domenica 27 agosto 2023

I "GENI INVISIBILI" E LE MIGRAZIONI

Il sociologo Guglielmo Ferrero li chiama “i geni invisibili della città”. Di cosa si tratta? Si tratta di un insieme di idee, valori, modi di vedere i rapporti fra gli esseri umani, legami con una tradizione, condivisi dalla stragrande maggioranza dei membri di una determinata società. Non si tratta, è bene sottolinearlo, di una condivisione su tutto, al contrario. Tutte le società sono caratterizzate dalla presenza di interessi, idee, valori non concordanti e spesso in contrasto fra loro. Nelle società libere e pluraliste questa differenza da vita ad una costante competizione che trova, o può trovare, il suo punto di equilibrio nella mediazione politica e nella ricerca di compromessi accettabili. Questo equilibrio tuttavia può essere di volta in volta raggiunto, e la competizione non portare la società a sfaldarsi, solo se alla base di tutto esiste quell’insieme di valori, idee, comportamenti che Ferrero chiama “i geni invisibili della città”.
Se questi “geni” esistono, e se i governi, tutti i governi, li rispettano, le società non si disgregano. Avviene il contrario quando questo rispetto viene a mancare. Se i governi non rispettano nella loro azione i “geni invisibili” gran parte dei cittadini considera illegittimo il loro potere e si creano le condizioni per l’emergere di spinte eversive. Se larghe fette della popolazione non si riconoscono in questi geni la società si sfalda e, nei casi estremi, può precipitare nel baratro della guerra civile.

Quando si parla di migrazioni molti mettono in evidenza le loro conseguenze economiche e sociali ed il loro impatto sulla sicurezza. Difficile dar loro torto. Fare entrare decine, centinaia di migliaia di migranti senza che l’economia possa assorbirli vuol dire creare una massa enorme di spostati che, nella migliore delle ipotesi, va ad alimentare il lavoro nero e sottopagato, o l’accattonaggio, nella peggiore, le fila della malavita più o meno orgasnizzata.
Tutto vero, ma sarebbe, ed è, un errore gravissimo, sottovalutare le conseguenze culturali negative della immigrazione clandestina di massa.
Inutile far finta di non vederlo: moltissimi di coloro che entrano diciamo così, “irregolarmente” vengono da culture lontanissime dalla nostra. Hanno visioni del mondo e dei rapporti fra gli esseri umani radicalmente diverse dalle nostre; per usare la categoria di Guglielmo Ferrero, si richiamano a “geni invisibili” che con i nostri hanno poco, spesso molto poco, in comune.
I “geni invisibili” di un giapponese buddista o quelli di un uicraino greco ortodosso sono diversi, ma non incompatibili coi nostri, del tutto incompatibili invece sono quelli di un musulmano che consideri l’adulterio e l’apostasia crimini da punire con il carcere o addirittura con la morte.
Indipendentemente dalle sue conseguenze economiche e sociali l’immigrazione clandestina di massa ha o può avere conseguenze culturali devastanti: distrugge i “geni invisibili” che sono alla base della nostra convivenza. Certo, si possono mettere in atto misure di integrazione, ma queste possono, con difficoltà, avere successo di fronte ad una immigrazione legale e controllata, non hanno successo alcuno a fronte di una immigrazione illegale fuori controllo.

Non si tratta di mera speculazione. Abbiamo di fronte agli occhi la situazione di paesi che hanno accettato per lungo tempo flussi migratori incontrollati ed in più hanno alle spalle un passato coloniale, la Francia ad esempio. Difficile non vedere che questi paesi, di nuovo, la Francia è l’esempio più eclatante, stanno perdendo le loro caratteristiche unitarie. Basta un nulla perché paesi simili si trasformino in autentiche polveriere e il normale scontro politico e sociale diventi l’anticamera della guerra civile. Se la polizia uccide in uno scontro a fuoco un giovane milanese si hanno al massimo interrogazioni parlamentari, raccolte di firme, qualche fiaccolata o corteo di protesta. Se in uno scontro a fuoco la polizia francese uccide un giovane di origini marocchine intere città vengono messe a ferro e a fuoco. La tipica situazione che viene a crearsi quando le società mancano dei loro “geni invisibili”. E si trasformano in quanto di meno sociale, meno integratorio possa immaginarsi: un aggregato di tribù etniche. Il trionfo del separatismo razzista.
Tutte le prediche, tutta l’esibizione ipocrita di buoni sentimenti non possono modificare questa situazione. Farà bene il governo italiano, chiamato a gestire una crisi migratoria senza precedenti, a non scordarlo. Pena la sua credibilità.

 

"PUREZZA" ED IMMIGRAZIONE

Mentre l’Italia è meta di un numero mai visto di sbarchi il capo dello stato non ha trovato niente di meglio che affermare, al meeting di “Comunione e liberazione” (per inciso: non si capisce perché mai tutti i politici diano tanta importanza a questo meeting) che noi tutti siamo figli di numerose etnie.
Se il capo dello stato ha voluto dire che etnie e nazioni cambiano nel tempo composizione e caratteristiche, la sua affermazione è sicuramente vera, ma anche del tutto ovvia, al limite della banalità.
Etnie e nazioni si formano in lunghi e complicati processi storici caratterizzati da disaggregazioni ed aggregazioni etniche e nazionali. Quello della purezza etnica è un oscuro mito nazista che ogni democratico, ogni liberale non può che respingere con la massima determinazione.
Tutto questo però non c’entra assolutamente NULLA con l’attuale dibattito sui processi migratori.
E’ vero, etnie e nazioni cambiano nel tempo, ma COME cambiano? In che modo noi dovremmo indirizzare il cambiamento? Questa è la domanda seria da porsi.
Etnie e nazioni possono cambiare in conseguenza degli scambi commerciali e culturali, dei processi LEGALI di immigrazione ed emigrazione, dei viaggi e del turismo, dei matrimoni misti, tutte cose che nessuna persona seria osa, credo, mettere in discussione. Ma anche altre possono essere le cause del cambiamento: guerre di conquista, spostamenti forzosi di intere popolazioni, processi fuori controllo di immigrazione clandestina.
Quello a cui stiamo assistendo è forse un processo, potenzialmente positivo, di immigrazione ed emigrazione controllato e legale? Basta fare la domanda per avere la risposta. Quello a cui stiamo assistendo non ha nulla di controllato e legale: si tratta di un autentico trasferimento clandestino di popolazioni dall’Africa all’Europa, in larga misura gestito dalla malavita. Un governo, qualsiasi governo ha o non ha il diritto di opporsi, con tutte le forze, ad un simile processo? Di nuovo, basta fare la domanda per avere al risposta. Chi si oppone ad un simile processo è forse un teorico della “purezza etnica”? Per la terza volta basta fare la domanda per avere la risposta. Se opporsi alla immigrazione clandestina di massa vuol dire sostenere l’orribile idea nazista della “purezza etnica” tutti i governi del mondo sarebbero “nazisti”.
Ogni stato ha diritto di difendere i propri confini, di regolare i flussi migratori, di stabilire quante persone può accogliere. Nulla in tutto questo contrasta con i valori democratici e liberali cui tanti teorici “no border” fingono di credere. Appunto...FINGONO...


