mercoledì 6 novembre 2013

RECENSIONI: MAGISTRATI L'ULTRACASTA DI STEFANO LIVADIOTTI. BOMPIANI 2009

Magistrati. L'ultracasta

Il 13 dicembre 1973 un magistrato di 41 anni, il dottor Tizio, viene sorpreso nei bagni di un cinema col pene nella bocca di un ragazzino di 14 anni. Per quanto squallido il caso non ha in sé una rilevanza generale: i magistrati sono esseri umani come gli altri, la cosa è assai brutta ma anche fra loro si può trovare un pedofilo. Si possono invece fare considerazioni di carattere generale sulle conseguenze di questo fatto. Il dottor Tizio viene condannato a quattro mesi di reclusione con la sospensione condizionale della pena per il solo reato di corruzione di minore. Malgrado l’evidente mitezza della condanna il nostro eroe ritiene di essere stato trattato ingiustamente, presenta appello e dopo vari ricorsi  la suprema corte “annulla senza rinvio” la pena “relativa al solo delitto di corruzione di minore a seguito della estinzione del reato per sopravenuta amnistia”. Molto interessante. Tizio però era stato sospeso dalla attività di magistrato dalla sezione disciplinare del Csm (consiglio superiore della magistratura); dopo aver ottenuto il proscioglimento  fa appello contro la decisione della sezione disciplinare. Nel corso del dibattimento emerge una sconvolgente novità: il dottor Tizio, un paio d’anni prima dell’increscioso episodio nel cinema, aveva riportato una ferita alla testa. Questo fatto,sentenzia la sezione disciplinare, “Ha reso inerte la volontà (del dottor Tizio) di inibire quelle spinte pulsionali su cui il soggetto non riusciva più ad esprimere un giudizio di valore”. Insomma, il dottor Tizio prende una craniata e due anni dopo, in preda ad un raptus ed incapace di intendere ciò che sta facendo, si fa fare un pompino da un quattordicenne nel bagno di un cinema di periferia. Beh.. se è tanto incapace di intendere e di volere il dottor Tizio dovrebbe comunque smetterla di fare il magistrato, pensa una persona normale. Errore! Perché l’incapacità di intendere è stata un fatto del tutto isolato, una sorta di “una tantum”. Dopo il deplorevole episodio il dottor Tizio è guarito, è ormai un uomo ed un magistrato modello che può, senza timore alcuno, essere reintegrato nella carica. Il dottor Tizio infatti non solo viene riammesso ma viene addirittura promosso al ruolo di consigliere di cassazione, inoltre, avendo cumulato nel periodo di sospensione molti scatti di anzianità, questi gli vengono rimborsati.

Questo è solo uno degli episodi raccontati nel libro: “Magistrati l’ultracasta” di Stefano Livadiotti, Bompiani 2009. Un saggio molto bello che si legge tutto d’un fiato, come un romanzo giallo o meglio, un libro dell’orrore. Il racconto del magistrato pedofilo ed incapace (una tantum) di intendere e di volere è solo uno dei tanti esempi che dimostrano una cosa che tutti sanno ma che pochi hanno il coraggio di dire chiaramente: i magistrati non pagano quasi mai per i loro errori. La sezione disciplinare del Csm, afferma Livadiotti, “è una fabbrica di assoluzioni spesso motivate con sentenze al limite del grottesco. Così le toghe hanno 2,1 possibilità su 100 di incappare in una sanzione. Che comunque, anche nei casi più gravi, è sempre all’acqua di rose. Risultato: in otto anni quelli che hanno perso la poltrona sono stati lo 0,065%”.

