Detesto il fanatismo,la faziosità e le mode pseudo culturali. Amo la ragionevolezza, il buon senso e la vera profondità di pensiero.
sabato 6 novembre 2021
ANNUNCIO
domenica 3 ottobre 2021
L'APOCALISSE PUO' ATTENDERE

Michael Shellenbger: l’apocalisse può attendere. Marsilio
editori.
Insieme saggio, giornalismo di inchiesta e
reportage scientifico questo “L’apocalisse può attendere” di
Michael Shellenbger è un libro che tratta con rigore il tema del
catastrofismo ecologico. Se ne sentiva davvero il bisogno.
Non
siamo alla vigilia della fine del mondo, questo il punto di partenza
di Shellenbger. I problemi ambientali esistono ma il catastrofismo
ecologico non solo non li risolve, ma li aggrava. Ne “L’apocalisse
può attendere" si alternano pagine di grande rigore scientifico e
resoconti di viaggio, considerazioni filosofiche e narrativa
giornalistica. E vengono affrontati un po’ tutti i temi
dell’ambientalismo radicale: dal riscaldamento del globo alle
foreste amazzoniche, dalla biodiversità ai ghiacci del polo ed i grandi
incendi.
Shellinbger non dedica molto spazio al problema, tanto
dibattuto, se i cambiamenti climatici abbiano o no cause antropiche, e
forse questo è un limite del suo lavoro. Sin dall’inizio tuttavia
sottolinea l’enorme esagerazione con cui i dati scientifici vengono
riportati dai media e dati in pasto ad un pubblico letteralmente
martellato da una propaganda che definire di parte è poco.
Avviene
che l’IPCC, l’organismo internazionale di controllo sul
cambiamento climatico, incarichi uno scienziato di elaborare una
relazione sul clima. Questi presenta un lavoro in cui i pericoli del
cambiamento climatico vengono evidenziati ma non appaiono
particolarmente allarmanti. Il suo lavoro viene sostituito da un
altro, nettamente più catastrofista. Questo ha portato alcuni a dare
le dimissioni dall’IPCC. Il nuovo testo viene dato in pasto ai
media che esagerano ulteriormente il pericolo. Si passa così da “la
situazione è grave ma gestibile”a “siamo alla vigilia della fine
del mondo”. Poi arrivano le marce e gli scioperi contro
“l’ingiustizia climatica” ed i bla bla della piccola
Greta.
Shellenberger si definisce un ambientalista umanista e
razionale. E’ stato in passato un ecologista radicale, poi ha
saputo, con grande onestà intellettuale, rivedere le sue posizioni,
pur restando un grande amante della natura. La sua tesi di fondo è
che non esiste alcun contrasto insanabile fra ambiente e crescita
economica. I discorsi sulle “decrescite felici” o le “crescite
sostenibili” sono pura ed inaccettabile ideologia. L’ambiente si
tutela puntando sulla una crescita economica intensiva e non
estensiva, la stessa che dalla rivoluzione industriale ha
caratterizzato l’occidente e che oggi le organizzazioni
ambientaliste vorrebbero negare ai paesi poveri.
L’agricoltura
estensiva non permette l’uscita dalla povertà ed ha un impatto sull’ambiente estremamente distruttivo. Molti paesi poveri
usano il legno quale principale fonte energetica. Questo minaccia
l’ambiente, aumenta le emissioni dannose e impedisce a centinaia di
milioni di esseri umani di raggiungere un livello di vita decente.
Il
libro di Shellenbger è tutto caratterizzato da una profonda empatia
nei confronti delle popolazioni dei paesi poveri che i miliardari
delle ONG ambientaliste vorrebbero lasciare nella loro povertà in
nome di una “natura” deificata. Sono molto belle le pagine in cui l'autore descrive la situazione degli africani che vivono nelle vicinanze dei parchi naturali. Le loro misere culture sono periodicamente distrutte dalle incursioni di elefanti e babbuini. Per chi vive nei pressi di parchi naturali queste incursioni non sono un fastidio, come quelle dei cinghiali che distruggono l'orto di un occidentale. No, per loro si tratta del cibo quotidiano, della sopravvivenza. Eppure le loro proteste cadono nel vuoto. Si sono spesso limitati a chiedere recinzioni elettrificate che tengono lontani gli animali selvatici. Hanno ottenuto solo promesse.
Per venire a problemi di più ampia portata, molte ONG ambientaliste si
oppongono alla costruzione di dighe e centrali idroelettriche in
Africa. Non propongono però la distruzione delle dighe in Svizzera e
California, un atteggiamento che definire razzista è dir poco.