 

domenica 18 giugno 2023

SILVIO BERLUSCONI. GRANDEZZA E LIMIITI

Berlusconi ai servizi sociali - ilGiornale.it

Che Berlusconi sia stato un grande imprenditore è impossibile negarlo. Qualcuno può obbiettare che ha goduto di appoggi politici, ma, di grazia, è possibile svolgere attività imprenditoriale senza appoggi politici in un paese ammalato di statalismo come l’Italia? Lasciamo perdere. A distanza di qualche giorno dai suoi imponenti funerali vorrei scrivere solo sul Berlusconi politico, quello che in fondo più interessa alla gran maggioranza dei suoi amici come dei suoi rivali.
Un discorso pacato sul Berlusconi politico non può che partire dal ricordo di un anno memorabile: il 1989.
Nel 1989 il comunismo crollava, per lo meno in Europa e nel nel paese in cui era nato. Crollava quello che per decenni era stata definito come la meta finale della storia, anzi, come diceva Marx, la fine della preistoria del genere umano, il “passaggio dal regno della necessità a quello della libertà”. E questo luminoso “regno della libertà” non era nelle teorizzazioni dei comunisti un mero ideale, una sorta di idea platonica, no, era qualcosa che si incarnava in un una concretissima esperienza storica, in un paese, in un gruppo di paesi: l’URSS di Stalin prima, poi i paesi “liberati” nel 1945 dall’armata rossa, poi la Cina di Mao, la Cuba di Castro, la Cambogia di Pol Pot, il grande “campo socialista”, contrapposto all’imperialismo capitalista a guida americana.
Nel 1989 il comunismo crollava, per lo meno in Europa e nella sua prima roccaforte. Crollava lasciandosi alle spalle decine di milioni di cadaveri, economie distrutte, classi dirigenti, culture e tradizioni nazionali fatte a pezzi, un enorme, pauroso deserto. Il “regno della libertà” si era rivelato per quello che era e non poteva non essere: una delle più spaventose tirannidi totalitarie di ogni tempo.
L’esperienza del comunismo ha avuto conseguenze negative anche nei paesi che non la hanno vissuta direttamente. L’Italia è stato il paese occidentale in cui la presenza ed il peso politico dei comunisti, pure minoritari, è stata più forte. Questo ha fatto si che il nostro paese diventasse una democrazia bloccata. In Italia per molti decenni non è esistito alcun tipo di alternanza: un partito, la DC, aveva il monopolio del governo ed un altro, il PCI, quello della opposizione. Questo doveva indurre nella politica italiana fortissimi elementi di degenerazione e corruzione, amplificati dalla egemonia culturale che lo statalismo ha sempre avuto nella storia dell’Italia repubblicana.
Il crollo del comunismo scompaginava il quadro. Crollato lo stato guida, dissoltosi il “campo socialista” al vecchio PCI non restavano che due alternative: accettare un minoritarismo strategico, diventare il partito dei profughi del comunismo staliniano, o castrista, o maoista, poco importa, oppure accettare senza riserve la democrazia parlamentare fino a ieri definita “borghese”. Accettarla, qui è il vero punto di svolta, non come opzione tattica o strategica ma come valore. Sin dal secondo dopoguerra il vecchio PCI aveva messo la difesa della democrazia al centro dei suoi programmi, ma sempre, fino al 1989, aveva anteposto alla democrazia “borghese” il sistema socialista, la pseudo democrazia “sovietica”. Anche il PCI di Berlinguer, il più revisionista dei comunisti italiani, aveva messo la “fuoriuscita dal capitalismo” come suo obiettivo di fondo; da qui la persistente doppiezza del comunismo italiano: legalitario e democratico in Italia ma legato all’esperienza mostruosa del comunismo sovietico. Tutti i distinguo, le prese di distanza del PCI berlingueriano non avevano rotto il legame fra questo partito ed uno dei totalitarismi più sanguinari della storia.
Il crollo del comunismo obbligava i comunisti italiani ad una scelta netta: non si trattava di elaborare vie “nazionali” al socialismo, si trattava di superare l’idea stessa della “fuoriuscita dal capitalismo”, quindi dalla stessa democrazia “borghese”. Sappiamo quale fu la scelta dei più intelligenti fra i dirigenti del vecchio PCI. Rifiutarono di diventare il mini partito dei puri e duri, accettarono le istituzioni democratico borghesi e la stessa economia di mercato. Lo fecero però in maniera parziale, reticente, contraddittoria. Conservarono la venerazione nei confronti di uomini politici lontani anni luce dal liberalismo e dalla democrazia parlamentare, due nomi per tutti: Palmiro Toglietti ed Antonio Gramsci che solo a prezzo di mistificazioni enormi possono esser spacciati per sostenitori della democrazia liberale. Soprattutto il vecchio PCI, trasformandosi prima in PDS, poi in DS, poi in PD aveva conservato, per lo meno in larga parte del suo gruppo dirigente e della sua base una pericolosa forma mentis ideologica. Abbandonata la vecchia, compatta e profonda filosofia marxista l’ex PCI restava aperto all’influsso di una enorme quantità di ideologie leggere: il mondialismo immigrazionista, il misticismo ecologico, il femminismo radicale. Il comunismo non diventava liberale ma liberal.

Eppure nel 1989 proprio questo partito giunse ad un passo  dal diventare il maggior beneficiario del crollo del comunismo. Il comunismo crollava, l’Italia cessava di essere una democrazia bloccata ed i beneficiari di questo nuovo stato di cose rischiavano di essere proprio i maggiori responsabili del blocco pluridecennale della democrazia italiana. Mentre polacchi, ungheresi, rumeni, tedeschi dell’est non volevano più neppur sentir parlare di comunismo i post comunisti italiani erano sul punto di conquistare il governo del paese. Una situazione tanto paradossale non si spiega solo col legittimo desiderio di cambiare cresciuto nel paese in decenni di democrazia bloccata. A rendere possibile il paradosso dei post comunisti beneficiari del crollo del comunismo è stata, lo sappiamo bene tutti, l’azione della magistratura. Certo, questa azione era in parte giustificata dal crescere nel paese della corruzione, ma è impossibile negare il suo orientamento politico. Una parte almeno della magistratura mirava ad accrescere il suo potere, per farlo aveva bisogno di una sponda politica, inesistente nei decenni della democrazia bloccata. Ora questa sponda emergeva ed era costituita dai post comunisti. Questo spiega perché le inchieste, in larga misura centrate sul finanziamenti illecito della politica, abbiano solo sfiorato un partito che era stato per decenni finanziato da un paese in cui gli oppositori politici, veri o presunti, finivano, nel migliore dei casi, nei manicomi.
Il ciclone giudiziario di “mani pulite” distrusse praticamente tutta la classe politica che aveva governato l'Italia per quasi mezzo secolo. Solo un partito attraversò quasi illeso la bufera mediatico giudiziaria che aveva letteralmente distrutto partiti del calibro del PSI e della DC: l’ex partito comunista. Dire che “mani pulite” portò i post comunisti alle soglie del governo è molto riduttivo. Le inchieste giudiziarie non solo portarono i post comunisti alle soglie del governo, li lasciarono praticamente senza rivali. Se si esclude l’irrilevante MSI all’inizio degli anni 90 dello scorso secolo l’ex PCI era il solo partito ancora in piedi, sostanzialmente intatto. Il crollo del comunismo aveva creato il vuoto attorno ai post comunisti. Non credo si sia mai vista nella storia una situazione tanto paradossale.
E’ allora che “scende in campo” Silvio Berlusconi. E scompagina tutto. Crea in pochi mesi un partito del tutto nuovo intorno al quale coagula quella che in Italia è da sempre la maggioranza dell’elettorato. Ed impedisce una vittoria dei post comunisti che quasi tutti davano per certa. Quella di Berluscoini non è però una semplice vittoria elettorale: in fondo alle elezioni si vince e si perde e Berlusconi perderà più di una volta la sfida elettorale. La discesa in campo di Berlusconi è qualcosa di più di una abile e vincente mossa elettorale: quella discesa in campo restituisce ai moderati la loro casa politica che “mani pulite” aveva letteralmente fatto a pezzi. Senza la rapida ricostituzione di una casa politica per l’elettorato di centro destra i post comunisti non si sarebbero limitati a vincere: sarebbero stati praticamente privi di rivali capaci di contrastarli. Con la sua mossa Berlusconi crea le condizioni per una autentica democrazia della alternanza, impedisce che l’Italia, dopo i decenni della prima repubblica, cada in una nuova forma di democrazia bloccata, assai peggiore della prima: una democrazia bloccata per mancanza di partiti in grado di opporsi alla egemonia delle sinistre al governo. Berlusconi scompagina i piani dei post comunisti e di quella parte della magistratura che, vedendo in questi una possibile sponda politica, li aveva agevolati in maniera decisiva. Non gliela perdoneranno mai.

