sabato 4 marzo 2023

SENTENZE DI MORTE

Sto terminando la lettura di “Gulag – storia dei campi di concentramento sovietici” di Anne Applebaum, storica polacca naturalizzata americana ed ottima conoscitrice della storia sovietica.
Non intendo qui commentare il suo libro, del resto non ancora terminato, solo spendere qualche parola su un dato a mio parere davvero impressionante.
Nel 1954 Kruscev volle che fosse fatto uno studio sugli “eccessi” dello stalinismo nel trentennio precedente. Da questo studio, assolutamente ufficiale, risulta che nei 30 anni oggetto di analisi sono state eseguite in URSS 642.980 sentenze di morte.
Attenzione, NON si tratta del totale delle vittime de comunismo staliniano. Quella cifra non comprende i milioni di morti (da 4 a 7) causati dall’holodomor in Ucraina, né le vittime della collettivizzazione forzata dell’agricoltura in Russia, Georgia e in tutti gli altri stati dell’URSS. Non comprende i morti per freddo, fame e malattia nei gulag, né le innumerevoli morti fra i condannati al confino in località situate oltre il circolo polare artico. Non comprende neppure i morti in carcere o sotto tortura, né coloro, moltissimi, che furono trucidati senza aver subito alcun processo. No, la cifra, certamente assai approssimata per difetto, di 642.980 riguarda morti “ufficiali”, persone condannate al termine di un “processo” e giustiziate come da sentenza.
In URSS si fucilavano (stando alle cifre UFFICIALI) 21.432 persone all’anno, oltre 57 AL GIORNO, e questo è durato la bellezza di 30 ANNI.
Nel decennio fra il 1931 ed il 1940 sono state pronunciate nell’Italia fascista 118 sentenze di morte, di cui 65 eseguite.
Secondo Amnesty international nel 2020 sono state eseguite nel mondo 483 sentenze di morte.
In 40 anni, dal 1973 al 2013, sono state eseguite negli USA 1359 sentenze di morte.
In tutta la storia di Israele, uno stato in guerra da sempre, è stata eseguita una sola sentenza di morte: quella contro il criminale nazista Adolf Heichmann.
Val la pena di aggiungere che la stragrande maggioranza di quei 642.980 morti ammazzati non era colpevole di NULLA, cosa che di certo non si può dire di Heichmann e della quasi totalità dei condannati statunitensi alla pena capitale.
Però mi capita de leggere in rete parole roventi contro i massacri messi in atto dal “nazi - liberalismo” e lunghe dissertazioni “filosofiche” (si fa per dire) sui suoi presunti crimini.
E a tutti noi capita di essistere a manifestazioni "antifasciste"  caratterizzate dallo svantolio di bandiewre rosse con tanto di falce e martello.
Qualcuno sembra dimenticare che se è vero che tutti i democratici sono antifascisti NON è vero il contrario: NON tutti gli antifascisti sono democratici, certe manifestazioni lo confermano ampiamente.
L’imbecillità sposata con l’ignoranza è davvero un’arma di distruzione di massa.


 

venerdì 3 marzo 2023

LA SCELTA

Vediamo un po’.
Nel naufragio di Lampedusa, nel 2013, perirono 368 migranti. Il presidente del consiglio nel 2013 era Enrico Letta. Ministro dell’interno Angelino Alfano.
Nel 1997 l’Italia cercò di bloccare il flusso di profughi proveniente dall’Albania con un blocco navale. Ci fu una collisione fra una imbarcazione albanese carica di migranti ed una nave militare italiana. Morirono 81 persone. Nel 1997 il presidente del consiglio era Romano Prodi, il ministro degli interni Giorgio Napolitano.
Non mi pare che in nessuno di questi due tragici episodi qualcuno abbia chiesto le dimissioni del ministro dell’interno o del capo del governo. Se non sbaglio non ci fu neppure alcun intervento della magistratura.
Tanto basta direi per chiarire fino a che punto sia ipocrita l’attuale tentativo delle opposizioni di sfruttare l’ultimo, tragico naufragio a fini politici.
Questi però sono, in fondo, semplici dettagli. Il punto fondamentale è un altro.
Fermo restando che se una imbarcazione è in difficoltà va soccorsa e che sulla adeguatezza dei soccorsi nell’ultimo tragico naufragio indagherà chi di dovere, fermo restando tutto questo occorre chiedersi: in che modo possono essere evitate o quanto meno fortemente ridotte le stragi del mare?
E’ inutile girarci attorno: non c’è politica dei soccorsi che tenga, se continua il flusso continuo di partenze i naufragi sono destinati a ripetersi. . Per evitare questi drammi ci sono solo due soluzioni.
La prima è: ridurre drasticamente le partenze. Bloccare nei porti di partenza i flussi di migranti e soccorrere le poche imbarcazioni che, malgrado tutto, riescono a prendere il mare.
Se non si accetta questa soluzione non resta che una strada: instaurare un autentico servizio di navi traghetto per migranti. Si prendono una o più navi, magari un paio di traghetti che normalmente collegano Genova alla Sardegna e le si manda nei porti nord africani o turchi o medio orientali. Caricano un buon numero di migranti e li portano in Italia, senza passaporti, senza documenti, senza visti, autorizzazioni, contratti di lavoro e quant’altro: la legalizzazione della immigrazione clandestina.
E’ fin troppo chiaro che questa seconda soluzione porterebbe in breve tempo il paese al collasso economico, sociale e politico, anzi, lo trasformerebbe da subito in un non-paese. Si, non-paese perché un paese esiste se ha dei confini e se il suo governo ha il diritto di stabilire chi può e chi non può, e con che modalità, attraversare i propri confini. Se uno stato non ha confini cessa di essere uno stato, diventa terra di nessuno. Se l’Italia è di chi ne calpesta il suolo l’Italia non esiste più. Se il governo italiano non ha il diritto di stabilire le sue politiche migratorie non esiste un governo italiano, quale che sia il suo colore politico.
Quindi, si decidano i teorici dell’immigrazionismo senza limiti e controlli. La smettano di barare sul “restiamo umani”. Certo, occorre restare umani, occorre soccorrere i disperati, ma, in che modo si resta umani? Diventando terra di nessuno o quanto meno riducendo flussi migratori incontrollati e chiaramente gestiti da organizzazioni criminali? Cooperando con i paesi di partenza per agevolarne lo sviluppo economico o diventando complici di chi li priva di forza lavoro potenzialmente indispensabile per tale sviluppo? Favorendo i flussi legali o quelli illegali di immigrazione?
Tutto qui. La scelta a chi di dovere.

