lunedì 7 aprile 2014

CONSAPEVOLE, NELLA NEOLINGUA POLITICAMENTE CORRETTA

Consapevole. Significa ”che sa”, “conscio”, “al corrente di”. Si dice “consapevole” di qualcosa colui di cui ha senso pensare che forse quella cosa non la conosce, o non la conosce bene. “Sono consapevole dei pericoli di quella attività”, “sono consapevole delle responsabilità che comporta l'essere padre” e così via. Nella neolingua politicamente corretta invece “consapevole” è usato come il prezzemolo, un aggettivo appiccicato a tutto, anche a cose di cui ha poco, o nessun, senso porsi domande sulla nostra “consapevolezza”. Non solo, nella lingua usata dalle persone normali il termine "consapevole" è riferito al soggetto: “Luigi è consapevole dei rischi di quel certo investimento”, “Maria è consapevole delle difficoltà della vita in comune con Pietro”. Nella neolingiua politicamente corretta invece “consapevole” diventa l'attribuito di un verbo o di un complemento oggetto. “Masturbazione consapevole”, “consumo consapevole”, “turismo consapevole”, “sesso consapevole”.
Negli asili si tengono corsi di “masturbazione consapevole”. Occorre educare tutti ad un “consumo consapevole”. Faccio del “turismo consapevole”. Ieri ho conosciuto una bella signora ed abbiamo fatto del “sesso consapevole”.
Esiste inoltre una impercettibile ma importante modifica nel significato del termine “consapevole” quando questo viene usato in maniera politicamente corretta. Nel suo senso corrente è “consapevole” chi conosce qualcosa che potrebbe non conoscere, è “non consapevole” chi invece quella cosa non la conosce. In senso politicamente corretto invece il termine "consapevole" rimanda alla conoscenza di una realtà diversa da quella che crediamo di conoscere. Tutti sappiamo, crediamo di sapere, cosa è la masturbazione, ma sbagliamo. Dietro all'atto del masturbarsi c'è una realtà che noi comuni mortali ignoriamo e di cui dobbiamo diventare “consapevoli”. Masturbarsi non significa più, come comunemente si intende, darsi da soli il piacere sessuale, no, significa “smascherare” una realtà repressiva, fondata sulla “imposizione sessista dei ruoli”. Allo stesso modo, tutti crediamo di sapere cosa sia il turismo, ma , di nuovo, sbagliamo. Il “turismo consapevole” ci svela che fare del turismo non significa visitare posti belli ed affascinanti, ma rapportarsi in maniera “aperta e solidale” con le “culture diverse” e così via.
Non solo. Molto spesso il termine "consapevole" usato in maniera politicamente corretta si intreccia con il burocratismo imperante nell'unione europea. La "consapevolezza" a cui il termine "consapevole" rimanda diventa allora una "consapevolezza" assoluta, la consocenza, ad esempio, di TUTTI i rischi connessi a quella certa attività, o della composione chimica di tutti gli ingredienti di quel certo cibo eccetera. L'economia di mercato, questo è il messaggio insieme politicamente corretto e burocratico programmatorio, è dominata da famelici predoni da cui ci devono proteggere gli angelici euroburocrati. Così, per acquistare in maniera "consapevole" una bottiglia di passata di pomodoro, devo avere quanto meno tre lauree in chimica. 
Usati in senso politicamente corretto e burocratico programmatorio certi termini si intingono immediatamente di ideologia. Le parole non rimandano più alle cose ma ad una visione del mondo che è assunta a priori come vera, bella e giusta. Dietro alla richiesta di "consapevolezza" si cela la pretesa degli euroburocrati di renderci edotti di tutto su tutto. Dietro alla “masturbazione consapevole” c'è la filosofia gender, dietro al “consumo consapevole" il misticismo ecologico, dietro al “turismo consapevole” quello terzomondista. Ottimo motivo per non usare mai espressioni come “masturbazione consapevole” o altre simili stronzate politicamente corrette e burocratiche.

sabato 5 aprile 2014

ALCUNI RIDICOLI LUOGHI COMUNI

Il politicamente corretto non è altro, a ben vedere, che un insieme di luoghi comuni, frasi ad effetto, affermazioni apodittiche che è vietato contestare perché chi le contesta viene subito additato al pubblico disprezzo come reazionario, razzista, nemico della “povera gente”. Io però sono un gran cattivone, non mi interessa passare per buono, così mi diverto ad analizzare alcuni di questi luoghi comuni, non tutti, è letteralmente impossibile. Vediamone qualcuno che riguarda i “migranti” e la povertà nei paesi arretrati, Africa in particolare.

“I paesi poveri sono tali perché l'occidente li deruba delle loro materie prime”. Una volta l'Africa era ricca perché aveva tante preziose materie prime, poi sono arrivati gli imperialisti occidentali, le “multinazionali” e tanti altri cattivissimi predatori che le hanno tolto le risorse condannandola alla miseria perenne. Non è mia intenzione negare che la politica delle potenze occidentali dia stato spesso predatoria e contraria ad elementari principi etici, ma è sensato affermare che l'Africa è povera perché le sono state derubate le risorse? La risposta non può che essere negativa. Quando gli occidentali “rubavano” agli africani le loro risorse queste non erano tali per loro. Un bene esistente in natura diventa “risorsa”, “materia prima” solo in corrispondenza di un certo livello di sviluppo economico e tecnologico. Prima della invenzione del motore a scoppio il petrolio NON era una risorsa, né lo era il ferro per chi non sapeva come fonderlo e trasformarlo in utensili o armi, né l'albero della gomma per chi non sapeva trasformare il lattice gommoso in manufatti.
Non è stato il saccheggio di materie prime a causare la povertà, ma questa a rendere possibile quello. E' solo il caso di aggiungere che oggi le famose materie prime vengono acquistate a prezzi di mercato.

I paesi poveri sono tali perché strozzati dal debito. Nei fatti i paesi poveri rendono solo una piccola parte dei debiti che hanno contratto. Questi vengono continuamente loro rinnovati. Negli ultimi 60 anni l'Africa ha ricevuto somme ingentissime in prestiti, spesso a fondo perduto, ed aiuti senza che questi abbiano dato il via ad un vero decollo economico. Dire che è il debito a causare la povertà è un po' come dire che il finanziamento concesso ad un imprenditore è causa del fatto che questi non riesce poi, con i soldi avuti in prestito, a far decollare la sua attività economica. Di nuovo, si scambia la causa con l'effetto. Non è il debito a causare la povertà ma questa a rendere possibile quello.