Ne
“L’apocalisse può attendere” l’autore dedica molto spazio ai
problemi energetici. La crescita economica può essere garantita solo
da fonti ad alto potenziale energetico, costi limitati e basso
impatto ambientale. Il carbone è, da questi punti di vista, molto
meglio del legno, petrolio e gas naturale sono meglio del carbone, il
nucleare è assai meglio di tutte le altre fonti. Per questo andrebbe esteso
come principale fonte di energia, al di la delle demonizzazioni e
delle incredibili esagerazioni sui pericoli che comporta. Per inciso:
gli incidenti a centrali idroelettrioche hanno provocato un numero di
vittime enormemente superiore a quelle causate dal nucleare. E le
cosiddette “rinnovabili”? Queste hanno un basso potenziale
energetico, producono poca energia in rapporto ai mezzi utilizzati ed
hanno costi elevatissimi in rapporto all’energia prodotta. Hanno inoltre
un enorme impatto ambientale. Questo viene allegramente ignorato dai
loro sostenitori. Se tutta l’energia che oggi gli USA consumano
fosse prodotta da eolico e solare una superficie variabile dal 25 al
50 per cento degli Stati Uniti sarebbe coperta da pannelli e pale
eoliche dal costo elevatissimo. Una follia economica ed ambientale.
Agricoltura intensiva, acquacultura ed allevamento,
nucleare non distruggono il pianeta. A minacciare le grandi foreste è
la agricoltura primitiva fondata sul brucia e semina, non gli OGM e
l’applicazione della scienza all’agricoltura. Dietro ai discorsi
apparentemente dolci sullo “sviluppo sostenibile” sta di fatto la
accettazione del dato terrificante della povertà per centinaia di
milioni di esseri umani. Pretendere che gli africani possano nutrirsi
e raggiungere un decente livello di vita con l’agricoltura
biologica o le pale eoliche altro non è che una forma modificata di
malthusismo. Noi occidentali siamo sulla "scialuppa di salvataggio",
possiamo tenerci il tanto deprecata benessere. Gli altri… vadano al
diavolo!
Interessanti le considerazioni filosofiche finali di
Shellenbger, in cui l’autore collega l’attuale catastrofismo climatico alla
cultura della disperazione diffusasi in occidente nella prima parte
dello scorso secolo ed all’ansia di assoluto che caratterizza una
parte della pubblica opinione occidentale, specie fra le giovani
generazioni. L’ecologismo radicale è ormai una nuova religione,
una religione mondana in cui la “natura” sostituisce Dio.
Ultimamente questa religione ha visto attenuarsi il suo aspetto
utopico a tutto vantaggio di un pervasivo nichilismo. Le
teorizzazioni ideologiche sulla dolce armonia fra uomo e natura sono
state sostituite dagli strilli sulla fine del mondo prossima ventura
e da atteggiamenti sempre più decisamente ostili nei confronti
dell’uomo. L’uomo è il cancro del pianeta, la sua scomparsa non
deve essere considerata un gran danno, dopotutto. Si elimini l’uomo
e la natura tornerà al suo antico splendore. Un nuovo diluvio deve
punire i reprobi, ben venga!
Teorizzazioni minoritarie certo, ma
da non sottovalutare. Alle quali l’autore contrappone un rinnovato
umanesimo, amico, insieme, della natura, dello sviluppo economico e della scienza.
In
definitiva, “L’apocalisse può attendere” è un libro da
leggere e meditare. Un ottimo antidoto contro la propaganda
goebbelsiana di chi cerca di presentarci Greta Thunberg come la
salvatrice del mondo. E’ assai positivo che fra la tanta spazzatura
editoriale che fa brutta mostra di se sugli scaffali delle librerie
compaia ogni tanto qualcosa di buono, di molto buono.
sabato 2 ottobre 2021
MIMMO LUCANO
sabato 28 agosto 2021
LETTERA APERTA ALLA SIGNORA CIRINNA'

sabato 21 agosto 2021
AFGHANISTAN E DI BATTISTA
«Chi è interessato davvero al popolo afghano dovrà parlare con i
talebani. Il resto è ipocrisia». «Anche la prima vittima della
guerra in Afghanistan è stata la verità. Una verità che ancora
oggi, nonostante i nodi siano tutti venuti al pettine, viene
vilipesa, oltraggiata, assassinata. Gli Stati Uniti e i suoi servi
sciocchi non hanno bombardato l’Afghanistan (così come l’Iraq,
la Libia o la Siria) per eliminare il terrorismo, la shari’a, il
burqa o per garantire diritti umani. E chi ancora si beve questa
balla è complice dei padroni e padrini del pianeta».
Così
parlò Alessandro Di Battista, il grillino duro e puro, il prode
difensore degli originari ideali dei 5 stelle. Colui che sa, che vede
dietro i cangianti fenomeni il vero “in se”, l’essenza
autentica delle cose. E quale sarebbe questa essenza? Il Dio denaro
ovviamente, i contratti commerciali. Di Battista come Bergoglio.
Ricordo, un bel po’ di anni fa, una discussione con un
sapientone, professore di economia, ad un corso di formazione
organizzato dalla azienda per cui lavoravo.
“La Germania è
stata costretta a far scoppiare la guerra perché doveva trovare
mercati di sbocco per le sue auto” affermò il dottissimo
professore.