 

lunedì 20 febbraio 2023

I DUE VLADIMIR

Mi capita di leggere in rete post in cui si sottolinea la profonda trasformazione che in questi ultimi tempi ha subito la sinistra italiana, e non solo. La sinistra comunista è passata da Vladimir Lenin a Vladimir Luxuria, da Mosca a Washington, affermano alcuni. Una torsione a 180 gradi della propria storia, il passaggio da una ideologia che nega sostanzialmente il concetto stesso di libertà individuale ad un’altra che teorizza una libertà individuale del tutto scissa dal riconoscimento di qualsiasi oggettività sociale, naturale o etico - valoriale. Dalla negazione dell’individuo ad un individualismo che degrada in mero soggettivismo, questo il percorso. Si tratta di una analisi che merita di essere approfondita (le due ideologie contrastano fra loro  meno di quanto possa a prima vista apparire) ma che di certo coglie alcuni aspetti del reale.
Il problema è che molti di coloro che sottolineano questa torsione politica, teorica e culturale della sinistra di fatto rimpiangono la sinistra VECCHIA. Per essere chiari, preferiscono Valdimir Lenin a Vladimir Luxuria, Mosca a Washington.
E qui casca l’asino.
Personalmente non ho simpatia alcuna per Luxuria e sono convinto che fra lui e Vladimir Lenin il confronto politico culturale sia improponibile. Il Vladimir russo era un politico di prim’ordine, un discreto teorico marxista ed aveva una forza intellettuale che il Vladimir italiano neppure si sogna di possedere. Però se fossi obbligato a scegliere fra i due, con la morte nel cuore sceglierei il Vladimir italiano.
Perché? La risposta è molto semplice.
Il Vladimir russo conquistò il potere con un colpo di mano impropriamente definito “rivoluzione”. Subito dopo sciolse l’assemblea costituente che il suo stesso partito aveva chiesto. Tappò la bocca alla stampa, mise fuori legge tutti i partiti non bolscevichi, poi vietò le correnti all’interno del suo stesso partito. Condusse la guerra civile con una ferocia non inferiore, probabilmente superiore, a quella dei suoi nemici “bianchi”, ordinò la costruzione dei primi campi di concentramento in cui imprigionare rivali politici ed elementi “antisociali”, il germe dei futuri gulag staliniani. Durante il cosiddetto “comunismo di guerra” mise in atto una politica di feroci requisizioni dei raccolti ai contadini, con conseguente carestia e moltissimi morti per fame, prima avvisaglia delle terrificanti carestie successive. Perseguitò con ferocia fanatica la chiesa ortodossa.
Per farla breve, dietro al Vladimir russo ci sono fucilazioni, morti, carceri, campi di concentramento, cose di cui di certo non è responsabile il Vladimir italiano. Per me questi sono fondamentali criteri di giudizio, per latri no. Altri non fanno distinzioni fra l’insostenibile leggerezza della vacua ideologia politicamente corretta e l’opprimente, mortifera pesantezza del totalitarismo. Anzi, le fanno le distinzioni e scelgono la seconda. A qualcuno sembra che le pagliacciate del festival di Sanremo siano tutto sommato meno gravi delle montagne di cadaveri del comunismo sovietico.
Ne abbiamo avuto la riprova con la guerra in Ucraina, quando molti critici dei mali dell’occidente hanno scambiato un autocrate con un possibile salvatore.
Considerazioni simili si possono fare riguardo all’Iran. Per certi occidentali la generosa rivolta di tante donne e di tanti uomini iraniani sarebbe una sorta aspirazione al “consumismo compulsivo”. Così non è, ma, lo dico fuori dai denti: e se anche così fosse? Forse che il velo obbligatorio, le fustigazioni o le lapidazioni delle adultere, la prigione, se non la forca, per gli omosessuali sono da preferire al cosiddetto, e mai definito con precisione, “consumismo compulsivo”?
Personalmente non ho dubbi. Considero l’occidente una civiltà in crisi e sono convinto che se non si pone rimedio a tale crisi la nostra grande civiltà rischia il tracollo. Ma se devo scegliere fra l’occidente, sia pure malato, e gli altri scelgo l’occidente, senza se e senza ma.
Con tutte le critiche che posso fare agli USA fra Mosca e Washington scelgo Washington.
E tanto basta.


 

giovedì 2 febbraio 2023

ANARCHICI

Gli anarchici sono considerati da molti con simpatia. Si tratterebbe di persone prive di realismo ma animate da ideali positivi, sognatori utopici che però non fanno male a nessuno.
In realtà l’anarchismo è un fenomeno assai complesso, impossibile da liquidarsi in due parole. Forse val la pena di spendere qualche considerazione in proposito.
C’è dell’anarchismo anche in Marx. Per il filosofo di Treviri la abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la programmazione centralizzata dell’economia renderebbero possibile la piena realizzazione dell’ideale anarchico: la abolizione dello stato. Su posizioni simili si collocherà lo stesso Lenin: in “stato e rivoluzione” il rivoluzionario russo arriverà a sostenere che le funzioni statali sono destinate a semplificarsi sempre di più. Una cuoca, afferma, sarà in grado di dirigere lo stato, prima che questo finisca nel dimenticatoio della storia.
Ad entrambi aveva a suo tempo risposto il padre dell’anarchismo: Michail Bakunin. Per l’anarchico russo la centralizzazione dei mezzi di produzione nelle mani dello stato, ben lungi dall’aprire la strada alla abolizione del medesimo, rischia di dar vita a forme di oppressione ancora più brutali di quelle contro cui combatteva il nascente movimento operaio. Lo stato va abolito, non rinforzato in vista di una sua futura abolizione. Se si tralascia il vaneggiamento utopico sulla abolizione dello stato è difficile dar torto a Bakunin. La storia su questo ha dato risposte inequivocabili. Per la sua onestà intellettuale Bakunin forse merita almeno un po’ della simpatia con cui alcuni guardano agli anarchici. Ma l’anarchismo, compreso quello di Bakunin, non è riconducibile ad un generico ed in fondo innocuo utopismo.
Serghei Necaev, populista rivoluzionario russo fu amico di Bakunin e assai vicino alle posizioni anarchiche. In lui però l’anarchismo si tinge nettamente di nichilismo terrorista. Nel celebre “catechismo del rivoluzionario” scritto insieme a Bakunin il nichilismo emerge chiaramente. Il rivoluzionario è un uomo perduto. Non ha interessi né cause, né finalità proprie. Il suo unico obiettivo è la rivoluzione e questa significa innanzitutto distruzione radicale di ogni ordinamento esistente.