Un tempo i “migranti” eravamo noi. Certo, e allora? Noi eravamo Emigranti ed andavamo in paesi che volutamente tenevano aperte le porte ai processi di immigrazione. Le nostre mete preferite erano gli Stati Uniti, l'Argentina, l'Australia, PAESI DI IMMIGRATI, paesi enormi, scarsamente popolati che avevano un gran bisogno di mano d'opera. Ad un certo punto questi paesi hanno chiuso le porte e il flusso migratorio verso di loro si è ridotto. Nessuno ha preteso che Argentina, Australia o Stati Uniti continuassero indefinitamente ad accogliere tutti, indipendentemente dalle loro esigenze e dai loro bisogni.

I “migranti” sono portatori di differenze che per noi sono “ricchezza”. Idiozie! Moltissimi “migranti” hanno cultura, abitudini, stili di vita INCOMPATIBILI coi nostri, questa tra l'altro è un'altra, grande, differenza fra gli Emigranti italiani ed i “migranti” nord africani. NON è vero che TUTTE le differenze siano “ricchezza”, che OGNI diversità sia positiva. Un nazista è DIVERSO da me ma io non voglia aver nulla a che fare con la sua “diversità”, lo stesso dicasi per un seguace di Pol Pot, Stalin o Mao, uno stupratore, un serial killer... ed un fondamentalista islamico. Dovrebbe essere chiaro, E' chiaro, per chi non sia seguace del “politicamente corretto”.

E tanto basta.

mercoledì 2 aprile 2014

CONTRO GLI INCORRUTTIBILI




Detesto i corrotti, ma odio gli incorruttibili. Li odio di un odio profondo, freddo, razionale. Li odio perché mi fanno orrore e paura. E ora cerco di spiegare il perché.

“Agisci solo secondo quella massima che tu puoi volere, al tempo stesso, che divenga una legge universale”, questa la notissima prima formulazione dell'imperativo categorico kantiano. Questa formula può essere interpretata nel senso che chi segue sempre, integralmente e senza riserve, l'imperativo etico non dovrebbe fare distinzione alcuna, nei suoi comportamenti, fra se e gli altri. La legge è universale ed astratta, non opera nessuna distinzione fra gli esseri umani, allo stesso modo dovrebbe comportarsi chi pone la legge a base del suo comportamento.
Basta un piccolo esperimento mentale per rendersi conto che un simile comportamento è umanamente impossibile.
Sono alla guida della mia auto, in una strada in discesa. Ad un tratto mi rendo conto con orrore che i freni sono rotti. L'auto acquista velocità; di fronte a me appare una figura: è un bambino, è mio figlio, l'auto fuori controllo lo travolgerà. Posso evitare di ucciderlo in un solo modo: svoltando rapidamente a destra, ma se lo faccio l'auto travolgerà un altro innocente bambino. Che faccio? Qualsiasi padre svolterà, eviterà di travolgere il figlio, lo farà pieno di orrore, di disperazione ma lo farà, e nessuno potrà condannarlo per questo. Però, svoltando il padre dimostra che per lui le vite degli esseri umani non sono tutte equivalenti.
L'imperativo etico in effetti, specie se interpretato in maniera forte, è quanto di più innaturale possa concepirsi. Tutti gli esseri viventi in natura mirano prima di tutto a salvaguardare la propria esistenza, non considerano tutte equivalenti le varie vite, né, tanto meno, le varie forme di vita. Le stesse, rare, azioni eroiche, quelle in cui un essere umano si sacrifica per i suoi simili, hanno un senso, a ben vedere le cose, solo in relazione a questo universale, fortissimo, attaccamento che ogni essere vivente ha per la propria esistenza. Il gesto del martire che si sacrifica per gli altri sarebbe non solo impossibile ma addirittura insensato se gli altri non fossero attaccati alle loro esistenze. Se tutti mettessimo sullo stesso piano tutte le vite perché qualcuno dovrebbe accettare che un altro si sacrifichi per lui? E dove starebbe l'eroismo, dove lo stesso sacrificio, se chi accetta di morire per salvare altri esseri umani considerasse equivalenti la sua vita e quelle delle persone per cui la immola?
Inteso in senso forte l'imperativo appare non solo contrario alla natura ed alla psicologia umane, ma viziato da una intima contraddizione: comportarsi in maniera tale da non fare distinzione fra se stessi e gli altri svuota il concetto di merito morale, rende incomprensibile lo stesso rispetto verso i nostri simili. Perché Tizio dovrebbe esigere che Caio lo rispetti se non esiste differenza alcuna fra la sua vita e quella di Caio? Caio deruba Tizio, e allora? La vita di Caio migliorerà in seguito a questo furto, e per Tizio la vita di Caio vale quanto la sua. Derubandolo Caio non lo ha offeso, non ha peggiorato la sua esistenza. L'imperativo del rispetto valo solo se ognuno tiene a se stesso, quindi tiene ad essere rispettato.
L'imperativo può essere interpretato in un altro modo, non contraddittorio, più moderato e consono alla natura umana. Ognuno tiene a se stesso, e fa distinzione fra l'esistenza propria e quella degli altri, nel far questo però ognuno è obbligato moralmente a non prevaricare gli altri. L'etica riconosce il fatto primordiale dell'attaccamento di ognuno al proprio esistere, ma lo tutela in maniera generalizzata. Io, tu, tutti abbiamo diritto di amare noi stessi e questo diritto va tutelato per tutti allo stesso modo. Essere soggetti morali non ci trasforma in esseri disincarnati, privi di desideri, interessi, pulsioni. Siamo e restiamo uomini anche se sentiamo l'obbligo di rispettare i nostri simili. Kant avrebbe optato per queste interpretazione del suo imperativo categorico? Forse si, o forse no...

