti la scuola, concordi?
C. E come no?
S. E non ti pare che una buona scuola debba dare ai giovani la possibilità di inserirsi bene nel mercato del lavoro?
C. Parrebbe di si.
S. E lavoro, occupazione, pressione fiscale sono o non sono cose che riguardano gli interessi materiali degli esseri umani, addirittura i loro redditi? Il denaro?
C. Sembra proprio di si.
S. Ed è possibile, forse addirittura necessario, che misure riguardanti tutte queste cose ci siano, nei programmi dei partiti, concordi?
C. Si, penso di poter concordare.
S. E dimmi ora, in un partito politico ci può essere contraddizione fra programmi ed ideali?
C. Assolutamente no! Questa ci può essere in pariti come gli attuali partiti italiani, organizzazioni piduiste, mafiose, camorriste, non in un vero partito.
S. Quindi, se nei programmi di un vero partito ci sono misure che riguardano gli interessi materiali delle persone, anche nei suoi ideali ci sarà qualcosa che ha a che vedere con questi interessi, sei d'accordo?
C. Non saprei, ma, si, mi sembra di si.
S. E saresti d'accordo con me se dicessi che gli elettori votano i partiti anche per ottenere qualcosa che riguarda il lavoro, la pressione fiscale, il potere d'acquisto dei loro redditi, cioè, per tutelare i loro interessi materiali?
C. Mi sembra che potrei essere d'accordo.
S. Ma allora, nobile amico mio, siamo arrivati ad un punto morto. Avevamo iniziato la nostra piacevole conversazione definendo “di scambio” il voto dato in cambio di vantaggi materiali, ed a questo avevamo contrapposto il voto che si da per adesione ai programmi ed agli ideali, ora invece dobbiamo constatare che nei programmi dei partiti, ed anche nei loro ideali, ci devono essere molte cose che riguardano gli interessi materiali degli elettori, e che anche in base a queste gli elettori danno il loro voto. Sembrerebbe quindi che tutti i voti siano, sempre e comunque, voti di scambio.
C. O Socrate! Queste mi sembrano vane sofisticherie!
S. Ma noi non abbiamo fatto altro che partire da una certa definizione di voto di scambio ed esaminandola siamo giunti a delle logiche conclusioni. Non è colpa nostra se le conclusioni sono contraddittorie con gli assunti di partenza.
C. Questo vuol dire solo che la definizione da cui siamo partiti era inesatta.
S. Cerchiamone allora un'altra amico mio.
C. Certo. Possiamo dire che si ha voto di scambio quando i governi cercano di sedurre il popolo con generose elargizioni per conquistare facili consensi.
S. Ti riferisci a quelle politiche sventurate volte a dar ragione a tutti, a soddisfare ogni rivendicazione, ad elargire a tutti pubblico denaro?
C. Proprio così.
S. E si tratta di certo di politiche scellerate, che danno un certo, temporaneo, benessere ad alcuni, a volte anche a tutti, ma alla lunga aggravano tutti i problemi ed impoveriscono tutti. A queste ti riferivi o Cavalletta?
C. Precisamente a queste.
S. E tu vorresti trasformare in reato queste politiche?
C. Certo, in reato da punirsi con la massima severità, e non a caso a questo si oppongono i partiti dei corrotti, dei piduisti, dei pregiudicati!
S. E' molto interessante la tua posizione, però, più che voto di scambio io definirei simili pratiche politiche clientelari
C. Non si tratta di un problema di parole, sono politiche che vanno represse, sbattendo in galera chi le mette in atto. Questo è l'unico modo per salvare la democrazia, che tutti amiamo!
S. Forse hai ragione; però, non ti sembra che sia molto difficile identificare simili politiche? Dico, identificarle in maniera tale che si possano processare i loro autori.
C. Ma no! Niente di più facile. Ad esempio, pensa alla proposta del re dei corrotti, del pregiudicato Sandro Berluscone. In piena campagna elettorale propose di abolire l'IMU! Si trattava, è chiarissimo, di un vile tentativo di comprare dei voti, ed infatti un valoroso magistrato, Ingoia mi pare si chiami , lo denunciò per voto di scambio, ed ora il pregiudicato sarà chiamato dai giudici a rispendere di questa sua malefatta.