Ed in effetti si scatena contro Berlusconi, subito dopo il suo ingresso in politica, una campagna mediatico giudiziaria senza precedenti nella storia. Centinaia di inchieste, decine di processi, migliaia di ore di intercettazioni, perquisizioni a raffica nelle sedi Mediaset.
Berlusconi era sceso in campo promettendo una “rivoluzione liberale”, grazie a lui per la prima volta era nato in Italia un partito liberale di massa, basterebbe questo a renderlo grande. Però quella rivoluzione liberale è rimasta il larga misura solo una promessa. Questo gli è stato rimproverato più volte da persone certamente lontane da ogni forma di preconcetto “antibertlusconismo”. La critica è in larga misura giusta, ma non tiene conto della situazione folle in cui il cavaliere si è trovato sin dall’inizio ad operare. Dal giorno della sua “scesa in campo” a quello della sua morte il cavaliere è sempre stato sotto inchiesta, sempre imputato in qualche processo, o in più processi contemporaneamente. Non solo, sin dall’inizio si è scatenata contro di lui una campagna mediatica senza precedenti nella storia dei paesi occidentali. Il grande manipolatore, l’imperatore dei media è stato al centro di un attacco mediatico mai visto in precedenza, assediato da magistrati ed attori comici, filosofi e cantanti, ballerine e professori di università, tutti concordi nell’attribuirgli tutti o quasi i mali del mondo. Direi che ha qualche giustificazione se non è riuscito a realizzare le parti più importanti del suo programma.
Se una cosa stupisce nella vicenda politica di Berlusconi questa è proprio la sua incredibile capacità di resistenza. Berlusconi ha saputo resistere: dato più volte per finito è rimasto in piedi. Nessuno oggi ricorda personaggi come D’Alema o Fini, Casini o Bertinotti, Occhetto o Pecoraro Scanio. Tutti invece, penso, ricorderanno dove erano e cosa facevano nel momento in cui hanno appreso della scomparsa di Silvio Berlusconi. Piaccia o non piaccia la cosa anche questo ha un certo valore politico.

Non ho la minima intenzione di santificare Silvio Berluscini, né di negare quelli che a me paiono suoi gravi errori politici. Il fatto che sia stato costretto ad agire in circostanze eccezionali non annulla la gravità di quegli errori, ovviamente, anche perché alcuni di tali errori hanno reso ancora più gravi proprio quelle circostanze.
Berlusconi non è riuscito a fare la famosa rivoluzione liberale, e questo era in fondo prevedibile, addirittura in parte scusabile, ma non è riuscito neppure a ridurre la spesa pubblica, anzi, spesso ha usato la stessa per fini non troppo dissimili da quelli voluti a suo tempo dalla sinistra e dalla vecchia DC.
Non è riuscito a creare una nuova classe dirigente liberal democratica. Capo di un impero mediatico ed editoriale non ha contribuito, o ha contribuito molto poco, alla diffusione della filosofia liberale. E’ vero, il Berlusconi editore era e restava un imprenditore che deve guardare al profitto e non si fanno profitti sufficienti se si riduce il target di mercato ad una sola categoria, politicamente schierata, di possibili clienti. In tutto questo non c’è nulla di male, ovviamente, ma nulla impediva al cavaliere di dedicare una parte, anche piccola, delle sue attività editoriali alla difesa del liberalismo. Questo non è avvenuto: anche oggi è molto più facile trovare un libro di Popper o di Hayek in una libreria Feltrinelli che non in una Mondadori. Considerazioni simili si possono fare per le televisioni. Le TV di Berlusconi sono state soprattutto TV commerciali, niente da dire in proposito, ma quanto al resto nulla di serio le ha mai differenziate dai canali RAI, anzi, spesso proprio nelle TV del cavaliere si è assistito e si assiste alle più desolanti esibizioni del politicamente corretto. Tutto questo ha avuto pesanti ripercussioni a livello politico. Forza Italia è sempre stato il partito di Berlusconi, privo di una classe dirigente di ricambio. I dirigenti di Forza Italia venivano quasi tutti dai partiti della prima repubblica, personaggi spesso assai discutibili che in molti casi hanno abbandonato il cavaliere quando le cose si sono messe male. Silvio Berluscioni ha diretto il suo partito con uno spirito incredibilmente accentratore; probabilmente convinto di essere insostituibile non si è preoccupato di far maturare un erede, un delfino, col risultato che la sua scomparsa lascia la sua creatura politica in una preoccupante situazione di vuoto.
L’elenco degli errori di Berlusconi sarebbe lungo, così come quello degli “eccessi” della sua vita privata. Lungo e forse poco utile. Personalmente stento a perdonargli le recenti prese di posizione sull’Ucraina. Nessuno nega l’utilità della real politik, anche quando è rivolta ad interlocutori che tutto sono tranne che democratici, ma di fronte alla brutale aggressione di uno stato sovrano non sono possibili esitazioni. Rifiutarsi di condannare l’aggressione, strizzar l’occhio all’aggressore cessa in casi simili di essere semplice real politik, diventa scelta politicamente e moralmente inaccettabile oltre che priva di realismo autentico.
I nemici del cavaliere ritengono che la sua simpatia per Putin, anche per l’ultimo Putin, quello assolutamente indifendibile, dimostri che Berluscioni non è mai stato un vero democratico liberale. Credo che un simile giudizio sia ingeneroso e profondamente sbagliato. A mio parere Berlusconi, come tanti altri, non ha capito Putin, meglio, non ha capito la Russia. La Russia non è mai stata un paese davvero occidentale, non ha mai conosciuto un periodo di democrazia, la sua intellighenzia filo occidentale è sempre stata minoritaria, priva di radici profonde nel tessuto sociale e culturale del paese. In questo paese, sempre in equilibrio instabile fra occidente e dispotismo orientale gli effetti distruttivi della esperienza del comunismo staliniano sono stati più duraturi e molto più distruttivi che nei paesi dell’Europa orientale. In Russia inoltre, a differenza che negli altri paesi dell’est Europa, il comunismo è riuscito a stimolare sentimenti nazional sciovinisti latenti in larghe fasce di popolazione. Questo spiega perché, malgrado il terrore mostruoso dello stalinismo, molti in Russia guardino ancora con nostalgia al tiranno georgiano.
In un paese come la Russia il crollo del comunismo ha lasciato un vuoto più ampio che altrove, vuoto che è stato riempito dall’unica forza sociale in grado di riempirlo: la vecchia burocrazia di partito. Per farla breve: Berlusconi non ha capito che il 1989 non ha rappresentato in Russia quella cesura radicale col passato comunista che c’è stata invece in paesi come la Polonia, l’Ungheria o la Cecoslovacchia. Definendo Putin un sincero rivale del comunismo Berlusconi ha dimostrato di aver capito poco di Putin e ancor meno della Russia. Putin non è un comunista, ma uno sciovinista grande russo che guarda con nostalgia alla potenza imperiale della vecchia URSS. Non riuscendo a cogliere il senso di una simile, elementare, verità l’ultimo Berlusconi ha commesso quello che a mio modesto parere resta il più grave dei suoi errori politici, ma questo non fa di lui un liberale mancato, solo un uomo che come tutti può commettere brutti errori di valutazione.