Inteso in senso non estremistico l'imperativo etico appare però pericolosamente aperto alla trasgressione, per questo Kant, che pure riconosce senza esitare che l'uomo è fatto di “un legno storto da cui è molto difficile si possa costruire qualcosa di dritto”, avrebbe avuto, penso, forti perplessità ad interpretarlo in modo tale.
Pur desideroso di comportarmi in maniera eticamente corretta io ho diritto di fare distinzioni fra me e gli altri. Io non sono un mero appartenente al genere umano, sono quel certo essere umano, con i suoi interessi, le sue aspirazioni, i suoi desideri, che non sono per me sullo stesso piano degli interessi, delle aspirazioni, dei desideri degli altri. Partendo da questo presupposto non è possibile che io decida di non rispettare i miei simili? Se io mi considero in una posizione privilegiata rispetto agli altri non corro il rischio di varcare la soglia che separa le azioni moralmente lecite dalle altre?
La vita morale degli esseri umani si dibatte in questo dilemma: o si considera solo la legge, e non si fa distinzione alcuna fra se stessi e gli altri, ed allora non solo si calpestano le leggi elementari della psicologia e della natura umane ma si cade nell'auto contraddittorietà, o si fa questa distinzione ed allora la possibilità di violare i vincoli morali diventa forte, a volte fortissima. Siamo uomini, non nature disincarnate, la nostra etica è, non può che essere, un'etica umana, con tutte le difficoltà, le contraddizioni, i pericoli del caso. Non a caso lo stesso Kant ammette che seguire l'imperativo morale è sempre molto difficile, seguirlo sempre, quasi impossibile.

Gli “incorruttibili” sono coloro che si pongono al di fuori di questi difficoltà, pericoli, contraddizioni. E' incorruttibile colui che segue sempre e comunque un ideale, una regola di condotta, la stessa legge morale, senza avere mai il minimo cedimento, senza che le esigenze della sua sensibilità, del suo essere quel particolare uomo, possano minimamente farlo deviare, anche solo di una virgola, dal suo cammino.
I normali esseri umani non solo hanno difficoltà a comportarsi moralmente, e ne hanno ancora di più a seguire i dettami di un ideale, ma riconoscono l'esistenza dei dilemmi morali. Riconoscono l'esistenza di tali dilemmi perché sono e si sanno uomini, e l'etica che seguono, o gli ideali che vorrebbero realizzare, sono un'etica, e degli ideali, umani.
Un padre che viene a sapere che il figlio ha commesso un delitto deve testimoniare contro di lui? Per l'incorruttibile il dilemma neppure si pone: ciò che conta è solo la legge, tutto il resto: affetti, legami familiari, amicizie non ha alcun peso. Per gli uomini in carne ed ossa invece il dilemma esiste, eccome. L'incorruttibile che a bordo della sua auto con i freni fuori uso sta per travolgere il figlio non cerca di schivarlo, per lui tutti i bambini sono uguali, meglio, per lui non contano i bambini in carne ed ossa ma l'universalità della norma etica, e in nome di questa universalità astratta travolge il figlio, senza rimpianti.
L'incorruttibile, per farla breve, è colui che ha espulso da se tutto ciò che fa di lui un uomo. Impulsi, desideri, affetti, amicizie, simpatie. L'incorruttibile segue solo la legge, o l'ideale, o la regola, e li segue senza curarsi delle conseguenze delle sua azioni. La legge non è per l'incorruttibile qualcosa di umano, qualcosa che è buono perché serve all'uomo. No, la legge è per l'incorruttibile un bene in se, da seguire sempre e comunque, quali che siano le conseguenze sugli uomini. Non la legge per l'uomo ma l'uomo per la legge.

Gli incorruttibili piacciono, circondati come sono da un'aura di romanticismo mistico. Chi è pronto a dare la vita per i propri principi è guardato con ammirazione da tutti coloro che non vedono l'altra faccia della medaglia: che è pronto anche ad uccidere per essi. L'incorruttibile per antonomasia, Maximilien Robespierre, è stato oggetto per lungo tempo di una sorta di venerazione in certi ambienti progressisti, ed è ancora oggi giudicato da molti con benevola indulgenza, eppure era un uomo che avrebbe fatto ghigliottinare la madre, pur di salvaguardare la “virtù civica” o almeno, quella che lui riteneva tale.
Se però si guarda senza paraocchi alla storia non si può non essere colpiti da un fatto assolutamente evidente: alcuni dei peggiori tiranni di ogni tempo sono stati degli incorruttibili, uomini che hanno messo il loro ideale, giusto o sbagliato che fosse, non è questo il punto, sopra ogni altra cosa, e che hanno fatto di tutto per realizzarlo. Persone “oneste”, da questo punto di vista.
Quando i nazisti iniziarono la mattanza di ebrei molte SS dovettero affrontare problemi non da poco. Una cosa è teorizzare che gli ebrei, tutti gli ebrei, sono la sifilide del genere umano, altra cosa sparare ad un bambino, sia pure ebreo. Gli alti caporioni nazisti dovettero intervenire per indottrinare meglio i membri del corpo scelto del fuhrer. “Non dovete farvi commuovere, cedere all'umana pietà. Gli ebrei vanno distrutti, tutti, senza eccezioni, uomini e donne, adulti e bambini. Distruggendo gli ebrei noi faremo un regalo enorme al genere umano, questa è la sola cosa che conta, l'ideale supremo da realizzare”. I nazisti fanatici erano incorruttibili, lottavano con spietata ferocia per realizzare l'ideale in cui credevano fanaticamente. Come uomini potevano anche provare ribrezzo per ciò che facevano, come soldati del fuhrer dovevano esserne fieri, e in loro il soldato del fuhrer sopravanzava, e di molto, l'uomo. Certo, esistevano anche i nazisti corrotti, spinti non tanto, o non solo, dal fanatismo ma dal desiderio di arricchirsi spogliando le loro vittime sacrificali, ma questi non erano i più pericolosi, al contrario. Spesso per un ospite dei campi di sterminio imbattersi in un carceriere corrotto, o corruttibile, poteva rappresentare una insperata possibilità di salvezza.
E ciò che vale per i nazisti vale per tutti i fanatici, di tutte le grandi tragedie totalitarie. Nella Russia staliniana i figli denunciavano i genitori, i mariti le mogli e viceversa. Lo facevano per convinzione o per paura, o per entrambe le cose? Difficile stabilirlo con precisione. Resta il fatto che, ancora una volta, l'ideale era messo sopra ogni altra cosa. Al primo posta sta la fedeltà alla patria del socialismo ed al “padre dei popoli”. Affetti, amicizie, impulsi, desideri, sono, devono essere, del tutto subordinati alla fedeltà all'ideale. Un freddo ideale, astratto, lontano anni luce dall'uomo e dalle sue vere esigenze.
E lo stesso avviene oggi col fondamentalismo islamico, con gli uomini bomba pronti a sacrificarsi pur di uccidere il maggior numero possibile di “cani infedeli”. Di nuovo, tutte le esigenze umane, a partire da quel fortissimo impulso naturale che si chiamo istinto di sopravvivenza, vengono sacrificate alla fedeltà nei confronti dell'idea. Le bombe umane sono incorruttibili, assolutamente incorruttibili, ma, proprio per questo, orrende, spaventose, ripugnanti.