S. Beh, se è per questo mi sembra che Berluscone sia chiamato dai giudici più o meno tutti i giorni, ma, non è questo l'oggetto del nostro dialogare. Si, ricordo il fatto a cui tu ti riferisci. Però, ricordo anche che il suo rivale in quella campagna elettorale, Persano, disse che se il suo partito avesse vinto ci sarebbero stati non ricordo quanti nuovi posti di lavoro. Anche questo è per te voto di scambio?
C. Certamente! Persano non è molto meglio di Berluscone, anzi è un suo alleato!
S. Ed oggi Mario Penzi, il nostro amato capo del governo, promette ottanta euro in più in busta paga per chi è al di sotto di un certo reddito. Anche questo allora è voto di scambio...
C. Ma certo! Penzi è peggio di Persano, è uno che riceve il pregiudicato, discute con lui come se niente fosse, un suo compare, un corrotto, un amico dei mafiosi e dei piduisti!
S. Benissimo, anche gli ottanta euro sono quindi voto di scambio ed anche Penzi va subito processato.
C. Certo! Spero sia al più presto portato alla sbarra!
S. Benissimo. Però, correggimi se sbaglio o nobile amico, è o non è vero che il tuo partito, il movimento a sette stelle, propone il reddito di cittadinanza?
C. Non sbagli affatto o Socrate, si tratta di una elementare misura di equità e giustizia.
S. E non potremmo invece definirla come “voto di scambio”?
C. ma cosa dici! Questa è una provocazione.
S. Mai mi permetterei di provocarti o Cavalletta. Però, scusa, a quanto dovrebbe ammontare il reddito di cittadinanza?
C. Non saprei, sette, ottocento euro, forse mille.
S. Molti soldi. E dimmi ora: è possibile che coloro a cui questi soldi sono promessi guardino a voi con simpatia, e vi votino?
C. Si, è possibile
S. E allora, scusami, perché mettere ottanta euro in busta paga, o abolire l'IMU, dovrebbe essere voto di scambio e promettere a gente che non lavora un salario di ottocento, mille euro no? In tutti e tre i casi molta gente avrà in tasca più soldi e sarà grata a chi glieli avrà fatti avere.
C. Sofismi, provocazioni, vuoti giri di parole!
S. Non mi pare, o Cavalletta. Ma, non insisto su questo punto visto che sembra che ti faccia perdere le staffe. Vediamo di approfondire meglio. Si ha voto di scambio, dicevi, quando si usa pubblico denaro non per risolvere i problemi veri del paese ma per conquistare facili consensi elettorali, è così?
C. Si, è così.
S. Quindi per riconoscere il voto di scambio occorrerà distinguere fra proposte politiche che fanno il bene del paese e proposte che invece questo bene non fanno, e le prime non saranno voto di scambio e le seconde si. E' così?
C. Certo, proprio così, infatti il nostro reddito di cittadinanza fa il bene del paese mentre gli ottanta euro di Penzi non lo fanno.
S. Però, Penzi potrebbe dire il contrario, ci sarebbero così due proposte che, entrambe, direbbero di fare il vero bene del paese, è giusto ciò che dico?
C. Pare di si.
S. E dimmi nobile amico, in democrazia chi deve decidere quale proposta è benefica per il paese?
C. Gli elettori direi.
S. Infatti, però, con la legge sul voto di scambio che tu vorresti sarebbero i magistrati a decidere quali politiche sono benefiche per il paese e quali no. Ed un magistrato potrebbe decidere che una proposta del pregiudicato è benefica per il paese, il pregiudicato di certo ha molti amici fra i magistrati, mentre un'altra proposta, la vostra ad esempio, è voto di scambio; e voi non potreste appellarvi agli elettori perché giudichino della bontà delle proposte vostre.
C. Non so se una simile situazione sarebbe possibile.
S. Forse lo sarebbe. Comunque, al di la delle particolari situazioni che potrebbero crearsi, definendo il voto di scambio come lo abbiamo definito, e rendendolo un crimine, si verrebbe a togliere agli elettori il potere di stabilire ciò che è utile e ciò che utile non è al paese, e questo equivale a distruggere la democrazia, mi pare. Noi invece eravamo partiti dall'assunto che una legge molto severa sul voto di scambio sarebbe necessaria per difenderla, la nostra democrazia. Siamo di nuovo ad un punto morto, ottimo amico mio.