Con tutti gli errori che può aver commesso Berlusconi, piaccia o non piaccia la cosa, è e resta un grande, uno degli ultimi, forse l’ultimo, grande della politica italiana.
Con la sua scesa in campo ha impedito la vittoria a mani basse di una sinistra ancora largamente ideologica, di più, ha creato contro questa sinistra una forza politica in grado di contrastarla, di impedirle, se e quando fosse stata vincente, di poter governare il paese senza trovare ostacoli di sorta. Mani pulite aveva tolto ad una metà abbondante del paese la propria rappresentanza politica, Berlusconi gliela ha ridata e ha costruito in questo modo le basi per una vera democrazia dell’alternanza. Non a caso Silvio Berlusconi è stato il protagonista assoluto di circa 30 anni di politica italiana. Amato ed odiato non è mai stato ignorato per il semplice motivo che ignorarlo era impossibile. Chi ha dubbi sulla sua grandezza provi a pensare a tanti pseudo protagonisti della politica italiana degli ultimi decenni. C’è chi davvero pensa a un D’Alema, ad un Fini, ad un Casini o ad una Rosy Bindi come figure politiche centrali degli ultimi 30 anni? O c’è chi pensa che soggetti come Giuseppe Conte o Elly Schlein siano anche lontanamente paragonabili a Silvio Berlusconi?
La morte di Silvio Berluscoini chiude un’era. Sono molto pochi i politici di cui si possa dire, nel bene e nel male, altrettanto. Penso che avremo molti motivi per rimpiangerlo.

 

mercoledì 17 maggio 2023

SULL'ANTROPOCENTRISMO

 

Prima l’orsa, poi il papa che non benedice un cagnolino, ed in entrambi i casi scoppia in rete un dibattito surreale, caratterizzato spesso da livelli imbarazzanti di ignoranza ed irrazionalità. Infine arriva il dramma dell'Emilia allagata ed inizia una discussione infinita non su ciò che si può e si deve fare per tutelare il territorio ma sugli onnipresenti "mutamenti climatici" ormai diventati per qualcuno la causa di tutto e del contrario di tutto.
Non intendo ripetere cose che ho già detto molte, forse troppe, volte, preferisco concentrare l’attenzione su un concetto che è sottinteso in molte discussioni ma che raramente emerge in tutta la sua rilevanza. Si tratta del concetto di antropocentrismo.
Piaccia o non piaccia la cosa la religione cristiana è antropocentrica, anzi, sono antropocentriche tutte le religioni monoteiste. Non sono antropocentriche, o non lo sono chiaramente, in maniera esente da contraddizioni, un po’ tutte le concezioni filosofiche e religiose di tipo panteista.
Il panteismo però è in netto contrasto col monoteismo, in particolare con quello cristiano che, anche per questo, è radicalmente antropocentrico, su questo non sono leciti dubbi. Ma cosa è l’antropocentrismo?
In linea di massima possiamo definire antropocentrismo quella concezione, o insieme di concezioni secondo le quali l’uomo è al centro del creato, al centro, si badi bene, non in senso fisico: non esiste legame necessario fra antropocentrismo e geocentrismo, l’inequivocabile antropocentrismo di Aristotele, ad esempio, non deriva dalla sua concezione del cosmo e delle sfere celesti. L’uomo è al centro nel senso che occupa di una posizione particolare nel mondo: è inferiore a Dio, o agli Dei e, nella cristianità, alle nature angeliche, ma gode di una status ontologico ed etico diverso e superiore a quello delle altre creature. Non occorre essere credenti per condividere una simile concezione dell’uomo. Nell’universo aristotelico l’uomo gode di uno status superiore perché è l’unico animale razionale (e politico), l’unico che possiede tutte e tre le componenti dell’anima: quella vegetativa, quella sensitiva e, appunto, quella razionale. In Kant la superiorità dell’uomo è legata soprattutto al fatto che questi è l’unico ente capace di sentirsi obbligato dai comandi dell’imperativo categorico; anche un filosofo che può essere considerato vicino al panteismo come Hegel riconosce all’uomo un carattere unico nel mondo: è attraverso qualcosa di profondamente umano come la filosofia che l’assoluto giunge alla piena autocomprensione di se stesso. Mentre per i giusnaturalisti ed i padri del pensiero liberale l’uomo è l’unico essere dotato di diritti naturali per Marx è l’unico che costruisce, modificando coscientemente la natura, le proprie condizioni materiali di esistenza... si potrebbe continuare molto a lungo. Una cosa però è certa: si può essere o meno d’accordo con le numerosissime filosofie antropocentriche, se ne possono criticare, accettare o rifiutare le categorie portanti, ma non è possibile ignorarle. In ogni caso l’antropocentrismo non riguarda solo i credenti.

Esiste tuttavia un modo di intendere l’antropocentrismo che, in mancanza di una sua chiara esplicitazione, rischia di indurre grossi equivoci in ogni discorso sull’argomento.
Si tratta di quella che potremmo definire una concezione armonica dell’antropocentrismo.
Secondo questa concezione l’uomo sarebbe al centro di una natura finalizzata al suo benessere ed alla realizzazione dei suoi valori. Non esisterebbe alcun contrasto fra uomo e natura non umana: tutto sarebbe retto da una dolce armonia che l’uomo dovrebbe, nel suo interesse, rispettare. Ci si adegui agli armoniosi equilibri di “madre natura” e si vivrà felici e contenti.
E’ come minimo molto dubbio che l’antropocentrismo cristiano sia di questo tipo. Una simile natura armoniosa può caratterizzare il paradiso terrestre, di certo non caratterizza il mondo in cui Dio ha condannato l’uomo a vivere dopo la caduta. In questo mondo l’uomo dovrà guadagnarsi il pane col sudore della propria fronte, potrà cercare di utilizzare a suoi fini ciò che la natura gli offre ma questo sarà per lui faticoso e pericoloso.
Se non caratterizza l’antropocentrismo cristiano questa concezione è invece caratteristica di molte ideologie radical ecologiche. La natura è “buona” e l’uomo deve adeguarsi ai suoi ritmi. Se non lo fa si trasforma in “cancro del pianeta”. Siamo di fronte ad una traiettoria tipica del radicalismo ecologico: si parte da un antropocentrismo mistico in cui non esiste contrasto alcuno fra uomo e natura, poi, visto che il contrasto esiste, lo si addebita all’uomo che nella sua folle “volontà di potenza” rompe gli armoniosi equilibri naturali. L’antropocentrismo mistico si trasforma in odio per l’uomo. La natura è armoniosa, è l’uomo a non esserlo, è lui che potrebbe “distruggere il pianeta”. Però… però anche l’uomo fa parte della natura: Come possa qualcosa di tanto “armonioso” produrre il suo distruttore è e resta un mistero.
Ma non finiscono qui le assurdità. La tesi misticheggiante secondo cui la natura sarebbe un tutto armonioso in grado di soddisfare esigenze e valori umani viene ampliata e trasformata nel mito di una natura finalizzata alla tutela di tutte le specie viventi. Inizialmente questa tesi riguarda solo le specie animali: madre natura assicura il benessere di uomini ed animali, poi viene estesa a tutti i viventi, infine a tutti gli enti, viventi o non viventi che siano. Siamo, appunto, in piena mitologia. Basta avere qualche scarsa nozione di storia naturale per sapere che innumerevoli specie animali e vegetali si sono estinte nel corso del tempo e non occorre essere scienziati per sapere che nell’universo ogni momento un numero enorme di stelle e pianeti viene assorbito da qualche buco nero, o che un bel giorno il sole collasserà e sparirà ogni traccia di vita sulla terra. Anche prescindendo da questo, la semplice osservazione ci dice che sulla terra la conservazione delle specie, quando e fino a che c’è, si perpetua tramite il sacrificio dei singoli e questo è, per definizione, molto poco “armonioso”.
Qualsiasi concezione dell’antropocentrismo basata su una presunta, dolce, armonia fra uomo e natura conduce inevitabilmente a forme irrazionali di mitologia se non ad un pericolosissimo odio dell’uomo nei confronti di se stesso. Ovviamente esiste, deve esistere, una certa armonia fra uomo e natura: se non esistesse la stessa vita dell’animale uomo sarebbe impossibile, ma si tratta di una armonia precaria, difficile da raggiungere e mantenere, meglio, si tratta di una armonia non automatica che non è detto garantisca la vita ed il benessere degli umani, e non solo. La natura permette ma non garantisce affatto la vita, meno che mai il benessere, dell’uomo e, a ben vedere le cose, di nessun essere vivente. Ogni specie vivente, uomo, animale o addirittura pianta che sia, deve lottare solo per poter sopravvivere. L’uomo deve lavorare duramente, modificare la natura circostante per migliorare la sua condizione, ma questa sua attività crea di continuo nuovi problemi, lo mette di fronte a nuovi pericoli. Questo è il robusto grumo di verità che sta dietro a tante teorie ambientaliste: siamo costretti a modificare la natura per vivere e svilupparci, ma queste modifiche nascondono insidie e pericoli. Peccato che molti ambientalisti, o pseudo tali, invece di approfondire questo aspetto importante delle loro dottrine, si lascino trascinare verso forme inaccettabili di irrazionalismo mistico.