Scendiamo, e di tanto, nella scala dell'orrore, abbandoniamo le grandi tragedie e volgiamo la nostra attenzione a drammi più piccoli, ed anche alle farse dell'Italia di oggi. “La legalità è il dovere supremo” si sente spesso strillare. “Bisogna sempre pagare le tasse, tutte le tasse, chi non lo fa è un criminale da sbattere in galera!”. “Chi cerca di pagare meno è un criminale come chi evade, non c'è differenza fra elusione ed evasione!” si sente ripetere. Ed ancora: “le sentenze si eseguono, non si commentano! Non bisogna delegittimare la magistratura!”. Gli incorruttibili difensori della legge, del fisco e della magistratura schiamazzano contrapponendo la loro assoluta, adamantina onestà alla immonda disonestà del popolo bue e di chi lo travia e lo corrompe. Naturalmente tanta proclamata fedeltà ai grandi principi ha poco a che vedere con l'uomo, le sue esigenze, la sua natura. Si difende il fisco senza mai chiedersi se sia normale la pressione fiscale a cui il popolo è sottoposto, si esalta la “legge” senza mai domandarsi se si tratta di una legge giusta, si invitano tutti a rispettare la magistratura senza porsi imbarazzanti domande sul concreto operare dei magistrati, si strilla che “non si devono commentare le sentenze” senza neppure essere sfiorati dal dubbio che molto spesso alcune sentenze sono state dei monumenti di ingiustizia. La pomposa fedeltà ad ideali astratti prevale in continuazione sul concreto, sulla umana considerazione degli esseri umani e delle loro miserie. Però, a differenza dei grandi e terribili incorruttibili, quelli di oggi e di casa nostra sono figure assai meno adamantine. Basta grattare un po' per scoprire che dietro al continuo richiamo all'onestà, alla “maestà della legge” si celano storia politiche e personali non precisamente esemplari. Gli incorruttibili grandi e spietati sono dei fanatici, gli altri, gli incorruttibili caserecci, sono quasi sempre degli ipocriti. Protestano contro l'evasione ma sono pronti ad evadere, se appena capita loro l'occasione, strillano contro i “condannati” ma se vai a spulciare la loro fedina penale scopri che qualche condanna la hanno anche loro, lanciano grida acutissime contro la corruzione e poi sono pronti a pagare ed intascare tangenti, denunciano i crimini della finanza poi cercano di farsi una banca. Certo, meglio tipi simili che Maximilien Robespierre ma... che pena!

Gli uomini, la stragrande maggioranza degli esseri umani sono corruttibili. Lo sono perché la corruttibilità è legata alla nostra debolezza, e la debolezza è una caratteristica essenziale della natura umana. Gli uomini sono corruttibili perché, come aveva detto qualcuno, sono tutti, chi più chi meno, peccatori, perché nessuno ha davvero il diritto di “scagliare la prima pietra”. Certo, non tutti siamo peccatori allo stesso modo, né tutti siamo corruttibili allo stesso modo. Occorre lottare contro la nostra corruttibilità, ma pensare di sradicarla dal nostro essere non è solo sbagliato, è profondamente pericoloso. Pericoloso perché chi cerca di eliminare dal suo animo ogni corruttibilità cade inesorabilmente nel fanatismo. Possiamo diventare incorruttibili solo se eliminiamo dal nostro essere quanto ci fa deboli, quindi umani: desideri, attaccamento a noi stessi, affetti, pulsioni, ambizioni, e sostituiamo a tutto questo un'idea fredda, astratta, disumana. Ogni essere umano ha il dovere di cercare di mantenersi onesto anche se sa che a volte non riuscirà in questo intento, e sa che potrebbe trovarsi in situazioni in cui essere fedele alla propria onestà diventa quasi impossibile. Di più non può fare, meglio, non deve fare, se vuole restare uomo.

martedì 25 marzo 2014

QUALCHE PENSIERO, NON MIO, SUL TASSO DI CAMBIO FRA MONETE.



Val la pena di seguire questi serrati ragionamenti di Milton Friedman.

“Supponiamo, per cominciare, che 360 yen equivalgano ad un dollaro e che a questo tasso di cambio (…) i giapponesi possano produrre e vendere qualsiasi cosa per meno dollari di quanto non si possa fare negli Stati Uniti. (…) In condizioni di commercio internazionale libero noi cercheremmo di comprare tutto ciò che ci serve dal Giappone. (…)
Come pagheremmo i giapponesi? (…) abbiamo ipotizzato che a 360 yen per dollaro in Giappone tutto è più a buon mercato, e quindi non c'è nulla che essi potrebbero desiderare di comprare nel mercato statunitense. (…) I giapponesi non ci venderebbero mai beni utili solo per ottenere inutili pezzi di carta. Come noi essi vogliono avere qualcosa di reale in compenso del loro lavoro. Se tutti i beni fossero meno cari in Giappone che negli Stati Uniti a 360 yen per dollaro, gli esportatori cercherebbero di liberarsi dei loro dollari vendendoli per 360 yen ciascuno allo scopo di comprare i beni giapponesi meno cari. Ma chi sarebbe disposto a comprare dollari? Quello che è vero per gli esportatori giapponesi è vero per chiunque in Giappone. Nessuno sarebbe disposto a dare 360 yen in cambio di un dollaro se 360 yen in Giappone comprassero quantità maggiori di cose che non un dollaro negli Stati Uniti. Gli esportatori, scoprendo che nessuno compra i loro dollari a 360 yen sceglierebbero l'alternativa di di ricevere meno yen per un dollaro. Il prezzo del dollaro in termini di yen scenderebbe a 300, 250, 200 yen per dollaro. Detto in altri termini occorrerebbero sempre più dollari per acquistare un dato numero di yen giapponesi. I beni giapponesi hanno il prezzo espresso in yen, cosicché i loro prezzi in dollari salirebbero. Viceversa, i beni statunitensi hanno prezzi espressi in dollari, cosicché, più dollari i giapponesi ottenessero per un dato numero di Yen, meno cari diventerebbero per i giapponesi i beni statunitensi in termini di yen.
Il prezzo del dollaro in termini di yen cadrebbe finché, in media, il valore del dollaro di merci che il giapponese compra negli Stati Uniti non equivalesse grosso modo al valore del dollaro di merci che lo statunitense compra in Giappone. (…)
Che dire della tesi secondo la quale gli Stati Uniti devono difendere il dollaro, cioè devono impedirgli di perdere di valore in termini di altre valute (...)?
Si tratta di un problema del tutto artificioso. Se i tassi di cambio estero sono determinati da un mercato libero essi si fisseranno ad un livello qualsiasi che equilibri il mercato. Il prezzo del dollaro in termini di yen, ad esempio, può temporaneamente cadere al di sotto del livello giustificato dal costo in dollari e yen rispettivamente dei beni americani e giapponesi. Se è così ciò darà alle persone che si rendono conto della situazione un incentivo a comprare dollari e a tenerli per qualche tempo, allo scopo di realizzare un profitto quando il prezzo salirà. Abbassando il prezzo in yen delle esportazioni americane per i giapponesi , le esportazioni americane ne saranno stimolate; alzando il prezzo in dollari dei beni giapponesi, si scoraggeranno le importazioni dal Giappone. Questi sviluppi incrementeranno la domanda di dollari e, in tal modo, correggeranno il prezzo inizialmente basso. Il prezzo del dollaro, se è determinato liberamente, ha la stessa funzione di tutti gli altri prezzi. Esso trasmette informazioni e fornisce un incentivo ad agire sulla base di quelle informazioni, poiché influisce su redditi di coloro che sono presenti sul mercato”.
Milton & Rose Friedman: Liberi di scegliere. TEA 1994. pag. 44 – 45 – 50.