Nel corso della sua carriera di rivoluzionario Necaev andò comunque oltre il nichilismo manifestato nel “Catechismo”. La folgorante bellezza dell’ideale anarchico giustifica per lui tutto, assolutamente tutto. L’anarchico non è legato da alcun vincolo morale, può fare qualsiasi cosa ritenga utile alla affermazione della causa. Può rubare, uccidere, mentire, far condannare innocenti se questo favorisce, a suo parere, la vittoria dell’ideale anarchico, Un amoralismo tanto marcato doveva portarlo alla rottura col suo amico Bakunin. Però, a ben vedere le cose, il vero rivoluzionario radicale era lui, Necaev più che il vecchio Bakunin. Non a caso Dostoevskij si ispira proprio a Necaev ed al suo nichilismo amorale ne “i demoni” uno dei suoi romanzi più profetici.
Lo stesso nichilismo di Necaev sarà però superato da un classico dell’anarchismo: Max Stirner.
Ne “l’unico e la sua proprietà” l’individualismo largamente presente nelle dottrine anarchiche subisce un radicale processo di estremizzazione. L’individuo diventa “l’unico”: singolo assolutamente isolato, non limitato da alcuna legge, né norma etica. Non limitato dalla presenza di altri individui, delle loro esigenze ed aspirazioni. E questo unico può fare ciò che vuole, non tanto per il trionfo della causa quanto per l’affermazione egoistica della sua assoluta unicità. Se vuoi fare una cosa falla, se desideri qualcosa allunga la mano. Tutto ciò che limita l’unico è una intollerabile forma di oppressione che va rifiutata. Rifiutata nei fatti, nell’azione.
Stoirner morì in povertà, solo e dimenticato. Si può ben dire che la sua fine costituisca la smentita più radicale delle sue teorie. Sei unico, puoi far e tutto per affermarti, ma hai perso. E come perdente non puoi fare appello ad alcuna norma universale per giustificare la tua sconfitta. E non vuol dire nulla il fatto che in futuro, forse, sarai ricordato. Sarai ricordato da altri, ma tu sei l’unico...
Direi che questa brevissima, e assolutamente carente rassegna sia sufficiente a smentire quanti guardano con benevola indulgenza all’anarchismo. Le dottrine anarchiche non sono affatto grondanti di benevolenza verso il genere umano. Il rifiuto anarchico di ogni limite alla libertà si trasforma molto facilmente in prevaricazione della libertà altrui. Si passa, per citare Dostoevsij, dalla assoluta libertà alla assoluta tirannide. Con buona pace dei difensori improvvisati di un terrorista anarchico dei nostri giorni.

 

lunedì 30 gennaio 2023

CONSUMO, MERCATO, OMOLOGAZIONE

E’ una caratteristica dei nostri tempi di decadimento culturale: il rimbalzo da uno schieramento politico all’altro, da destra a sinistra e viceversa, di temi e suggestioni ideologiche.
“Il turbo capitalismo” delle multinazionali impone a tutti una una universale omologazione. Scompaiono le differenze e l’uomo viene ridotto a mero consumatore di prodotti in larga misura inutili. Quante volte abbiamo letto frasi simili in rete? Difficile stabilirlo. Ed è anche difficile stabilire lo schieramento politico di chi fa simili affermazioni. Spesso i teorici della riduzione dell’uomo al ruolo di mero consumatore si collocano oggi, per usare termini assai generici, a destra. Eppure si tratta di tematiche che sono state tipiche della sinistra sessantottina.
L’ uomo ad una dimensione, afferma Marcuse, uno degli idoli dei contestatori dello scorso secolo, è il prodotto della società industriale avanzata, caratterizzata dal trionfo di una tecnologia alienante basata sulla razionalità strumentale e la dimensione unica cui l’uomo odierno è ridotto è (se ne poteva dubitare?) quella del consumo. La polemica contro il “consumismo” ha caratterizzato negli ultimi decenni i movimenti di sinistra occidentali. Eppure, a ben vedere le cose, ha antecedenti che si possono definire di destra. La denuncia della “macchinazione” è centrale nella polemica di Heiddeger contro l’inautenticità che caratterizzerebbe i nostri tempi. Allontanatosi dall’essere l’uomo di perde negli enti ed affida alla tecnica i propri destini. In una celebre intervista il filosofo tedesco giungerà a paragonare l’agricoltura industriale ai campi di sterminio nazisti: l’una e gli altri sono infatti caratterizzati dalla razionalità strumentale sostegno di una tecnologia disumana. Piccolo particolare: Heiddeger aderì al NSDAP, Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, nel 1933 e rimase iscritto allo stesso, pagando con teutonica puntualità le quote, sino al 1945.
Non è il caso di dilungarsi, il succo del discorso è piuttosto chiaro: le società contemporanee, dominate dal mercato e dalla tecnologia impoveriscono l’uomo, lo riducono all’unica dimensione del consumo. “Lavora e caga, consuma e crepa”: questo slogan volgarotto esprime abbastanza bene come qualcuno considera l’uomo che vive nelle società a “capitalismo avanzato”. Mera macchina per consumare, priva di valori, idee, sentimenti profondi, solidarietà sociale. Da Heiddeger a papa Bergoglio, da Marcuse a Diego Fusaro il succo non cambia troppo. Stiamo diventando, forse siamo già diventati, una sorta di nuovi automi, cui il mercato impone una mostruosa omologazione. Viviamo per consumare cose inutili a tutto vantaggio del “Dio denaro”.

Ma… stanno davvero così le cose? Per stabilirlo bisogna cercare di rispondere a tre domande.
1) Qual’è il ruolo del consumo nella vita umana?
2) Davvero la tecnologia mortifica l’uomo?
3) Davvero il mercato tende ad omologare gli esseri umani, a ridurli ad “una sola dimensione”?

L’uomo è consumatore, lo è, per usare una terminologia un po’ antiquata, per essenza. Il consumo caratterizza tutta la vita umana, sempre. La semplice riproduzione della vita implica continui atti di consumo: respiriamo, beviamo e mangiamo, quindi consumiamo, solo per sopravvivere. Vivere è consumare energia e risorse esterne per ripristinare di continuo l’energia consumata. Ma il consumo non è legato solo alle caratteristiche puramente animali dell’uomo. Noi consumiamo anche, forse soprattutto, quando ci dedichiamo alle nostre attività più nobili, più specificamente umane. Elaborare teorie scientifiche e filosofiche, comporre romanzi o sinfonie, dipingere o scolpire non implica solo consumare energie fisiche e mentali, implica anche consumare risorse che ci vengono dal mondo esterno. Un poeta ha bisogno almeno di carta e penna per scrivere, un musicista di strumenti musicali, uno scienziato di costose apparecchiature. Pensare che il consumo riguardi solo la componente “inferiore” dell’uomo è una sciocchezza, Più ci eleviamo più i nostri consumi si differenziano, diventano raffinati e sofisticati, superflui se vogliamo, nel senso che si tratta di consumi non legati alla mera riproduzione materiale della vita. Il consumare è una caratteristica ontologica dell’uomo. Consumiamo perché siamo esseri razionali finiti, dipendenti dal mondo che ci circonda. L’uomo consuma perché non è un essere autosufficiente, non è causa sui, in una parola, non è Dio. A qualcuno la cosa non piace? Non possiamo che dolercene.