L’antropocentrismo autentico ha poco o nulla a che vedere con la mistica di una natura finalizzata alla preservazione di tutte le forme di vita, meno che mai alla realizzazione di valori umani. Il vero antropocentrismo si limita ad assegnare all’uomo un valore diverso e superiore rispetto a tutte le altre specie viventi, più in generale alla natura non umana. Fra uomo e natura non umana esiste di certo molta continuità, ma esiste anche una frattura, una discontinuità radicale sia etica che ontologica. L’uomo non è un animale un po’ più intelligente degli altri, è un essere capace di progettare la propria vita e di operare in conseguenza. Cosciente ed autocosciente impara dai propri errori e per questo accresce di continuo il suo patrimonio intellettuale, si rapporta non solo al reale ma anche al possibile, può addirittura pensare l’impossibile. Soprattutto l’uomo capisce la differenza fra il bene ed il male, è l’unico animale di cui si può dire che sia buono o cattivo, colpevole o innocente di qualcosa, l’unico che possa essere punito, o premiato, per le proprie azioni. Anche gli animali vengono spesso “premiati” per i loro comportamenti, ma questo fa parte delle tecniche di addestramento, non si tratta di un vero premio, della ricompensa per aver agito bene. Allo stesso modo nessun animale può ragionevolmente essere “punito” per ciò che fa, l’eventuale abbattimento della famosa orsa che ha fatto scorrere autentici fiumi d’inchiostro, non è una “punizione” per un “omicidio”, semplicemente una misura, giusta o sbagliata, a tutela della pubblica sicurezza. E’ deprimente dover constatare che tanti, a cominciare dal sempre più incredibile Vittorio Feltri, non riescano a capirlo.
Radicale discontinuità fra uomo e natura non umana: questo il succo del vero antropocentrismo che, val la pena di ripeterlo, non è monopolio dei credenti. Discontinuità che non implica affatto, dovrebbe essere scontato, alcun atteggiamento sprezzante dell’uomo nei confronti della natura non umana. L’uomo non si limita ad usare a suoi fini ciò che la natura gli offre, è anche l’unico essere capace di ammirarne la bellezza, può interrogarsi sul posto che egli occupa nell’universo ed esitare ad accettare o rifiutare modifiche troppo radicali dell’ambiente, non solo per le loro conseguenze estetiche negative. L’uomo può ammirare gli animali e provare per alcuni di loro sentimenti di affetto, forse addirittura di amore. Siamo capaci di metterci nei panni degli altri e possiamo compatire le sofferenze anche di creature non umane e cercare per quanto possibile di alleviarle. Tutto questo però non nega la radicale discontinuità fra uomo e natura non umana: essere antropocentrici non vuol dire disprezzare tutto ciò che non è umano, vuol dire capire che anche i sentimenti positivi che proviamo nei confronti della natura non umana sono qualcosa di profondamente umano, non ci mettono sullo stesso piano dei monti e dei mari, degli abeti, dei grilli, delle pantere e nemmeno dei nostri amati cagnolini.

Qualcuno che accetta una concezione simile a quella che ho cercato di esplicitare ne trae però a volte conseguenze assolutamente inaccettabili che val la pena di esaminare con un minimo di attenzione.
Proprio perché siamo umani, questo il succo del loro discorso, abbiamo il dovere di rispettare la natura non umana, animali in testa.
Inteso in senso debole questo discorso è del tutto condivisibile, si risolve in considerazioni simili a quelle fatte sopra su un rapporto equilibrato e rispettoso fra uomo e natura, purtroppo però molti non si limitano a questo, il succo del loro discorso è radicalmente diverso. Proprio perché umani, ecco il succo, dobbiamo riconoscere dignità etica alla natura non umana. Gli animali si umanizzano, diventano persone morali cui dobbiamo lo stesso rispetto dovuto a uomini, donne e bambini. Questo è alla base delle tanto declamate teorie “antispeciste”: tutti gli esseri viventi hanno pari dignità etica, non esistono discontinuità morali nella natura: una orata ed un uomo, il cucciolo di cinghiale ed un neonato sono sullo stesso piano. L’orso vale quanto se non più dell’uomo. La cosa ridicola e logicamente contraddittoria è che si arriva a simili conclusioni partendo dalla affermazione della superiorità etica dell’uomo. Siamo superiori, “quindi”, in nome della nostra superiorità, dobbiamo parificarci agli altri esseri viventi. Siamo capaci di comprendere l’importanza dell’imperativo etico “quindi” dobbiamo moralizzare tutto. In nome della morale si pretende di moralizzare ciò che si colloca fuori dalla morale.
Discorsi come quello che stiamo esaminando non sono solo autocontraddittori, rivelano una superficialità di pensiero semplicemente desolante. Chi li fa dimostra di avere una concezione poco seria dell’etica e di non saper vedere neppure le conseguenze più immediate, macroscopiche, di certe affermazioni.
Se riconosco ad X la dignità di persona morale sono moralmente obbligato a rispettare moralmente X, a rispettarlo sempre ed in maniera generalizzata, sono obbligato a rispettare tutte le X esattamente come rispetto tutti gli esseri umani. Molti invece affermano che si deve rispettare X salvo poi motivare un simile rispetto con considerazioni che con la morale hanno poco a che vedere. Ad esempio i fanatici del veganismo giustificano spesso e volentieri le diete vegane con l’argomento che queste sarebbero “salubri”. E no, cari signori! Anche ammesso, e non concesso, che le diete vegane siano salubri non può essere questo il motivo che vi spinge a seguirle, se davvero intendete riconoscere agli animali la dignità di persone morali! Cosa direbbe ognuno di noi ad un tale che affermasse che lui non mangia i bambini perché farlo gli farebbe aumentare troppo l’indice glicemico? Non giudicheremmo criminale un simile individuo?
Ma lasciamo perdere… quello che stupisce in tanti, e tanto diffusi, discorsi è la totale incapacità di andare un centimetro oltre l’apparenza immediata. Si parla degli animali come di persone morali e si pensa che tutto si riduca all’abbandono delle diete carnivore. Queste dovrebbero esser vietate all’unico animale in grado di comprendere (solo raramente di seguire) l’imperativo morale e concesse a tutti gli altri, pure promossi al rango di persone morali, con conseguenze a dir poco assurde. Prendo un pollo, lo faccio a metà, mangio io la prima metà e do’ l’altra in pasto al mio cane. Se fossere vere certe teorie commetterei un crimine per il mezzo pollo che mangio io, non ne commetterei invece nessuno per la metà che dò al mio amico a 4 zampe… ridicolo.
Di nuovo, lasciamo perdere… la cosa davvero importante non è questa, in fondo. Ciò che davvero stupisce è l’incapacità di capire che la rinuncia alle diete carnivore, o anche a cibi come latte, formaggi e uova non farebbe fare un passo avanti verso la soluzione del problema. Se gli animali non umani sono soggetti morali la loro dignità etica viene offesa non solo se li si uccide per mangiarli. Coltivare grano, abbattere alberi, costruire case, fabbriche, strade, ponti, scuole ed ospedali, sperimentare farmaci sono tutte attività che ledono i “diritti” ed uccidono moltissimi animali non umani. L’agricoltura uccide molti più animali che non la tanto detestata caccia, il bisonte americano è stato messo a rischio estinzione non dalla caccia dei cosiddetti “nativi americani” ma dall’estensione degli insediamenti umani e delle coltivazioni, dalla costruzione delle grandi linee ferroviarie. Gli stessi sentimenti di affetto che proviamo nei confronti di certi animali ne uccidono moltissimi altri; chi ha dubbi in proposito visiti uno dei tanti negozi in cui si vendono prodotti per animali e mi sappia dire. In breve, si prenda minimamente sul serio la pretesa di conferire dignità etica agli animali non umani e l’intero processo di civilizzazione, compresa in questo la coscienza ambientalista, va a farsi benedire. Le cose, ovviamente, diventano ancora più complicate, il groviglio di contraddizioni ancora più insolubile, se il riconoscimento della personalità etica viene esteso, oltre che agli animali, a tutta la natura non umana, cosa che fanno con lucida ma folle coerenza i mistici dell’ecologia più radicali. In effetti, se un topo vale quanto un uomo perché mai un abete non dovrebbe valere quanto un topo? E perché mai la stupenda vetta ghiacciata del bianco dovrebbe valere meno di un abete?