Mirabile analisi, che può essere riassunta in una sola frase: il tasso di cambio fra due monete deve rispecchiare i rapporti di forza fra due economie, la loro produttività comparata, il livelli comparati dei prezzi, in una parola, i loro fondamentali.
Se un esportatore giapponese ha in mano dollari che comprano negli Usa meno merci di quante 360 yen comprano in Giappone, di ce Friedman, non riuscirà a vendere quei dollari ed il dollaro si svaluterà. Si svaluterà NON perché qualche governo decide una “svalutazione competitiva”, ma perché si adeguerà a quel livello che rispecchia i rapporti di forza reali fra economia americana ed economia giapponese.
Se però i cambi sono fissati autoritariamente dai governi dallo stato questo NON avviene. In questo caso le banche centrali intervengono e cambiano comunque in yen (per continuare a stare all'esempio di Friedman), i dollari sopravalutati. Se addirittura siamo in una situazione di moneta unica, gli aggiustamenti previsti da Friedman diventano impossibili. Dati i tassi di conversione dell'euro, in Europa siamo attualmente in una situazione che favorisce l'economia tedesca. L'economia tedesca è più forte, quindi può vendere le sue merci a prezzi più vantaggiosi negli altri paesi, ma l'esportatore tedesco non si trova nella imbarazzante situazione dell'esportatore giapponese descritta da Friedman: non ha in mano dollari che non riesce a cambiare in yen, ha in mano degli euro che può spendere dove vuole. L'esportatore tedesco vende in Spagna il suo bene a 80 centesimi mentre il produttore spagnolo deve venderlo a un euro, se vuole coprire i costi. Con gli 80 centesimi ricavati l'esportatore tedesco può poi tranquillamente comprare beni a buon mercato in Germania. Grazie all'euro ci troviamo in una situazione di artificiale sottovalutazione del marco, senza che possano operare i meccanismi correttivi del mercato.
Certo, la svalutazione ha i suoi costi: fa lievitare i prezzi dei beni importati. Quanti pensano che si possa favorire l'economia mantenendo artificiosamente basso il tasso di cambio sbagliano esattamente come coloro che vogliono mantenere questo tasso artificiosamente alto. Una economia è forte se è efficiente, produttiva, in grado di competere. Le furbizie sul cambio contano a poco. Ma è certo che mantenere un tasso di cambio artificiosamente alto non permette alle economia di diventare forti, efficienti, competitive.
I demagoghi parlano di auto blu, corruzione, costi della politica. Certo, esistono questi fattori, ma far risalire a questi la crisi durissima che stiamo attraversando è, appunto, pura demagogia se non imbecillità. Furti e ruberie, corruzione e costi della politica ci sono sempre stati, anche in momenti in cui l'economia marciava spedita.
E con la demagogia si possono raccattare un po' di voti, non risolvere i problemi.


sabato 22 marzo 2014

LA DELAZIONE POLITICAMENTE CORRETTA





Molto, molto indicativo questo spot ministeriale. Fornisce una visione melensa, sdolcinata, falsa del fenomeno della immigrazione clandestina, ma questo è il meno, in fondo. La pubblicità ha il compito di abbellire, non di rappresentare la realtà. Ed anche se sarebbe giusto pretendere che il governo dicesse la verità ai cittadini, non scandalizza più di tanto lo spettacolo di una pubblicità ministeriale che non ha nulla da invidiare a quella di chi vende detersivi o elettrodomestici.
La cosa davvero grave è l'invito aperto alla delazione contenuto nello spot.
Certo, chi è a conoscenza di reati, reati di qualsiasi tipo commessi da chiunque, fa bene a denunciarli, me li deve denunciare alla polizia, seguendo le procedure di rito, indicando con precisione fatti e circostanze, nomi se ci sono nomi da fare, e firmando il relativo verbale. Qui no, qui si invita chi è a conoscenza di un “reato di tipo razziale” a fare una email, e chi ha subito un "atto di xenofobia o razzismo" a telefonare ad un numero verde. Quali sono i “reati”da denunciare, cosa è un atto di xenofobia? Se Tizio racconta una barzelletta sconveniente, o afferma che in Italia ci sono troppi immigrati, o dice che lapidare una donna, come avviene in molti paesi islamici, è un atto barbaro si macchia di xenofobia o razzismo? O commette qualche reato di tipo razziale? Non si sa, tutto è lasciato alla interpretazione del singolo. Fare una e mail è facilissimo, e non si rischia nulla a farla, ed è ancora più facile telefonare ad un numero verde. Un bel giorno Tizio sente bussare alla porta di casa, va ad aprire e si trova davanti un poliziotto. E' accusato di un “reato razziale”. Non capisce cosa stia succedendo, non ha mai fatto nulla di illegale, ne è certo. Il poliziotto lo aiuta. “Un mese fa lei è andato a cena con amici, ricorda? E ha raccontato alcune barzellette a sfondo xenofobo...”
Fatte le doverose, giuste distinzioni, la società che vorrebbero gli autori dello spot ricorda le peggiori esperienze totalitarie del secolo scorso. La Russia staliniana, in cui i mariti denunciavano le mogli, e i figli i genitori, di “attività controrivoluzionarie”, o la Cambogia di Pol Pot, dove gli adulti erano letteralmente terrorizzati dai bambini, trasformati da una “educazione” goebbelsiana in piccole, spietate spie.
L'occidente si sta trasformando in una dittatura del politicamente corretto. Una società che dietro una mielosa cortina di dolcezza e tolleranza nasconde un volto violento, intollerante, oppressivo.
Far finta di non accorgersene è quanto di peggio si possa fare.