Per consumare dobbiamo modificare l’ambiente circostante. Dobbiamo farlo perché viviamo in un mondo che non è fatto per noi, non si adatta alle nostre esigenze. E perché è nella nostra natura andare oltre il semplice adattamento al mondo che ci circonda. Una delle differenza fondamentali fra l’uomo e gli altri animali sta tutta qui: l’uomo non accetta di essere componente subordinata di qualche ecosistema. L’uomo è l’animale che “va oltre”; siamo “naturalmente artificiali”, se così non fosse ci saremmo con tutta probabilità estinti da tempo, visto che la nostra capacità di adattamento è radicalmente inferiore a quella di gran parte delle specie animali. Al massimo saremmo ridotti a sparuti branchi di umanoidi assediati da pericolosi predatori.
E’ qui che si innesta il discorso sulla tecnologia e la “razionalità strumentale”. Da sempre l’uomo ha costruito attrezzi che lo aiutino nella lotta per l’esistenza. Da sempre fra uomo ed ambiente è esistito un medio costituito dalla tecnica. In tutte le epoche storiche l’uomo ha sempre fatto ricorso alla tecnica. Per cacciare come per coltivare la terra, per costruire ripari come per vestirsi, per spostarsi come per combattere. La tecnica è presente in tutte le attività umane, da quelle più direttamente collegate alla vita materiale a quelle che riguardano le nostre attività spirituali. La tecnica è presente in un dialogo filosofico, nella composizione di una sinfonia, in una gara sportiva. E non solo perché, tutte queste attività richiedono l’uso di un certo numero di strumenti materiali ma anche, forse soprattutto, perché il linguaggio, le regole della composizione musicale come quelle della competizione sportiva sono esse stesse delle tecniche. Poche cose quindi sono tanto radicalmente umane come la tecnica e la connessa razionalità strumentale, quella che ci dice cosa dobbiamo fare se vogliamo raggiungere un certo fine. Certo, esiste, nessuno lo nega, il problema, enorme, dell’uso che si può fare della tecnica. Come moltissime altre cose anche la tecnica può essere usata bene o male. Per uccidere occorre usare certe tecniche, come occorre usarne altre per salvare la vita ad una persona gravemente ammalata, ma queste considerazioni del tutto ovvie nulla hanno a che vedere col rifiuto della tecnica in quanto tale. Quando Heidegger equipara la coltivazione industriale alle camere a gas fa invece proprio questo: non distingue fra gli usi della tecnica. Coltivare razionalmente grano che serve a sfamare gli esseri umani non è diverso che introdurre gas mortali un una stanza ermeticamente chiusa e piena di vittime innocenti.

Riassumendo: il consumo ha una importanza centrale nella vita umana, a tutti i livelli. La tecnica, ben lungi dall’essere un fattore di “alienazione” è qualcosa di radicalmente, profondamente umano, se ne devono controllare gli utilizzi ma non la si può rifiutare in quanto tale. Occorre ora cercare di rispondere alla terza, fondamentale, domanda: il mercato è fattore di “omologazione”? Cancella le differenze, ci riduce a gregge? Gli scambi eliminano le nostre particolarità trasformandoci in macchine per consumare? La società di mercato è davvero dominata dal “feticismo della merce”?
L’accenno al feticismo della merce ci rimanda a Marx, cioè ad un pensatore sicuramente profondo, quale che possa essere la gravità dei suoi errori. Non è però il caso, in questa sede di addentrarci in una analisi del suo pensiero. Basta ricordare che in Marx il tema del feticismo della merce è legato alla teoria del valore e che questa non trova oggi praticamente alcun difensore.
Ben lungi dall’omologare gli esseri umani, dal cancellare le differenze che li caratterizzano il mercato esalta le differenze. In molti lo ripetono, un po’ papagallescamente: il mercato riduce tutto a quantità, trasforma gli uomini in relazioni numeriche. E’ vero che il mercato è un insieme di relazioni quantitative, ma ridurlo a questo è semplicemente una idiozia. Agli estremi delle relazione quantitative stanno infatti i venditori ed i compratori, esseri umani con le loro specificità individuali, i loro gusti, esigenze, preferenze. Il mercato si basa sul valore di scambio, ma il valore di scambio altro non è che la relazione quantitativa fra valori d’uso. Tizio scambia con Caio tre paia di scarpe contro un abito perché ha bisogno di abiti e non di scarpe. Il fatto che un televisore abbia lo stesso prezzo di un frigorifero o di un certo numero di libri non eguaglia libri, frigorifero e televisore, meno che mai rende indistinguibili i fruitori di questi beni. Trasformare la relazione quantitativa in un fattore distruttivo delle particolarità qualitative è un po’ come affermare che se mi trovo in una località equidistante fra la vetta del Bianco ed il mare non esiste differenza fra le onde marine e la vetta ghiacciata del Bianco, una idiozia, appunto. Il mercato non annulla le differenze, le mette in relazione ed in questa relazione ognuno può cercare di procurarsi i beni che, a suo parere, servono meglio a soddisfare le esigenze per lui più importanti.
Qualcuno potrebbe obbiettare che si tratta di cose di secondaria importanza. Al di là delle differenze fra i carrelli della spesa di chi si reca al supermercato resta il fatto che tutti coloro che spingono tali carrelli sono consumatori, quindi identici in quanto consumatori, omologati, alienati. Cosa rispondere ad una simile obiezione? Solo che chi la fa ritiene il consumo qualcosa di non realmente umano, pensa che consumando gli esseri umani diventino “ad una dimensione”. Si è già risposto a simili considerazioni: gli esseri umani sviluppano le loro peculiarità, la loro multidimensionalità anche consumando, anche usufruendo di beni e servizi. E tanto basta.

La critica alla omologazione che sarebbe tipica dell’economia di mercato non riguarda però solo gli individui, si estende alle culture ed alle civiltà. L’espansione mondiale del mercato distrugge culture vecchie di secoli, cancella le differenze fra i popoli, sminuisce il valore delle nazionalità, in breve, impone al mondo una grigia uniformità, una sorta di notte in cui tutte le vacche sono scure. Esiste del vero in queste critiche, ma si tratta di un “vero” che va analizzato con molta cura, per evitare che si trasformi in una serie di banalità se non di grossolane mistificazioni.
In primo luogo, per amor di precisione, va detto che certe critiche appaiono semplicemente risibili se sostenute da persone che si rifanno alla filosofia marxista. Qualcuno lo deve rivelare al professor Fusaro:  Marx è stato uno dei più mondialisti fra i filosofi contemporanei. Marx considera un merito della borghesia la formazione di un mercato globale, considera questo una conquista positiva e profondamente rivoluzionaria, basta leggere il celeberrimo “manifesto del partito comunista” per rendersene conto.
La critica che Marx muove all’economia capitalistica è completamente diversa da quelle strillate oggi da molti super critici del “turbo capitalismo”. Per Marx la borghesia capitalistica è incapace di portare a termine il compito iniziato. Il Capitalismo non è in grado di superare la ristrettezza dei confini nazionali e dare vita ad una autentica società mondiale. Il mercato mondiale è conseguenza dell’enorme sviluppo delle forze produttive ma i rapporti di produzione borghesi sono diventati, per Marx, un ostacolo ad un loro ulteriore sviluppo. Per farla breve, Marx sottopone a critica non l’universalismo ma la ristrettezza della società borghese, non lo stimolo che essa garantisce allo sviluppo economico, ma il limite a tale sviluppo, non la creazione del mercato mondiale ma il suo carattere parziale e limitato.
C’è della esagerazione in molte espressioni di Marx ma si può tranquillamente riconoscere che alcuni aspetti della sua analisi sono condivisibili. In effetti contrapporre alla apertura del mercato mondiale la chiusura nel localismo è francamente reazionario, come lo è la pura e semplice accettazione di ogni caratteristica di antiche culture e civiltà.
L’espansione del mercato mondiale ha distrutto molti usi e costumi che non possiamo certo ritenere accettabili solo perché caratteristici di culture vecchie di secoli. Sostituire la scienza alla magia è stato un progresso per il genere umano, come lo è poter leggere in Italia le opere di Confucio e quelle di Aristotele in Cina. Anche se le femministe radicali non lo sanno l’unificazione del mondo ha contribuito moltissimo alla emancipazione della donna. Pensare che sia da accettare tutto ciò che è parte di vecchie culture e civiltà è solo stupido.