“Guardi professore che Hitler intendeva
trasformare la Polonia in una enorme colonia agricola popolata da
fieri agricoltori ariani, ed operò in tal senso una volta che la
ebbe conquistata”, ribattei. Il professorone farfugliò qualcosa
poi riprese a parlarci dei rischi comparati dei titoli a breve e di
quelli a lunga.
Tutti i seguaci di un materialismo storico
da vulgata, tutti i complottisti da quattro soldi, soprattutto, tutto
coloro che detestano la civiltà occidentale sono maestri nello
scovare le “vere” cause di tutto, a cominciare dalle guerre. E le
cause fondamentali sono, ma guarda un po’, il denaro ed i contratti
commerciali.
La teoria folle dello spazio vitale,
l’antisemitismo paranoico, l’ideologia delirante della razza
ariana destinata a dominare il mondo non hanno avuto peso alcuno
nello scoppio della seconda guerra mondiale. Il problema era il
mercato di sbocco delle Volkswagen.
Allo stesso modo il
fondamentalismo islamico, la sharia ed il terrorismo non hanno
importanza alcuna nella vicenda afghana. Tutto si riduce alla lotta
per oleodotti e contratti commerciali. I Talebani sono in fondo
operatori di borsa un po’ mascherati.
Peccato che tutti
i paesi abbiano spesso il problema di trovare mercati di sbocco per
le proprie merci, ma questo non fa scoppiare guerre.
Ed
contratti commerciali se ne firmano ovunque, ma questi non
producono attentati terroristici, burka e lapidazione delle adultere.
Chi crede di essere molto intelligente e di vedere la
realtà vera nascosta dietro agli ingannevoli fenomeni non vede ciò
che sta ad un centimetro dal suo naso. E’ cieco.
E non è
affatto intelligente.
martedì 27 luglio 2021
CONTRO TUTTI I TALEBANI
Non ne posso più dei talebani, di ogni tipo, forma e
colore.
In una democrazia liberale non esistono valori assoluti,
valori cioè che sempre, in ogni situazione debbano avere una
preponderanza tale da annichilire tutti gli altri.
La libertà
è un valore fondante in ogni democrazia pluralista, ma è, come
tutti gli altri, soggetta a limiti. Nessun liberale ha mai teorizzato
la libertà illimitata. E’ meglio se le limitazioni alla libertà
sono il più possibile ridotte, ma esistono, ed in momenti di
emergenza, e una pandemia è un momento di emergenza, possono
diventare più rigide.
Non è un valore assoluto neppure la
tutela della salute. La salute va tutelata. In certi momenti si
possono imporre ai cittadini alcune limitazioni della libertà per
meglio tutelare la salute di tutti, ma queste non possono MAI
ridurre la libertà oltre certi limiti. Piaccia o non piaccia ai
talebani la democrazia pluralista è il regno del compromesso, del
contemperamento di valori diversi. Non è il regno degli assoluti
sostenuti da grida ed insulti.
In Italia alcuni ritengono
inaccettabile qualsiasi limitazione della libertà, per qualsiasi
motivo. Altri di fatto disprezzano la libertà. Non a caso non usano
quasi mai questa parola, o le affiancano aggettivi spregiativi tipo
“smodata”, “antisociale” e cose simili. Sono gli eredi del
comunismo marxiano, che, come tutti (o quasi) sanno, definiva
“borghese” ed “egoistica” la libertà. Sappiamo quale è
stato lo sbocco storico di simili teorizzazioni...
In una
democrazia pluralista debbano convivere valori diversi, che in certi
momenti possono diventare contrastanti. Questo può dar vita ad
autentici dilemmi etici che di volta in volta una buona politica deve
cercare di risolvere, o, quanto meno, rendere meno gravi. Il fatto che
spesso i politici neppure si rendano conto dell’esistenza di tali
dilemmi è una prova in più del fatto che a dominare oggi in Italia,
e non solo, non è la buona ma la cattiva politica.
Cerco di
esemplificare. Ormai è assodato che il covid colpisce in maniera
grave o mortale le persone appartenenti a certe fasce di età. Per
chi ha meno di 40 o di 30 anni il rischio è invece minimo,
praticamente inesistente sotto i 20 anni. Perché allora volere a
tutti i costi vaccinare anche i minorenni, gli adolescenti,
addirittura i bambini? La risposta più frequente è la seguente: “si
devono vaccinare tutti perché in questo modo si blocca il sorgere di
nuove varianti”. Do per scontato che la risposta sia corretta dal
punto di vista scientifico, ma trovo incredibile che in tanti non si
rendano neppure conto del dilemma etico che una tale risposta
sottintende. Praticamente si dice che è lecito sottoporre Tizio ad
un trattamento sanitario obbligatorio di cui non ha nessun bisogno,
anzi che può risultare sia pur minimamente rischioso, per tutelare
la salute degli ALTRI. E’ moralmente lecita una cosa simile? La
cosa è quanto meno assai dubbia. Estremizzando si potrebbe sostenere
che in nome della salute pubblica possano essere anche oggi
ammissibili le misure di inaudita crudeltà che un tempo venivano
prese per cercare, inutilmente, di arginare le epidemie. In fondo, se viene
scoperto un focolaio epidemico in una certa città nulla è tanto
efficace per contrastare il diffondersi dell’epidemia quanto una
bella scarica di napalm...