“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente quanto più spesso e più a lungo le riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me” scrive Kant al termine della “critica della ragion pratica” e prosegue: “il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di creatura animale che deve restituire nuovamente al pianeta (un semplice punto nell’universo) la materia dalla quale si formò dopo esser stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale. Il secondo invece eleva infinitamente il mio valore…” (1)
L’uomo è piccola, piccolissima cosa nel cosmo, non può non ammirare, colmo di stupore, la bellezza e la potenza della natura, non può non provare un sentimento di rispetto nei confronti dell’infinità che lo sovrasta: il kantiano cielo stellato sopra di me. Ma l’uomo sente, sente, non sa, che forse non è solo natura, che qualcosa dentro di lui lo rende diverso da tutto ciò che non è umano: la legge morale, e non estende al cielo stellato, alla natura, quel “qualcosa” che è dentro di lui.
L’antropocentrismo in fondo è solo questo: rifiuto di estendere al cielo stellato che ci circonda ed è infinitamente più grande, forte e potente di noi ciò che è dentro di noi e conferisce alle piccole, deboli, limitate creature che siamo una dignità particolare, forse unica. Siamo solo una debole canna, diceva Pascal, ma una canna che pensa e questo fa di noi qualcosa di molto, molto importante. Estendere al cielo stellato, alla natura, la legge morale non rende morale la natura, non la trasforma in debole canna pensante, distrugge invece ciò che è essenziale alla canna, la degrada e la uccide. Natura e morale non possono essere confuse, farlo degrada entrambe. Essere morali vuol dire cercare di instaurare rapporti etici con altri esseri morali e rispettare, senza moralizzare, ciò che morale non è. Tutto il resto è solo balbettio irrazionale e non morale.

PS

In breve appendice, due parole sul recente rifiuto del papa di benedire il cagnolino di una signora.
A parte il fatto che è abbastanza inaccettabile, e colma di pauperismo deteriore, la tesi secondo cui, visto che tanti esseri umani nel mondo soffrono la fame, non si può amare il proprio cane, a parte questo, dal punto di vista teologico il rifiuto papale è giustificato, ma probabilmente lo sarebbe stato anche il consenso a benedire. In fondo si benedicono auto, case, strade ed anche animali. E’ vero, si potrebbe obbiettare, ma si tratta di benedire oggetti ed anche animali in vista della loro utilità per l’uomo, non in se stessi. Però anche il cagnolino poteva essere benedetto per gli stessi motivi: l’amicizia con un cane può migliorare la vita di un essere umano, questo è innegabile. Ho letto che la signora avrebbe detto al papa che il cagnolino sarebbe “suo figlio”. Questo è inaccettabile, non solo per un papa, ma… sinceramente non credo che la signora intendesse davvero che il cane fosse suo figlio.
“Esco col bambino”. Mi capita spesso di dire questo a mia moglie quando porto il nostro cagnolino a spasso. Ovviamente sappiamo benissimo che il nostro simpatico Bolt non è un bambino… a volte bisognerebbe evitare di prendere le parole troppo alla lettera.
In definitiva, il papa poteva benissimo esaudire il desiderio della signora, anche se val la pena di aggiungere che se lo avesse fatto i fanatici dell’animalismo avrebbero presentato il suo gesto come una sorta di alto riconoscimento della parità etica fra animali ed esseri umani. A ben vedere le cose questo papa ha già fatto numerosissime concessioni al panteismo, se in passato le avesse limitate avrebbe potuto benedire il cagnolino senza esporsi al rischio di interpretazioni distorte del suo gesto.
E tanto basta, direi.

Note
1) Immanuel Kant: Critica della ragion pratica. Laterza 1983 pag. 197.

lunedì 17 aprile 2023

UN PO' DI LOGICA: LA ANFIBOLIA DELL'ORSA

La anfibolia è un ragionamento ambiguo; può assumere la forma di un sillogismo scorretto, caratterizzato dal fatto che nelle premesse viene usato lo stesso termine con significati diversi.

Un esempio di anfibolia è il seguente:

L’uomo è l’unico animale razionale.
La donna non è uomo.
Quindi la donna non è razionale.

L’errore consiste nel fatto che il termine “uomo” è usato con significati diversi nelle due premesse.
Nella maggiore “uomo” si riferisce al genere umano che comprende sia uomini che donne.
Nella minore invece “uomo” si riferisce agli esseri umani di sesso maschile.

Nella vicenda dell’orsa moltissimi di quelli che si sono opposti, e si oppongono all’abbattimento del plantigrado sono clamorosamente incorsi in questo tipo di errore logico.
Dietro ai loro ragionamenti si cela, non si sa quanto consapevolmente, il seguente sillogismo:

Un orso non può essere considerato colpevole di nulla.
Chi non è colpevole non può venire condannato.
Quindi l’orso non deve essere abbattuto.

Qui l’errore nasce dal diverso significato che l’espressione “non colpevole” ha nella maggiore e nella minore.
Nella maggiore “non colpevole” significa, giustamente, che all’orso non possono applicarsi categorie etiche.
Nella minore “non colpevole” viene invece assunto nel suo significato etico: solo i “colpevoli” possono essere condannati.