lunedì 10 marzo 2014

SOCRATE E LE QUOTE ROSA



Socrate. Ciao Laura, amica mia! Ti vedo trafelata e rossa in volto!
Laura Poltrini. Socrate, che piacere vederti! Si, sono emozionata, ho appena partecipato ad una bellissima riunione!
S. Di che si trattava?
P. Una riunione di parlamentari, donne. Donne di tutti, i partiti, pensa. Donne vestite di bianco che lottano per i diritti, la libertà, la dignità di tutte le donne!
S. Si tratta di una bellissima cosa!
P. Certo, bellissima. Queste donne coraggiose vogliono una cosa sacrosanta, la parità di genere, vogliono inserirla nelle legge elettorale.
S. Cioè? Di che si tratta di preciso?
P. Presto detto. Tutti i partiti devono essere costretti a mettere il 50% di donne fra i loro candidati e, soprattutto, fra i loro capolista. Non è giusto che le donne non possano essere elette in parlamento, che non le si candidi!
S. Quindi, se un certo partito candida 10 persone, 5 devono essere donne ed altre 5 uomini?
P. Si, proprio così.
S. Sono perplesso.
P. Perché?
S. Mi sembra che in nome della parità di genere tu e le tue amiche vogliate limitare molte libertà, quella dei partiti per cominciare.
P. Limitare la libertà dei partiti? E perché mai?
S. Li obblighereste a candidare un certo numero di donne, o di uomini, anche se i loro militanti non lo volessero, mi pare. Che se i membri di un partito, uomini e donne, vogliono candidare 7 uomini e 3 donne, o viceversa, e devono invece candidare 5 uomini e 5 donne la loro libertà è limitata, non trovi?
P. Si, così pare. Ma si tratta di un limite che è giusto imporre ai partiti in nome del grande obiettivo della parità di genere.
S. Si.. forse è così.. forse...
P. Non mi sembri convinto; e dire che sei un uomo tanto aperto... un po' mi deludi Socrate!
S. No, nobilissima amica! Mi spiace deluderti, non lo vorrei mai, per nulla al mondo. Ma, sai come sono fatto, ho la mania di approfondire, esaminare tutti i pro ed i contro delle cose... e ci sono altre cose che non mi convincono nella vostra proposta. Mi sembra che violi molte altre libertà, oltre a quella dei partiti di candidare chi vogliono.
P. Altre libertà? E quali?
S. Ad esempio, quella degli elettori, ed anche delle donne che si vorrebbero candidare.
P. Degli elettori? Delle donne che si vorrebbero candidare? E perché mai?
S. Poniamo che un partito debba candidare un certo numero di donne, ma che le sue iscritte e militanti non abbiano alcuna voglia di essere candidate. Cosa si dovrebbe fare?
P. Non saprei, mi sembra un caso molto improbabile.
S. Mica detto... e poi, le leggi devono tener conto anche dei casi poco probabili. Dunque, nel caso che un partito non trovi un numero sufficiente di candidate, gli si dovrebbe vietare di presentarsi alle elezioni? Non trovi che questo sarebbe un attentato alla libertà di tutti gli elettori, uomini e donne?
P. Forse, non ci ho mai pensato, ne discuteremo, troveremo delle soluzioni. Ma tu parlavi anche di attacco alla libertà delle donne che si vorrebbero candidare e questo è davvero inconcepibile. Noi le vogliamo portare in parlamento le donne, altro che attentare alla loro libertà!
S. Non ti scaldare eccellente amica! Io sto solo facendo dei casi teorici...
P. Troppo teorici!
S. Ma sai, la teoria ci aiuta a capire la realtà, e fare un caso teorico oggi può aiutarci ad affrontare un caso reale domani.
P. Teoria o non teoria, vieni al dunque Socrate, perché mai noi attenteremmo alla libertà delle donne?
S. Beh... tu ammetti che sia possibile che alcune donne (o alcuni uomini) non abbiano voglia di farsi candidare?
P. Beh... si, è possibile.
S. Ed ammetti che sarebbe molto poco democratico escludere per questo un partito dalle elezioni?
P. Direi di si.
S. Ed ammetti che sarebbe ancora più brutto candidare la prima, o il primo, che passa, anche se neppure ha mai fatto politica, solo per trovare una candidata, o un candidato, lo ammetti questo?
P. Direi di si.
S. Quindi, per rispettare la parità di genere, e non candidare il primo o la prima che passa, e non escludere un partito dalle elezioni, si dovrebbero obbligare le donne,o gli uomini, designati ad accettare la candidatura, ne convieni?
P. Ma, non so! Che razza di discorsi, teoria! Sofismi!
S. Forse, ma, ne convieni?
P. Uffa! Si, forse posso convenire! Ma sarebbe una cosa buona in fondo, o magari, una cosa buona no, sarebbe una cosa cattiva, ma giustificata dal grande fine della parità di genere. A volte occorre un po' di male per ottenere un grande bene!
S. Forse hai ragione amica mia. Su, non ti arrabbiare, non guardarmi storto. Io mi limito a discutere per cercare di avvicinarmi, insieme al te, alla verità.
P. E va bene Socrate, non ti tengo il broncio! Mi fa piacere che alla fine ci si trovi d'accordo. Forse la proposta del 50% viola qualche libertà ma è talmente importante che... ben vengano queste piccole violazioni delle libertà.
S. Forse non sono tanto piccole...
P. Ma si! In fondo le donne saranno ben contente di accettare le candidature, e non si dovrà mai cancellare un partito dalla competizione elettorale, dai... non fare il brontolone!
S. Anche ammettendo che sia così, ci sarebbe da fare un'altra considerazione.
P. Quale?
S. Pensavo, come garantire la parità di genere se gli elettori votano solo il 50% dei candidati maschi, o femmine? Candidare le donne non basta se poi gli elettori non le votano.
P. Questa volta concordo con te o Socrate... è un bel problema, specie con un popolo come il nostro, disinformato, ingannato dai media, vittima del più becero consumismo che mercifica il corpo delle donne e del sessismo dilagante.
S. Quindi, visto che la parità di genere è un così grande e nobile obiettivo, per realizzarla davvero dovremmo limitare la libertà degli elettori. E non solo in via ipotetica, non solo se nell'ipotesi non si trovassero donne da candidare, no, dovremmo sicuramente limitarla.