Le critiche al mondialismo condotte da un punto di vista marxista, a parte il valore dei loro argomenti, poggiano quindi su basi teoriche decisamente fragili, ma, a parte i richiami al vecchio Marx, quali sono oggi le caratteristiche di quello che comunemente si chiama “mondialismo”? Si va davvero, in maniera ineluttabile, verso un mondo privo di differenze culturali o nazionali o quanto meno in cui queste differenze siano semplicemente qualcosa di residuale? Soprattutto, l’economia di mercato tende davvero, in forza delle sue leggi immanenti, verso un mondo di questo tipo? La risposta è a mio parere NO.
A livello concettuale esiste una differenza radicale fra l’idea stesa di omologazione e quella di scambio. Lo scambio avviene perché i vari attori dello stesso sono diversi l‘uno dall’altro, quindi mai interamente omologabili. Lo scambio e l’economia di mercato basata sullo scambio esistono perché esistono le diversità fra gli esseri umani. Tizio scambia con Caio perché è diverso da Caio, ha gusti, esigenze, aspettative di vita non coincidenti con le sue. E fa parte a pieno titolo di queste differenze la cultura di Tizio, il suo appartenere ad una determinata civiltà, l’essere cittadino di un certo paese, parte di una certa nazione, avere alle spalle una certa tradizione. A livello sovra individuale, i vari paesi hanno fra loro rapporti di scambio perché sono soggetti autonomi, relazionati agli altri ma non coincidenti con questi. Il mercato mondiale relaziona individui, paesi, culture, civiltà e nazioni diverse, ma relazionare non vuol dire eliminare le differenze, vuol dire metterle in contatto. Studiare la filosofia cinese è per un occidentale fonte di arricchimento culturale, ma questo arricchimento smetterebbe di essere tale se la filosofia cinese diventasse non distinguibile da quella occidentale. Una cosa è leggere Aristotele e Confucio, cosa completamente diversa mischiare i due, confondere le tradizioni storico culturali che stanno dietro al greco ed al cinese. Vale per i singoli come, fatte le debite differenze, per nazioni, culture e civiltà: Fra il relazionamento e l’omologazione che annulla le differenze non esiste identità alcuna, esiste al contrario una autentica incompatibilità.
Precisazioni a parte, esistono certamente oggi nel mondo, meglio, nell’occidente in crisi, forze potenti che premono nel senso della eliminazione delle differenze. Vanno in questo senso i no border, per i quali i confini non avrebbero oggi alcun motivo di esistere ed interi popoli avrebbero il diritto di spostarsi liberamente da uno stato o addirittura da un continente all’altro, senza alcun limite, vincolo o controllo. Vanno nello stesso senso i teorici del “gender” per i quali il sesso non sarebbe più una caratteristica essenziale degli esseri umani ma una “scelta” che può cambiare da un anno, o da un mese all’altro ed i teorici della “cancell culture” che vorrebbero imporci di gettare alle ortiche una tradizione culturale millenaria e di enorme rilevanza. In una parola premono per la riduzione del mondo ad area grigia indifferenziata tutti coloro che seguono le varie teorie del politicamente corretto, e dietro questi pseudo teorici ci sono forze economiche potenti, legate alle grandi multinazionali industriali e finanziarie. Tutto questo è vero e difficilmente contestabile.
Ma si tratta, appunto, di settori, parti dell’occidente. Potenti fin che si vuole ma non invincibili, cui si oppongono non tanto gli strenui difensori di un localismo ormai indifendibile ma tutti coloro che non identificano l’apertura all’altro con una “inclusività” che nei fatti elimina il concetto stesso di “altro” e riduce il mondo in una sorta di notte in cui tutte le vacche sono grigie.

Parlando delle forze potenti che tendono alla mondializzazione occorre porsi una domanda: si tratta di forze espresse dalla dinamica spontanea del mercato e che agiscono conformemente a tale dinamica? O non si tratta piuttosto di forze certamente inserite nell’economia di mercato che agiscono però in larga misura seguendo logiche proprie, che col mercato e le sue dinamiche non hanno troppo a che vedere?
In realtà il legame fra certe multinazionali e le dinamiche di mercato è alquanto labile. I settori che maggiormente spingono per la mondializzazione hanno il loro punto di maggior forza non nel mercato me nei legami col potere politico. Si è parlato di capitalismo di relazione, o di “modello cinese” e già la terminologia lascia intendere quale sia il carattere di fondo del mondialismo economico: non la logica dello scambio e dei rapporti mercantili ma la pretesa di programmare il più possibile l’economia. Più che ad un risveglio del “liberismo” stiamo assistendo al tentativo, forse il primo nella storia, di una programmazione a livello mondiale di interi settori dell’economia. Gli esempi sono numerosi: si cerca di imporre all’economia mondiale, o quanto meno occidentale, nientemeno che una globale transizione energetica. In passato le grandi rivoluzioni tecniche ed industriali partivano e si misuravano con esigenze e domande di mercato. Oggi gruppi di burocrati si riuniscono e stabiliscono che entro un certo numero di anni in tutta Europa, meglio in tutto l’occidente, meglio ancora in tutto il mondo, si dovranno produrre solo auto elettriche. La UE poi è scatenata in scelte di questo tipo. Sembra che ai massimi livelli di questa istituzione ci siano persone davvero convinte che si possa programmare nientemeno che il clima del pianeta. Entro pochi anni tutte le case di civile abitazione europee dovranno avere certe caratteristiche “energetiche”, si TUTTE, non solo quelle di nuova costruzione. Per carità di patria evito ogni commento sulle innumerevoli direttive europee tendenti a stabilire il diametro della pizze, l’inclinazione del gambo dei carciofi o la portata degli sciacquoni nei bagni pubblici e privati. Per farla breve: una autentica orgia programmatoria che col “liberismo”, quale che sia il giudizio che se ne può dare, poco ha a che vedere. E nulla ha a che vedere col pluralismo liberale, molto poco con la stessa democrazia.
Certo, la pretesa di imporre ad interi popoli processi migratori incontrollati ha un certo sapore di “liberismo” ed alcune analogie con lo stesso liberalismo, ma si tratta di analogie superficiali. L’economia di mercato prevede ed auspica, ovviamente, la libertà di movimento negli e fra gli stati, ma nessuno dei grandi teorici del mercato ha mai teorizzato la scomparsa degli stati stessi, né la loro marginalizzazione. Lo scambio economico, val la pena di ripeterlo, avviene fra soggetti caratterizzati tutti dalle loro caratteristiche naturali e socio culturali; processi migratori privi di controllo distruggono o stravolgono in maniera violenta proprio queste caratteristiche distorcendo in profondità gli stessi rapporti di scambio. Permettere a masse enormi di esseri umani di spostarsi liberamente da un continente all’altro nulla ha a che vedere con la libertà liberale e con la stessa libertà degli scambi. Sarebbe come se il governo per garantire la libertà degli scambi permettesse a tutti di entrare ed uscire a loro piacere da casa mia. La libertà liberale presuppone la garanzia delle caratteristiche dei soggetti dello scambio, compresa la libertà fondamentale di riconoscersi in una certa cultura, appartenere ad un certo gruppo nazionale. Se questa garanzia viene a mancare tutto crolla. Non a caso le potenti forze economiche che mirano al mondialismo si servono delle loro relazioni con la politica per cercare di imporre ai popoli l’idea distopica di processi migratori privi di vincoli, limiti e controlli. Dietro al fenomeno di portata storica del trasferimento in Europa di milioni di africani ci sono, molto più che gli automatismo del mercato internazionale, le scelte politiche degli stati e, spesso, l’azione della malavita organizzata.