Non mi stancherò mai di
ripeterlo: in una società libera bisogna salvaguardare tutti i
valori fondamentali. La tutela della salute è un valore, ma anche la
libertà lo è. Bisogna fare in modo che i possibili contrasti fra
questi valori siano il meno acuti possibile, occorrono politiche
pragmatiche, intelligenti, non proclami e strilli.
Del resto,
quelli che non esito a definire i “talebani della salute” non
sempre mettono la salute al primo posto fra i valori. Quando
l’epidemia di covid ha iniziato a diffondersi alcuni governatori di
regione avevano proposto che venisse sottoposto a quarantena chi
arrivava dalla Cina. Si è subito levato un uragano di grida contro
la “discriminazione” ed il “razzismo” anticinesi. Visto che
c’era di mezzo un paese non occidentale la salute poteva benissimo
passare dal primo all’ultimo posto…
Ed anche oggi, gli
stessi che in nome della tutela della salute sono pronti ad accettare
tutto spalancano le porte alla immigrazione clandestina, senza
neppure chiedersi se questa non possa diventare stimolo al sorgere di
nuove varianti.
Non aggiungo altro. So che molti non saranno
d’accordo con me. Mi accuseranno di tenere una posizione “mediana”,
di cercare di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte.
Può
darsi che sia così, ma… siamo davvero sicuri che le posizioni
“mediane” siano sempre sbagliate? Personalmente non mi sento
obbligato a schierarmi con chi, come Burioni, paragona a “sorci”
i presunti no vax, ma neppure con chi paragona il green pass alla
Shoah.
Ho dubbi fortissimi sul green pass, tra l’altro mi
sembra di impossibile attuazione. Per fare solo un esempio: può un
barista chiedermi di esibire il green pass? Solo un poliziotto o un
pubblico ufficiale possono costringermi ad esibire un documento. E’
pubblico ufficiale un barista? Non mi pare.
Ho, dicevo, serissimi
dubbi sul green pass ma NON sono, NON sono MAI stato un no vax. Credo
nella medicina “tradizionale”, cioè nella medicina tout court,
non alle chiacchiere dei cultori delle medicine "alternative" e credo
nella enorme utilità dei vaccini. Quindi non mi schiero con i
talebani di nessun colore. Preferisco continuare a ragionare conla
mia testa:
Aspetto le contestazioni...
lunedì 12 luglio 2021
SESSO O GENERE?
Diritti umani?
Per il signor Alessandro Zan e per
il suo amico Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, cambiare sesso è
un “diritto umano”.
“Tutti noi abbiamo un'identità di
genere, la percezione del nostro genere, ma qualcuno già da bambino
lo percepisce diverso da quello biologico. E' un diritto umano”.
Così parlò Alessandro Zan, e Fedez è ovviamente d’accordo.
Da
una parte c’è il genere, dall’altra il “sesso biologico”,
quella cosuccia che differenzia fisicamente, e non solo, i maschi
dalle femmine, che fa si che le donne, a differenza degli uomini,
restino incinte e partoriscano, abbiano il ciclo mestruale, allattino
i figli. Si tratta di particolari di scarsa rilevanza, a parere del
signor Zan e del suo amico Fedez. A contare davvero non è il “sesso
biologico”, è il “genere” cioè il sesso percepito. Il
“genere” è costrutto culturale, scelta, ma è soprattutto un
sentire, un percepire la propria sessualità. E’ possibile essere
maschi ma vivere male questo essere, quindi si deve avere il diritto
di modificare il proprio sesso “biologico”. Si tratta di un
diritto, meglio, di un diritto fondamentale, un diritto umano, come
quelli alla vita, alla liberà, alla sicurezza.
Lo dico subito,
onde evitare fraintendimenti. Penso che se una persona si trova male
nel suo sesso abbia diritto di cercare di cambiarlo. Chi si sente
diverso ha diritto di esserlo senza dover per questo subire violenze,
insulti o ingiuste discriminazioni. Se questo fosse il senso delle
affermazioni del signor Zan non si potrebbe che essere d’accordo
con lui. Ma il senso è ben diverso, e del tutto inaccettabile.
La
prima domanda da porsi è la seguente: il diritto di cercare di
cambiare il proprio sesso può esser definito diritto umano?