P. E come?
S. Beh... io penso che dovremmo imporre il doppio voto di preferenza: una ad un candidato uomo ed una ad un candidato donna.
P. Socrate, ti abbraccerei! Hai davvero centrato il problema! La tua è una ottima proposta, la presenterò oggi stesso alle mie valorose colleghe.
S. Però, è una proposta che limita, e tanto, la libertà degli elettori, e la limita sul serio, nelle situazioni reali, non in quelle ipotetiche. Dimmi, amica carissima, tu voteresti per una donna che dicesse le cose che diceva Oriana Fallaci?
P. Mai!!! Oriana Fallaci! Quella razzista, nemica dei nostri fratelli mussulmani... non era una vera donna!
S. Mah... io so che era una donna...
P. Essere una vera donna vuol dire essere buona, tenera, tollerante e comprensiva, amica dei diversi... il contrario di ciò che era l'orribile Oriana Fallaci.
S. Quindi una donna intollerante è un uomo?
P. Si
S. Allora un uomo tollerante è una donna?
P. Si
S. Ma, allora, perché chiedere la parità di genere? Basterebbe votare per i tolleranti... voteremmo sempre per delle donne...
P. Uffa!!! Basta!!! Lasciamo perdere! Comunque, io non voterei mai per una come la Fallaci, mai!!
S. E se fosse l'unica donna disponibile, voteresti lei o un uomo come Vendola?
P. Vendola
S. Ma allora tradiresti la parità di genere.
P. Mi fai arrabbiare Socrate!!
S. Non arrabbiarti amica carissima. Vedi... siamo sempre al punto di partenza: la vostra proposta limita la libertà. La libertà degli elettori in questo caso. Forse io ho un po' esagerato col caso di Vendola e della Fallaci ma, in fondo, il problema è sempre quello. Se si impone la doppia preferenza si obbligano gli elettori, uomini e donne che siano, a dare il loro voto a persone che non gradiscono.
P. Forse è così, ma, lo abbiamo già detto, la parità di genere è tanto importante che, ben venga questa limitazione!
S. Non piccola...
P. Piccola, non piccola... non conta! Conta l'obiettivo. E che sia un grande, nobilissimo, obiettivo non lo puoi negare, o Socrate.
S. Ma... non saprei.
P. Non puoi avere dubbi su questo!
S. Non saprei. Dimmi carissima, ti capita di prendere l'aereo, vero?
P. Certo, assai spesso.
S. E dimmi, cosa chiedi a chi deve guidare l'aereo su cui tu viaggi?
P. Che sia un buon pilota, preparato ed esperto.
S. E se si costruisce un ponte, chi pensi debba fare il progetto e dirigere i lavori?
P. Un buon ingegnere, preparato ed esperto.
S. E dimmi, eccellente amica, se un giorno, Dio mai non voglia, tu dovessi essere costretta a subire un delicato intervento chirurgico, chi vorresti che ti operasse?
P. Un chirurgo esperto e di grandissima professionalità.
S. Quindi, possiamo dire che è bene avere ingegneri, e piloti, e chirurghi esperti e preparati?
P. E' ovvio...
S. E che la preparazione, la professionalità e l'esperienza sono le doti che noi chiediamo loro?
P. E come no?
S. E possiamo aggiungere che il fatto che piloti, ingegneri e chirurghi siano di sesso maschile o femminile è del tutto secondario rispetto alla loro preparazione, alla loro professionalità ed alla loro esperienza?
P. Così pare...
S. E dimmi ora amica mia: ti sembra che dar buone leggi ad un paese sia cosa di poca importanza o di importanza ne abbia invece tantissima?
P. Ha di certo grande importanza.
S. E chi fa le leggi non dovrebbe avere anche lui grande esperienza e grande professionalità?
P. Direi di si.
S. Non è quindi meglio scegliere chi fa le leggi in base alla sua professionalità ed alla sua esperienza, e non in base al suo sesso?
P. Ma ci sono molte donne molto, molto professionali!
S. E chi lo nega? Ma, appunto, vanno scelte perché brave, esperte e professionali, non perché donne. Sinceramente, preferiresti essere operata da un pessimo chirurgo donna o da un ottimo chirurgo uomo?
P. Beh... forse... direi da un ottimo chirurgo di sesso maschile.
S. E io preferirei senza esitare volare su un aereo guidato da un ottimo pilota di sesso femminile che non da un pessimo pilota maschio... siamo d'accordo come vedi.
P. Forse... ma qui si tratta di una discriminazione secolare, che va distrutta.
S. Certo, occorre eliminare le ingiuste discriminazioni. Ma, cosa è per te discriminare ingiustamente?
P. Escludere qualcuno da un lavoro per il colore della pelle, o il sesso, o altro.
S. Cioè, fammi capire, discriminare è dire: tu non puoi fare questo lavoro perché sei nero, anche se sei bravo a farlo?
P. Si
S. Oppure: tu non puoi fare quest'altro lavoro perché sei donna, anche se sei bravissima a farlo, questo è discriminare?
P. Si, lo è.
S. Ma, dimmi, non ti sembra che valga anche il contrario?
P. Cioè?
S. Cioè, dire: tu puoi fare questo lavoro, anche se non sei bravo a farlo, solo perché sei bianco, o maschio, questo è discriminare ingiustamente?
P. Direi di si.
S. Anche io. Perché far fare un certo lavoro a chi non lo sa fare solo perché è bianco o maschio discrimina chi invece ha la professionalità per farlo, qual lavoro.
P. Concordo.
S. Ma allora, garantire un certo numero di posti in base al sesso, o alla razza o a qualsiasi altra cosa e non in base alle capacità ed alla professionalità, non significa discriminare?
P. Non saprei... forse si.
S. Dire: tu devi entrare in parlamento anche se nessuno vorrebbe candidarti e meno che mai votarti, solo perché sei donna, o uomo, non vuol dire discriminare quegli uomini e quelle donne che invece sarebbero candidati e votati?
P. Sembrerebbe.
S. E non ti pare che a questo porti la vostra proposta?
P. Devo scappare o Socrate, le mie amiche mi aspettano!
S. Vengo con te, potrei continuare con loro questa interessenatissima conversazione.
P. No no, non credo sarebbe un bene! Arrivederci Socrate.
S. Arrivederci ottima amica!

martedì 4 marzo 2014

BREVI CONSIDERAZIONI, FRA STORIA E CRONACA


Nella foto: un villaggio dei Sudeti, al momento della occupazione tedesca.