L’equiparazione fra liberalismo e liberismo, cose diverse anche se non opposte, e di entrambi con una omologazione che elimina ogni diversità è nel migliore, e più raro, dei cosi, un grossolano equivoco, assai più spesso deriva da un autentico odio verso l’idea stessa di libertà individuale. Si tratta di una nuova forma di radicale antiliberalismo che unisce, paradossalmente ma non troppo, settori della destra reazionaria e della sinistra nostalgica del comunismo.
Libertà personali, pluralismo, mercato, democrazia rappresentativa vengono spacciate come rifiuto della dimensione sociale dell’uomo, abbandono nichilista di ogni valore, trionfo di un individualismo gretto che trasforma le persone in pure macchine per consumare, gregge senz’anima controllato dei “padroni del vapore”. Un modo di ragionare che rivela tutta la propria vacuità se si pensa che libertà, pluralismo e democrazia sono essi stessi valori sulla cui base sorgono molti rapporti sociali differenziati. Ed ancora più strana appare l’equiparazione delle società libere al gregge da parte di chi esalta esperienze come quelle della Unione Sovietica staliniana o della Cina maoista (nessuno osa manifestare rimpianti nei confronti della Germania hitleriana, ma dovrebbe farlo, se avesse un minimo di coerenza logica). Gli stessi che, rifacendosi malamente a Nietzsche, strillano contro il gregge o la “massificazione” delle moderne società industriali non sprecano una parola di critica nei confronti di esperienze caratterizzate dal più totale disprezzo, teorico e pratico, nei confronti dell’individuo. Certo, esistono in occidente importanti fenomeni di massificazione, da combattere senza esitazione alcuna. Ma si tratta della patologia, non della fisiologia dell’occidente e nulla è tanto fuorviante quanto opporre a tale patologia il fascino discreto di paesi come la Russia di Putin, la Cina di Xi Jin Ping o l’Iran o la Corea del nord.
Il fascino che paesi simili esercitano su settori non maggioritari ma neppure residuali d
ella pubblica opinione occidentale è un termometro che attesta quanto sia grave la crisi della nostra civiltà. Motivo in più per combatterlo, senza se e senza ma.

 

sabato 28 gennaio 2023

LAGER E GULAG

In occasione della giornata della memoria c’è chi ha discusso delle similitudini e delle differenze fra i lager hitleriani ed i gulag staliniani. Visto che in proposito si dicono molte fesserie val forse la pena di soffermarsi un po’ sull’argomento.
E’ inutile sottolineare le numerose analogie fra lager e gulag, queste sono evidenti a chiunque abbia un minimo di capacità di vedere e ragionare. Vale invece la pena di esaminare le differenze fra loro.
Qualcuno sostiene che i gulag sovietici erano campi di concentramento, non di sterminio. E’ vero, ma in cosa consiste di preciso questa distinzione?
Nei gulag avvenivano a volte fucilazioni di massa di prigionieri ma queste non erano la norma. L’obiettivo principale di chi costruì e gestì i gulag era economico. Non si trattava di sterminare interi gruppi sociali o etnici ma di ridurli in stato di schiavitù. Certo, questo non era l’unico obiettivo: per un certo periodo di tempo, durante il grande terrore per essere precisi, fu fondamentale l’obiettivo di terrorizzare i nemici, veri o presunti, reali o potenziali del regime, di tenere costantemente sotto pressione la società per impedire che si potesse formare un qualsiasi tipo di opposizione, ma l’obiettivo più importante fu quasi sempre economico. Bisognava realizzare gli obiettivi sempre più irrealistici dei piani quinquennali e nulla sembrava più facile che utilizzare a questo fine il lavoro schiavo. E’ ora di dirselo una volta per tutte: l’apparato industriale sovietico è stato edificato in considerevole misura col lavoro schiavo. Gli ospiti dei gulag non erano condannati a morte ma allo schiavismo. Erano schiavi pubblici pronti ad essere sostituiti da altri in caso di morte o al termine della pena (che spesso veniva prolungata senza processo alcuno). Ovviamente il il lavoro schiavo in condizioni proibitive provocava un altissimo numero di decessi, ma non erano questi, di norma l’obiettivo dichiarato di Stalin e dei suoi complici. In questo la differenza con Hitler è evidente, anche se non mi pare si tratti di una differenza rilevante dal punto di vista etico.
Legata a questa differenza possiamo rilevarne un’altra, più generale fra il nazismo hitleriano ed il comunismo staliniano.
Il nazismo hitleriano non lasciava possibilità alcuna di scampo agli sventurati appartenenti a certi gruppi etnici. L’ebreo era condannato a morte, punto e basta. Poteva non rappresentare pericolo alcuno per il regime, poteva essere un genio potenzialmente utile ai nazisti, poteva avere idee politiche di destra, non contava. Era ebreo quindi doveva morire. In una certa misura questo riguardava anche altri gruppi, i rom ad esempio.
Nella Russia staliniana questo non avveniva. Stalin perseguitò crudelmente intere nazionalità, deportò moltissimi ucraini, russi tedeschi, tatari, ceceni, ma, almeno sulla carta, non decise mai di sterminare tutti gli appartenente a queste nazionalità. In linea teorica nella Russia staliniana tutti potevano sperare di salvarsi, in questo, di nuovo, è possibile ravvisare una differenza fra il comunismo di Stalin ed il nazismo di Hitler. Però… però è anche vero che se in URSS tutti potevano sperare di salvarsi, nessuno poteva considerarsi neppur relativamente al sicuro. Nella Germania nazista un cittadino tedesco, non ebreo, se non aveva idee pericolose, non manifestava dissenso, si comportava “bene” aveva discrete possibilità di condurre una vita relativamente normale. Questo non avveniva nella Russia staliniana. Qui chiunque poteva finir male, anche se non apparteneva a gruppi considerati “nemici”, anche se era un buon comunista, anche se manifestava tutti i giorni il suo amore per Stalin. Nei gulag c’erano criminali comuni (era considerato criminale comune anche chi rubava un pugno di grano) ma anche operai, contadini, intellettuali. C’erano i russi come gli ucraini, c’erano i dissidenti politici ma anche chi dissidente non era. Molti staliniani di ferro assaggiarono le dolcezze dei gulag, magari accanto ai nemici del popolo menscevichi e trotzkisti. Il nazismo non lasciava scampo ad alcuni, lo stalinismo lasciava a tutti la speranza di farla franca,  ma non dava a nessuno la minima, relativa certezza di scampare al terrore. Nessuno nella Russia di Stalin era certo, andando a letto la sera, di risvegliarsi la mattina nello stesso letto.
Da qui un’altra differenza. Nei campi nazisti vigeva una distinzione assoluta fra prigionieri da un lato e, dall’altro, amministratori, capi e guardiani. I prigionieri erano la “razza inferiore”, chi li controllava apparteneva alla “razza superiore”.
Nei gulag staliniani invece esisteva invece una certa continuità fra prigionieri e guardiani. I guardiani erano al culmine di una gerarchia di cui anche zek (così si chiamavano gli ospiti dei gulag) facevano parte, ovviamente al grado più basso. Ci furono molti casi di zek (NON fra i politici però) che divennero guardiani e, viceversa, di guardiani che degradarono a zek. Molti aguzzini si ritrovarono a dover subire la stessa sorte di coloro contro cui avevano agito con disumana crudeltà.
Il discorso è ovviamente solo abbozzato, andrebbe approfondito a tutti i livelli. Altri lo hanno fatto in maniera approfondita ed esaustiva.
Un’ultima considerazione: quale fra le due esperienze storiche è stata la peggiore? Si tratta di una domanda a cui non mi sento di rispondere. Il nazismo è stato unico, la Shoah è davvero un fenomeno senza confronto nella storia. Ma anche il comunismo staliniano è stato, a modo suo, unico. Nessun tiranno ha mai oppresso il suo popolo con l’ampiezza e la spietatezza messe in atto da Stalin.
Stabilire quale fra i due sia stato il peggior è un po’ come voler decidere cosa è peggio fra la peste ed il colera.
E tanto può bastare.