C. Mah... cosi sembra.
S. Siamo allora costretti a cercare un'altra definizione del voto di scambio.
C. E sia. Potremmo dire che si ha voto di scambio quando si fanno favori a dei mafiosi in cambio dei voti che questi potrebbero procurarci.
S. Assai interessante come definizione!
C. Mi fa piacere che la trovi interessante.
S. Grazie ottimo amico, ma, dimmi: i favori che si fanno a questi mafiosi in che dovrebbero consistere perché ci sia voto di scambio?
C. Che razza di pretesa la tua! Mica posso farti un elenco dettagliato!
S. Dovrebbe trattarsi di qualcosa di legale o di illegale?
C. Non saprei e poi, non credo abbia importanza. Sempre di favori a dei mafiosi si tratterebbe.
S. Dimmi o Cavalletta, a tuo parere una cosa è giusta perché è giusta o è giusta se riguarda il tale e diventa sbagliata se riguarda il tal altro?
C. Ma scusa o Socrate, cosa c'entra questo col nostro discorso?
S. Se un mafioso dicesse che è bene che si fabbrichino nuove scuole, fabbricare scuole diventerebbe voto di scambio?
C. Sembra di no.
S. E se un mafioso dovesse affermare che è bene non ci siano vicino ai luoghi abitati industrie inquinanti, diverrebbe giusto costruire fabbriche inquinanti nei centri urbani?
C. Direi di no.
S. E se un mafioso dicesse che è bene pagare le tasse dovremmo concludere che pagare le tasse è diventato voto di scambio?
C. Ma no, o Socrate! Un mafioso mai chiederebbe simili cose, è ovvio! I tuoi sono discorsi infondati!
S. Caro Cavalletta, io vorrei solo sapere questo: un mafioso è tale perché fa cose spregevoli o le cose sono spregevoli perché fatte da un mafioso?
C. Strana domanda.
S. E' giusto dire che Tizio è un criminale perché commette un crimine o che un crimine è tale perché lo ha commesso Tizio?
C. Mi sembra giusta la prima ipotesi
S. Lo sembra anche a me, ma, se su questo concordiamo, come possiamo definire voto di scambio un favore concesso ad un mafioso?
C. Non ti seguo
S. Se un atto è buono, o comunque legale, può diventare cattivo, o illegale, solo perché un mafioso beneficia di questo atto?
C. O Socrate, devo ripeterlo! I mafiosi voglio che, in cambio di voti, vengano compiuti atti illegali, atti cattivi!
S. Quindi i mafiosi chiedono cose illegali, in cambio di voti, ed è per questo che sono detti mafiosi, concordi?
C. Si, concordo.
S. Allora, sembra sia necessario cambiare la nostra definizione di voto di scambio. Potremmo dire che si ha voto di scambio quando si concedono, in cambio di voti, dei favori vietati dalla legge, quando cioè si commettono delle illegalità per ottenere dei voti?
C. Si, mi sembra che potremmo dirlo. Finalmente abbiamo trovato una definizione soddisfacente! E spero che ora smetterai, o Socrate, di muovere tutti i concetti, di insinuare sempre nuovi dubbi, mi hai fatto venire il mal di testa!
S. Questo mi spiace molto nobile amico. E, quanto al muovere tutti i concetti, non sono io che li muovo, son loro che si mettono in moto non appena li si analizzi un po' in profondità e questo mi sembra essere un bene, perché i concetti statici, immobili son molto simili ai peggiori pregiudizi, e non ci aiutano in nulla ad avvicinarci al vero. Quindi vorrei farti ancora qualche domanda, per vedere se l'accordo che sembra abbiamo raggiunto sia davvero solido, e definitivo.
C. E va bene...
S. Dimmi o uomo eccellente, uno scambio può essere considerato cattivo in se?
C. Cosa vuoi dire? Non ti seguo.
S. Se io uccidessi in cambio di denaro, sarebbe il passaggio di denaro fra il mandante del delitto e me a rendere cosa malvagia l'omicidio o non sarebbe l'omicidio a rendere malvagio il passaggio di denaro?
C. Sarebbe l'omicidio, mi pare.
S. Pare anche a me. E se io ti vendessi un oggetto rubato e tu mi dessi per quello del denaro, sarebbe il passaggio di denaro fra te e me a rendere malvagio il furto, o il furto che sta dietro allo scambio a render questo malvagio?