Nel 1938 Hitler, dopo essersi annesso l'Austria, considerata parte del Reich in quanto paese di lingua tedesca, volge lo sguardo verso la Cecoslovacchia. Nella regione dei Sudeti vive una popolazione a maggioranza di lingua tedesca, sottoposta, a detta del dittatore nazista, a continue persecuzioni e vessazioni. Hitler rivendica la annessione dei Sudeti alla Germania e si fa forte dei manifestazioni filo tedesche che scuotono nel periodo la Cecoslovacchia. La storia è nota. A Monaco Francia ed Inghilterra, terrorizzate della prospettiva di una guerra, cedono alle pretese del dittatore nazista, accettano lo smembramento della Cecoslovacchia. Hitler ringrazia, si annette i Sudeti e subito dopo l'intera Cecoslovacchia, senza che Inghilterra e Francia muovano un dito. Poi guarda più a nord, in direzione della Polonia.

La città libera di Danzica fu istituita nel 1920 in attuazione del trattato di Versailles. Inizialmente si era pensato di assegnare Danzica alla Polonia, per consentire a questa uno sbocco al mare, ma si dovette rinunciare perché la gran maggioranza della città era di lingua tedesca. Danzica divenne così una città stato, sotto tutela della società delle nazioni, ma politicamente ed economicamente legata alla Polonia; era separata dalla Germania da una striscia di terreno polacco, il famoso “corridoio”. Hitler rivendicò la annessione di Danzica e del corridoio al terzo Reich, precisamente facendo leva sul fatto che la città era abitata il larga misura da tedeschi.
Nel settembre del 1939 le truppe hitleriane attaccano la Polonia. L'aggressione è resa possibile dall'accordo che Hitler ha stretto con la Russia di Stalin. Il dittatore nazista è infatti impaurito dalla prospettiva di dover combattere una guerra su due fronti: URSS ad oriente, Francia ed Inghilterra ad occidente. Così firma con Stalin il celebre patto di non aggressione. Il patto contiene delle clausole segrete che prevedono la divisione della Polonia fra URSS e Germania. Poco tempo dopo l'attacco tedesco le truppe sovietiche attaccano infatti la Polonia da oriente. Francia ed Inghilterra, avevano nel frattempo dichiarato guerra alla Germania di Hitler. Era iniziato il più sanguinoso conflitto di tutti i tempi.

Austria, Cecoslovacchia, Polonia. In precedenza c'era stata la occupazione militare della Renania, regione già tedesca trasformata in zona smilitarizzata sotto il controllo di Francia ed Inghilterra. In tutti questi casi il pretesto è sempre lo stesso: si rivendica la annessione al Reich di territori abitati in larga misura da popolazioni di lingua tedesca. Hitler ha in realtà obbiettivi ben più ambiziosi: vuole lo spazio vitale ad oriente. Spazio vitale, una idiozia, nichilista dal punto di vista politico e ridicola da quello economico: non sono i territori conquistati e neppure il controllo militare delle fonti di materie prime a rendere prospera una economia, malgrado oggi siano in tanti, a destra come a sinistra, a pensare il contrario. Ma una idiozia perfettamente in linea con la sua ideologia imperiale e razzista. Il dittatore nazista vagheggia la creazione, ad oriente della Germania di una enorme area di colonie agricole popolate da rudi contadini ariani, con conseguente spostamento delle popolazioni locali ed eliminazione delle “razze inferiori”, Slavi e, soprattutto, ebrei. Nel limiti del possibile metterà in atto queste follie sanguinarie, lo si sa.
Resta però il fatto che
il pretesto per l'attacco gli è sempre fornito dalla presenza di nuclei tedeschi fuori dai confini del Reich.
Non è assolutamente mia intenzione fare paralleli storici; sono fermamente convinto che Putin NON sia Hitler, e neppure sia Stalin. 
Considero inoltre profondamente ipocriti molti dei critici più accesi del leader russo, nipotini di coloro che, ieri e l'altro ieri, applaudivano a Stalin. Però, questo continuo scavare nella storia della Crimea, le sottolineature del carattere russo della sua popolazione, mi lasciano abbastanza perplesso. Se cominciassimo a ridisegnare i confini dei vari stati a partire dalla lingua che parlano le popolazioni locali non la finiremmo più. Giustificare un intervento militare in base a considerazioni sulla lingua delle popolazioni delle zone invase è ridicolo. Cero, uno stato può anche dividersi, nulla obbliga le popolazioni a stare sempre e comunque unite. Però, lo smembramento di uno stato sovrano effettuato sotto la minaccia dei carri armati non è precisamente il massimo, dal punto di vista del diritto internazionale.

Un'ultima considerazione. Molti, a sinistra come a destra, parlano in questi giorni di oscure manovre di Germania e Stati uniti per “annettersi” l'Ucraina, di mire imperialiste al gas. Ora, che l'Europa abbia interesse al gas russo è cosa ovvia, nel mondo contemporaneo tutti hanno bisogno di tutti. Che il modo migliore di ottenere ciò di cui si ha bisogno siano la guerra e le annessioni militari è invece una emerita idiozia. Le economie tecnologicamente avanzate funzionano grazie alla specializzazione, al commercio, alla divisione del lavoro, non grazie alle guerre di conquista. Comunque, se davvero Usa e Germania vogliono usare la crisi Ucraina per umiliare la Russia, beh, hanno un modo molto “personale” di farlo. E' fin troppo chiaro infatti che, a parte qualche balbettio, si stanno dimostrando timorose, incapaci di gestire questa crisi e di indurre la Russia a fare qualche sostanzioso passo indietro.
Sono in tanti oggi a non condividere la politica dell'America di Obama, e sono ancora più numerosi coloro che,
giustamente, non ne possono più dell'Unione europea, della sua smania programmatoria, delle sue politiche di austerità a guida tedesca. Però, chi passa dalla critica alla UE all'appoggio della politica russa in Ucraina rischia davvero di cadere dalla padella alla brace.