 

giovedì 29 dicembre 2022

IL PD A CONGRESSO

Folli: «Il Pd deve decidere cosa essere a sinistra» - Tempi


Si avvicina il congresso del PD, un partito in crisi ma ancora importante nel panorama politico italiano. Il Pd costituisce la parte largamente maggioritaria della sinistra italiana ed ha la sua importanza per il paese, per tutto il paese, sapere che tipo di sinistra è quella che aspira a governarlo e, particolare non da poco, lo ha governato, più o meno direttamente, negli ultimi 10 anni. Val quindi la pena di prestare attenzione a quanto avviene in questo partito in crisi.
Il dibattito precongressuale che sta animando il PD mostra una particolarità che non può non stupire le persone che hanno della politica una concezione laica. Il congresso è presentato da molti  dirigenti e militanti del PD come una sorta di “giudizio di Dio”. Il partito deve sciogliersi, dice qualcuno. Siamo all’anno zero, replica qualcun altro. Dobbiamo fare un congresso aperto alle “istanze del sociale”, fa eco un terzo. E’ vero, il PD viene da una secca sconfitta, ma, cosa fanno i partiti normali dopo una sconfitta? Analizzano le loro politiche, sottopongono a critica il gruppo dirigente, cercano di individuare gli errori commessi e di correre ai ripari. Nessuno parla di “scioglimento del partito”, di “abbattere i muri fra partito e società civile”, nessuno evoca ipotetici “anni zero” o radicali "rifondazioni". Se qualcuno pensa che un certo partito abbia esaurito la sua funzione storica lo dice chiaramente. Si fa promotore di una scissione o invita tutti a tornare alla vita privata, o propone l’ingresso in un altro partito, punto e basta; senza strilli, prefigurazioni della fine del mondo, o dissertazioni pseudo colte sulla crisi irreversibile della “forma partito”.
Il PD non fa cose tanto semplici, i suoi leader, lo sappiamo bene, amano la “complessità”. Così mettono in atto una sorta di tragedia greca che con l’analisi politica ha poco a che vedere. In effetti ciò che lascia perplessi in quella sorta di psicodramma che sembra essere il congresso del PD è precisamente l’assenza di qualsiasi analisi politica, di ogni autocritica seria. Sono proprio quelli che con più vigore parlano di “anno zero”, “congresso aperto”, “scioglimento del partito nel movimento” a non avanzare alcuna critica seria alla politica che da tempo il PD ha fatto propria. Il PD viene da una secca sconfitta elettorale, su questo tutti sono, più o meno, d’accordo. Nessuno o quasi però si chiede se esista qualche legame fra la sconfitta e la politica delle porte spalancate all’immigrazione clandestina, lo pseudo ambientalismo alla Greta, il continuo strillare contro inesistenti “pericoli fascisti”. Quasi nessuno si chiede se perseguendo simili politiche il PD non si sia messo in rotta di collisione con le esigenze, gli interessi, i sentimenti di una parte importante, maggioritaria, del popolo italiano, anzi, spesso e volentieri c’è nel partito di Letta chi esprime sentimenti di autentico disprezzo verso questa componente del corpo elettorale.
Se si tiene conto di questo lo stesso insistente richiamo alla “apertura al sociale”, al “congresso aperto” si rivela per quello che è. Non si tratta tanto di cercare di cogliere esigenze forti, reali presenti nella società civile quanto di rapportarsi a ristretti gruppi di militanti super ideologizzati che con la società civile autentica hanno poco a che vedere. Sardine, centri sociali, studenti che scioperano contro “l’ingiustizia climatica”, esponenti del radicalismo femminista e gender, questi sembrano oggi gli interlocutori cui il PD intenderebbe “aprirsi”, rischiando tra l’altro di esser sdegnosamente rifiutato dagli stessi. Lo spettacolo umiliante di Letta che partecipa ad una manifestazione per la “pace” in Ucraina, in realtà di appoggio a Putin, e che viene insultato da molti manifestanti rispecchia bene la situazione di caos politico e culturale in cui versa oggi il principale partito di sinistra in Italia.