Non
tutti i diritti si possono infatti definire “umani”. Si
definiscono umani solo i diritti fondamentali, quelli da cui
gli altri derivano, che informano di se gli ordinamenti giuridici ed
influenzano nel profondo la vita di uomini e donne, in tutti i suoi
aspetti. Il diritto alla libertà o alla sicurezza sono di questo
tipo, lo è il diritto a cercare di modificate il proprio sesso? Con
tutta evidenza NO. Se lo fosse dovremmo definire umani, cioè
basilari, diritti come quello di scegliersi il lavoro ed il luogo di
residenza, di frequentare una palestra o fare escursioni in montagna.
Tutti questi sono diritti derivati, particolarizzazioni del diritto
fondamentale alla libertà, definirli “diritti umani” è una mera
sciocchezza. Se il diritto di cui parla Zan fosse solo quello di
cercare di cambiar sesso quando non si è “soddisfatti” della
propria sessualità ci troveremmo di fronte ad un diritto derivato
non troppo diverso da quelli che si sono appena elencati, da tutelare
ma che solo persone incredibilmente sciocche potrebbero definire
“diritto umano”.
Infatti ciò di cui parla Zan NON è
un diritto di questo genere. Zan e con lui i teorici del gender non
mirano a tutelare i diritti di minoranze sessuali, mirano a
ridefinire il concetto stesso di sesso. Non a caso non usano
questa parola o se la usano le affiancano sempre l’aggettivo
“biologico”, ad indicare che si tratta solo di una variante
inessenziale della sessualità. Al posto della parola “sesso” che
potrebbe domani fare la stessa fine di altre parole che i guru del
politicamente corretto hanno espulso dal vocabolario, usano la parola
“genere”. E il genere, lo si è visto, è il sesso percepito, la
sensazione del sesso. Il sesso non è “quella cosa li”: una
caratteristica naturale fondamentale degli esseri umani e degli
animali superiori, non è collegato alla riproduzione della specie,
non è componente essenziale del fisico ed in parte anche della
psicologia di uomini e donne. No, il sesso è un sentire transitorio,
una scelta fra le altre e, come molte altre, reversibile. Oggi sono
maschio, domani femmina, dopo domani qualche altra cosa. Il sesso
staccato dalla identità, dalla personalità, mero fluire eracliteo.
Non si tratta di riconoscere e tutelare chi intende in questo modo
la propria sessualità, si tratta di abbandonare la concezione del
sesso che caratterizza da millenni il genere umano e, cosa se
possibile ancora più grave, di trasformare in reato qualsiasi
critica a questo concetto di sessualità. I teorici del gender si
sono infatti inventati un nuovo tipo di reato: l’omofobia, in base
al quale pretendono di condannare penalmente chi non condivide le
loro idee. Non chi aggredisce o insulta qualcuno per le sue
preferenze sessuali, questo è fuori discussione, chi ritiene che il
sesso vero sia quello “biologico” e che il “genere” sia solo
un costrutto culturale.
E’ chiaro che se di una
ridefinizione di questo tipo si tratta, questa implica una
trasformazione profonda dell’ordinamento giuridico, di usi,
costumi, linguaggio, modi di rapportarsi fra loro delle persone. Non
occorre trasformare il mondo per tutelare i diritti degli omosessuali
e di quanti intendono modificare il proprio sesso, ma una
ridefinizione del sesso nel senso indicato dai teorici del gender
implica modifiche profonde e onnicomprensive.
Per fare solo
alcuni esempi, i teorici del gender staccano la sessualità dalla
riproduzione della specie, questo implica non solo il matrimonio e le
adozioni omosessuali ma anche la legalizzazione di una pratica
obbrobriosa e degradante per le donne come quella dell’utero in
affitto. A sua volta questa porta a degenerazioni che è lecito
definire eugenetiche. Si sceglie che tipo di bambino si intende
avere: Tizio inietta il suo seme in una donna che abbia certe
caratteristiche fisiche perché vuole che suo figlio abbia quelle
caratteristiche e non altre. Molto spesso un’altra donna ancora
porterà a termine la gravidanza. Il nascituro avrà in questo modo
un padre e due madri, ma non c’è da preoccuparsi: appena nato sarà
strappato a chi lo ha partorito e consegnato ai suoi felici
“genitori” gender. I bambini vengono ad essere “costruiti”
per assecondare i gusti degli adulti, la riproduzione diventa assai
simile alla produzione; gli esseri umani diventano il risultato di
una attività non troppo diversa da quella con cui si costruiscono
case, automobili o televisori.
Continuiamo: se il sesso viene
sostituito dal genere che fine farà mai lo sport, quello femminile
soprattutto? Oggi le gare sportive si dividono in maschili e
femminili e il criterio di distinzione fra queste è il sesso
“biologico”, per usare la sprezzante terminologia gender. Ma se
il sesso viene sostituito dalla percezione soggettiva del sesso come
distinguere le competizioni maschili da quelle femminili? Sta già
avvenendo: molti transgender che hanno conservato una struttura
muscolare maschile partecipano a competizioni femminili e, guarda
caso, vincono. Non ci vuole molto per comprendere che un simile stato
di cose porterà alla fine dello sport femminile. Situazioni
analoghe, a volte ridicole, altre drammatiche si presentano in
molteplici aspetti della vita sociale. Carcerati maschi che “si
sentono” femmine chiedono di poter scontar la pena in carceri
femminili, con le conseguenze che è facile immaginare...