C. Sarebbe il furto, direi, a render malvagio ed illegale il nostro passaggio di denaro.
S. Quindi, nel voto di scambio, ad essere davvero illegale è l'atto oggetto dello scambio, non lo scambio in se. Se un politico compie atti criminali al fine di ottenere voti la cosa davvero grave non è il tentativo di ottenere voti, quanto il crimine che si compie al fine di ottenerli.
C. Non so se la cosa mi convince davvero
S. Se un politico promette, al fine di ottenere voti, di truccare una gara di appalto non potremmo dire che il crimine che commette è il truccare questa gara?
C. Mi sembra di si
S. E se al fine di ottenere voti un politico minaccia degli onesti cittadini, e li fa intimidire da biechi scagnozzi, e cerca di obbligarli a votarlo, non potremmo dire che il suo crimine consiste nelle minacce e nelle intimidazioni ai danni dei cittadini indifesi?
C. Sembrerebbe di si
S. Quindi nel voto di scambio il vero crimine sarà non tanto lo scambio, quanto le gare di appalto truccate, o i concorsi truccati, o le intimidazioni, o le promesse di far cose vietate dalla legge. E saranno questi crimini e queste illegalità a render non validi i voti ottenuti da chi le ha commesse.
C. Ma... per te allora il voto di scambio non è un crimine?
S. E' un crimine non in quanto tale, ma perché dietro quel voto ci sono dei crimini, esattamente come la vendita di oggetti rubati è un crimine non in quanto vendita ma perché dietro a quella vendita c'è il furto.
C. Sono un po' confuso.
S. Eppure è tutto molto semplice. Lo scambio in se non ha nulla di criminoso, esattamente come in se non ha nulla di criminoso la vendita. Scambio e vendita possono diventare crimini per il loro oggetto. E se l'oggetto di una vendita o di uno scambio ha a che fare col crimine, solo allora, scambio e vendita diventano crimini.
C. Forse...
S. Se invece scambio e vendita non hanno per oggetto qualcosa che ha a che fare col crimine, crimini non sono. Oserei dire che è inutile far nuove leggi sul voto di scambio, visto che già ora scambiare voti con atti criminali è reato, esattamente come è reato scambiar denaro con cose che si sanno esser state rubate, o pagare qualcuno per commettere un omicidio.
C. Sono molto confuso o Socrate, e la mia emicrania diventa ogni istante più forte. Ti devo lasciare, vado in farmacia a comprare una aspirina.
S. Mi spiace che la tua testa, sede di tanta sfavillante intelligenza, sia dolorante, o Cavalletta. Se vuoi ti accompagno e intanto continuiamo a discutere. Quando ho mal di testa la nobile pratica del dialogo pacato e razionale è per me fonte di immediato sollievo.
C. No, no Socrate, è meglio di no! Ciao, scappo!

martedì 8 aprile 2014

IL GRANDE PROGETTO




Vittorio Scipioni era commosso. Si, commosso è la parola giusta. Commosso, ed emozionato, e leggermente intimorito. Sopratutto, era conscio dell'importanza storica del momento che stava vivendo, era questa consapevolezza che lo emozionava, e lo intimoriva, e lo commuoveva. Avanzò lentamente nella grande sala, osservò le pareti lisce, alte, perfettamente bianche, illuminate da una luce fredda, uniformemente diffusa.
Era incredibile come in una simile stanza, una stanza abbastanza normale in fondo, fossero concentrati tanto potere e tante conoscenze. Malgrado fosse la persona che più di ogni altra aveva lavorato al grande progetto Vittorio Scipioni non sapeva fin dove si estendesse la enorme, intricatissima, rete di fibre ottiche e microchip che, tutti, facevano capo a quella stanza, e neppure sapeva quante e dove fossero le terminazioni di quella rete gigantesca. Sapeva solo che lui, si proprio lui, era di fronte alla più colossale, meravigliosa realizzazione della umana tecnologia, meglio, era di fronte a qualcosa che superava e comprendeva in se tutto il progresso tecnologico di tutta la storia del genere umano.