Non occorre essere dei logici raffinati per cogliere l’errore, incredibilmente stupido, che ho cercato di evidenziare. Ed è un errore più generale in cui incorrono, a proposito del rapporto “uomo – natura”, praticamente tutti i talebani del misticismo ecologico. Prima si nega, giustamente, la applicabilità al mondo non umano di categorie morali, poi si usano queste stesse categorie per conferire dignità morale al mondo non umano. Questo, val la pena di ripeterlo, va ben oltre la vicenda dell’orsa.
Lo ammetto, questa vicenda mi ha coinvolto emotivamente. Non tanto per il suo valore in se: è stata una vicenda tragica ma nel mondo avvengono ogni giorno eventi enormemente più tragici. Mi ha coinvolto e mi coinvolge perché mi fa impressione il livello di stupidità e di fanatismo che questa ha fatto emergere.
Alcuni di coloro che si sono opposti all’abbattimento dell’orsa hanno avanzato obiezioni che, condivisibili o meno, sono ragionevoli: la necessita della tutela dell’ambiente, la preservazione del patrimonio faunistico… obbiettivi e finalità su cui ci si può tranquillamente trovare d’accordo, anche se poi ci sono divergenze sui modi specifici per perseguirle.
Si tratta però di posizioni, purtroppo, minoritarie. La gran maggioranza dei “difensori dell’orsa” ha messo in mostra una ignoranza, una incapacità di ragionare razionalmente, un fanatismo e, soprattutto, un odio nei confronti del genere umano, una mancanza di umana pietà che fanno letteralmente paura.
Prova ulteriore della crisi culturale dell’occidente.

 

venerdì 14 aprile 2023

L'ODIO DELL'UOMO PER SE STESSO

Prima era il capitalismo ad essere sotto accusa. Marx critica il capitalismo ma lo fa in una prospettiva occidentale, quanto meno nelle sue opere maggiori non mostra particolari simpatie nei confronti delle economie precapitaliste o delle civiltà extraeuropee.
Poi la critica si è estesa alla civiltà occidentale globalmente considerata. L’occidente è aggressivo, mosso da una inesauribile e nefasta “volontà di potenza”. In “dialettica dell’illuminismo” Horkheimer ed Adorno individuano in Ulisse il prototipo della aggressività occidentale. La curiosità di Ulisse è a tutti gli effetti una insana  volontà di potenza. Ulisse vuole conoscere, scoprire ma il conoscere e lo scoprire sono solo la prima tappa di un processo di asservimento della natura. Solo un passo separa il re di Itaca dalle bombe atomiche.
L’odio dell’occidente per se stesso si trasforma infine in odio dell’uomo nei confronti di se stesso. La parabola di Ulisse è a ben vedere le cose, la parabola del genere umano. L’uomo, l’uomo in quanto tale, trasforma a suoi fini la natura, la asservisce e questo è inaccettabile. La natura diventa persona e l’uomo che la usa un suo spietato persecutore. Il cerchio si chiude.

Il misticismo pseudo ecologico che ammorba in questi tempi tristi il dibattito culturale ha trasformato l’uomo nel fattore disturbante. La natura è armonioso, dolce equilibrio, insieme di ecosistemi che garantisce la vita di tutte le specie viventi. In questo dolce equilibrio si inserisce l’uomo con la sua insana volontà di potenza e distrugge tutto. Inutile ricordare a chi elabora certe ridicole teorizzazioni che la natura non è affatto armonica, che nel corso dell’evoluzione naturale moltissime specie animali si sono estinte, che nel precario, mai definitivo, equilibrio degli ecosistemi la soprarvvivenza delle specie si realizza, quando si realizza, sempre a spese dei singoli, né vale ricordare che lo stesso uomo è un “prodotto della natura”; la logica e la razionale capacità di guardare ai dati dell’esperienza non è il forte dei guru del misticismo ecologico.
L’uomo è il “cancro del pianeta”, il grande distruttore, il fattore di squilibrio inserito in un sistema armonico. Sono decenni ormai che i media e schiere di pseudo intellettuali insistono su queste cose. Il risultato è una incredibile diffusione, almeno in occidente dell’odio dell’uomo nei confronti di se stesso.

Ne abbiamo avuto una allucinante conferma in questi giorni con la vicenda dell’orsa. Un giovane amante della natura passeggia nei boschi, non nella savana africana, nei boschi del trentino, a poche centinaia di metri da casa sua. Un’orsa lo aggredisce e lo fa letteralmente a pezzi.
Moltissimi se la prendono col giovane. Ha invaso il territorio dell’orsa dicono i più estremisti, forse i più sinceri. E’ stato imprudente aggiungono altri. Mi spiace per il giovane, ribattono altri ancora, ma… povera orsa. Si, proprio così, “mi spiace” per il giovane che ha fatto una morte orribile, mostruosa, ma… povera orsa! Come se fosse possibile mettere sullo stesso piano un giovane essere umano ed un’orsa.
E non si tratta di episodi isolati. Il giusto, sacrosanto rispetto ed ammirazione per la natura si sono ormai trasformati in deificazione della stessa. Il “pianeta” è diventato una sorta di nuova divinità pagana di fronte alla quale gli esseri umani non possono far altro che inchinarsi e cospargersi il capo di cenere. Dietro a questa autentica nuova barbarie culturale si possono intravedere in luce sinistra alcune delle ideologie che sono state il retroterra culturale del nazismo. Del resto l’odio per l’uomo è tipico di tutte le ideologie totalitarie. All’uomo queste sostituiscono la razza, la nazione o la classe trasformate in misteriose, ideologoche entità metafisiche. Oggi i nuovi barbari mettono al posto dell’uomo “il pianeta”. Ed odiano gli esseri umani. Di nuovo, il cerchio si chiude.

 

lunedì 10 aprile 2023

L'ORSO

Orsi pericolosi, almeno un caso all'anno. Ecco perché ...


La tragica vicenda dell’orso che ha ucciso un giovane che correva nei boschi del trentino è stata seguita da commenti che giudico, lo dico subito, semplicemente incredibili. Tralascio ogni considerazione sulla totale mancanza di umanità, l’assenza di umana pietà nei confronti di un giovane che ha fatto una morte orribile e passo subito all’esame delle argomentazioni di coloro che, per brevità, possiamo definire gli “amici dell’orso”, amici a condizione ovviamente che si tratti dell’orso altrui, quello che NON aggredisce NOI. Parto dalle argomentazioni di tipo, diciamo così, empirico per arrivare poi al nocciolo teorico del problema. Per comodità procedo inizialmente per punti.

1) Il giovane è stato imprudente, non seguiva i percorsi indicati.
A parte il fatto che non sappiamo quali sentieri seguisse il giovane, gli orsi VERI, non i protagonisti dei cartoni animati che certi pseudo ambientalisti hanno in mente, se ne fregano dei sentieri “consigliati”. Quali sarebbero i sentieri “consigliati”? Si tratta di sentieri protetti da recinzioni anti orso? Conosco i boschi del trentino, ci ho fatto spesso bellissime passeggiate ed escursioni e non ho mai visto nulla di simile.

2)
Non esiste il rischio zero. Se ti addentri in zone selvagge sai i rischi che corri.
Il trentino NON è una zona selvaggia, al contrario. Fino a pochi anni fa era possibile passeggiare nei suoi boschi senza timore alcuno. Potevi imbatterti in un daino o in un cervo, non in orsi o lupi. Il trentino sta diventando una zona selvaggia e pericolosa in seguito alla demenziale politica di ripopolamento che ha introdotto animali molto pericolosi in zone caratterizzate da forte presenza umana e di animali da allevamento e pascolo. Se a qualche imbecille venisse in mente di “ripopolare” i giardinetti di Milano con vipere, cobra e leoni anche i giardinetti diventerebbero una zona selvaggia e pericolosa. In fondo un po’ di millenni fa anche nei territori che attualmente si chiamano Italia c’erano i leoni…
E’ vero, non esiste il rischio zero, ma questo non giustifica la follia di politiche che incrementano irresponsabilmente i rischi. Ci saranno sempre morti in incidenti stradali, questo non è un buon motivo per abolire i limiti di velocità.