Conseguenze non meno gravi si hanno sul linguaggio. Oggi questo
è strutturato per lo più in maschile e femminile. In una monarchia
si avrà un re o una regina, a seconda del sesso di chi siede al
trono. Ma questo uso del linguaggio fa riferimento al detestato
“sesso biologico”. Se questo viene sostituito dal genere, cioè
dalla percezione soggettiva del sesso, le cose cambiano radicalmente.
Il sesso è fluido, cangiante. Oggi sono maschio, domani femmina,
dopodomani… chissà… Parlare di re e di regine diventa in questo
modo “discriminatorio”, “sessista”. I nomi devono diventare
asessuati e per farlo li si fa terminare con un bell’asterisco. Il
re diventa r* e stessa cosa capita alla regina. Il maestro diventa
maestr*, la maestra idem. Qualcuno crede che con un simile linguaggio
potrà continuare ad esistere una letteratura? Non scherziamo…
Infine
la cosa forse più importante di tutte. Il reato di “omofobia”
trasforma di fatto in crimine un sentimento, la paura, e fa si che la
legge punisca con maggior severità le aggressioni di cui sono
vittime le persone che hanno certe preferenze sessuali. In questo
modo si viola il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte
alla legge, con conseguenze potenzialmente gravissime.
Non
dilunghiamoci oltre: la sostituzione del genere al sesso ha
conseguenze di enorme portata non solo sugli ordinamenti giuridici ma
su molti e basilari aspetti della vita umana, in questo senso è
simile ai fondamentali diritti umani, ma non di diritto umano si
tratta. Si tratta dell’imposizione di una nuova concezione del
sesso che si cerca di spacciare come difesa di un diritto. E mentre è
sbagliato, non democratico ed illiberale opporsi ad un diritto è del
tutto lecito, oserei dire doveroso, opporsi alla concezione del sesso
che i teorici del gender cercano di imporre alle società
occidentali.
Tizio ha diritto, se crede, di cercare di cambiar
sesso, ma non ha il diritto di trasformare la società per adeguarla
al suo modo di vivere la sessualità. Non ha diritto all’utero in
affitto, né di negare ai bambini il diritto di avere un padre ed una
madre e meno ancora ha il diritto di imporre ai bambini dei genitori
il cui sesso varia da un anno o, chissà, da un mese all’altro.
Meno che mai può spacciare per “diritto” la intollerabile
violenza consistente nel bloccare lo sviluppo sessuale dei bambini di
modo che questi, giunti alla maggiore età, possano “scegliere”
il proprio sesso. Non ha il diritto di gareggiare in competizioni
femminili pur conservando una struttura muscolare maschile, né di
distruggere il linguaggio e con questo la possibilità stessa di una
letteratura. Non ha il diritto di censurare o addirittura di sbattere
in galera chi non concorda con la sua scelta. In una parola, non ha
diritto al nichilismo, per il semplice motivo che il nichilismo non è
un diritto. E’ invece un diritto, e forse anche un dovere, opporsi
al nichilismo, con tutte le forze, senza se e senza ma.
Il
rifiuto del dato, uomo e natura
La
pretesa di contrapporre il genere a quello che si definisce “sesso
biologico”, in realtà il sesso tout court, l’idea cioè
che il sesso, ridenominato “genere”, sia qualcosa di fluido,
malleabile all’infinito altro non è che la riproposizione in
chiave politicamente corretta di una aspirazione da tempo presente
nel pensiero occidentale: il rifiuto del dato.
Il
dato è ciò di cui si può solo dire: è così e così. Non lo si
può dimostrare perché è il presupposto di ogni dimostrazione, non
è il risultato della nostra azione, non si adegua al nostro volere.
C’è, esiste ed esistendo ci condiziona profondamente, e basta.
Noi
tutti siamo esseri dati. Io sono nato in un certo paese, in una certa
epoca storica, con certe caratteristiche, sono un essere dato.
Ed è dato il mondo che mi
circonda e le leggi che lo regolano. Certo,
posso cambiare alcuni aspetti dati
del mondo ed anche
di me stesso, ma solo partendo da altri, che devo accettare come
dati. Non mi auto costruisco, non sono causa di me stesso, non posso
esserlo.
L’idea
di un ente che crea se
stesso
prima
ancora di essere
di
impossibile applicazione empirica
si rivela logicamente contraddittoria.
Per
poter essere causa di se stesso un ente dove già esistere, ma la sua
esistenza dipende dalla capacità di autocrearsi; il concetto di
esistenza rimanda a quello di causa e questo rimanda a quello: il
tipico circolo vizioso.