L’indagine, ovviamente, non si limita alla sostanziale impunità di cui godono i tutori della legge ma tratta tutti gli aspetti della italica giustizia. A partire dalla lunghezza biblica dei processi ovviamente, che non è da attribuirsi, come affermano spesso i leaders della Anm (associazione nazionale magistrati, il potentissimo sindacato delle toghe), alle manovre di avvocati azzeccagarbugli che cercano di tirarla per le lunghe. Le udienze penali in Italia durano pochissimo, in media una ventina di minuti, e molto spesso si concludono con un rinvio perché… il giudice non si presenta. Sembra incredibile ma è proprio così. Del resto, che le manovre ostruzionistiche della difesa c’entrino poco con la durata biblica dei processi è dimostrato dal fatto che la giustizia civile (dove tutti o quasi hanno interesse ad arrivare ad una sentenza in tempi brevi) ha più o meno gli stessi tempi della giustizia penale (nella giustizia civile occorrono in media circa 2700 giorni per arrivare alla sentenza definitiva e 960 per arrivare alla sentenza di primo grado).

Livadiotti parla poi della lottizzazione incredibile che impera nella italica magistratura. Ogni persona normale è convinta che i i giudici  dovrebbero essere assegnati nelle sedi vacanti in base alle loro competenze. Le cose però non stanno affatto così. Chi deve coprire la tal carica poniamo, a Milano? Non un magistrato in grado di assicurare un servizio rapido, professionale ed efficiente, no, ci deve andare qualcuno che appartenga alla tal corrente della Anm, visto che a Torino è stato inviato il membro della tal altra corrente. E la stessa lottizzazione vale anche per coloro che siedono nel consiglio superiore della magistratura (Csm), nientemeno! Un organo costituzionale presieduto dal capo dello stato! Si dice Csm e subito si pensa ad un austero consesso di anziani magistrati carichi di esperienza, persone equilibrate, venerabili professoroni di diritto. Invece no! Le cose stanno ben diversamente! L’importante è che nel Csm siano rappresentate tutte le componenti politiche della magistratura: si va nel Csm a rappresentare Magistratura democratica, o magistratura indipendente o qualcun altro dei partitini in cui si dividono le italiche toghe. I membri del Csm sono magistrati piuttosto giovani, abbastanza inesperti, niente affatto luminari del diritto ma bravissimi a difendere la bottega di appartenenza. In pratica è l’Anm a stabilire chi andrà nel supremo organo del cosiddetto autogoverno della magistratura!      

 Vengono poi analizzate le carriere dei magistrati, di fatto automatiche anche se formalmente legate a giudizi di merito (sono praticamente sempre positivi). Basta lo scorrere del tempo e un magistrato arriva ai massimi gradi della carriera: “dopo 28 anni tutti raggiungono lo status di magistrato di cassazione con funzioni direttive. Anche i brocchi rimasti sempre in un tribunale di provincia”. Lo status e lo stipendio, ovviamente. Si, gli stipendi, a cui i magistrati tengono moltissimo e sul cui vero ammontare cercano di far trapelare il meno possibile. Ad essere essenziale nel calcolo degli stipendi  non sono i minimi tabellari, ma il diabolico meccanismo degli scatti e delle classi. Grazie agli scatti ed alle classi ”il magistrato ordinario guadagna sempre molto di più di quanto previsto come stipendio base nel grado superiore cui accede e siccome vige il principio della conservazione dello stipendio maturato l’amministrazione attribuisce al magistrato promosso tante classi e tanti scatti quanti sono necessari per non farlo arretrare, dopo di che applica su tale stipendio gli scatti maturati nella categoria di provenienza”. Un bel giochetto, che permette alle toghe italiane di godere di stipendi cha vanno dai 34.000 euro lordi annui per i novellini (che diventano oltre 45.000 solo tre anni dopo) fino agli oltre 140.000 per i gradi più elevati, cui si devono aggiungere, oltre a vari benefits, i rimborsi per gli incarichi extragiudiziali, assai redditizi e a cui i nostri magistrati tengono moltissimo. Ultima inezia, le ferie per le toghe italiche, ricorda Livadiotti, ammontano a 51 (cinquantuno) giorni all’anno, alla faccia della durata dei processi!