C’è da chiedersi: perché mai il PD, reduce da una secca sconfitta, porta avanti una simile politica che appare destinata a danneggiarlo? La risposta è a mio parere molto semplice: perché il PD resta un partito ideologico.
Risposta semplice dicevo, ma che merita di essere approfondita.
Il grosso del PD viene, è bene non dimenticarlo mai, dal vecchio PCI. Il vecchio PCI era un grande partito ideologico, con una sostanziale differenza rispetto all’attuale PD: la sua era una ideologia forte, radicata in una filosofia importante, anche se caratterizzata da errori gravissimi e potenzialmente assai pericolosi. Il vecchio PCI era un partito legato alla componente rivoluzionaria del marxismo, aveva una visione del mondo, dell’uomo e della storia unitaria e compatta ed una organizzazione conseguente. Nessuno nel vecchio PCI avrebbe mai osato proporre la “scioglimento del partito nel movimento”, meglio, chi lo avesse fatto sarebbe stato espulso in men che non si dica. In effetti chi, dopo il crollo del comunismo, è rimasto fedele a quella ideologia ha continuato a vivacchiare politicamente dando vita a partitini settari ed ultra minoritari, si veda il partito comunista di Rizzo. Chi invece ha preso atto di quanto di irreversibile è avvenuto nel 1989 poteva scegliere una strada diversa: dar vita ad un partito socialdemocratico aperto davvero, fino in fondo, al pluralismo sociale e politico, all’economia di mercato, alla democrazia rappresentativa. Il partito di una sinistra moderna, pragmatica, in una parola, occidentale. Non fu questa la scelta che venne fatta.
La mentalità ideologica è dura a morire. Chi chi per decenni ha sognato la perfezione sociale, ed in nome di tale futura, presunta, perfezione ha finto di non vedere l’abominio dei gulag e dei logoai, trova assai desolante ridurre i propri orizzonti alla gestione migliore possibile di società che sono, restano e resteranno imperfette. Così il i leader del futuro PD hanno sostituito alla vecchia, unitaria, totalizzante ideologia marxista leninista una sorta di insalata mista di ideologie in formato minore.
La rivoluzione proletaria, il paese del socialismo, la via italiana al socialismo, lo stesso eurocomunismo sono stati via via sostituiti prima dal “superamento”, pacifico ovviamente, del capitalismo, poi dal terzomondismo e poi, in un crescendo rossiniano, dall’adorazione per la magistratura, dall’immigrazionismo, dal femminismo radicaleggiante, dall’ideologia gender, dal radicalismo ecologico alla Greta, trasformato ormai in una sorta di nuova religione pagana. Ideologie in formato ridotto, prive di qualsiasi visione unitaria del mondo, dell’uomo e della storia, spesso in radicale contrasto fra loro, ma caratterizzate tutte da quelli che sono gli ingredienti principali di ogni ideologia: il rifiuto del principio di realtà, l’irrisione per la morale comune, la pretesa di anteporre se stesse agli esseri umani in carne ed ossa che vivono qui ed ora nel mondo. Il PD è oggi il partito che più di ogni altro sostiene e difende questa zuppa mista di piccole ideologie alla moda. Per questo assai più che il vecchio PCI è tanto amato da persone che con la vecchia, mitica classe operaia hanno poco o nulla a che vedere. E sempre per questo la struttura organizzativa del PD è radicalmente diversa da quella del vecchio PCI. Il centralismo democratico leninista, che di democratico aveva poco o nulla, è stato sostituito da una sorta di anarchia interna, con un partito diviso in gruppi, correnti e sottocorrenti in perenne lotta fra loro.

Il PD è insomma un partito ideologico di tipo nuovo. Una sorta di punto di raccolta, caoticamente diviso al proprio interno, di tante ideologie che tutte rivendicano il proprio valore assoluto in una sorta di paradossale pluralismo degli assoluti.
E, da buon partito ideologico, il PD reagisce alle sconfitte senza sottoporre a normale analisi e critica politica le proprie scelte. I vecchi partiti marxisti leninisti avevano la caratteristica di non riconoscere mai i propri errori. Non era un caso: il partito rappresentava “l’autocoscienza della storia” e come tale non poteva sbagliare. Quando il movimento comunista internazionale passò, per fare un solo esempio, dalla sciagurata politica del socialfascismo ai fronti popolari antifascisti non definì erronea la sua vecchia politica: il partito non sbagliava, era la “situazione oggettiva” ad essere mutata. Un partito come l’attuale PD non può, ovviamente, assumere un simile atteggiamento di fronte alle sconfitte che deve subire, ma non è neppure in grado condurre una normale, approfondita analisi dei propri errori. Così addebita le sconfitte al fatto di non essere stato abbastanza radicale. Avremmo dovuto essere più radicali nel nostro ecologismo, nel nostro femminismo, nel nostro mondialismo, siamo stati troppo timidi nel sostenere i nostri valori, questa la litania che tanti dirigenti del PD non si stancano di ripetere. Se un partito ideologico subisce sconfitte la cura è una sola: aumentare le dosi del suo radicalismo ideologico. La sconfitta è causata non dalla presenza ma dalla carenza di ideologia. Non solo: dimostrandosi non abbastanza radicale il partito ha dimostrato di essere malato, incapace di sostenere davvero, a tutti i livelli, i propri valori. Per questo va sottoposto ad una cura radicale. Non basta l’analisi degli errori, occorre una rifondazione radicale, assoluta. Se si mira alla perfezione sociale e si è sconfitti occorre tornare all’anno zero, ad un nuovo inizio che costituisca un paradossale avvicinamento al fine, meglio ai fini palingenetici che si intendono realizzare. Tutti i discorsi sullo “scioglimento” del PD, sulla sua apertura ad una presunta “società civile” hanno qui la loro origine. Chi persegue fini assoluti, addirittura una insalata mista di fini assoluti, deve sottoporsi ad una assoluta rifondazione in caso di errore. Il giudizio di Dio attende chi pretende di essere il profeta di Dio.
Per questo il dibattito che caratterizza oggi il PD è tanto carente di indicazioni politiche. Tutto si riduce in fondo ad una discussione sulla alleanza con il M5S e a considerazioni tattiche sul cosiddetto “campo largo”. Il partito che fu di Gramsci rischia di diventare il partito di Giuseppe Conte, il nulla fatto persona.

Qualcuno potrebbe dire: “meglio così”. Non credo abbia ragione. All’Italia servirebbe una sinistra moderna, pragmatica, occidentale. La si potrebbe votare o non votare, si potrebbe essere d’accordo o in disaccordo con le sue idee, valori, programmi, ma per il paese sarebbe positivo avere una sinistra siffatta, lontana dalle idiozie ideologiche che stanno appestando il clima culturale dell’occidente. La trasformazione del PD in una sorta di brutta copia delle componenti più estremiste del partito democratico americano non giova a nessuno. Per questo mi farebbe piacere se emergessero, nel corso del dibattito precongressuale del PD, posizioni politiche serie, magari non condivisibili, ma con le quali valga la pena di aprire un confronto politicamente e culturalmente elevato.
Una simile prospettiva per ora non sembra esistere. Purtroppo.