Non a caso di un solo ente si dice che è “causa sui”: Dio, ma è
proprio questa caratteristica della divinità a risultare
incomprensibile per l’umana ragione. Si può credere per fede, non
comprendere razionalmente che Dio sia “causa sui”. In ogni caso
una simile caratteristica riguarda solo
Dio.
L’uomo di
certo non si crea da solo, è, inesorabilmente, un essere dato.
I
riformatori radicali del mondo però non amano il dato, lo
considerano un limite insopportabile alla libertà. Non
alla libertà liberale, alla libertà assoluta, priva di
condizionamenti cui gli
ultra radicali
aspirano.
La
libertà liberale non
ha nulla a che vedere con la l’idea faustiana dell’uomo che crea
se stesso. Per il liberalismo la libertà è sempre libertà di
uomini empirici, dati, che vivono in un mondo dato che li limita.
Proprio per questo i riformatori radicali, i rivoluzionari,
disprezzano la libertà liberale, sognano una trasfigurazione totale
del mondo e dell’uomo, l’assolutamente nuovo che faccia piazza
pulita di tutto il passato. Questa
aspirazione alla
palingenesi rivoluzionaria, l’evento traumatico che creerà l’uomo
nuovo e la società perfetta è
precisamente una rivolta contro il dato. Il dato ci ricorda che la
perfezione è fuori dalla nostra portata, che il nostro potere di
modificare noi stessi ed il mondo è sempre limitato, parziale,
spesso molto parziale. Tanto basta ai fanatici dell’assoluto per
odiarlo.
Malgrado
gli strilli e le proteste dei fanatici tener conto del dato è
l’unico modo concesso all’uomo per agire in maniera positiva,
progredire sul serio. L’uomo non può creare la natura, meno che
mai può
creare
se stesso. Può modificare la natura, compresa, in piccola parte, la
propria, solo obbedendo alle leggi che la regolano.
Solo
per esemplificare, l’uomo
per vivere deve mangiare, questo è vero oggi come tremila anni fa.
La
differenza fra la situazione di oggi e quella di tremila anni fa sta
nella abbondanza di cibo oggi a disposizione di una parte consistente
del genere umano, nella sua qualità, nel fatto che le diete di oggi
sono molto più salubri, equilibrate e gustose di quelle di tre
millenni fa. In questo c’è stato un grande progresso nel campo
dell’alimentazione. A nessuno è però mai venuta in mente l’idea
di modificare la natura umana in maniera tale che gli uomini non
siano più condizionati dall’istinto della fame. Quello che accade
per il cibo accade in tutti
i campi dello sviluppo. Per millenni gli uomini non hanno potuto
volare, oggi possono farlo non perché siano stati capaci di
modificare la loro natura, “autocostruirsi” e munirsi di ali, ma
perché sfruttando le leggi naturali hanno
costruito
macchine in
grado
di levarsi in volo. Considerazioni simili possono farsi per
un numero elevatissimo di attività umane. Sempre, in tutti i campi
quando agisce positivamente e modifica in positivo il mondo l’uomo
tiene conto del dato, rispetta ed
usa
le leggi di natura. Quando cerca di ignorarle,
o peggio di rivoltarglisi contro, provoca solo disastri.
Nulla
del nostro essere dati è tanto importante quanto la nostra identità
sessuale. Quando nasciamo possiamo essere o
non essere
sani, belli o
robusti, ma di certo, a parte un numero minimo di eccezioni che
restano tali, nasciamo maschi o femmine. Se non affetti da gravi
patologie nasciamo col nostro sesso, l’apparato riproduttivo è
parte integrante de nostro corpo, come lo sono quello respiratorio o
digerente. Piaccia
o non piaccia ai teorici del gender non esiste la “sessualità
biologica”, esiste
la sessualità e
basta.
E
basta guardare il corpo di un uomo e quello di una donna per
constatare quanto questa
sia rilevante nel determinare la nostra identità.
I
filosofi del gender cercano di svalorizzare quella che definiscono
“sessualità biologica”, cioè la sessualità reale degli esseri
umani, quella caratterizzata dalla polarità “maschio – femmina”,
e cercano di contrapporre a questa la fluidità del “genere”, la
sessualità percepita. Però... però anche gli omosessuali, i trans
ed i cosiddetti “non binari”, coloro cioè che oscillano di
continuo fra un sesso e l’altro, non escono da quello che i gender
definiscono “sesso biologico”. Un omosessuale è una persona che
prova attrazione per persone del suo stesso sesso, un
trans o un “non binario” sono persone che, non soddisfatte del
proprio sesso, vorrebbero cambiarlo; tutte restano di fatto
all’interno della polarità “maschio – femmina”,
semplicemente assumono nei confronti di questa polarità una
posizione diversa da quella largamente maggioritaria fra gli esseri
umani. Dalla sessualità non si esce, non si può uscire perché su
tratta di un dato naturale originario. Non esiste il genere, il sesso
come “percezione”, esiste il sesso che alcuni di noi possono
percepire diversamente da altri.