Avanzò lentamente. Sulla parete di fronte a lui, proprio nel centro, era come incastonato qualcosa che sembrava un microfono. A pochi metri dalla parete e da quel piccolo cerchio nero, perfettamente lucido, una poltroncina, piccola, non troppo comoda. Vittorio ci si era seduto innumerevoli volte durante le prove, ma stavolta era diverso, stavolta non si trattava di una prova.
Si accomodò e restò così, immobile, pensoso. Quanto lavoro, quanta fatica e quante lotte per arrivare a quel momento! E si che l'idea di fondo che stava dietro al progetto era di una tale semplicità, di una tale bellezza...
La storia umana... un insieme insensato di lotte, guerre, una sequela di disordini e crisi senza fine.... poi, quel progetto che avrebbe messo la parola fine a tutta quell'insensatezza! Basta con il disordine, l'irrazionalità delle scelte, l'agitarsi insensato delle passioni... basta! La ragione, una ragione fredda, impersonale, scientifica deve decidere tutto, in anticipo. Tutto deve e può essere previsto, la vita degli esseri umani può e deve essere sottratta all'accidentalità e a tutto il caos che ne deriva. Per millenni si era trattato solo di fantasie, anticipazioni allucinate di scrittori un po' folli, ma finalmente il progresso scientifico e tecnologico avevano reso possibile quello che per tanto tempo era sembrato solo un sogno, o un incubo, avrebbe detto qualcuno degli scettici.
Gli scettici... accidenti a loro! Avevano reso tutto più difficile con le loro obiezioni distruttive. E si fosse trattato solo delle proteste di qualche intellettuale, o presunto tale! No, c'erano state manifestazioni, scioperi, scontri addirittura. L'umana emotività ha timore del nuovo e cerca di resistere ai cambiamenti radicali, resistere, a tutti i costi. E avevano resistito, con tutti i mezzi, gli scettici, quelli colti, o che si ritenevano colti, esattamente come quelli ancora immersi nella più crassa ignoranza, avevano resistito ed avevano reso tutto più lento, difficile. Ma erano stati sconfitti alla fine! Erano stati sconfitti ed ora il grande progetto poteva partire e lui, si proprio lui, che ci aveva creduto forse più di tutti, doveva dare il via al grande calcolatore, quel concentrato di tutto lo scibile umano, la macchina (ma era giusto chiamarla in questo modo?) che avrebbe finalmente portato l'ordine nel mondo. Un ordine totale, assoluto.
Vittorio Scipioni guardò il suo orologio atomico da polso. Mancavano tredici minuti al collegamento. Non si poteva anticiparlo, tutti gli orologi del mondo erano stati sincronizzati, per tutti le ore 12 del 21 gennaio 2062 sarebbero state l'ora X, il momento della più profonda, radicale svolta della storia.

“E dire che era stata anticipata, questa svolta” si trovò a pensare Vittorio. Quante volte i governi non avevano cercato di programmare il più possibile la vita degli esseri umani? Ci si era limitati ad alcuni aspetti dell'economia all'inizio, poi... le grandi esperienze di economie totalmente pianificate, poi ancora il loro fallimento, che tanto spazio aveva dato a scetticismi di ogni tipo! Quelle esperienze erano fallite perché non esistevano ancora gli strumenti tecnici adeguati e non solo per quello, pensò Vittorio. “E' stata la loro limitatezza a farle fallire, non si può pianificare solo l'economia, come se si trattasse di un settore limitato, privo di legami con tutto il resto. Per pianificare l'economia occorre pianificare le idee, i desideri, i comportamenti, le pulsioni degli esseri umani“.
Vittorio pensava a ruota libera ora, quasi dimentico del momento storico che stava vivendo. Gli tornavano in mente momenti dei tanti dibattiti sostenuti con gli scettici, delle tante discussioni, delle tantissime liti che aveva dovuto affrontare. “la vita va pianificata nella sua interezza, senza eccezioni, solo così sarà possibile superare il caos, il trionfo incontrollato delle passioni. Tutto è connesso, quindi tutto va programmato, tutte le azioni, i pensieri, le attività umane devono seguire i dettami del piano, nei minimi dettagli. Non esistono dettagli insignificanti, non possono essere accettate variabili incontrollate. Qualcosa sfugge al programma, qualche dettaglio non viene previsto... e il caos risorge, più forte di prima. Una inezia può avere conseguenze cumulative devastanti. No, nel programma non possono esserci variabili impreviste, bisogna eliminare i fattori di rischio, tutti. Non si può essere razionali per un quarto, o a metà. O non si è razionali o lo si è, interamente, al cento per cento...”