3)
Il giovane non ha seguito i consigli sul come comportarsi in presenza di un orso.
A parte il fatto che non sappiamo come si sia comportato il giovane, non è molto facile in una situazione estrema seguire con freddezza quanto prescritto dal manuale per la difesa (non violenta ovviamente) dagli orsi. Se un orso ti attacca devi fare così e cosà...
L’orso è un animale molto pericoloso, qualcosa di completamente diverso dal simpatico orso Yoghi che certi cretini hanno in mente. Può essere molto aggressivo, è dotato di forza incredibile e, a dispetto dell’aspetto, è molto veloce. Difficile conservare la calma se ti imbatti in un simile, splendido predatore.

4) L’orso ha diritto di vivere nel suo ambiente che noi a suo tempo gli abbiamo ingiustamente strappato. L’uomo non deve addentrasi nella casa degli orsi.
Un tempo erano “casa” di orsi, lupi, serpenti velenosi e di ogni sorta di animale selvaggio più o meno pericoloso anche le terre su cui oggi sorgono città, pesi e villaggi. Erano “casa” di animali selvaggi le terre su cui ora si coltivano grano e riso, o alberi da frutta. In natura non esiste alcun “diritto” alla difesa del proprio habitat. Un certo animale segna i limiti del proprio territorio. Un altro entra in quel territorio e lo reclama per se. Esiste un “diritto” che regoli le relazioni fra questi due animali? NO, ovviamente. Sarà la forza a decidere quale dei due sarà dominante in quel certo territorio. Parlare degli habitat degli animali come se si trattasse del diritto di proprietà degli umani è una idiozia che non sta né in cielo né in terra. Noi umani siamo diventati la specie dominante nel pianeta ed abbiamo strappato molte terre agli animali selvaggi. Abbiamo violato qualche “diritto”? No ovviamente, come non viola alcun diritto il leone che sbrana la zebra o lo squalo che uccide un delfino o il maschio dominante (e si, in natura esistono, eccome, i maschi dominanti) in un branco di leoni marini che reclama solo per se il “diritto” di accoppiarsi. Ovviamente è bene tutelare gli animali selvaggi, conservare intatte ampie zone di natura incontaminata, ma tutto questo non ha nulla a che vedere con presunti “diritti”. Si tratta di esigenze umane, non sentite, per inciso, da alcun animale non umano. E, come tutte le esigenze umane, anche queste vanno armonizzate con altre esigenze, pure umane, ad esempio quella di chi vive in trentino, o visita questa bellissima regione, di passeggiare nei suoi splendidi boschi. O si pensa che i trentini debbano vivere rinchiusi in casa e che solo genovesi o milanesi abbiano il diritto di fare passeggiate? La convivenza fra uomo ed animali selvaggi è una gran bella cosa ma può essere solo parziale e limitata. Una cosa sono i parchi naturali, cosa ben diversa orsi e lupi nelle vicinanze di case e stalle, o cinghiali che scorrazzano in città.

Il punto 4 ci ha avvicinati al cuore del problema che consiste precisamente in questo:
la assurda pretesa, tipica dei cultori di ideologie nichiliste, di applicare categorie e valori umani al mondo non umano.
La natura è il regno dell’essere, non del dover essere. In natura non esistono il giusto e l’ingiusto, il bene ed il male, né esistono colpevoli o innocenti, buoni o cattivi. Il leone non è “cattivo” perché divora, viva, la zebra, né questa subisce “ingiustizia” alcuna quando viene divorata. D’altro canto la zebra non si comporta “ingiustamente” quando, fuggendo agli artigli del leone, obbliga questo alla fame. La natura non è “immorale”, è, molto semplicemente, amorale. Si colloca in un settore dell’essere in cui parlare di moralità è completamente privo di senso. Non ci sono diritti né doveri in natura, solo fatti, eventi, enti animati o inanimati. Parafrasando il vecchio Nietzsche la natura è fuori dal bene e dal male, è semplicemente ciò che E’.
Si può ammirare o temere in orso, lo si può detestare o si può addirittura volergli bene, ma non si può, in alcun modo, rapportarsi moralmente ad esso.
Non lo si può fare perché l’orso si adegua in maniera immediata a leggi che sono al di fuori di ogni possibilità di valutazione morale. Rapportarsi moralmente ad un orso vorrebbe dire pretendere di processarlo quando uccide una preda, cosa assolutamente, totalmente ridicola. Una volta Bolt, il mio amato cagnolino, ha ucciso una tortora che saltellava allegramente, ignara del pericolo, nel giardino di casa mia. Non ho, ovviamente, “punito” Bolt per la sua azione, semplicemente ho cercato di strappargli dalla bocca l’uccello; quando ci sono riuscito era purtroppo troppo tardi...
Piaccia o non piaccia la cosa la morale riguarda solo quella piccolissima parte della natura consistente nel mondo umano. Può essere oggetto di valutazione etica solo chi comprende i concetti d
i bene e di male, solo con lui è possibile instaurare rapporti basati sulla morale. I fanatici del radicalismo ecologico non capiscono questa semplice, elementare verità. Loro negano qualsiasi discontinuità nella natura, rifiutano la radicale cesura ontologica che separa il mondo umano da quello non umano. Siamo di fronte ad una ulteriore manifestazione di quel rifiuto delle differenze che caratterizza la fase attuale, decadente, della nostra civiltà. Per alcuni il sacrosanto riconoscimento della uguale dignità di ogni essere umano avrebbe come conseguenza la negazione di ogni differenza rilevante fra le culture, nazioni e civiltà così come non esisterebbero differenze strutturali fra i sessi. I fanatici dell’animalismo radicale ampliano questo errore: trasferiscono la negazione della differenza dai rapporti dentro il mondo umano a quelli fra mondo umano e mondo non umano. Attribuiscono pari dignità etica a uomini, orsi, dentici e lombrichi. I più radicali, ma anche i più coerenti, ampliano ancora l’area dell’etica: per loro diventano soggetti etici anche olmi e pini, fiumi e montagne. Un delirio di follia nichilista che se si trasformasse in comportamenti coerenti porterebbe alla distruzione dell’unico animale che si ponga problemi etici, anche se solo piuttosto raramente si comporta davvero in maniera moralmente accettabile. Chi ama troppo gli orsi odia gli esseri umani, e la tragica vicenda del giovane ne è una ulteriore riprova.

Un’ultima considerazione: è “giusto” abbattere l’orso che ha ucciso il giovane?
La risposta non è semplice. Se abbattendo il bestione si intende “punirlo” siamo di fronte ad una pura e semplice idiozia. Pretendere di “punire” un orso è del tutto sbagliato proprio perché un orso
NON è un soggetto morale.
Non credo però che chi intende abbattere l’orso parta da considerazioni etiche. Forse pensa che
un orso può diventare particolarmente pericoloso se uccide un uomo ed istintivamente “capisce” che questi è una preda facile. In questo caso siamo di fronte ad un problema di opportunità e tutela della sicurezza che solo persone esperte possono risolvere, senza isterismi.
In ogni caso, nessuno teorizza un mondo privo di animali pericolosi, semplicemente si pretende che questi non vivano ad un passo da casa nostra. Chi amministra il trentino ha il dovere di garantire la sicurezza dei trentini, anche riducendo il numero di orsi in libertà, abbattendone un certo numero o sterilizzandone una parte; di nuovo, in casi simili la parola spetta agli esperti.
E tanto basta. Termino stigmatizzando di nuovo la totale mancanza di umana pietà di cui in questa occasione hanno dato prova i teorici del radicalismo animalista. I presunti “buoni” si dimostrano spesso e volentieri terribilmente cattivi.