I teorici del gender invece
ritengono che il sesso, da loro definito “biologico” sia qualcosa
di inessenziale, un mero momento del fluire del sesso percepito. Per
loro una eventuale tensione fra la fisicità del sesso e il modo in
cui questa viene vissuta non è sintomo
di un conflitto interno
da cercare di superare, magari,
al limite, con procedure di cambiamento di sesso, no, per loro questa
è la sessualità “normale”, autentica, talmente normale ed
autentica che si può cercare di “spiegarla”, di fatto ad
imporla, anche ai bambini; c’è chi giunge addirittura a proporre
che lo sviluppo sessuale di questi venga bloccato in attesa che,
divenuti maggiorenni, possano scegliere il proprio sesso. Qui, con
tutta evidenza, non siamo di fronte al riconoscimento di rispettabili
tensioni e differenze nella sessualità, siamo di fronte a qualcosa
di radicalmente diverso: al tentativo di eliminare
il dato
della
sessualità,
a fare del sesso un momento dell’autocrearsi dell’uomo. La
solita, vecchia, tragica distopia faustiana.
Dal
dato non si può uscire, e non solo per evidenti ragioni logiche. Non
lo si può fare perché la natura, natura umana compresa, non è
plastilina plasmabile all’infinito, è qualcosa di solido, retto da
leggi che non è in nostro potere modificare. C’è chi ha cercato
di eliminare il dato dal mondo, non c’è riuscito, ovviamente, ma
non per questo la sua azione è stata priva di conseguenze, si è
limitata ad un innocuo vaneggiamento utopico. I riformatori radicali
del mondo non hanno costruito la società e l’uomo perfetti,
l’assolutamente nuovo è rimasto fuori dalla loro portata, ma
qualcosa di radicalmente nuovo la hanno costruita: le più mostruose
tirannidi totalitarie della storia e montagne di cadaveri, un nuovo,
terrificante “dato” nel mondo.
I filosofi del “gender”
non sembrano in grado di arrivare a tanto, ma di certo la loro
pretesa di eliminare dal mondo il dato della sessualita è gravida
di conseguenze. Ben lungi dal limitarsi a chiedere tutele e rispetto
nei confronti delle forme diverse di sessualità, cosa del tutto
giusta, costoro pretendono, val
la pena di ripeterlo,
di ridefinire il sesso e di trasformare la società intera per
adeguarla a questa ridefinizione. Le conseguenze di una simile
pretesa toccano un po’ tutto:
gli ordinamenti legislativi, la scuola, lo
sport,
i rapporti genitori - figli, il ruolo della scienza, la religione, il
linguaggio. E sono tutte conseguenze gravemente negative. La scuola
si trasforma in strumento di propaganda gender, la famiglia viene di
fatto esautorata da funzioni che in ogni democrazia devono restare di
sua competenza, la follia del blocco dello sviluppo sessuale dei
bambini colpisce, oltre agli innocenti pargoli, i genitori in quanto
questi hanno di più importante. Lo
sport femminile di fatto scompare.
Il
linguaggio viene pervertito in maniera talmente profonda da eliminare
la possibilità stessa di una letteratura. Parti
fondamentali della dottrina cattolica vengono criminalizzate come
“omofobe”. Viene
abbandonato
il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di
fronte alla legge.
La
scienza viene
spinta ad impegnarsi in imprese che ricordano più le distopie di
Huxley che il serio, paziente, lavoro di ricerca. In fondo l’unico
modo per mondare il mondo dal dato della sessualità sarebbe quello
di “costruire” integralmente,
facendo leva su alcuni dati della natura, i bambini in laboratorio,
magari liberi dall’infamia originaria del sesso. Chissà, forse un
giorno qualcosa
di
simile potrebbe essere possibile, ma dovrebbe fare i conti con un
altro dato, non naturale stavolta. Con quel dato della ragion pratica
che Kant chiamava legge morale. Non so se questo interessi ai teorici
del gender, di certo riguarda, e molto da vicino, gli esseri
umani.
Al di la delle fantasie fantascientifiche, la filosofia
gender contribuisce
oggi ad aggravare la crisi di identità dell’occidente, E’ un
momento, e certo non di secondaria importanza, della perdita di
coesione della nostra civiltà, del trasformarsi dell’occidente in
civiltà gassosa, priva di un centro unificante, di valori davvero
condivisi. In una parola è il sintomo del crescere del nichilismo.
Per questo occorre combatterla, senza
il timore di esser considerati “sessisti”. E’ sessista chi
incentra sul sesso tutta la propria esistenza, esattamente
come è razzista chi fa del colore della pelle la discriminante fra
il bene ed il male. In questo senso nessuno è tanto sessista
quanto i teorici del gender. Motivo in più per contrastarli, con
serietà,
senza insulti e violenze, ma con la massima determinazione.