Mamma mia, quanti argomenti avevano tirato fuori gli scettici! Avevano addirittura cercato di apparire più razionali dei fautori del grande progetto. “La vostra non è scienza, è pseudo scienza!” avevano strillato. “La conoscenza umana è dispersa in tante conoscenze particolari che solo i singoli possono utilizzare per il bene loro e di tutti! Centralizzare tutto vuol dire rinunciare ad un patrimonio enorme di conoscenze”, ed ancora: “come fate a sapere cosa davvero vogliono gli esseri umani? Cosa desidera Mario, cosa vuole Anna?”
“Che sciocchi... e pretendevano di parlare in nome della scienza, della razionalità! Il super calcolatore era in grado di centralizzare tutte le conoscenze, tutte, anche le più disperse; quanto ai desideri degli esseri umani... erano davvero sciocchi gli scettici, sciocchi e traboccanti di pregiudizi! Possibile che non capissero che il problema era proprio lì? In quei desideri sbagliati, irrazionali, da cambiare... radicalmente?”
E poi... i sentimentali... quanto chiasso avevano fatto! “Un mondo privo di passioni, di sentimenti... sarebbe orribile avevano urlato a squarciagola.” E quante volte lui aveva replicato con infinita pazienza che certi sentimenti, forse anche certe passioni, avrebbero potuto essere ammessi, sarebbe stata la commissione per la programmazione della passionalità a stabilire quali avrebbero potuto essere accettati, e in che misura. Vittorio fu come scosso da un brivido. Un pensiero gli tornò in mente. Una assemblea all'università proprio su quel tema. Lui aveva esposto con molta pacatezza e grande razionalità la posizione del governo sulla pianificazione della passioni, aveva difeso tesi inattaccabili, svolto ragionamenti impeccabili... però le sue parole erano state accolte da urla, fischi, erano intervenuti i sostenitori del governo e la riunione era degenerata in una rissa gigantesca e violentissima. La polizia aveva sparato e c'era scappato il morto, i morti, molti morti, alcune decine.
Era stata una esperienza molto dura quella. Amava il dialogo lui, era un uomo mite, tranquillo. Quando la polizia aveva aperto il fuoco c'era stato un fuggi fuggi generale. Lui era rimasto immobile, come sopraffatto dagli eventi. No, non impaurito, solo, intimamente, profondamente deluso. Fino all'ultimo aveva sperato di convincerli, quegli scalmanati, ma non c'era stato verso e questo era stato un colpo duro per la sua fede incondizionata nell'intelligenza. Ad un tratto, proprio vicino a lui, una testa era letteralmente esplosa. Un proiettile aveva centrato in pieno uno studente, al cranio. Il sangue era schizzato tutto intorno e col sangue la materia cerebrale. Quel sangue e quella materia cerebrale gli avevano lordato il viso, macchiato di rosso gli occhiali, se li era sentiti scivolare lungo il collo. Aveva perso molta della sua bonarietà in quel momento. Era questo allora ciò che volevano gli scettici: lo scontro, la lotta. Li avrebbero avuti. Dove l'intelligenza non basta subentra, deve subentrare, la forza. Quando la apposita commissione per la tutela dell'ordine aveva messo ai voti la proibizione di tutte le manifestazioni ed i pubblici dibattiti lui aveva votato a favore, senza esitazioni.

Ma non si può resistere al progresso ed alla fine il grande progetto aveva vinto, non poteva essere diversamente. Gli ultimi ad arrendersi erano stati dei vecchi, patetici personaggi. Inoffensivi filosofi che avevano difeso, contro il grande progetto, le ragioni del libero arbitrio. “Anche se la pianificazione totale dovesse realizzare il bene” dicevano “sarebbe un bene fasullo, un finto bene. Il bene deve essere il risultato di una scelta libera, un bene imposto è un non senso...” e continuavano per ore con i loro ragionamenti sofistici. “Libertà dell'uomo, libero arbitrio... che sciocchezze” pensò Vittorio con un sorriso ironico. “Tutti residui di vecchie superstizioni, illusioni filosofiche che lo sviluppo delle scienze aveva definitivamente dimostrato erronee. La libertà non esiste, l'uomo è solo un insieme di atomi e reazioni chimiche, e di pulsioni inconsce, e di condizionamenti sociali, familiari, culturali. Si indirizzino nella giusta direzione le reazioni chimiche e le pulsioni, si condizionino in maniera socialmente utile gli esseri umani ed i problemi che da millenni li attanagliano saranno finalmente risolti”. Il grande progetto, la programmazione totale erano questo, solo questo. Qualcosa di modesto in fondo, ma anche di sublime. Più di una volta Vittorio si era stupito che fosse tanto difficile farlo capire. Ora però l'era dei dubbi e delle lotte era finita, per sempre.