Il quadro della magistratura italiana che emerge dal libro di cui stiamo parlando è desolante e conferma il giudizio che sul corriere della sera del 24 agosto 1998 diede delle toghe italiane Indro Montanelli (diventato oggi, non si sa bene perché, un autentico idolo dei vari Santoro, Travaglio & c.). “Nella giustizia c’è un dieci per cento di autentici eroi pronti a sacrificare carriera e vita: ma sono senza voce in un coro di gaglioffi che c’è da ringraziare Dio quando sono mossi soltanto da smania di protagonismo”. Il sarcastico giudizio di Montanelli, che Livadiotti riporta, trova piena conferma nelle pagine del suo saggio. Se si tiene conto anche della mancata divisione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, della mancanza di ogni controllo sulla efficienza ed efficacia del lavoro dei magistrati, delle continue invasioni di campo della magistratura sul terreno della politica e della formazione delle leggi, con grande attenzione a quelle che riguardano le loro retribuzioni, non si possono che condividere le conclusioni del saggista dell’”Espresso”: la magistratura italiana è una casta potentissima, chiusa ed autoreferenziale; sottratta ad ogni controllo e limitazione esercita oggi un potere assolutamente abnorme che nulla ha a che vedere con la celebratissima autonomia.
Non a caso è proprio l’autonomia ad essere costantemente invocata quale giustificazione di ogni privilegio. La cosa piuttosto divertente infatti è precisamente questa. I leaders dell’Anm, cioè i difensori d’ufficio dei magistrati, non negano i privilegi delle toghe, si limitano ad affermare che questi sarebbero necessari per preservare l’autonomia della magistratura. Nessuno controlla la produttività del lavoro dei magistrati perché se ciò avvenisse sarebbe lesa la loro autonomia, le carriere di fatto sono automatiche perché carriere legate al merito lederebbero l’autonomia della magistratura, i magistrati pretendono di autodeterminare le loro paghe perché paghe più basse li renderebbero ricattabili dal potere politico e quindi non autonomi, si potrebbe continuare. L’autonomia cessa in questo modo di essere la sacrosanta autonomia del giudice nell’esercizio della funzione di giudice, diventa separatezza, irresponsabilità, licenza di fare ciò che si vuole senza controllo alcuno. O siamo un corpo separato, irresponsabile, autoreferenziale, giudice inappellabile di se stesso o la nostra autonomia è lesa: così strillano i dirigenti dell’Anm e molti applaudono, forse perché non sanno cosa si cela dietro a questa presunta “autonomia”.

“E i cittadini?” potrebbe chiedersi qualcuno. Si, i cittadini, coloro che usufruiscono dei servizi delle toghe. Perché tutto il gran parlare di autonomia fa passare sotto silenzio il fatto elementare che sono i cittadini a soffrire i danni di una giustizia lentissima, inefficiente, spesso faziosa, altre volte lassista fino all’inverosimile. Sono i cittadini le vittime dei privilegi che Livadiotti denuncia nel suo lavoro, sono loro le prime vittime di una giustizia che non funziona e che non funzionando fa funzionare male l’economia, è fattore di crisi economica e sociale, deteriora la qualità della convivenza civile e democratica. Certo, per i forcaioli  i cittadini possono stare tranquilli: i magistrati sono ben difesi dalla "autonomia" all'italiana, resta una piccola domanda: chi difende i cittadini dai magistrati?
Il libro di Stefano Livadiotti, documentatissimo, ricco di fatti, cifre, statistiche, lascia poco spazio agli alibi, alle giustificazioni pelose, alle palle. E’ particolarmente adatto per coloro che sono convinti che la magistratura sia un’isola felice in un mare di corruzione o addirittura la forza che ci salverà dalle oscure manovre di forze reazionarie, piduiste e mafiose. E’ insomma un libro particolarmente adatto agli amici dei De Magistris e dei Di Pietro, dei Travaglio e dei Santoro e degli Ingroia. Ma serve a tutti, proprio a tutti. Se ne consiglia vivamente la lettura.

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