Un leggero fischio lo lo distolse dai suoi pensieri. Mancavano quindici secondi all'ora X. Sentì il cuore battergli forte in petto, era felice, emozionato e felice.
“Buongiorno Vittorio”. Qualcuno avrebbe potuto dire che la voce proveniva dal quel cerchio nero, lucido nella parete di fronte a lui, ma non era così. Era una voce tranquilla, gradevole a sentirsi e non proveniva da nessun punto particolare, c'era e basta.
“Buon giorno” rispose Vittorio. Strano, non gli avevano dato un nome. Certo, il suo nome tecnico era MTCV.32144 ma nessuno lo chiamava così e nessun nome familiare aveva sostituito MTCV.32144. Così c'era chi lo chiamava super computer, chi il Verbo (i nostalgici di Dio) chi grande programmatore ma un nome ufficiale non lo aveva. Così Vittorio si limitò a dire “buongiorno” e rimase in attesa, emozionato e commosso, e ancora un po' intimorito.
“Si comincia finalmente” disse il calcolatore.
“Si, finalmente... hai elaborato gli ultimi dati?”
“Certo”
“Non ci sono problemi ovviamente, si trattava solo di riesaminare tutto prima di partire”
“Veramente....” il tono di voce dolce non era cambiato ma Vittorio notò la breve sospensione nel discorso del grande computer.
“Veramente cosa?”
“E' sorto un piccolissimo problema”
Vittorio si sentì in leggero disagio. “Un piccolissimo problema? Di cosa si tratta?”
“Una variabile che prima non avevamo considerato”
“Quale variabile?” anche se non lo avrebbe confessato neppure a se stesso Vittorio Scipioni sentì una certa ansia crescergli dentro.

Il grande computer restò un attimo silenzioso, e questo accrebbe il disagio, e l'ansia, di Vittorio, poi riprese a parlare col solito tono di voce tranquillo, dolce.
“Tutti i dati in nostro possesso sono stati riesaminati, incrociati, ed è emersa una novità, abbastanza insignificante...”
“Cioè?”
“Beh, certamente ti ricordi di quella vecchia superstizione, quei discorsi poco sensati sul libero arbitrio...”
Vittorio si sentì improvvisamente meglio... se solo di quello si trattava...
“Si ricordo bene quei discorsi superstiziosi. Dimmi, cosa è emerso?”
“Beh, ci sarebbe una possibilità, una possibilità minima, matematicamente quasi insignificante, che dietro a quei discorsi ci sia qualcosa di vero”
Vittorio restò quasi senza fiato. Quando riprese a parlate si accorse con dispetto che la voce gli tremava. “Ma... che vuol dire una cosa simile? Quali conseguenze può avere?”
“Beh, si tratta di una possibilità remotissima che però introduce nel sistema variabili non previste, che potrebbero moltiplicarsi a dismisura con conseguenze potenzialmente disastrose...”
Ora Vittorio sudava, sudava freddo e il cuore gli batteva forte in petto. “Come si può rimediare ad una simile anomalia?”
“E' molto semplice, lo sai bene. I fattori imprevisti devono essere eliminati, radicalmente.”
Vittorio Scipioni si alzò di scatto dalla poltroncina e si lanciò verso quel cerchio nero, lucido, posto nel centro della parete di fronte, a pochi metri da lui.
Una scarica elettrica da ventimila volt lo fulminò prima che avesse potuto percorrere mezzo metro. Crollò faccia a terra, in un turbinio folle di scintille.
Un decimo di secondo dopo l'intero pianeta era coperto da centinaia e centinaia di milioni di cadaveri.
Il grande progetto aveva vinto, in pieno. La pianificazione totale era stata realizzata.